UNA PRESENZA CHE CONTINUA: DAL TURBAMENTO ALLA SPERANZA

DOMENICA 03 MAGGIO 2026
V DOMENICA DI PASQUA – ANNO A
Signore, mostraci il Padre e ci basta Gv 14, 1-12
Introduzione
Il Vangelo di questa domenica (cf. Gv 14,1-12) ci introduce in un clima carico di turbamento. Siamo nei discorsi di addio: Gesù sta per lasciare i suoi e i discepoli avvertono che le loro certezze stanno vacillando. Il capitolo precedente, infatti, si chiude con l'annuncio della separazione, segnato anche dalla fragilità di Pietro, tra promesse di fedeltà e previsione del rinnegamento. È facile immaginare lo stato d'animo dei discepoli: delusione, smarrimento, paura. Non si tratta di una semplice inquietudine, ma di uno sconvolgimento interiore profondo, che il Vangelo esprime con il verbo greco tarássō (ταράσσω), che indica un cuore agitato, come un mare in tempesta. Questa scena, in realtà, non è così lontana dalla nostra esperienza. Anche noi conosciamo momenti in cui le sicurezze sembrano crollare, in cui ciò che dava stabilità si incrina, in cui il futuro appare incerto. È il tempo in cui il cuore si smarrisce e rischia di chiudersi. Proprio lì, nel punto più fragile, la Parola di Gesù si fa spazio non come una consolazione facile, ma come una chiamata alla fiducia. Dentro questo scenario, infatti, risuona una parola decisiva: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me». È una parola che non rimuove il turbamento, ma lo attraversa. Gesù non dice: "non abbiate paura", come se la paura fosse da negare; invita piuttosto a non lasciarsi dominare da essa. Il cuore — kardía(καρδία), centro profondo della persona — è chiamato a rimanere aperto, affidato, orientato. La fede diventa così un atto concreto di fiducia, un consegnarsi a Dio proprio mentre tutto sembra vacillare. In questo senso, la parola di Gesù si colloca dentro tutta la tradizione biblica, dove la fede nasce spesso nel momento della prova. «Confida nel Signore con tutto il cuore» (Pr 3,5), e ancora: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito» (Sal 34,19). Non è una fede che nasce dalla sicurezza, ma dalla relazione. Come ricorda sant'Agostino: "Cor nostrum inquietum est donec requiescat in Te" — il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te. È proprio dentro questa inquietudine che Dio si rende presente. La Pasqua non elimina il turbamento, ma lo trasfigura. Non lo cancella, ma lo attraversa e lo conduce oltre. La partenza di Gesù non è una perdita, ma un passaggio necessario dentro il progetto di Dio. È una dipartita che apre a una presenza nuova: non più percepibile con i sensi, ma reale e operante nella comunione. È il mistero della presenza del Risorto, che non si impone dall'esterno, ma si dona nella fede. Questo è il grande passaggio pasquale, la pesach (פֶּסַח), il "passare" di Dio: passaggio dalla morte alla vita, dalla paura alla fiducia, dall'assenza alla presenza. È lo stesso dinamismo che attraversa la vita del discepolo. Anche quando tutto sembra segnato dalla distanza e dal silenzio, Dio sta operando un passaggio più profondo. Comprendere questo significa entrare nel cuore della fede cristiana: lì dove l'assenza non è vuoto, ma attesa; dove il distacco non è fine, ma apertura; dove ciò che sembra perdita diventa, nella luce della Pasqua, possibilità di una comunione più grande. E il credente è chiamato a sostare proprio in questo spazio, lasciandosi guidare non dall'evidenza, ma dalla fiducia.
1. Io sono la Via, la Verità e la Vita"
Il nostro tempo è attraversato da una molteplicità di proposte che pretendono di indicare vie di salvezza, ma che spesso si rivelano vicoli ciechi. Si moltiplicano visioni della vita che promettono senso e realizzazione, ma risultano parziali, fragili, incapaci di sostenere l'esistenza nelle sue prove decisive. Anche la verità viene spesso ridotta a qualcosa di relativo, mutevole, costruita dall'uomo secondo i propri bisogni, mentre non mancano promesse di vita che si rivelano illusorie, incapaci di rispondere al desiderio più profondo del cuore umano. In questo contesto, la domanda evangelica emerge con tutta la sua forza: «Signore, da chi andremo?» (cf. Gv 6,68). Non è una domanda teorica, ma profondamente esistenziale. È la domanda di chi avverte che non basta avere molte possibilità, ma occorre trovare una direzione sicura, una verità affidabile, una vita che non venga meno. È la domanda che attraversa la storia dell'uomo, ieri come oggi.
