UNA PAROLA VICINA CHE ILLUMINA IL MONDO E RIACCENDE LA SPERANZA

DOMENICA 25 GENNAIO 2026
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A
Domenica della Parola di Dio
Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino Mt 4, 12-23
Introduzione
L'invito alla conversione e l'annuncio dell'avvento del Regno dei cieli attraversano come una costante le pagine del Vangelo di Matteo, quasi come un ritornello che accompagna l'intera vicenda di Gesù. Fin dall'inizio della sua predicazione, risuona l'appello essenziale: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Non si tratta di un richiamo occasionale o di una parola riservata a momenti straordinari della vita, ma di una chiamata permanente, che risuona dentro la storia concreta degli uomini. È una parola che non resta in superficie, perché non si limita a correggere i comportamenti, ma raggiunge il cuore stesso dell'esistenza. Per questo la conversione non può essere ridotta a un'esortazione moralistica o a un semplice cambio di rotta etica. Il termine evangelico μετάνοια (metánoia)indica un cambiamento profondo dello sguardo e della mente, un nuovo modo di comprendere Dio, se stessi e la realtà. Essa tocca il modo di stare al mondo, di guardare la vita, di abitare il tempo e le relazioni. Convertirsi significa lasciarsi mettere in discussione nel profondo, permettere a Dio di orientare nuovamente il centro della nostra vita. È un movimento interiore, spesso silenzioso e lento, che nasce dall'incontro con una Presenza che precede ogni nostro passo. Come ricorda Origene, la conversione autentica non nasce dalla paura del giudizio, ma dall'attrazione esercitata dal bene che si manifesta. La conversione, infatti, è prima di tutto un ritorno: un ritorno verso il cuore del Padre per mezzo del cuore del Figlio. La Scrittura lo esprime con il verbo ebraico שׁוּב (shuv), che indica il tornare indietro, il rientrare nella relazione spezzata, il ritrovare la strada di casa. Non è l'uomo che, con le sue sole forze, risale verso Dio, ma è Dio che in Cristo scende verso l'uomo e lo prende per mano. È l'esperienza di sentirsi cercati prima ancora di cercare, attesi prima ancora di decidere. «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10). In questo movimento si rivela il volto di un Dio che non si stanca di ricondurre a sé i suoi figli. Cristo è il Regno che si è fatto vicino, prossimo, imminente. L'espressione evangelica ἤγγικεν (ēnghiken) – "si è fatto vicino" – dice una prossimità ormai irreversibile. Il Regno dei cieli non è una realtà lontana, né un'utopia spirituale da collocare in un futuro indefinito. È una realtà che ha un volto, una voce, uno sguardo. È Gesù stesso. In Lui Dio ha deciso di non restare lontano, di non osservare la storia da una distanza rassicurante, ma di entrarvi pienamente, assumendo le sue fragilità, condividendo le sue fatiche, attraversando le sue oscurità. Come afferma Ireneo di Lione, «la gloria di Dio è l'uomo vivente», e questa gloria si manifesta quando Dio si fa vicino all'uomo fino a condividere la sua condizione. Con Cristo il cielo ha toccato la terra. La speranza non è più una promessa vaga, ma una presenza concreta che cammina con l'uomo. L'annuncio del Regno non genera paura, ma apre alla fiducia; non schiaccia, ma rialza; non allontana, ma avvicina. È l'annuncio di un Dio che si fa vicino per salvare, per guarire, per dare alla vita un orizzonte nuovo, anche quando tutto sembra chiuso o smarrito. In Gesù si compie la parola del profeta: «Io, il Signore, sono con te per salvarti» (Ger 1,8), e questa vicinanza diventa il fondamento di ogni autentico cammino di conversione. Come ricorda la teologia contemporanea, la conversione cristiana non nasce da uno sforzo volontaristico dell'uomo, ma dall'accoglienza di una presenza che precede e trasforma. Piero Coda osserva che «il cuore del Vangelo non è un'idea né un codice morale, ma un evento di comunione: Dio che si dona all'uomo e, donandosi, lo rende capace di un'esistenza nuova». In questa luce, la metanoia appare come risposta grata a una prossimità già offerta, come apertura fiduciosa a un Dio che ha scelto di abitare la nostra storia e di camminare con noi.
