UN PADRE CHE NON SI ARRENDE AL NOSTRO “NO”

26.09.2026

DOMENICA 27 SETTEMBRE 2026

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Pentitosi andò. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio Mt 21,28-32


Introduzione

La pericope evangelica di questa domenica si inserisce in una delle sequenze narrative più intense e drammatiche del Vangelo di Matteo. Gesù è ormai giunto a Gerusalemme. Ha fatto il suo ingresso nella città santa, è entrato nel Tempio e ha compiuto il gesto profetico della cacciata dei venditori. Da questo momento il confronto con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo diventa sempre più serrato, acceso e pungente. L'ombra della passione comincia ormai ad allungarsi sul racconto evangelico e ogni parola pronunciata da Gesù acquista una particolare gravità. Anche il luogo nel quale avviene il confronto è significativo: il Tempio, cuore religioso d'Israele, luogo della presenza di Dio, della preghiera e dell'incontro dell'uomo con Lui. Ed è proprio lì che viene posta a Gesù una domanda decisiva: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?» (Mt 21,23). Non è una semplice curiosità. Dietro quella domanda si nasconde il problema fondamentale che accompagnerà gli ultimi giorni della vita pubblica di Cristo: riconoscere oppure rifiutare l'agire di Dio che si manifesta nella sua persona. Gesù non risponde immediatamente. Rimanda i suoi interlocutori a Giovanni Battista e domanda loro da dove provenisse il suo battesimo: «Dal cielo o dagli uomini?» (Mt 21,25). La domanda li mette in difficoltà, perché Giovanni era stato il grande profeta della conversione. Essi avevano ascoltato la sua predicazione, avevano visto uomini e donne cambiare vita, avevano assistito alla risposta dei peccatori al suo appello; e tuttavia non avevano creduto. È precisamente a questo punto che Gesù racconta la parabola dei due figli. Non siamo dunque davanti a un semplice insegnamento morale sull'obbedienza o sulla necessità di mantenere la parola data. La questione è infinitamente più profonda. Gesù sta mettendo i suoi interlocutori davanti alla possibilità drammatica di appartenere esteriormente al mondo di Dio e, nello stesso tempo, di non riconoscere Dio quando Egli realmente passa nella nostra vita. È quasi l'anticipazione di quel dramma che Giovanni esprimerà nel Prologo del suo Vangelo con parole lapidarie: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Matteo inserisce questa parabola all'interno di una triade particolarmente forte. Alla parabola dei due figli seguiranno quella dei vignaioli omicidi e quella degli invitati alle nozze che rifiutano l'invito. Tre racconti diversi, ma attraversati da un medesimo filo conduttore: Dio prende l'iniziativa, viene incontro all'uomo, chiama, manda, invita, affida la sua vigna; e proprio davanti a questa iniziativa di Dio viene alla luce la verità del cuore umano. È un dramma che attraversa l'intera storia della salvezza. Dio non si stanca di parlare all'uomo, ma l'uomo può stancarsi di ascoltare Dio. Egli manda i profeti, suscita Giovanni il Battista e infine manda il Figlio, ma alla fedeltà instancabile di Dio può contrapporsi la resistenza dell'uomo. È la grande contraddizione che attraversa la storia biblica: Dio continua a cercare l'uomo e l'uomo può continuare a sottrarsi alla sua voce. La tradizione patristica ha letto con grande serietà questa contrapposizione tra i due figli. Agostino, Girolamo e altri Padri vi hanno riconosciuto anche il dramma più ampio della storia della salvezza: da una parte chi aveva inizialmente resistito alla volontà di Dio e successivamente si era aperto alla fede; dall'altra chi professava la propria appartenenza a Dio, ma rischiava di non riconoscerne concretamente la visita. Ma la parabola non può essere rinchiusa semplicemente in una contrapposizione tra due gruppi del passato. Essa rimane una parola rivolta alla coscienza di ogni credente. Dobbiamo infatti evitare una lettura tanto facile quanto pericolosa. Gesù non sta pronunciando un giudizio indiscriminato sull'intero popolo d'Israele, né possiamo trasformare questa pagina in una contrapposizione semplicistica tra Israele e la Chiesa. Gli interlocutori immediati sono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, ma la parola profetica rivolta a loro attraversa il tempo e raggiunge anche noi. Perché la tentazione che Gesù denuncia non appartiene a una categoria di persone: appartiene al cuore religioso dell'uomo. Ed è una tentazione sottile: sentirsi talmente vicini a Dio da non avvertire più il bisogno di lasciarsi convertire da Lui. Possiamo conoscere la Scrittura, frequentare il Tempio, osservare le pratiche religiose, pronunciare parole corrette e perfino parlare di Dio, e tuttavia il cuore può lentamente diventare impermeabile alla novità della sua Parola. La familiarità con le cose di Dio non coincide necessariamente con la familiarità con Dio. Gesù lo aveva già detto con estrema chiarezza nel discorso della montagna: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La parabola dei due figli sembra quasi trasformare questa affermazione in un racconto. Uno dei due figli conosce la parola giusta, sa come rispondere al padre, pronuncia il suo «Sì, signore»; ma poi non va. La correttezza della risposta non diventa verità dell'esistenza. La parabola di oggi è letterariamente brevissima, quasi scarna nella sua costruzione. Gesù non ci dice il nome dei due figli, non racconta la loro storia precedente e non descrive neppure il loro carattere. Tutto è concentrato in pochissimi elementi: un padre, due figli, una vigna, una chiamata, due risposte e, soprattutto, due comportamenti. Il primo figlio risponde senza alcuna diplomazia: «Non ne ho voglia». È un no esplicito, netto, persino urtante. Eppure, quel no non sarà l'ultima parola. Il testo evangelico introduce una svolta racchiusa in poche parole: «Poi si pentì e vi andò». Il secondo, invece, risponde nel modo apparentemente migliore: «Sì, signore». Le parole sono perfette, rispettose, quasi religiose; eppure, quel sì non diventa movimento, scelta, vita. Gesù capovolge così il criterio delle apparenze. Si può essere apparentemente lontani e cominciare a camminare verso Dio; si può apparire vicinissimi e rimanere immobili. Si può aver pronunciato un no che la grazia riesce ancora a raggiungere e trasformare, e si può pronunciare un sì che rimane soltanto sulle labbra. È qui che comprendiamo la durezza delle parole conclusive di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Non perché il peccato diventi improvvisamente irrilevante o perché Gesù benedica una vita lontana dalla volontà di Dio. È vero esattamente il contrario: quei pubblicani e quelle prostitute hanno creduto alla predicazione di Giovanni e hanno permesso alla parola ricevuta di mettere in discussione la loro esistenza. Gli altri, invece, «pur avendo visto queste cose», dice Gesù, non si sono lasciati condurre al pentimento. E allora la vera linea di separazione non passa semplicemente tra giusti e peccatori, tra vicini e lontani, tra osservanti e trasgressori. Passa dentro il cuore dell'uomo: tra chi continua a ritenersi autosufficiente davanti a Dio e chi conserva ancora la capacità di lasciarsi raggiungere, ferire e cambiare dalla sua Parola. Forse è proprio questa la prima grande buona notizia custodita nella parabola: nessun no dell'uomo è necessariamente definitivo. Finché rimane aperta la possibilità di lasciarsi raggiungere da Dio, anche una strada sbagliata può cambiare direzione. Il passato non diventa una prigione e il peccato non possiede l'ultima parola sull'uomo. Ma c'è un particolare ancora più profondo che precede perfino il sì e il no dei due protagonisti. Gesù avrebbe potuto raccontare la storia di un padrone e di due servi. Sarebbe stato perfettamente naturale: c'è una vigna, c'è un lavoro da compiere, c'è qualcuno che manda e qualcuno che viene mandato. E invece Gesù sceglie deliberatamente un'altra relazione. Quei due uomini non sono servi. Sono figli. Prima della vigna, prima del lavoro, prima dell'obbedienza e della disobbedienza, prima persino del loro sì e del loro no, c'è una relazione che nessuna delle due risposte riesce immediatamente a cancellare. C'è un padre che continua a chiamarli: «Figlio». Ed è proprio da questo padre che dobbiamo cominciare.

