UN AMORE OLTRE LA MORTE

DOMENICA 22 MARZO 2026
V DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A
Io sono la risurrezione e la vita. Gv 11, 1-45
Introduzione
Stiamo giungendo ormai ai giorni più intensi della Quaresima: quelli della Settimana Santa, che culmineranno nell'epicentro dell'anno liturgico, che è il Triduo Pasquale: giovedì, venerdì, sabato Santo con la Veglia Pasquale e il giorno di Pasqua. È come se il tempo liturgico si facesse sempre più denso, più carico di significato, quasi una soglia ( pésach in ebraico, "passaggio") attraverso cui siamo chiamati ad entrare, non da spettatori ma da partecipanti, nel mistero della morte e risurrezione del Signore. Siamo giunti, con il Vangelo odierno, alla terza tappa delle catechesi battesimali delle comunità cristiane antiche che si ispiravano all'evangelista Giovanni. Viviamo una specie di passaggio e di passaggi propedeutici al mistero pasquale: tre episodi concatenati l'uno all'altro; tre incontri relazionali tra Cristo e l'umanità nella sua povertà e miseria; tre dualismi che si contendono tra loro, ma di cui uno solo rimane sempre vincitore: la Samaritana, il cieco nato, la risurrezione di Lazzaro. Non si tratta semplicemente di tre racconti, ma di un vero itinerario spirituale e sacramentale, quasi un cammino iniziatico che conduce dalla sete ( dípsa) alla luce ( phōs ), fino alla vita ( zōē). Ciascuna pericope narra l'antagonismo tra verità e menzogna, luce e tenebre, morte e vita. Quest'ultimo è probabilmente l'aspetto più drammatico, perché tocca il punto più radicale dell'esistenza umana. Ma, come si diceva, il vittorioso era, è e sarà sempre Cristo Gesù il Signore: il Figlio del Dio vivente e Messia atteso dalle genti. In Lui si compie quella promessa che attraversa tutta la Scrittura: «Io sono il Dio della vita» (cfr. Dt 30,19). E già qui si intravede il compimento di ciò che il profeta Ezechiele annuncia: un Dio capace di aprire i sepolcri e ridare vita mediante il suo Spirito ( rûaḥ ). "Cristo non è venuto solo per vivere tra gli uomini, ma per dare loro la vita vera, quella che supera la morte e trasforma l'esistenza." (Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, X, 20) Nei primordi del Vangelo giovanneo, in modo singolare nel Prologo, abbiamo già un'anticipazione di tutto ciò. Cristo, Verbo-Logos preesistente con il Padre come principio in-principiato, consustanziale a Lui nella divinità e consustanziale a noi nell'umanità. Nel dinamismo dell'Incarnazione il Verbo viene descritto come luce, vita, salvezza fatta storia: vita degli uomini e luce che splende nelle tenebre, che non hanno alcun potere su di Lui (cfr. Gv 1,4-5). Qui il termine ζωή ( zōē ) non indica semplicemente la vita biologica, ma la vita piena, divina, partecipata, quella che nessuna morte può spegnere. Perfetta epifania del Padre e Volto visibile del Dio invisibile, come dirà anche la tradizione paolina (cfr. Col 1,15), Cristo si manifesta come il luogo in cui Dio si lascia incontrare. Sant'Ireneo di Lione affermava: «La gloria di Dio è l'uomo vivente, e la vita dell'uomo è la visione di Dio». In questo intreccio di gloria e vita si colloca tutta la rivelazione giovannea. "La Pasqua è il cuore pulsante della fede cristiana: è il mistero che ci rivela che la vita è più forte della morte, perché in Cristo ogni limite umano è trasfigurato dalla potenza dell'amore di Dio." (Hans Urs von Balthasar, Il mistero pasquale) In questa triade narrativa emerge fortemente la Signoria di Gesù che, pur evidenziando i suoi reali tratti umani, tuttavia ne manifesta le meraviglie che Dio compie per suo tramite e il cui fine è la sua glorificazione, in attesa della grande glorificazione che sarà la risurrezione. Come ricorda Benedetto XVI, nel Vangelo di Giovanni i segni non sono semplici miracoli, ma "segni" ( sēmeia ) che aprono alla fede, che rimandano a un oltre, che introducono nel mistero stesso di Dio. Ma procediamo per gradi, partendo dalla pericope in questione e dall'ambito liturgico che ne fa da cornice. Perché questa Parola non è solo da comprendere, ma da attraversare, lasciandoci condurre, quasi per mano, verso quella soglia in cui la morte non ha più l'ultima parola e la vita di Dio inizia a fiorire già nel presente.