1. Convertirsi: rientrare nel cuore di Cristo
Convertirsi significa rientrare nel cuore di Cristo per essere lentamente e profondamente assimilati alla sua vita, alla sua luce, alla sua verità, alla sua eterna carità. La conversione non è un atto improvviso né un gesto isolato, ma un cammino che coinvolge l'intera esistenza. È il movimento di chi accetta di non restare alla superficie di sé, di chi consente al proprio cuore di essere raggiunto, toccato e trasformato dal cuore stesso del Figlio. Non è un evento che si consuma una volta per tutte, ma una disposizione interiore che si rinnova giorno dopo giorno, come un lasciarsi continuamente attrarre da Cristo. Convertirsi, in questo senso, non è innanzitutto cambiare qualcosa, ma tornare a Qualcuno. È rientrare in una relazione, lasciarsi avvolgere da una Presenza che dà forma nuova alla vita. Nel cuore di Cristo impariamo a guardare come Lui guarda, ad amare come Lui ama, a sentire come Lui sente. È qui che il nostro cuore, spesso disperso e frammentato, ritrova unità e direzione. La Scrittura parla del cuore come del centro profondo della persona, il לֵב (lev), il luogo delle decisioni, della memoria e dell'ascolto di Dio. Convertirsi significa permettere che questo cuore sia nuovamente unificato attorno a Cristo, perché «dove è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
In questo rientrare nel cuore del Figlio veniamo introdotti anche nel cuore del Padre. Non esiste accesso diretto al Padre che non passi attraverso Cristo: «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6). È Lui che ci conduce dentro la vita stessa di Dio, permettendoci di condividere la luce del Padre che illumina ogni oscurità, la verità del Padre che libera dalle menzogne, l'amore del Padre che salva senza condizioni. La conversione diventa così un'esperienza filiale: non il cammino di chi teme, ma di chi si scopre figlio. Come ricorda san Paolo, «non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno Spirito da figli adottivi» (Rm 8,15). Convertirsi significa dunque lasciarsi generare di nuovo da questa relazione, accettando di vivere non più da estranei, ma da figli amati. Come sottolinea Enzo Bianchi, «la conversione cristiana non consiste anzitutto in un mutamento di comportamenti, ma nell'entrare in una relazione che ci precede e ci supera: l'incontro con Cristo che unifica il cuore e lo rende capace di amare». In questa prospettiva, il cammino della metanoia appare come un ritorno alla sorgente della vita, dove l'uomo ritrova se stesso solo perché si lascia ritrovare da Dio.
Quando questo accade, qualcosa cambia anche nel nostro modo di stare nel mondo. Non siamo più semplicemente destinatari della luce, ma diventiamo a nostra volta riflesso di quella luce. Gesù lo dice con chiarezza: «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). È così che possiamo diventare anche noi Galilea delle genti: non un luogo geografico, ma uno spazio esistenziale in cui la luce del Vangelo può tornare a splendere nel cielo degli uomini. Una luce che non abbaglia né giudica, ma rischiara, accompagna, orienta. È la luce che nasce dall'incontro con Cristo e si diffonde nella quotidianità delle relazioni, dei gesti semplici, delle ferite condivise. È dentro questa logica che va compreso il passaggio di Gesù da Nazaret a Cafarnao. Non è un semplice spostamento geografico, né una scelta dettata dalla convenienza, ma un dato teologico di grande rilievo. L'evangelista Matteo legge questo evento alla luce della profezia di Isaia: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1; cf. Mt 4,16). Gesù non inaugura il suo ministero pubblico da Gerusalemme, centro della religiosità ebraica, luogo del tempio e delle istituzioni, dove si concentravano le attese messianiche e la sicurezza religiosa. Non parte dal cuore riconosciuto, ordinato e garantito della fede.
Gesù sceglie invece di partire dalla periferia della Palestina, dalla Galilea dei gentili. Una terra di confine, segnata dalla mescolanza dei popoli, dal paganesimo, dall'idolatria e da una moralità fragile. Una regione spesso guardata con sospetto, considerata impura e marginale. È la Galilea delle genti, simbolo di una umanità lontana dai centri del potere religioso e culturale, ma proprio per questo più esposta al desiderio di salvezza. Come osserva la tradizione patristica, Dio ama iniziare la sua opera là dove l'uomo non si aspetterebbe nulla, per mostrare che la salvezza è dono e non conquista. Con questa scelta Gesù rovescia le attese e rompe definitivamente il particolarismo religioso. L'annuncio del Regno non è riservato a pochi, né nasce dai luoghi del privilegio spirituale. Comincia là dove la vita è più mescolata, più ferita, più incompiuta. Comincia nelle periferie, perché è lì che il Vangelo può manifestare tutta la sua forza di guarigione e di luce. È la logica di un Dio che non attende l'uomo nei luoghi della perfezione, ma lo raggiunge nelle sue fragilità, là dove la sete di senso è più viva. Secondo san Gregorio di Nissa, la vera conversione non si esaurisce in un momento preciso, ma rappresenta un percorso ininterrotto e senza confini. Nel suo pensiero, l'avvicinarsi progressivo a Dio alimenta costantemente il desiderio interiore dell'uomo, generando una crescita continua che sfocia nel ritrovarsi immersi nell'amore divino. Questo cammino spirituale è quindi caratterizzato da una dinamica di incessante ricerca e approfondimento del rapporto con Dio.