1. Un padre che non si arrende al nostro "no"

C'è un particolare decisivo nella parabola dal quale occorre partire per comprenderne la profondità teologica. Gesù non parla di un padrone e di due servi, ma di un padre e dei suoi due figli. La precisazione non è marginale, perché determina il significato di tutto ciò che seguirà. Prima della vigna e del lavoro che deve essere compiuto, prima dell'obbedienza e della disobbedienza, prima perfino del sì e del no pronunciati dai due figli, esiste una relazione che li precede: la relazione filiale. La volontà del padre non raggiunge dunque due estranei o due semplici esecutori, ma coloro che appartengono alla sua casa e vivono già dentro un legame con lui. Il testo greco rende particolarmente significativo questo aspetto. Il padre si rivolge al primo chiamandolo téknon (τέκνον), «figlio»: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna» (Mt 21,28). Téknon non indica qui soltanto una discendenza biologica, ma porta con sé il linguaggio concreto della relazione familiare. Prima di chiedergli qualcosa, il padre si rivolge a lui riconoscendolo come figlio. Il comando è dunque preceduto dalla relazione e collocato al suo interno. Dio non cerca semplicemente esecutori della propria volontà, ma figli che imparino a riconoscere nella sua volontà non l'arbitrio di un padrone, bensì il progetto di un Padre.

Anche l'avverbio «oggi», sémeron (σήμερον), merita attenzione. Nella rivelazione biblica l'«oggi» è frequentemente il tempo concreto nel quale la parola di Dio domanda una risposta. Il Salmo ammonisce: «Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore» (Sal 95,7-8); nel Vangelo di Luca, nella sinagoga di Nazaret, Gesù proclamerà: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21). La chiamata di Dio non appartiene semplicemente al passato e non viene rinviata a un futuro indefinito: raggiunge l'uomo nel presente della sua esistenza. Anche il figlio della parabola viene chiamato nell'oggi della sua libertà, là dove può accogliere oppure respingere la volontà del padre. La risposta del primo figlio è netta: «Non ne ho voglia» (Mt 21,29). Il testo non cerca di attenuarne il rifiuto. Quel figlio non offre giustificazioni e non salva le apparenze; manifesta apertamente la propria indisponibilità. E tuttavia è proprio a questo punto che il comportamento del padre diventa teologicamente eloquente. Gesù non riferisce alcuna reazione punitiva, nessuna minaccia, nessuna costrizione. Il padre non annulla la libertà del figlio neppure quando essa viene esercitata contro la sua volontà. Continua a riconoscerlo implicitamente dentro quella relazione filiale dalla quale era partita la chiamata.

Si manifesta qui un tratto fondamentale dell'agire di Dio nella storia della salvezza: la sua onnipotenza non sopprime la libertà dell'uomo, ma la suscita e la attende. Il libro della Sapienza lo esprime in una formulazione particolarmente intensa: «Tu hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento» (Sap 11,23). Proprio perché Dio è onnipotente può essere paziente; non ha bisogno di imporsi con la forza. La sua pazienza non equivale a indifferenza nei confronti del peccato, ma costituisce lo spazio nel quale la libertà dell'uomo può essere raggiunta nuovamente dalla grazia. Benedetto XVI ha insistito più volte su questo paradosso della potenza divina, che non si manifesta come dominio arbitrario sull'uomo, ma come amore capace di rispettarne la libertà. La fede cristiana, infatti, non concepisce Dio come un concorrente dell'uomo, quasi che per affermare la propria sovranità Egli debba diminuire la libertà della creatura. Al contrario, la libertà raggiunge la sua verità proprio quando entra liberamente nella relazione con Dio. È questa la logica che attraversa anche la parabola: il padre manifesta la propria autorità chiamando il figlio, ma non trasforma quella chiamata in costrizione.

Dopo il rifiuto avviene infatti ciò che costituisce la svolta narrativa e spirituale del racconto: «Poi si pentì e vi andò» (Mt 21,29). Matteo adopera il verbo metamélomai (μεταμέλομαι), che esprime il ripensamento, il rammarico per una decisione precedentemente assunta e il conseguente cambiamento di atteggiamento. È un termine che va distinto da metánoia (μετάνοια), parola più ampia con cui il Nuovo Testamento indica la conversione come radicale cambiamento della mente, del cuore e dell'orientamento dell'esistenza. In questa parabola, tuttavia, il ripensamento non rimane un sentimento interiore: produce un comportamento nuovo. Il figlio che aveva detto «non voglio» effettivamente va nella vigna. La modifica della disposizione interiore diventa modifica della condotta. La scelta di metamélomai acquista ulteriore rilievo perché Matteo riprende lo stesso verbo alla conclusione della pericope. Rivolgendosi ai capi dei sacerdoti e agli anziani, Gesù afferma che Giovanni era venuto «sulla via della giustizia» e che essi non gli avevano creduto; i pubblicani e le prostitute, invece, gli avevano creduto. E aggiunge: «Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Mt 21,32). Il problema dei suoi interlocutori non consiste dunque soltanto nell'avere assunto inizialmente una posizione sbagliata, ma nell'essere rimasti incapaci di ripensarla perfino davanti all'evidenza di vite trasformate.

La parabola rivela così uno dei tratti più profondi della paternità di Dio: il Padre non identifica definitivamente l'uomo con il suo rifiuto. La Scrittura è attraversata da questa convinzione. Israele può allontanarsi dall'alleanza e tuttavia Dio continua a richiamarlo; Davide può conoscere il peccato e tuttavia può ritrovare la strada attraverso il pentimento; Pietro può arrivare a rinnegare Cristo e tuttavia lo sguardo del Signore apre ancora davanti a lui la possibilità del ritorno. Il peccato viene preso sul serio, ma non riceve mai il diritto di pronunciare l'ultima parola sull'uomo. In questa prospettiva la parabola dei due figli si avvicina profondamente alla parabola lucana del padre misericordioso. Anche il figlio minore di Lc 15 rompe la relazione, abbandona la casa e dissipa i beni ricevuti. Quando però «ritornò in sé» (Lc 15,17), decide di tornare dal padre preparando una confessione nella quale vorrebbe chiedere di essere trattato «come uno dei salariati» (Lc 15,19). È significativo che il padre non accolga questa trasformazione del figlio in servo. Il ritorno non ristabilisce un rapporto contrattuale, ma manifesta una figliolanza che il peccato aveva ferito senza poterla cancellare: «Questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,24).