1. Betania: casa dell'amicizia, della sofferenza e dell'accoglienza
Nei giorni conclusivi della sua esistenza terrena e della sua missione, Gesù, durante i rari viaggi a Gerusalemme – i Vangeli ne registrano soltanto tre – era solito trovare riposo e conforto dalle fatiche nel piccolo villaggio di Betania. Qui, nella dimora dei fratelli Marta, Maria e Lazzaro, suoi amici sinceri e prediletti, Gesù era accolto con un affetto genuino, fatto di gesti semplici e veri, di quella familiarità che non ha bisogno di parole solenni ma si esprime nella quotidianità condivisa. È significativo che il Signore scelga proprio una casa, un luogo domestico, come spazio privilegiato della rivelazione: Dio ama abitare le nostre relazioni, entrare nelle nostre storie, sedersi alla nostra tavola. In questo contesto, il termine greco οἶκος (oíkos, "casa") indica non soltanto un luogo fisico, ma anche lo spazio esistenziale e spirituale dove si sperimenta la comunione κοινωνία(koinonía).
Secondo l'interpretazione più diffusa, il nome Betania deriva dall'ebraico בֵּית עַנְיָה ( Beit 'Anya ) oppure בֵּית עָנִי ( Beit 'Ani ), e può essere tradotto sia come "Casa del povero" sia come "Casa della sofferenza" o "dell'afflizione". Questa ambivalenza semantica è profondamente rivelativa: Betania è il luogo dove la povertà ( 'anî ) e la sofferenza non vengono negate, ma accolte, attraversate e trasformate dalla presenza di Dio. È, in qualche modo, il luogo delle beatitudini vissute, dove «beati i poveri in spirito» (Mt 5,3) diventa esperienza concreta. Questo luogo diventa così il simbolo per eccellenza della casa ospitale, dove il Signore stesso si sente accolto, protetto, ascoltato e amato. Betania rappresenta il luogo in cui l'amicizia si esprime in gesti concreti: il servizio premuroso, l'ascolto attento, le lacrime condivise nei momenti di dolore. Non è un caso che l'evangelista Giovanni annoti con sobrietà ma profondità: «Gesù amava Marta, sua sorella e Lazzaro» (Gv 11,5). Qui l'amore non è un concetto astratto, ma una relazione vissuta, un legame reale che coinvolge anche la dimensione affettiva del Figlio di Dio. È qui che la sofferenza umana viene illuminata e abitata dalla presenza viva di Cristo Gesù, trasformando la casa nel luogo in cui il dolore si fonde con l'amore e dove la consolazione divina si manifesta nell'intimità quotidiana. Come afferma Origene, Cristo non elimina immediatamente il dolore, ma lo attraversa insieme all'uomo, rendendolo luogo di rivelazione. In questo senso, Betania diventa spazio teologico: non solo un villaggio, ma un'esperienza in cui Dio si lascia incontrare nella fragilità. Betania, dunque, diventa il cuore pulsante dell'accoglienza, la dimora in cui la fragilità incontra la tenerezza e dove la speranza prende forma attraverso l'incontro con il Maestro, amico e consolatore. È il luogo in cui si impara che la fede non è anzitutto un sistema di idee, ma una relazione viva πίστις (pístis) che si nutre di presenza, di ascolto, di affidamento.