La risposta di Gesù è radicale: «Io sono la via, la verità e la vita». Non dice: "io indico la via", ma: "io sono la via". Nel Vangelo di Giovanni, questa affermazione si inserisce nelle grandi parole dell'Io sono — egō eimí (ἐγώ εἰμι) — che richiamano il nome stesso di Dio rivelato a Mosè: «Io sono colui che sono» (Es 3,14). Gesù non si presenta come un maestro tra gli altri, ma come Colui nel quale Dio stesso si rende presente, accessibile, incontrabile. Egli non indica semplicemente un percorso, ma si presenta come la via stessa che conduce al Padre. Non comunica solo una verità, ma è la verità — alḗtheia (ἀλήθεια), ciò che si disvela, ciò che non è nascosto — che illumina il senso dell'uomo. Non promette soltanto la vita, ma dona la vita stessa di Dio, quella vita piena — zōḗ (ζωή) — che non si esaurisce nella dimensione biologica, ma partecipa dell'eternità.
Come ricorda sant'Agostino: «Ambula per hominem et pervenies ad Deum» — cammina attraverso l'uomo e giungerai a Dio. Cristo è la via in quanto uomo, è la verità e la vita in quanto Dio. In Lui, l'umano e il divino si incontrano senza confondersi, e proprio per questo Egli diventa il ponte, il passaggio, la comunione. Sant'Ireneo afferma: «La gloria di Dio è l'uomo vivente» (Adversus Haereses IV,20,7), e in Cristo questa vita raggiunge la sua pienezza. La "via", nel linguaggio giovanneo, non è da intendere in senso geografico, ma relazionale: si arriva al Padre attraverso la comunione con Cristo. Non si tratta di percorrere una strada esterna, ma di entrare in una relazione viva, di lasciarsi coinvolgere nella sua vita. «Rimanete in me e io in voi» (Gv 15,4): è questa la logica della fede, che non è semplicemente adesione a delle verità, ma partecipazione a una vita.
Per questo Gesù può chiedere ai discepoli di credere in Lui con la stessa fiducia con cui credono in Dio: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). È una richiesta che tocca il cuore della fede cristiana: riconoscere in Gesù il volto del Padre, affidarsi a Lui senza riserve. Egli è tutto ciò di cui l'uomo ha bisogno per la sua salvezza, perché il Padre è in Lui e opera in Lui per la vita dell'uomo. Come afferma san Tommaso d'Aquino, Cristo è via «inquantum per ipsum devenimus ad Deum» (Summa Theologiae, III, q. 26, a. 1). In un tempo segnato dalla dispersione e dalla frammentazione, questa parola risuona come un invito a ritrovare l'unità: non moltiplicare le strade, ma riconoscere la via; non inseguire verità parziali, ma accogliere la Verità; non accontentarsi di promesse effimere, ma aprirsi alla vita che non passa.
E allora la domanda torna a risuonare, anche per noi, con tutta la sua urgenza: da chi andremo? E la risposta non è un'idea, ma un volto. È Cristo, Via, Verità e Vita, unico accesso al Padre: «Per mezzo di Lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (Ef 2,18). È Lui la strada che non inganna, la verità che non passa, la vita che non muore.
2. Chi vede me vede il Padre
Alla richiesta di Filippo — «Signore, mostraci il Padre e ci basta» — Gesù risponde con una rivelazione che costituisce il cuore della fede cristiana: «Chi ha visto me ha visto il Padre». È una risposta che non solo chiarisce, ma supera la domanda stessa, perché non rimanda a qualcosa di ulteriore: indica una presenza già donata. Il desiderio di vedere Dio è inscritto nel cuore dell'uomo. È il desiderio di contemplare il volto di Dio, quello che la tradizione biblica esprime con l'espressione ebraica panim (פָּנִים), il "volto", che indica non solo l'aspetto visibile, ma la presenza viva, relazionale. Tuttavia, questo desiderio non si realizza attraverso una visione diretta e immediata. Come afferma il Vangelo: «Dio, nessuno lo ha mai visto» (Gv 1,18). E già nell'Antico Testamento si dice: «Nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Es 33,20). La rivelazione di Dio avviene allora attraverso una via diversa: la conoscenza di Gesù. Nel quarto Vangelo, infatti, vedere, conoscere e credere coincidono. Il vedere non è solo percezione sensibile, ma riconoscimento interiore, adesione del cuore. È quello sguardo che nasce dalla fede.