Sant'Agostino ha espresso con particolare profondità questa priorità della grazia nella conversione quando, nelle Confessioni, riconosce che Dio era già presente mentre egli lo cercava lontano: «Tu eri dentro di me e io fuori» (Confessioni X, 27, 38). La conversione non consiste allora nell'inventare una relazione che prima non esisteva, ma nello scoprire e accogliere Colui che non ha cessato di cercare l'uomo anche durante il suo allontanamento. Il figlio della parabola può tornare sulla propria decisione proprio perché il suo no non ha trasformato il padre in un estraneo. Anche la risposta del secondo figlio acquista, per contrasto, un significato particolare. Egli risponde: «Sì, signore» (Mt 21,30). Il greco presenta kýrie (κύριε), «signore». Non sarebbe corretto costruire un'intera interpretazione sulla mancata parola «padre», ma il contrasto rimane suggestivo: la formula verbalmente rispettosa non garantisce da sola una relazione filiale autenticamente vissuta. Si può riconoscere formalmente l'autorità di Dio e tuttavia non entrare realmente nella sua volontà. È il rischio di una religiosità nella quale il linguaggio rimane corretto, mentre l'esistenza procede in un'altra direzione.

Gesù aveva già formulato questo principio nel discorso della montagna: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La parabola sembra tradurre narrativamente questa affermazione. Il secondo figlio possiede la parola corretta, kýrie, ma non compie la volontà del padre; il primo possiede inizialmente la parola sbagliata, il suo no, ma attraverso il ripensamento arriva concretamente all'obbedienza. La verità della relazione con Dio non viene quindi misurata soltanto dalla correttezza delle dichiarazioni, ma dalla disponibilità reale a lasciarsi trasformare dalla sua volontà. San Paolo esprimerà la natura di questa relazione opponendo precisamente la schiavitù alla figliolanza: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: "Abbà! Padre!"» (Rm 8,15). Il termine aramaico 'Abbā' (אַבָּא), conservato nel testo greco del Nuovo Testamento, appartiene al linguaggio della relazione filiale e diventa, nella vita cristiana, espressione della partecipazione alla relazione stessa di Gesù con il Padre. L'obbedienza cristiana, pertanto, non è quella dello schiavo che esegue per timore, ma quella del figlio che progressivamente impara a riconoscere nella volontà del Padre la verità e il bene della propria esistenza.

Alla luce di tutto questo comprendiamo meglio il titolo stesso della parabola: il Padre non si arrende al nostro «no» perché non smette di considerarci interlocutori della sua grazia. Non banalizza il rifiuto, non chiama bene ciò che è male e non rende irrilevante la nostra libertà; proprio perché prende sul serio la libertà, continua a renderle possibile una risposta nuova. Davanti a Dio, dunque, non siamo prigionieri della nostra prima risposta. Possiamo avergli detto di no ieri e cominciare a dirgli di sì oggi; possiamo esserci allontanati dalla vigna e ritrovare la strada; possiamo aver vissuto per molto tempo come servi impauriti e riscoprire di essere figli. La buona notizia della parabola consiste precisamente in questa fedeltà della paternità divina: il nostro rifiuto può ferire la relazione, ma non costringe Dio a rinunciare alla sua volontà di salvarci. Egli continua a raggiungere l'uomo nell'«oggi» della sua storia e a offrirgli la possibilità di ricominciare. Per questo la prima parola pronunciata dal padre rimane anche la parola che permette al figlio di tornare: «Figlio». La conversione diventa allora non soltanto il passaggio dal no al sì, ma il ritorno alla verità originaria della nostra esistenza: riconoscerci figli davanti a un Dio che non ha mai cessato di essere Padre.

2. Non basta dire "sì": Dio guarda la direzione della vita

La prima lettura, tratta dal profeta Ezechiele, ci offre una chiave particolarmente importante per comprendere ancora più profondamente la parabola dei due figli. Il legame tra i due testi, infatti, non è semplicemente tematico. In entrambi viene posta la stessa questione fondamentale: davanti a Dio l'uomo è determinato definitivamente da ciò che è stato oppure rimane aperta la possibilità di imprimere una direzione nuova alla propria esistenza? Il capitolo 18 di Ezechiele nasce dentro una situazione storica e spirituale segnata dalla crisi. Israele sta sperimentando le conseguenze dolorose dell'esilio e nel popolo si è diffusa la convinzione che la generazione presente stia pagando inevitabilmente le colpe delle generazioni precedenti. Poco prima il profeta cita un proverbio divenuto quasi espressione di un fatalismo religioso: «I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati» (Ez 18,2). Dietro questa immagine si nasconde una domanda drammatica: se la nostra condizione dipende interamente da ciò che altri hanno fatto prima di noi, quale spazio rimane per la libertà, la responsabilità personale e soprattutto per la possibilità di cambiare?

Ezechiele reagisce con forza contro questa concezione fatalistica. Davanti a Dio nessuno è semplicemente prigioniero di una storia già scritta. Ogni uomo è personalmente chiamato a rispondere della direzione che imprime alla propria esistenza. Gianfranco Ravasi, leggendo il messaggio teologico di Ezechiele, sottolinea proprio il forte accento posto dal profeta sulla responsabilità personale: l'uomo non può rifugiarsi fatalisticamente nelle colpe dei padri né considerare il proprio passato come un destino immodificabile. La responsabilità davanti a Dio restituisce all'uomo anche la possibilità di un futuro diverso. Per questo il Signore può affermare: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio – oracolo del Signore – o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» (Ez 18,23). La domanda retorica rivela qualcosa di essenziale sul volto stesso di Dio: il suo desiderio non è la morte del peccatore, ma la vita; e proprio perché Dio vuole la vita dell'uomo continua a rendergli possibile il ritorno.

È dentro questa prospettiva che comprendiamo la protesta riportata nella lettura di questa domenica: «Non è retto il modo di agire del Signore» (Ez 18,25). Il popolo considera ingiusto un Dio che non congela per sempre il giusto nella sua giustizia e il peccatore nella sua malvagità. Ma la risposta divina capovolge la prospettiva: «Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?». La giustizia di Dio non consiste nel fissare l'uomo per sempre dentro una categoria, ma nel prendere sul serio la sua libertà presente. Il giusto può allontanarsi dalla giustizia e il peccatore può abbandonare il male. Ciò che l'uomo è stato conta, ma non esaurisce ciò che egli può ancora diventare. Il testo ebraico esprime questa dinamica attraverso uno dei verbi fondamentali del linguaggio biblico della conversione: שׁוּב (šûb), «ritornare», «voltarsi», «tornare indietro». La conversione, nella mentalità biblica, non è anzitutto un sentimento, ma un cambiamento di orientamento. L'uomo sta procedendo lungo una strada, riconosce che quella strada lo conduce lontano da Dio e si volta per riprendere un'altra direzione. Non a caso, alla fine dello stesso capitolo, Dio rivolge a Israele l'imperativo שׁוּבוּ (šûbû), «ritornate» (Ez 18,30). La possibilità della conversione viene così espressa attraverso un verbo di movimento: Dio non domanda all'uomo semplicemente di rimpiangere ciò che ha fatto, ma di ritornare verso di Lui.