Convertirsi significa allora accettare questo spostamento anche dentro di noi: lasciare i luoghi della falsa sicurezza religiosa e permettere a Cristo di raggiungerci nelle nostre Galilee interiori, là dove convivono luce e ombra, fede e fragilità, desiderio di Dio e paura. È proprio lì che il Regno si fa vicino, ἤγγικεν (ēnghiken), come annuncia Gesù. La luce si manifesta quando ci lasciamo incontrare da Cristo così come siamo, accogliendo la Sua presenza nella nostra vita quotidiana. Secondo san Gregorio di Nissa, la conversione è un percorso continuo, senza limiti, in cui il desiderio cresce costantemente attraverso l'incontro con Dio e l'apertura del nostro cuore alla Sua azione. La metanoia è quindi un cammino fiducioso in Cristo che porta gradualmente alla crescita nell'amore e alla trasformazione interiore della persona.
2. La speranza che nasce quando la luce visita le tenebre
Dentro l'annuncio della conversione si apre inevitabilmente lo spazio della speranza. Non una speranza superficiale o consolatoria, ma una speranza che nasce nel cuore stesso della realtà, là dove la Scrittura non ha paura di nominare le tenebre. Il profeta Isaia descrive una terra ferita, oppressa, segnata dal peso della storia e dall'ombra della morte; e tuttavia è proprio lì che risuona una parola sorprendente: «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1). Come osserva il teologo Walter Kasper, «la speranza cristiana nasce dal fatto che Dio ha preso sul serio la storia dell'uomo fino a entrarvi personalmente, condividendone le contraddizioni e aprendo dall'interno un futuro nuovo», e questa discesa diventa il fondamento stesso della speranza biblica. La speranza biblica non consiste nel negare il buio, ma nel credere che il buio non è definitivo, che la storia non è chiusa, che Dio può ancora aprire un varco di luce. Nel Vangelo questa speranza non resta più solo promessa, ma diventa presenza concreta. In Gesù la luce non rimane distante, non illumina dall'alto come un'idea astratta o un ideale irraggiungibile. È una luce che entra nella storia, che la attraversa, che la assume. Il Prologo di Giovanni lo dice con parole decisive: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5). Il Verbo ha piantato la sua tenda in mezzo a noi (cf. Gv 1,14), assumendo fino in fondo la condizione umana. La speranza cristiana nasce da questo abbassamento di Dio, da questo suo scegliere di abitare le notti dell'uomo.
Per questo la speranza non coincide con l'attesa ingenua di tempi migliori, né con l'illusione di una vita senza ferite. È piuttosto la certezza che Dio è presente e operante anche quando tutto sembra bloccato o compromesso. San Paolo parla di una speranza che «non delude» (Rm 5,5), perché fondata non sulle capacità dell'uomo, ma sulla fedeltà di Dio. È una speranza pasquale, che matura nella perseveranza più che nell'entusiasmo, nella fiducia più che nell'euforia. Come ricorda Benedetto XVI, la speranza cristiana non è semplicemente "attesa del futuro", ma una presenza che trasforma già l'oggi. In questa stessa linea, Piero Coda sottolinea che la speranza cristiana nasce dall'evento di un Dio che si dona nella storia e apre dall'interno le sue possibilità nuove: non è evasione dal reale, ma una forza che lo rigenera. La speranza, dunque, non sottrae alla responsabilità, ma la fonda; non anestetizza il dolore, ma lo attraversa orientandolo a un compimento.
Accogliere questa speranza significa permettere alla luce di raggiungerci proprio là dove portiamo le nostre ombre. La Bibbia chiama questo luogo il לֵב (lev), il cuore, centro profondo della persona, spazio delle decisioni e dell'ascolto. Anche le nostre Galilee interiori, segnate da fragilità, paura e incompiutezza, possono diventare luogo di rivelazione. La luce del Regno non cancella la notte, ma la attraversa; non elimina le domande, ma le apre a un senso più grande; non giudica dall'esterno, ma riscalda dall'interno.