La vera visione di Dio si compie nella relazione con Cristo. La sua umanità diventa il luogo concreto in cui il Padre si lascia conoscere. In Gesù si rende visibile la presenza di Dio, quella presenza che nell'Antico Testamento era indicata con il termine ebraico shekinah (שְׁכִינָה), la dimora di Dio in mezzo al suo popolo. Ora questa presenza non è più legata a un luogo, ma a una persona. «Il Verbo si fece carne e pose la sua dimora in mezzo a noi» (Gv 1,14). I suoi gesti, le sue parole, la sua obbedienza, la sua missione sono la manifestazione viva del piano d'amore di Dio. Come afferma sant'Ireneo, Cristo è "il visibile del Dio invisibile", colui nel quale Dio si rende accessibile all'uomo. E san Giovanni Crisostomo commenta: «Non cercare Dio fuori di Cristo, perché in Lui abita tutta la pienezza della divinità». L'evangelista esprime questa realtà attraverso la formula dell'immanenza: «Io sono nel Padre e il Padre è in me». Si tratta di una comunione profonda di volontà, di amore e di azione. Gesù è nel Padre perché vive in totale obbedienza alla sua missione; il Padre è in Gesù perché in Lui compie la sua opera di salvezza e si comunica all'uomo. È quella comunione che la teologia ha espresso con il termine perichōrēsis (περιχώρησις), una reciproca inabitazione senza confusione.
Ne consegue una verità decisiva: nella misura in cui cresce la conoscenza di Cristo, cresce anche la conoscenza di Dio. Per questo la richiesta di Filippo risulta inadeguata: egli non ha ancora compreso che il Padre si è già reso visibile nel Figlio. Come scrive Benedetto XVI, "chi entra nella relazione con Gesù entra nella relazione con Dio stesso". Questa dinamica coinvolge anche il credente. Ciò che è vero in Cristo in modo pieno, è chiamato a realizzarsi, per grazia, nella vita del discepolo. La fede diventa così partecipazione reale alla vita di Dio, una comunione che trasforma interiormente. San Paolo lo esprime con parole fortissime: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Il credente è chiamato, dunque, a diventare riflesso di questo volto, a rendere visibile nella concretezza dell'esistenza ciò che ha contemplato nella fede. Non si tratta di sostituire Cristo, ma di lasciarlo vivere in sé. È il mistero della trasformazione: dall'incontro nasce una somiglianza, dalla comunione nasce una testimonianza. E così, nella vita del discepolo, torna a manifestarsi — in modo reale, anche se sempre imperfetto — quel volto di Dio che è stato pienamente rivelato in Cristo. Perché chi vede il Figlio, continua a intravedere il Padre.
3. Nell'amore del Risorto: una Chiesa che continua la sua opera
La Parola di questa domenica si apre alla dimensione ecclesiale. Negli Atti degli Apostoli (cf. At 6,1-7) emerge una comunità concreta, attraversata da tensioni, ma capace di trovare nuove vie sotto la guida dello Spirito. Non è una comunità ideale, ma reale, segnata da fragilità e differenze, e proprio per questo luogo in cui lo Spirito opera discernimento e crescita. Nella Prima Lettera di Pietro (cf. 1Pt 2,4-9) i credenti sono descritti come pietre vive, chiamati a edificare un tempio spirituale, una casa in cui Dio abita. Questa immagine richiama il linguaggio biblico della costruzione: non un edificio fatto di pietre morte, ma una comunità viva, fondata su Cristo, «pietra angolare» (cf. Sal 118,22). Il termine greco usato è líthoi zōntes (λίθοι ζῶντες), pietre viventi, che indicano una realtà dinamica, in crescita, sostenuta dalla grazia. La Chiesa non è semplicemente un'organizzazione, ma un organismo vivo, animato dallo Spirito.
Tutto questo trova il suo fondamento nell'amore per Cristo Risorto. La sua partenza, infatti, non segna la fine della sua presenza, ma il suo compimento. Gesù ritorna ai suoi, abita in coloro che lo amano e, attraverso lo Spirito, rende possibile una comunione nuova e profonda: non una manifestazione visibile secondo la carne, ma una presenza reale vissuta nella fede. È ciò che il Vangelo esprime con il verbo greco ménō (μένω), rimanere: «Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). È una presenza che trasforma dall'interno. Come afferma san Leone Magno: «Quod fuit visibile in Christo, transivit in sacramenta Ecclesiae» — ciò che era visibile in Cristo è passato nei sacramenti della Chiesa. Il Risorto continua ad agire nella storia, non più attraverso una presenza fisica limitata, ma attraverso la vita della Chiesa, suo corpo.