Da questa stessa radice deriva il sostantivo תְּשׁוּבָה (teshûvâh), «ritorno», divenuto nella successiva tradizione ebraica uno dei termini fondamentali per indicare il pentimento e la conversione. È teologicamente significativo che la conversione venga espressa attraverso la categoria del ritorno: il peccatore non è semplicemente colui che ha violato una norma, ma colui che ha orientato altrove il proprio cammino; convertirsi significa allora ritrovare la direzione della relazione con Dio. Per questo Ezechiele afferma: «Se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso» (Ez 18,27). Il cambiamento non rimane confinato nell'interiorità. Il ritorno dal male conduce al compimento del diritto e della giustizia, מִשְׁפָּט וּצְדָקָה (mishpāṭ ûṣĕdāqâ). La conversione possiede inevitabilmente una forma visibile: modifica il rapporto con Dio, ma proprio per questo modifica anche il modo di stare davanti agli altri. Alla luce di Ezechiele comprendiamo ancora meglio ciò che accade nella parabola evangelica. Il primo figlio pronuncia un no, ma successivamente cambia direzione; il secondo pronuncia un sì, ma non permette che quel sì diventi comportamento. Quando Gesù domanda ai suoi interlocutori: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?» (Mt 21,31), la risposta non può essere determinata dalle dichiarazioni iniziali, ma dalla vita che ne è seguita. Il testo greco utilizza l'espressione ποιεῖν τὸ θέλημα τοῦ πατρός (poieîn tò thélēma toû patrós), «fare la volontà del padre». Il verbo ποιεῖν (poieîn), «fare, compiere», diventa decisivo: non basta conoscere la volontà del Padre, approvarla o dichiararsi disponibili a compierla; occorre permettere che essa assuma una forma concreta nell'esistenza.

Questo tema attraversa tutto il Vangelo di Matteo. Nel discorso della montagna Gesù aveva già affermato: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). Alla conclusione dello stesso discorso aveva poi contrapposto l'uomo che ascolta le sue parole e le mette in pratica a colui che ascolta senza tradurre la parola nella vita (Mt 7,24-27). L'esegesi matteana ha giustamente sottolineato la centralità di questo rapporto tra ascolto e prassi: per Matteo il discepolato non si verifica semplicemente nell'ortodossia della confessione, ma nell'obbedienza concreta alla volontà del Padre. La parabola dei due figli porta questa tensione alla sua formulazione più semplice e radicale. Il primo figlio ha inizialmente una parola sbagliata, ma arriva a un comportamento conforme alla volontà del padre; il secondo possiede una parola apparentemente giusta, ma la sua vita finisce per smentirla. Gesù non afferma certamente che le parole non abbiano importanza. Dice qualcosa di molto più esigente: la verità della parola pronunciata davanti a Dio deve progressivamente diventare verità dell'esistenza.

È precisamente qui che Ezechiele e Matteo si illuminano reciprocamente. Ezechiele descrive il movimento della conversione mediante שׁוּב (šûb), il «ritornare»; Matteo descrive ciò che accade nel primo figlio mediante μεταμέλομαι (metamélomai), «ricredersi», «ripensare» una decisione precedentemente assunta. Il termine va distinto da μετάνοια (metánoia), che nel Nuovo Testamento indica più ampiamente un mutamento della mente e dell'orientamento complessivo dell'esistenza. In Mt 21,29, tuttavia, il dato decisivo è che il ripensamento non rimane chiuso nell'interiorità: μεταμεληθεὶς ἀπῆλθεν (metamelētheìs apêlthen), «pentitosi, andò». Il cambiamento interiore produce un movimento reale e la nuova disposizione del cuore modifica la direzione dei passi. La conversione biblica, pertanto, non coincide con il semplice rimorso. Si può essere dispiaciuti del male compiuto e continuare a percorrere la medesima strada. La conversione comincia realmente quando il riconoscimento dell'errore apre una direzione nuova. In questo senso שׁוּב (šûb) è particolarmente eloquente: convertirsi significa voltarsi, ritornare, smettere di procedere ostinatamente nella direzione precedente.

Joseph Ratzinger ha insistito su questa dimensione profonda della conversione cristiana: la fede non consiste semplicemente nell'aggiungere alcune convinzioni religiose a un'esistenza che rimane orientata come prima, ma implica una vera inversione dell'orientamento fondamentale dell'uomo. Convertirsi significa decentrare l'esistenza da se stessi per orientarla nuovamente verso Dio. In questa prospettiva, μετάνοια (metánoia) non indica un semplice aggiustamento morale, ma una trasformazione del modo di comprendere se stessi, Dio e il senso della propria vita. La questione della conversione ci conduce così anche al rapporto tra grazia e libertà. San Tommaso d'Aquino, nella Summa Theologiae, quando affronta la giustificazione dell'empio, afferma che essa comporta non soltanto l'infusione della grazia e la remissione della colpa, ma anche il movimento del libero arbitrio verso Dio e il distacco dal peccato (Summa Theologiae, I-II, q. 113). La grazia, quindi, non sostituisce la libertà dell'uomo e non agisce al suo posto: la raggiunge, la guarisce e la muove affinché possa realmente volgersi verso Dio.

Questa prospettiva classica aiuta a evitare due concezioni opposte e ugualmente insufficienti della conversione. Da una parte non possiamo immaginare l'uomo come autore autosufficiente della propria salvezza, quasi che bastasse decidere autonomamente di cambiare; dall'altra non possiamo pensare la grazia come una forza che annulla la libertà e trasforma l'uomo passivamente. La conversione cristiana è sempre risposta: la grazia precede, chiama e rende possibile; la libertà, raggiunta dalla grazia, acconsente e si mette in cammino. Anche san Gregorio di Nissa offre una prospettiva particolarmente feconda per comprendere questo dinamismo. Soprattutto nella Vita di Mosè, il grande Padre cappadoce descrive l'esistenza credente non come una condizione definitivamente acquisita, ma come un movimento incessante verso Dio. La sua intuizione viene tradizionalmente espressa mediante il termine ἐπέκτασις (epéktasis), che richiama l'immagine paolina del «protendersi verso ciò che sta davanti» (Fil 3,13). L'uomo raggiunto da Dio non diventa spiritualmente immobile; al contrario, quanto più entra nella conoscenza del Bene, tanto più cresce in lui il desiderio di procedere verso di esso.