L'evento di Betania si presenta come una manifestazione esemplare della teologia tridimensionale che caratterizza il quarto Vangelo: vi emergono con particolare evidenza i tre nuclei fondamentali del cammino catechetico e narrativo giovanneo, ovvero la rivelazione del Cristo come Figlio di Dio, la fede contrapposta all'incredulità e il dono della salvezza che scaturisce dalla sua opera redentrice, fonte di vita eterna, in una forte prospettiva soteriologica ed escatologica. Non siamo davanti a un semplice racconto edificante, ma a un vero "segno" σημεῖον(sēmeion) che apre alla comprensione del mistero di Cristo. In questa luce si comprende bene anche il legame con la prima lettura: il Dio di Ezechiele è il Dio che promette di aprire i sepolcri e di ridare il suo Spirito al popolo, «metterò in voi il mio spirito ( rûaḥ ) e rivivrete» (Ez 37,14). E proprio Betania diventa il luogo in cui questa promessa comincia a manifestarsi in modo sorprendente e concreto. Quella visione profetica, che poteva sembrare lontana e simbolica, prende carne nella storia, in una casa, in una famiglia, in un'amicizia. E forse Betania, alla fine, è anche immagine della nostra vita: una casa abitata da affetti, ferite, attese, dove il Signore continua a entrare, a sostare, a lasciarsi incontrare. Una casa dove, anche quando tutto sembra segnato dalla perdita e dalla morte, può ancora accadere qualcosa di inatteso: che Dio pronunci una parola capace di restituire vita, una parola che non è solo suono, ma evento, potenza, creazione nuova. "Dio non abita nei templi costruiti dalle mani dell'uomo, ma si fa dimora nel cuore che soffre e accoglie: è lì che si manifesta la vera κοινωνία (koinonía, comunione) tra Dio e l'uomo." (Benedetto XVI)
2. Il tempo di Dio, la prova della fede e il dialogo con Marta
Ciò premesso, l'evangelista ci narra che Gesù ora non si trova lì. Non lo sappiamo e non ci è dato saperlo, ma per certo è appurato che Gesù si trova fuori dalla zona della Giudea, dove vi era stato un tentativo di lapidazione. È come se il racconto ci introducesse fin da subito in una distanza: non solo geografica, ma anche esistenziale, quella distanza che spesso percepiamo tra il nostro bisogno e l'apparente silenzio di Dio. Ma proprio qui giunge una notizia inattesa e triste: l'amico Lazzaro è gravemente malato. E il testo sottolinea con forza il legame affettivo: è "colui che tu ami" (Gv 11,3), quasi a dire che la prova tocca proprio il luogo dell'amore. Ma sembra quasi che Gesù non si scomponga; anzi, non solo dichiara apertamente che questa malattia non è per la morte ma per la vita, per la glorificazione del Padre suo — parole umanamente non razionali e non comprensibili se le riconduciamo a questa notizia — ma Gesù si trattiene per altri due giorni lì dov'era. Qui il Vangelo introduce uno scandalo per la nostra logica: Dio non interviene subito.
L'amico amato è malato, in fin di vita, ed Egli non muove un passo. È il mistero di un agire che sfugge ai nostri criteri, che non si lascia imprigionare nelle nostre attese. Marta, ora, è oppressa dal dolore e questo non la rende capace di andare e vedere oltre il dramma che sta vivendo, tanto è vero che si rivolge a Gesù con una fede fragile e incipiente: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto...". In queste parole si avverte insieme fiducia e rimprovero, fede e fatica. È una fede reale, ma ancora segnata dal limite, ancora legata a una presenza fisica, quasi che Dio possa agire solo entro i confini della nostra esperienza immediata. Ma Cristo Gesù salva non solo con la presenza fisica, ma anche spirituale. Qui si apre una prospettiva decisiva: la presenza di Dio non è limitata dallo spazio né dal tempo, ma si dona come presenza vivificante, come Spirito (πνεῦμα ), capace di raggiungere l'uomo nel suo intimo. Analizzando i versetti a seguire, possiamo dire che è la fede in Lui, sorgente di vita e risurrezione, che salva. La fede, infatti, non è semplicemente adesione intellettuale, ma abbandono fiducioso ( πίστις ) che coinvolge tutta l'esistenza. La fede è anche questo: un atto libero, consapevole e fiducioso dell'uomo che si dimostra nell'accoglienza soteriologica. È apertura alla salvezza che Dio opera, anche quando non la comprendiamo pienamente. In questo senso, come afferma Gregorio di Nissa, la fede è un cammino che passa attraverso il non vedere per giungere a una visione più profonda, che non è degli occhi ma del cuore. «La fede è il fondamento delle cose sperate, la prova di quelle che non si vedono»