È qui che conversione e speranza si intrecciano. Convertirsi non è anzitutto uno sforzo morale, ma la risposta fiduciosa a una luce che ci precede. Come scrive Eschilo, «anche nella notte più profonda può sorgere un giorno inatteso». Gesù annuncia un Regno che ἤγγικεν (ēnghiken), che si è fatto vicino, prossimo, reale. La speranza nasce quando ci accorgiamo che Dio è già all'opera, che non siamo lasciati soli dentro la complessità della storia. Non siamo noi a dover creare la speranza: siamo chiamati ad accoglierla, a custodirla, a lasciarla crescere. Solo chi vive di questa speranza può rimettersi in cammino senza paura. Solo chi si lascia illuminare può accettare di cambiare strada. La speranza non immobilizza, ma mette in movimento; non chiude nel passato, ma apre al futuro di Dio. È il respiro nuovo che prepara il cuore alla sequela, perché chi ha incontrato la luce non può più restare prigioniero delle tenebre.
3. La chiamata e la sequela: una speranza che mette in cammino
Nel Vangelo, la chiamata a seguire Gesù avviene quasi sempre dentro eventi apparentemente ordinari, inseriti nella trama semplice e spesso ripetitiva della vita quotidiana. Non ci sono scenari straordinari né contesti solenni: Gesù passa lungo il lago, incontra uomini immersi nel loro lavoro, intenti a gettare o a riordinare le reti. È lì che la sua parola irrompe, sorprende, scompiglia. Scrive Christoph Theobald: «il Vangelo non irrompe nella vita dall'esterno, ma si insinua nelle pieghe dell'esistenza ordinaria, trasformandola dall'interno senza cancellarne la concretezza». La sequela di Cristo nasce così, sulle rive del lago di Galilea, con le prime coppie di fratelli, e sul monte, con la chiamata dei Dodici. È una chiamata che non strappa l'uomo dalla sua storia, ma la visita dall'interno, trasformandola lentamente. In ogni contesto, però, la dinamica è sempre la stessa: la vocazione comporta un lasciare per seguire. Si lasciano le reti, si lasciano le barche, si lasciano le sicurezze costruite nel tempo. Talvolta si lasciano anche i progetti personali, le aspettative, perfino un'immagine di sé. Non perché ciò che si lascia sia cattivo o inutile, ma perché l'incontro con Cristo apre a qualcosa di più grande, capace di dare un senso nuovo a tutto. Il verbo evangelico della sequela, ἀκολουθεῖν (akoloutheîn), indica proprio questo: camminare dietro a Lui, fidarsi della sua direzione, accettare di non avere tutto sotto controllo. È una rinuncia che non nasce dalla paura, ma dalla speranza di una vita piena.
Seguire Cristo significa accoglierlo come unico Signore della vita. Non come uno dei tanti riferimenti possibili, non come una voce tra le altre, ma come Colui che orienta l'esistenza. Significa lasciarsi plasmare dalla sua Parola, permettere che essa entri nelle pieghe della vita concreta, trasformi il modo di pensare, di scegliere, di amare. Come ha affermato Papa Leone XIV, «seguire Cristo non significa avere tutto chiaro, ma fidarsi della sua presenza che precede ogni nostra decisione e rende possibile il cammino». Seguire Gesù è imparare a vivere come Lui, a guardare la realtà con il suo sguardo, a cercare ogni giorno di realizzare, dentro la storia, il progetto del Padre. È una sequela che non si fonda sull'eroismo, ma sulla fiducia; non sull'efficienza, ma sulla relazione. In questo senso, la sequela è profondamente legata alla speranza. Solo chi spera può lasciare; solo chi intravede un futuro può accettare di staccarsi dal presente. La chiamata di Gesù apre davanti ai discepoli un orizzonte nuovo, non sempre chiaro, ma affidabile. È la speranza di chi si mette in cammino senza sapere tutto, ma sapendo con Chi cammina. San Paolo lo esprime con parole essenziali: «Tutto posso in colui che mi dà la forza» (Fil 4,13). La speranza cristiana non elimina la fatica del seguire, ma la rende abitabile.