Per questo Gesù può affermare che chi crede in Lui compirà opere ancora più grandi (cf. Gv 14,12). Non perché il discepolo sia superiore al Maestro, ma perché l'opera di Cristo continua nella storia attraverso la Chiesa, dilatandosi nello spazio e nel tempo. Il limite storico della vita terrena di Gesù si apre ora alla missione universale dei credenti. Papa Leone XIV ha richiamato con forza questa verità, sottolineando che «la Chiesa non è chiamata a sostituire Cristo, ma a renderlo presente nella storia», e che ogni comunità cristiana vive della sua relazione viva con il Risorto, diventando segno concreto della sua azione nel mondo. Non si tratta di fare qualcosa al posto di Cristo, ma di lasciarlo operare in noi e attraverso di noi. Queste opere si realizzano soprattutto nella preghiera, attraverso la quale il credente diventa luogo dell'azione di Dio. La preghiera non è evasione, ma comunione; non è fuga, ma partecipazione. È il luogo in cui il cuore si apre e si lascia abitare da Dio. Come dice san Paolo: «È Dio infatti che suscita in voi il volere e l'operare secondo il suo disegno d'amore» (Fil 2,13).
La missione della Chiesa consiste nel portare gli uomini a Dio, accompagnandoli verso quella comunione definitiva già annunciata: «Nella casa del Padre mio vi sono molti posti» (Gv 14,2). Non si tratta di uno spazio materiale, ma della comunione piena con Dio. Qui possiamo richiamare il termine ebraico bayit (בַּיִת), casa, che nella Scrittura indica non solo un luogo, ma una relazione, un'appartenenza. Non è uno spazio limitato, ma la certezza che in Cristo ogni uomo è chiamato a partecipare alla vita stessa di Dio. La Chiesa esiste per questo: non per sé stessa, ma per introdurre ogni uomo in questa comunione. Come ricorda il Concilio Vaticano II, essa è «in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1).
Conclusione
La risurrezione di Gesù non è un'illusione, ma una realtà che illumina e trasforma la vita. Non è un'idea consolante né un racconto del passato, ma un evento vivo che continua a operare nella storia. È la luce che ha squarciato le tenebre del sepolcro e che continua a risplendere nel cuore dell'uomo, smascherando le false promesse e restituendo speranza. «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5): è questa la certezza che fonda la fede cristiana. Accogliere questa luce significa entrare in una relazione viva con Cristo, riconoscerlo come via, verità e vita, e lasciarsi coinvolgere nel suo movimento verso il Padre. Non si tratta semplicemente di credere a qualcosa, ma di affidarsi a qualcuno. È un cammino, una sequela, una comunione. È ciò che la Scrittura chiama emunah (אֱמוּנָה), la fede come fiducia, come adesione totale e perseverante. È il lasciarsi condurre, anche quando non tutto è chiaro, anche quando il cuore attraversa il turbamento. Così la fede non rimane chiusa nell'interiorità, ma diventa vita vissuta, testimonianza concreta, riflesso della presenza di Cristo nel mondo. Non è una realtà privata, ma una luce che si diffonde. Come ricorda san Paolo: «Comportatevi come figli della luce» (Ef 5,8). La vita del credente è chiamata a diventare trasparenza del Vangelo, segno discreto ma reale della presenza di Dio nella storia. E il credente, trasformato dall'incontro con Lui, diventa a sua volta segno. Non perfetto, non senza fragilità, ma reale. Diventa luogo in cui altri possono intravedere una strada, riconoscere una verità, intuire una vita più grande. Come afferma sant'Agostino: «Siate ciò che vedete e ricevete ciò che siete» (Serm. 272): lasciarsi trasformare da Cristo per diventare presenza di Cristo. In un mondo spesso disorientato, in cui molte voci si sovrappongono e confondono, la testimonianza del credente acquista un valore decisivo. Non attraverso parole forti o gesti straordinari, ma nella fedeltà quotidiana, nella carità concreta, nella speranza che non si spegne. Come ricorda anche Papa Leone XIV, il cristiano è chiamato a essere "segno di una presenza che non si impone, ma si dona", riflesso umile ma autentico dell'amore di Dio. E allora la Pasqua non rimane un evento da ricordare, ma diventa una vita da vivere. Una luce da accogliere e da trasmettere. Un cammino da percorrere insieme, verso quella casa del Padre in cui ogni inquietudine trova finalmente pace, ogni ricerca trova compimento, ogni vita trova pienezza.
Vergine Maria, Donna tramite cui Dio ha rivelato il suo volto umano in Cristo tuo Figlio, ragion per cui chi vede Lui vede il Padre, aiutaci dal cielo dove vivi in pienezza di spirito e di corpo nella gloria dell'Onnipotente, a vivere il nostro quotidiano attraversando l'unica Via, la sola Vita, l'ineguagliabile Verità che è il Verbo incarnato in te, avendo come orizzonte e meta la Casa del Padre dove Egli ci attende per i festeggiamenti eterni dove morte, dolore, tristezza e pianto non sono più. Ma là dove tutto sembra finire, fa' che possiamo intravedere ciò che ci attende: lì dove trabocca, come un torrente in piena, la gioia dei cieli nuovi e della terra nuova.
don Nicola De Luca