Gesù dialoga con Marta per condurla a una grandissima verità e rivelazione: non solo Egli è fonte di risurrezione alla fine dei tempi, ma è per natura risurrezione e vita a partire dall'oggi, nella misura in cui ci si abbandona interamente a Lui e si rimane fedeli alla sua sequela. Il dialogo è pedagogico, graduale: Cristo non impone, ma conduce, non schiaccia, ma accompagna. Porta Marta a passare da una fede generica nella risurrezione futura a una fede personale in Lui. «La fede cristiana non è solo credere che Dio esista, ma affidarsi a Lui, lasciarsi plasmare dalla sua Parola, vivere la comunione che trasforma» (Benedetto XVI, Deus Caritas Est, n. 17). Qui il richiamo della seconda lettura è particolarmente illuminante: san Paolo ricorda ai Romani che non siamo sotto il dominio della carne ma dello Spirito, e che lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in noi (Rm 8,11). È lo stesso dinamismo: la vita nuova non è solo promessa, ma già presente, già operante in chi accoglie lo Spirito. La σάρξ chiude, il πνεῦμαapre alla vita. Per questo la fede di Marta, pur ferita e incompiuta, viene condotta da Cristo a una maturazione più profonda: dal dolore alla fiducia, dalla nostalgia per ciò che non è avvenuto all'apertura verso ciò che Dio sta per compiere. È il passaggio decisivo della fede: non restare prigionieri del "se tu fossi stato qui", ma aprirsi al "io sono" di Cristo, che non appartiene al passato né al futuro, ma al presente vivo di Dio. «Dio è sempre più grande dei nostri pensieri e delle nostre attese: la sua presenza si manifesta nel tempo opportuno, nel καιρός della grazia» (Hans Urs von Balthasar, Teodrammatica II).
3. Lazzaro, Maria e la rivelazione di Cristo risurrezione e vita
La risurrezione che il Signore sta per compiere nei riguardi del suo amico Lazzaro certamente è, a parere di molti esegeti cattolici e protestanti, anticipazione o prefigurazione della sua risurrezione dopo il sacrificio cruento sulla croce, ma dice anche tanto altro su di noi, sul nostro destino, sul vero fine della nostra vita. Non è solo un ritorno alla vita biologica, ma un segno ( sēmeion , sēmeíon) che apre alla comprensione del mistero pasquale: ciò che avviene a Lazzaro è segno di ciò che avverrà in Cristo e, in Lui, in ciascuno di noi. Come afferma la tradizione patristica, in particolare Cirillo di Alessandria, Cristo richiama Lazzaro per mostrare che Egli ha autorità sulla morte non come evento futuro, ma come realtà già sottomessa alla sua Parola. «Quando Cristo richiama Lazzaro dalla tomba, mostra che la morte è vinta non solo nel futuro, ma già ora dalla Parola incarnata» (Cirillo di Alessandria, Commento su Giovanni). La gloria, l'eternità, il dono di un corpo spiritualizzato a immagine del corpo glorioso di Cristo, in quale modo "misterioso" — nel senso che appartiene alla sfera della spiritualità, dell'economia della salvezza e dell'escatologia cristocentrica — la si può vivere già da adesso attraversando i sentieri delle beatitudini evangeliche, per compiersi definitivamente quando Dio creerà cieli nuovi e terra nuova, dove dimorerà la giustizia in modo definitivo e quando ogni cosa creata e ogni creatura saranno ricapitolate dal Padre celeste in Cristo suo Figlio: l'Amato, l'Eletto, il Servo obbediente e sofferente di Adonai ( אדוני , Adonài). In questo orizzonte, la vita eterna non è solo un "dopo", ma una qualità nuova della vita, quella che il Vangelo chiama ζωή ( zōē , zoé), già donata a chi crede.