Per Gregorio, dunque, la perfezione cristiana non coincide con l'autosoddisfazione di chi ritiene di essere arrivato, ma con una disponibilità sempre nuova a lasciarsi attirare da Dio. La categoria della ἐπέκτασις (epéktasis) illumina bene la prospettiva di Ezechiele: il problema decisivo non è soltanto stabilire in quale punto del cammino ci troviamo, ma comprendere quale direzione stiamo assumendo. Chi ieri era lontano può essersi voltato verso Dio; chi ieri camminava nella giustizia può essersi fermato o aver cambiato direzione. Anche il primo figlio della parabola viene definito, alla fine, non soltanto dal punto dal quale era partito, ma dalla direzione che ha scelto di assumere. Il suo «non voglio» descrive realmente un momento della sua storia e non viene minimizzato, ma non ne costituisce l'identità definitiva. Il μεταμέλομαι (metamélomai), il suo ricredersi, rimette in movimento la libertà e lo conduce verso la vigna. La grazia non cancella magicamente il no pronunciato, ma rende possibile che quel no non determini tutto ciò che verrà dopo. In questa prospettiva la conversione cristiana non può essere ridotta a un episodio isolato della vita e neppure soltanto al passaggio iniziale dall'incredulità alla fede. Essa appartiene alla struttura stessa dell'esistenza credente. Nessuno può considerarsi definitivamente arrivato davanti a Dio e nessuno può vivere soltanto della fedeltà di ieri. La domanda evangelica non riguarda dunque soltanto il punto nel quale ci troviamo, ma soprattutto la direzione verso la quale stiamo procedendo. È la direzione concreta del cammino a manifestare progressivamente la verità del nostro sì.

La parola di Ezechiele impedisce così due deformazioni opposte della vita spirituale: la disperazione e la presunzione. La disperazione convince l'uomo che il proprio passato sia troppo pesante perché possa esistere un futuro diverso; la presunzione gli fa credere che il bene compiuto in passato o la propria appartenenza religiosa costituiscano una garanzia indipendente dalla conversione presente. Ezechiele contesta entrambe. Il peccatore non è condannato a rimanere per sempre ciò che è stato, ma neppure il giusto può considerare la propria fedeltà acquisita una volta per tutte. La fedeltà di ieri non dispensa dalla fedeltà di oggi e il peccato di ieri non rende impossibile il ritorno di oggi. È precisamente qui che acquista tutta la sua forza l'affermazione del profeta: «Se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso» (Ez 18,27). Il verbo ebraico חָיָה (ḥāyâ), «vivere», apre una prospettiva che supera la semplice sopravvivenza biologica. Nel linguaggio profetico la vita è legata alla relazione con Dio e all'accoglienza della sua volontà. Ritornare significa allora scegliere nuovamente la vita, permettere alla propria esistenza di essere orientata verso Colui che ne costituisce la sorgente. Per questo il Vangelo non ci domanda anzitutto quale risposta abbiamo dato a Dio molti anni fa, ma quale direzione stia assumendo oggi la nostra vita. Possiamo aver pronunciato un sì generoso e averlo progressivamente svuotato; possiamo, al contrario, aver attraversato stagioni di rifiuto, di resistenza e di lontananza e cominciare finalmente a ritornare. Dio prende sul serio la nostra storia, ma non permette che essa diventi una prigione dalla quale sia impossibile uscire.

La conversione rimane perciò una dimensione permanente dell'esistenza cristiana. Ogni giorno la Parola ci raggiunge nuovamente e domanda che il nostro sì diventi più vero, che ciò che professiamo con le labbra trovi corrispondenza nelle scelte, nelle relazioni, nell'esercizio delle responsabilità, nella capacità di perdonare, di servire e di amare. Il vero contrario della conversione non è soltanto il peccato manifesto, ma anche l'immobilità spirituale di chi ritiene di non avere più nulla da cambiare. È proprio questa la situazione che Gesù denuncia nei suoi interlocutori. Essi hanno davanti agli occhi pubblicani e prostitute che hanno creduto alla predicazione di Giovanni e hanno cambiato vita; eppure, Gesù afferma: «Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli» (Mt 21,32). Il testo greco riprende ancora il medesimo verbo: οὐδὲ μετεμελήθητε (oudè metemelḗthēte), «non vi siete neppure ricreduti». Hanno visto il cambiamento degli altri, ma non hanno permesso che ciò che vedevano mettesse in discussione la direzione della propria vita. Emerge così una profonda convergenza tra la parola profetica, quella evangelica e la grande tradizione teologica. Ezechiele parla attraverso שׁוּב (šûb), il ritorno; Matteo attraverso μεταμέλομαι (metamélomai), il ripensamento che conduce a una decisione nuova; Gregorio di Nissa descrive la vita credente attraverso ἐπέκτασις (epéktasis), il continuo protendersi verso Dio; Tommaso mostra che questo ritorno è opera della grazia che muove realmente la libertà; Ratzinger ne evidenzia il carattere di nuovo orientamento fondamentale dell'esistenza. Linguaggi differenti convergono così su una medesima verità: la vita davanti a Dio non è una realtà immobile, ma un cammino nel quale la grazia interpella continuamente la libertà.

Non basta allora aver detto sì una volta, appartenere esteriormente alla vigna o conoscere il linguaggio della fede. Il criterio indicato da Gesù rimane ποιεῖν τὸ θέλημα τοῦ πατρός (poieîn tò thélēma toû patrós), «fare la volontà del Padre». Nello stesso tempo, però, nessun no deve essere considerato necessariamente definitivo, perché la grazia può ancora raggiungere la libertà dell'uomo, convertirne la direzione e orientarla nuovamente verso Dio. La conversione consiste precisamente in questo incontro tra grazia e libertà: Dio continua a chiamare e l'uomo, raggiunto dalla sua Parola, può compiere שׁוּב (šûb), ritornare. Il passato non viene negato né cancellato, ma cessa di possedere l'ultima parola sul futuro. Il sì evangelico diventa autentico quando dalla parola passa alla vita, e perfino il nostro no può diventare il punto dal quale la grazia comincia a ricondurci verso il Padre. È questo il significato profondo di quel «pentitosi andò»: non semplicemente rimpiangere la strada percorsa, ma permettere alla grazia di raggiungere la nostra libertà e cambiare la direzione dei nostri passi.

3. Quando i lontani ci passano avanti

La parabola si conclude con un'affermazione seria e perentoria di Gesù, rivolta direttamente ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio» (Mt 21,31). Sono parole fortissime, soprattutto se consideriamo coloro ai quali vengono rivolte. Gesù sta parlando a uomini che conoscono la Legge, frequentano il Tempio, esercitano una responsabilità religiosa e appartengono visibilmente al mondo di Dio. Eppure, proprio a loro annuncia che persone considerate pubblicamente peccatrici li stanno precedendo sulla strada del Regno. Il verbo utilizzato da Matteo merita particolare attenzione: προάγουσιν (proágousin), da προάγω (proágō), significa «andare davanti», «precedere», «camminare avanti rispetto a qualcuno». Gesù non sta semplicemente affermando che pubblicani e prostitute potranno anch'essi entrare nel Regno, quasi occupandone gli ultimi posti dopo coloro che religiosamente sembravano possedere maggiori titoli. Dice qualcosa di assai più provocatorio: essi stanno andando avanti. Il presente προάγουσιν (proágousin) conferisce alla parola di Gesù una particolare forza: il Regno sta già producendo un capovolgimento delle posizioni che gli uomini ritenevano acquisite.