È questo che l'apostolo Paolo ricorda con forza alla comunità di Corinto. Di fronte alle divisioni, alle contrapposizioni, alle appartenenze che rischiano di prendere il posto di Cristo, Paolo richiama all'essenziale: «È forse diviso il Cristo?» (1Cor 1,13). Cristo non appartiene a nessuno, non può essere frammentato né utilizzato per affermare sé stessi. Henri de Lubac annota: «la Chiesa non è un'opera dell'uomo, ma il luogo in cui la croce di Cristo continua a generare comunione». La Chiesa non nasce dalla bravura dei suoi membri né dalla sapienza delle parole persuasive, ma dalla croce di Cristo e dall'annuncio del Vangelo: «Cristo, infatti, non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo» (1Cor 1,17). È la croce, segno di una speranza paradossale, a fondare la comunione ecclesiale. Per questo la missione della Chiesa non è l'esaltazione di figure, di ruoli o di strategie, ma la testimonianza semplice e fedele del Vangelo. È la missione di tutti noi, popolo santo di Dio, in ogni ordine, grado e ministero. Una missione che non si svolge in acque tranquille, ma spesso in acque torbide e tempestose, segnate da contraddizioni, fatiche, smarrimenti. E tuttavia è proprio lì che il Signore continua a gettare la sua rete, affidando alla Chiesa il compito di pescare i cuori dell'umanità. Seguire Cristo significa allora accettare questa chiamata con fiducia e disponibilità, senza pretendere garanzie immediate, certi però che il Vangelo resta una parola capace di generare futuro. Come ha ricordato Benedetto XVI, la Chiesa non cresce per proselitismo, ma per attrazione: è la speranza che nasce dall'incontro con Cristo a rendere credibile la sequela. Una speranza che non delude, perché fondata non su ciò che facciamo noi, ma su ciò che Dio continua a compiere nella storia.
Conclusione
La Parola di Dio, in questa domenica, ci consegna così un cammino unitario e profondamente umano: conversione, speranza e sequela non sono tappe separate, ma dimensioni intrecciate di un'unica esperienza di fede. Convertirsi significa rientrare nel cuore di Cristo; sperare significa lasciarsi illuminare dalla luce che visita le tenebre; seguire significa mettersi in cammino dietro di Lui con fiducia. È un percorso che non chiede perfezione, ma disponibilità; non sicurezza, ma affidamento. Come scrive il cardinale Carlo Maria Martini, «la fede non è il rifugio dei forti, ma la casa di chi accetta di lasciarsi guidare dalla Parola anche quando non vede tutta la strada». Come ricorda l'apostolo Paolo, «è Dio che suscita in voi il volere e l'operare» (Fil 2,13): la vita cristiana nasce sempre da una grazia che precede e sostiene. Il Vangelo ci ricorda che Dio non attende l'uomo nei luoghi ideali o nei momenti riusciti della vita, ma lo raggiunge là dove si trova. È nella Galilea delle genti, nelle periferie della storia e del cuore, che il Regno si fa vicino. È lì che la luce comincia a splendere, è lì che nasce una speranza capace di rimettere in piedi, di rialzare, di riaprire il futuro. «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1): una luce che non cancella il buio, ma lo attraversa. Come afferma Jürgen Moltmann, «la speranza cristiana non nasce dalla rimozione del dolore, ma dalla scoperta che Dio è presente proprio là dove la storia sembra senza futuro». La fede cristiana non è evasione dal reale, ma immersione nella storia con uno sguardo nuovo, quello di chi crede che Dio è già all'opera, anche quando tutto appare fragile o incompiuto. Seguire Cristo, allora, non è aderire a un'idea o a un progetto astratto, ma entrare in una relazione viva che trasforma l'esistenza. È accettare di lasciare ciò che trattiene per ricevere ciò che libera. È scegliere di non restare fermi nelle proprie reti, ma di fidarsi di una Parola che chiama e promette vita: «Venite dietro a me» (Mt 4,19). La sequela nasce dalla speranza e, a sua volta, la custodisce: solo chi spera può lasciare, solo chi si affida può camminare. Come ricorda Ermes Ronchi, il Vangelo non chiede eroi, ma uomini e donne capaci di fidarsi di una promessa più grande delle proprie paure. Questo vale per ogni discepolo e per la Chiesa intera. Anche oggi il Signore continua a passare lungo le rive della nostra quotidianità e a chiamare. Continua a gettare la rete del Vangelo nelle acque spesso agitate della storia, affidando alla Chiesa non il compito di dominare o convincere, ma quello di testimoniare, con semplicità e verità, che «il Regno di Dio è vicino» (Mc 1,15), che la luce non si è spenta, che la speranza non è venuta meno.
O Vergine Maria, Madre amorevole e sollecita, a Te affidiamo con piena fiducia il nostro cammino. Guidaci con la Tua mano materna lungo le strade della vita, custodiscici nei momenti di smarrimento e donaci la forza di procedere con coraggio e speranza verso Tuo Figlio, che ci attende con cuore misericordioso. Sii per noi luce nel buio, conforto nelle prove e segno certo della presenza divina; accompagna ogni nostro passo perché sia sempre rivolto all'incontro con Gesù.
don Nicola De Luca