«La risurrezione non è solo un evento futuro, ma una realtà presente che trasfigura la vita di chi si affida a Cristo» (Hans Urs von Balthasar, Teodrammatica II). L'eternità riverbera hic et nunc per tutti coloro i quali pongono la loro fiducia nel Verbo di Dio incarnato, accogliendone la Parola e vivendola. È una presenza che si fa esperienza concreta, come ricorda anche la tradizione spirituale: «Chi ama, vive già nell'eterno». In questa prospettiva, le beatitudini non sono semplici ideali morali, ma vie attraverso cui la vita di Dio si rende operante nella storia. È questa la grande rivelazione che Gesù fa a Marta, ma è anche la sua richiesta di fede in ciò che dice: "Credi tu questo?". Questa domanda attraversa il tempo e giunge fino a noi, diventando la domanda decisiva dell'esistenza. Non è una richiesta teorica, ma una chiamata personale, un appello che tocca il cuore. Come sottolinea Benedetto XVI, la fede cristiana nasce dall'incontro con una Persona, non dall'adesione a un'idea. Un termine decisivo in questo brano è πίστις (pístis), che indica la fiducia radicale e personale nella Parola di Cristo. E nel segno pubblico che compie, facendo rotolare via la pietra dal sepolcro dell'amico dopo essere scoppiato a piangere — dimostrazione di una reale, concreta e finissima umanità — è come se Gesù chiedesse alla sua comunità, ai suoi discepoli e discepole, ai simpatizzanti più o meno vicini: "Credete questo? Ponete la vostra fiducia in me, credendo che Io sia la risurrezione e la vita, oltre il sepolcro, oltre la morte, oltre il suo maleodorante odore?".
Quel pianto di Gesù («ἐδάκρυσεν ὁ Ἰησοῦς» – edákrysen ho Iesoûs , Gv 11,35) è uno dei versetti più brevi ma più profondi del Vangelo: Dio non è estraneo al dolore umano, ma lo assume, lo condivide, lo redime dall'interno. Ma c'è un'altra sequenza di questo brano da non sottovalutare: quella che ci parla dell'altra sorella, Maria, la quale rimane in casa, quasi in atteggiamento orante e di ascolto fatto di attesa, speranza, capacità di far tacere ogni cosa per fare spazio all'ultima Parola che spetta solo al Divino Maestro. In questo atteggiamento si coglie una dimensione profondamente contemplativa: Maria diventa icona della Chiesa che attende, che ascolta, che si dispone ad accogliere. Ricorda tanto quell'episodio narrato dall'evangelista Luca, in cui ella si siede ai piedi dell'ospite d'onore per ascoltarne la Parola, mentre Marta si affanna e si agita per tante altre cose (cfr. Lc 10,39-41). Qui non si tratta di contrapporre azione e contemplazione, ma di riconoscere che tutto nasce dall'ascolto. Come direbbe Origene, l'anima deve prima accogliere la Parola perché la vita possa essere trasformata.
«La Parola di Dio non solo illumina, ma trasforma la vita di chi l'accoglie con fede» (Origene, Omelie su Luca). Secondo il Panimolle, la manifestazione di Gesù come risurrezione personificata appare l'aspetto più caratteristico della cristologia, in quanto con una semplice parola imperativa richiama in vita chi è già in un processo di decomposizione. È la forza performativa della Parola di Dio, quella Parola che, come in Genesi, non descrive soltanto ma crea: «Dio disse… e così avvenne» (Gen 1,3). Un altro termine rilevante è ruach (רוח, ruàch), che indica lo Spirito vivificante di Dio, protagonista della nuova creazione. Questo dettaglio, su cui si sofferma l'evangelista, così come il dato che Gesù giunge al sepolcro dopo quattro giorni, non è casuale: l'evangelista vuol mettere in risalto la verità, la concretezza, l'autenticità della morte di Lazzaro. Non è una morte apparente, una catalessi, quella di Lazzaro, ma una morte veramente vera. Ed è proprio dentro questa realtà irreversibile che risuona la voce di Cristo: «Lazzaro, vieni fuori!» (Gv 11,43). E quella voce continua ancora oggi a risuonare nelle pieghe della nostra esistenza, raggiungendo le nostre chiusure, i nostri sepolcri interiori, le nostre zone d'ombra. È una voce che non si limita a chiamare, ma che dona ciò che chiede: chiama alla vita e, nello stesso istante, la comunica.