Naturalmente Gesù non sta approvando il peccato dei pubblicani o delle prostitute e neppure sta trasformando la loro condizione morale in un titolo di privilegio. Sarebbe un grave fraintendimento del testo. Il criterio che egli stesso offre immediatamente dopo è un altro: «Giovanni, infatti, venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto» (Mt 21,32). La differenza non consiste dunque nell'essere peccatori o giusti, ma nell'essersi lasciati o meno raggiungere dalla chiamata di Dio. L'espressione ἐν ὁδῷ δικαιοσύνης (en hodō̂ dikaiosýnēs), «sulla via della giustizia», utilizzata da Matteo per descrivere la missione di Giovanni, è particolarmente significativa. Ritorna ancora una volta l'immagine della via, ὁδός (hodós), che si collega bene al dinamismo già incontrato in Ezechiele. La fede biblica non è semplicemente possesso di verità, ma ingresso in una strada sulla quale Dio chiama l'uomo a camminare. Giovanni è venuto indicando questa strada; alcuni che sembravano religiosamente lontani l'hanno riconosciuta, mentre altri, pur possedendo gli strumenti per comprenderla, hanno rifiutato di percorrerla.

L'esegesi della parabola mette proprio in evidenza questo rovesciamento. Il gesuita Giancarlo Pani, commentando questo Vangelo su La Civiltà Cattolica, osserva che il punto centrale non consiste genericamente nell'affermare che i fatti valgono più delle parole, ma nel contrasto tra la risposta pronunciata dai due figli e ciò che effettivamente accade dopo. È precisamente questo scarto che permette a Gesù di trasferire la parabola sul terreno della fede: i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla parola di Giovanni, mentre coloro che avrebbero dovuto riconoscere più facilmente la «via della giustizia» non gli hanno creduto. La provocazione evangelica diventa ancora più forte se consideriamo chi fossero i τελῶναι (telônai), i pubblicani, e le πόρναι (pórnai), le prostitute. Agli occhi della società religiosa del tempo essi rappresentavano forme evidenti di lontananza: i primi erano compromessi con il sistema fiscale e con il potere occupante, le seconde incarnavano una condizione pubblicamente associata al peccato. Eppure, Gesù non li presenta come persone definitivamente identificate con il proprio peccato. Ciò che per lo sguardo religioso poteva sembrare una condizione ormai fissata diventa, nell'incontro con l'appello di Dio, una storia ancora aperta. Qui ritorna una delle grandi costanti della rivelazione biblica. Dio non chiama bene il male e non attenua la serietà del peccato, ma non identifica mai definitivamente il peccatore con il male che ha commesso. La misericordia non consiste nel dichiarare irrilevante il peccato, bensì nel rendere possibile al peccatore di non esserne più prigioniero. È precisamente perché il male è preso sul serio che la conversione è necessaria; ed è precisamente perché la misericordia è reale che la conversione rimane possibile.

Questa dinamica era stata compresa con particolare acutezza già da san Giovanni Crisostomo, che nella sua predicazione ritorna frequentemente sulla necessità di non disperare mai della conversione del peccatore. Per il Crisostomo la Chiesa non è il luogo nel quale vengono semplicemente certificati i giusti e respinti i peccatori, ma lo spazio nel quale la grazia di Dio può guarire e trasformare l'uomo. La gravità del peccato non deve mai diventare un argomento contro la potenza della misericordia. Proprio per questo il peccatore che riconosce la propria condizione può trovarsi spiritualmente più disponibile di chi, ritenendosi già giusto, non avverte più il bisogno di essere salvato. Il vero bersaglio della parola di Gesù non è dunque la religiosità in quanto tale, ma la sua possibile degenerazione in autosufficienza spirituale. Esiste infatti una forma sottile di lontananza da Dio che può nascondersi perfino dentro la vicinanza alle cose di Dio. Si può frequentare il Tempio e non riconoscere Colui che vi entra; conoscere la Scrittura e non lasciarsi giudicare dalla Parola; custodire le forme della religione e resistere alla conversione che esse dovrebbero generare.

È questo il paradosso che la parabola porta alla luce. Esiste una lontananza evidente, che sa almeno di essere lontananza, ed esiste una lontananza più difficile da riconoscere perché rivestita di appartenenza religiosa. I pubblicani e le prostitute non vengono presentati come migliori perché peccatori, ma come uomini e donne che hanno lasciato aperta una breccia attraverso la quale la parola di Giovanni ha potuto raggiungerli. I capi religiosi, invece, «hanno visto» e tuttavia non si sono lasciati mettere in discussione. Il problema non è che mancassero loro gli strumenti per riconoscere l'azione di Dio: hanno visto la trasformazione degli altri e proprio questa evidenza avrebbe potuto diventare per loro un appello alla conversione. Qui il testo evangelico raggiunge direttamente anche la comunità cristiana. Possiamo essere persone religiose, praticanti, presenti nella vita della Chiesa; possiamo conoscere il linguaggio della fede, la liturgia, la Scrittura e perfino la teologia; possiamo pronunciare molti sì e tuttavia sviluppare lentamente una sorta di immunità nei confronti della Parola. La familiarità con le cose di Dio non coincide automaticamente con la familiarità con Dio. Anzi, proprio chi vive continuamente a contatto con il sacro deve custodire con maggiore attenzione la capacità di lasciarsi ancora sorprendere, correggere e convertire dal Vangelo.

Henri de Lubac ha messo ripetutamente in guardia, nella sua riflessione sulla Chiesa, dalla tentazione di separare il mistero ecclesiale dalla conversione concreta dell'uomo. La Chiesa non esiste per rimandare continuamente a se stessa, ma per condurre a Cristo, e l'appartenenza ecclesiale non può diventare un possesso che dispensi dal lasciarsi trasformare dal Vangelo. La grandezza della Chiesa risiede precisamente nel fatto che essa riceve continuamente da Cristo ciò che è chiamata a diventare. Anche per chi vive dentro la Chiesa, dunque, il Vangelo non è mai una parola già posseduta, ma una Parola dalla quale lasciarsi continuamente possedere e giudicare. Per questo l'affermazione «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti» conserva una forza ecclesiale permanente. Gesù ci impedisce di dividere troppo facilmente il mondo tra vicini e lontani, credenti e non credenti, buoni e cattivi, come se noi potessimo conoscere definitivamente la posizione di ciascuno davanti a Dio. La parabola introduce invece un criterio dinamico: vi sono persone apparentemente lontane che stanno camminando verso Dio e persone apparentemente vicine che rischiano di essere ferme. La geografia del Regno non coincide sempre con la geografia delle nostre appartenenze visibili. È a questo punto che la seconda lettura, tratta dalla Lettera ai Filippesi, offre alla parabola il suo vertice propriamente cristologico. Paolo non si limita a chiedere ai cristiani un comportamento moralmente migliore, ma indica la forma stessa di Cristo come criterio dell'esistenza credente: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Il testo greco utilizza il verbo φρονεῖτε (phroneîte), da φρονέω (phronéō), che non indica semplicemente il provare un sentimento nel senso emotivo del termine, ma un modo di pensare, valutare, orientarsi e assumere una disposizione fondamentale dell'esistenza. Paolo domanda quindi alla comunità non soltanto di ammirare Cristo, ma di lasciarsi plasmare dalla sua stessa logica.

Ed è qui che si apre il grande inno cristologico: Cristo Gesù, «pur essendo nella condizione di Dio», ἐν μορφῇ Θεοῦ (en morphê̂ Theoû), non considerò l'essere come Dio qualcosa da utilizzare a proprio vantaggio, ma ἑαυτὸν ἐκένωσεν (heautòn ekénōsen), «svuotò se stesso», assumendo μορφὴν δούλου (morphḕn doúlou), «la condizione di servo» (Fil 2,6-7). Il verbo κενόω (kenóō), «svuotare», ha dato origine al grande tema teologico della κένωσις (kénōsis). Paolo non descrive un Cristo che cessa di essere ciò che è, ma il Figlio che manifesta la propria grandezza divina nella forma paradossale del dono di sé. San Tommaso d'Aquino, riflettendo proprio su Fil 2, distingue con precisione la forma Dei dalla forma servi: il Figlio non perde la sua condizione divina assumendo quella umana, ma, rimanendo ciò che è, assume realmente ciò che non era. Nella lettura tommasiana, l'abbassamento di Cristo comprende il mistero dell'Incarnazione e raggiunge il suo vertice nell'obbedienza della Passione. La κένωσις (kénōsis) non significa quindi diminuzione della divinità, ma assunzione reale della condizione umana e servile nella storia della salvezza.

Questo dato cristologico è fondamentale anche pastoralmente, perché impedisce di ridurre il testo paolino a un generico invito all'umiltà. Paolo non dice semplicemente: «Siate umili perché l'umiltà è una virtù». Dice: guardate Cristo e lasciate che la forma della sua esistenza diventi la forma della vostra. Il movimento del Figlio è un movimento di discesa: dalla μορφὴ Θεοῦ (morphḕ Theoû), la «forma di Dio», alla μορφὴ δούλου (morphḕ doúlou), la «forma di servo»; dall'uguaglianza con Dio alla condivisione della condizione umana; dall'incarnazione all'obbedienza «fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). Qui possiamo comprendere ancora più profondamente perché la sicurezza religiosa dei capi diventa così pericolosa. Il movimento di Cristo è quello dello svuotamento di sé, mentre ogni autosufficienza religiosa compie il movimento opposto: trattiene, difende la propria posizione, cerca conferme, costruisce titoli. Cristo non considera la propria condizione un privilegio da custodire gelosamente; l'uomo religioso della parabola rischia invece di trasformare perfino la propria vicinanza a Dio in un privilegio.

Hans Urs von Balthasar ha colto nella κένωσις (kénōsis) un tratto decisivo della rivelazione dell'amore di Dio: in Cristo la gloria divina non si manifesta secondo la logica mondana dell'autoaffermazione, ma secondo quella del dono. La croce non rappresenta quindi un incidente esterno alla rivelazione di Dio, ma il luogo nel quale l'amore del Figlio, nella sua obbedienza al Padre e nella consegna di sé per gli uomini, raggiunge la sua espressione storica più radicale. Il cristiano non è chiamato semplicemente a contemplare questo movimento, ma a lasciarsene interiormente configurare. La parola di Paolo, «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», diventa allora il criterio con il quale rileggere l'intera parabola. Il vero sì al Padre non consiste soltanto nel pronunciare una risposta corretta, ma nell'assumere progressivamente la forma del Figlio. E la forma del Figlio è quella del dono, dell'obbedienza, dell'umiltà, del servizio, della capacità di uscire da sé stessi per fare spazio a Dio e agli altri. Il nostro sì diventa dunque cristiano quando assume la forma del sì di Cristo. Non basta essere nella vigna: occorre imparare a lavorarvi secondo lo stile del Figlio. Non basta appartenere alla comunità dei credenti: occorre che in noi maturi il φρονεῖν (phroneîn) di Cristo, il suo modo di pensare e di vivere. Non basta difendere la verità del Vangelo: occorre permettere che quella verità plasmi il modo nel quale guardiamo, serviamo, perdoniamo e incontriamo gli altri. Ed è proprio qui che la parola sui pubblicani e sulle prostitute perde ogni possibile sapore di condanna degli altri e diventa giudizio rivolto a ciascuno di noi. Il rischio più grande non è scoprire che qualcuno che consideravamo lontano ci abbia preceduto; il rischio è essere così sicuri della nostra posizione da non accorgerci più che Dio sta operando nella vita degli altri. Gesù rimprovera i suoi interlocutori proprio perché «hanno visto» e non si sono lasciati cambiare. Talvolta la conversione dell'altro dovrebbe diventare una parola di Dio rivolta anche a noi.

La Chiesa, allora, non può essere semplicemente la comunità di coloro che pensano di essere già arrivati, ma il popolo di uomini e donne continuamente raggiunti dalla misericordia e continuamente chiamati alla conversione. Chi è dentro non può disprezzare chi è fuori; chi si considera vicino non può giudicare definitivamente chi appare lontano, perché la grazia possiede strade che non coincidono sempre con le nostre classificazioni. Cristo ha assunto fino in fondo la nostra umanità non per lasciarla semplicemente com'era, ma per aprirla alla novità della vita filiale. Sant'Ireneo esprime questa logica dell'Incarnazione con una formulazione destinata a diventare centrale nella tradizione cristiana: il Verbo di Dio si è fatto ciò che siamo noi per condurci a diventare ciò che Egli è. Non si tratta di cancellare l'umano, ma di portarlo alla sua verità più profonda nella comunione con Dio. L'umanità di Cristo diventa così la misura dell'umanità pienamente riuscita. Il paradosso finale della parabola acquista allora tutta la sua forza. I «lontani» possono passarci avanti non perché Dio ami il peccato più della fedeltà, ma perché la misericordia trova spazio là dove un cuore accetta ancora di essere cambiato. E i «vicini» possono rimanere indietro quando la vicinanza religiosa si trasforma nella convinzione di non aver più bisogno di conversione. La distanza decisiva, davanti a Dio, non è semplicemente quella che separa il peccatore dal praticante, ma quella che separa un cuore disponibile da un cuore diventato impermeabile alla grazia.

Per questo la parola di Gesù non ci autorizza a giudicare chi sia avanti e chi sia indietro; ci domanda piuttosto di verificare se stiamo realmente camminando. Il Regno di Dio continua a sorprendere le nostre classificazioni, perché può accadere che chi sembrava lontanissimo abbia già cominciato il suo ritorno e che chi si riteneva vicino abbia smesso da tempo di avanzare. E allora il Vangelo ci riconduce ancora una volta all'unico criterio sicuro: lasciarci raggiungere dalla grazia e permettere che il nostro sì assuma ogni giorno di più la forma del sì di Cristo, Colui che «svuotò se stesso» e fece della propria vita un dono.