Conclusione
E allora questa pagina evangelica, letta nel suo orizzonte liturgico insieme alla visione profetica di Ezechiele e alla riflessione di Paolo ai Romani, ci conduce al cuore della fede cristiana: il Dio di Gesù Cristo non è il Dio dei morti, ma dei vivi; non è il Dio che abbandona l'uomo nei suoi sepolcri, ma Colui che li apre; non è il Dio della carne chiusa in sé stessa, ma dello Spirito che vivifica. È il Dio della vita, della ḥayyîm (חַיִּים), quella vita piena e sovrabbondante che non si esaurisce nei confini della storia ma la attraversa e la trasfigura. Come afferma Gesù stesso: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10). «Egli è la vita che ha vinto la morte, e chi si stringe a Lui, anche se muore, vivrà» (cf. Agostino, In Iohannis Evangelium Tractatus, 49,15). In Betania, casa della sofferenza e dell'amicizia, casa della fragilità e dell'accoglienza, Cristo si rivela come il Signore della vita, senza cessare di essere profondamente uomo, capace di piangere, di amare, di attendere, di parlare al cuore. In Lui si incontrano in modo perfetto la compassione umana e la potenza divina: Egli è il Dio che si commuove e il Dio che salva. Come ricorda la Lettera agli Ebrei, è un sommo sacerdote capace di compatire le nostre debolezze (cfr. Eb 4,15), e proprio per questo la sua parola non è distante, ma vicina, intima, efficace. «La risurrezione non è soltanto un evento che riguarda il futuro, ma è la presenza attuale del Vivente che trasforma già ora la nostra esistenza» (J. Ratzinger/Benedetto XVI). Per questo, davanti a questo Vangelo, la domanda decisiva non riguarda solo Lazzaro, Marta o Maria, ma noi stessi: crediamo davvero che Cristo è, già da ora, la nostra risurrezione e la nostra vita? Crediamo che il suo Spirito può rialzarci già oggi dai nostri sepolcri interiori, dalle nostre paure, dalle nostre chiusure, dai nostri peccati, dalle nostre morti quotidiane? È la domanda della fede ( pístis ), che non si impone ma chiede di essere accolta nella libertà del cuore. È la domanda che attraversa tutta la Scrittura e che trova eco anche nella voce dei profeti: «Scegli dunque la vita» (Dt 30,19).
È questa la grande consegna della V Domenica di Quaresima: lasciarci raggiungere da Cristo, lasciarci chiamare per nome e lasciarci riportare alla vita, perché dove arriva Lui, anche ciò che sembrava definitivamente chiuso può tornare a respirare di speranza. Come direbbe Ermes Ronchi, il Vangelo è una forza di risurrezione che non rimanda tutto all'ultimo giorno, ma accade dentro le nostre giornate ferite, nei nostri frammenti di vita.
Vergine Maria, Donna in cui l'incorruttibilità e la morte non hanno potuto prendere il sopravvento in vista dei meriti di Cristo. A te, prima redenta, che hai vissuto una vita umile, semplice, evangelica, che già aveva il profumo della risurrezione; a te che vivi gloriosa accanto al Figlio in corpo e anima, concedi di essere sempre fedeli discepoli di Cristo Signore, per godere anche noi della sua visione beatifica dopo la morte e la risurrezione della carne alla fine dei tempi. In te contempliamo già compiuta quella promessa che attraversa tutta la storia della salvezza: che la morte non ha l'ultima parola, ma è vinta dall'amore di Dio. E così, sostenuti dalla tua intercessione, possiamo camminare nella speranza, sapendo che ogni nostro "sepolcro" può diventare, per grazia, un luogo di vita nuova.
don Nicola De Luca