Conclusione

Forse, alla fine, questa parabola ci pone davanti una domanda molto semplice, ma dalla quale non possiamo facilmente sottrarci: quale dei due figli sono io? La risposta non è scontata, perché probabilmente qualcosa di entrambi vive dentro ciascuno di noi. Ci sono stati momenti nei quali abbiamo detto a Dio il nostro sì con entusiasmo e convinzione, ma poi quel sì è rimasto soltanto sulle labbra e non è riuscito a diventare scelta, fedeltà, servizio, vita. E ci sono stati momenti nei quali abbiamo opposto resistenza, abbiamo detto il nostro no, ci siamo allontanati o abbiamo percorso strade che non conducevano alla vigna; eppure, proprio dentro quelle lontananze, la grazia di Dio ha continuato silenziosamente a cercarci. Per questo non importa soltanto quale sia stata la nostra risposta di ieri. Importa quale risposta stiamo dando oggi. Il Vangelo non cancella il passato e non ci chiede di fingere che ciò che è accaduto non sia mai esistito; ma ci annuncia che il passato, davanti alla misericordia di Dio, non possiede necessariamente l'ultima parola sulla nostra vita. Possiamo aver pronunciato tanti sì che sono rimasti soltanto parole e possiamo aver attraversato tanti no, resistenze, cadute e lontananze che la misericordia di Dio può ancora raggiungere, guarire e trasformare. È questa, in fondo, la grande speranza contenuta nella parabola. Il primo figlio aveva realmente detto: «Non voglio». Il suo no non viene nascosto, attenuato o cancellato. Eppure, Matteo aggiunge: μεταμεληθεὶς ἀπῆλθεν (metamelētheìs apêlthen), «pentitosi, andò» (Mt 21,29). Quel no non è diventato l'ultima parola della sua storia. È intervenuto un ripensamento, un movimento del cuore che si è trasformato in movimento dei passi. Il figlio cambia direzione e finalmente entra nella vigna. Qui ritorna anche la grande intuizione del profeta Ezechiele. La conversione è שׁוּב (šûb), «ritornare», cambiare direzione, riprendere il cammino verso Dio. Non significa cancellare ciò che siamo stati, ma permettere alla grazia di trasformare ciò che possiamo ancora diventare. Il Dio della Scrittura non ci inchioda alla fotografia peggiore della nostra vita e non ci identifica definitivamente con i nostri fallimenti. Continua invece ad aprire davanti a noi la possibilità del ritorno. Ma la parabola contiene anche un avvertimento che non possiamo addolcire. Il secondo figlio aveva pronunciato la risposta giusta: «Sì, signore». E tuttavia non andò. Possiamo allora conoscere il linguaggio della fede, appartenere alla Chiesa, frequentare la vigna, avere responsabilità nella comunità cristiana e pronunciare molti sì; ma tutto questo non ci mette automaticamente al riparo dal rischio di una fede che rimane sulla superficie dell'esistenza. Il Vangelo non ci domanda semplicemente ciò che diciamo di credere, ma quale forma stia assumendo ciò che crediamo nella concretezza della nostra vita. È per questo che la parola di Gesù sui pubblicani e sulle prostitute rimane tanto provocatoria. I lontani possono passarci avanti. Non perché il loro peccato diventi improvvisamente una virtù, ma perché hanno consentito alla misericordia di raggiungerli e hanno avuto il coraggio di cambiare direzione. E forse il Vangelo vuole liberarci proprio dalla tentazione di sentirci definitivamente dalla parte giusta. Davanti a Dio non possiamo vivere di posizioni acquisite: abbiamo tutti bisogno di lasciarci nuovamente raggiungere, interrogare e convertire dalla sua Parola. C'è poi una parola della parabola che raccoglie tutto questo e lo porta dentro la nostra vita concreta: σήμερον (sḗmeron), «oggi». Il padre dice: «Figlio, oggi va' a lavorare nella vigna» (Mt 21,28). Non ieri e neppure domani. Oggi. È la stessa urgenza che attraversa tutta la Scrittura: «Se ascoltaste oggi la sua voce! Non indurite il cuore» (Sal 95,7-8). L'oggi è il tempo nel quale Dio ci raggiunge, il tempo nel quale la grazia ci viene offerta e la nostra libertà è nuovamente chiamata a rispondere. Forse abbiamo trascorso troppo tempo a rimpiangere ciò che avremmo potuto fare e non abbiamo fatto, oppure a custodire con soddisfazione il ricordo del bene compiuto. Il Vangelo ci riporta invece all'oggi. La fedeltà di ieri è una grazia da custodire, ma non può sostituire il sì di oggi; il peccato di ieri è una ferita reale, ma non può impedirci di ricominciare oggi. Dio ci incontra sempre nel presente della nostra vita e proprio lì continua ad aprire una strada. E la cosa più bella è che il Padre non comincia dal comando, ma dalla relazione: «Figlio, oggi va'». Prima della vigna c'è quel «figlio». Prima della richiesta c'è un'appartenenza. Prima ancora della nostra risposta c'è un Padre che continua a riconoscerci come suoi. Anche quando abbiamo detto di no, anche quando abbiamo tardato, anche quando ci siamo allontanati, Dio non ha smesso di rivolgerci quella parola. È questa paternità che rende possibile il ritorno. Non torniamo perché improvvisamente diventiamo capaci di salvarci da soli, ma perché scopriamo che qualcuno non ha mai smesso di attenderci e di chiamarci. La misericordia di Dio non ci lascia immobili nel nostro no: ci raggiunge proprio lì e apre nuovamente davanti a noi la strada della vigna. E qui anche la parola di Paolo diventa conclusiva: «Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Il nostro sì diventa autenticamente cristiano quando comincia ad assumere la forma del sì di Cristo, che «svuotò sé stesso» e fece della propria vita un dono. Non ci viene chiesto semplicemente di dire qualcosa a Dio, ma di permettere che la nostra vita assuma progressivamente la forma del Figlio: una vita capace di obbedienza, di umiltà, di servizio, di dono. Alla fine, allora, la domanda «quale dei due figli sono io?» non serve a collocarci dentro una categoria, ma a rimetterci in cammino. Forse siamo stati entrambi i figli in momenti diversi della nostra storia. Ciò che conta è non rimanere fermi. Se abbiamo detto sì, facciamo in modo che quel sì diventi vita. Se abbiamo detto no, non pensiamo che tutto sia perduto. Il Padre continua anche oggi a venirci incontro e a ripeterci: «Figlio, oggi va' a lavorare nella mia vigna». Oggi. È questo il tempo che Dio ci consegna. È oggi che un sì rimasto soltanto sulle labbra può finalmente diventare vita. Ed è oggi che perfino un no, una resistenza, una caduta o una lontananza possono essere raggiunti dalla misericordia e trasformati nell'inizio di un ritorno. Perché finché il Padre continua a chiamarci «figlio», per ciascuno di noi rimane sempre aperta la possibilità di ricominciare.

Vergine Maria, Donna dell'Amen autentico e vero, la tua risposta al piano d'amore di Dio non è stata soltanto pronunciata con le labbra, ma è diventata esistenza, carne, disponibilità e dono. Aiutaci a non accontentarci di dire il nostro sì a Dio, ma a viverlo. Fa' che la Parola accolta nel cuore diventi scelta, cammino e vita, perché anche noi possiamo entrare ogni giorno nella vigna del Padre e vivere il mistero di salvezza rivelatoci in Cristo, tuo Figlio e nostro Signore.

don Nicola De Luca
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