SULLA VIA DI EMMAUS: DALLA DELUSIONE ALLA SPERANZA

18.04.2026

DOMENICA 19 APRILE 2026

III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

«Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Lc 24, 13-35

Introduzione

La liturgia odierna ci offre una parola intensa e profondamente attuale, che attraversa le tre letture come un filo rosso: è la speranza. Non una speranza generica o superficiale, ma quella speranza teologale che nasce dall'incontro con Cristo risorto e trasforma la vita dell'uomo. È una speranza che non si costruisce da soli, ma si riceve; non è frutto di uno sforzo umano, ma dono che nasce dall'irruzione di Dio nella storia. È quella spes che non delude (cfr. Rm 5,5), perché radicata nella fedeltà di Dio. Nel libro degli Atti degli Apostoli (At 2,14a.22-33), Pietro annuncia con forza che Gesù, crocifisso e ucciso, è stato risuscitato da Dio. È questo l'annuncio che riaccende la speranza nel cuore dell'uomo. È il cuore del primo annuncio cristiano, il kerygma: Cristo è vivo. E se Cristo è vivo, allora la morte non è più un punto di arrivo, ma un passaggio; il dolore non è più una condanna, ma una possibilità di redenzione. Nella Prima Lettera di Pietro (1Pt 1,17-21), siamo invitati a vivere da pellegrini nella storia, sapendo che siamo stati redenti non con cose corruttibili, ma con il sangue prezioso di Cristo. Questo ci ricorda che la nostra vita non è nelle mani del caso, ma custodita dentro un amore che ha pagato un prezzo altissimo: il sangue dell'Agnello. È una speranza che nasce dalla consapevolezza di essere stati amati fino alla fine. E nel Vangelo (Lc 24,13-35), i due discepoli di Emmaus compiono un cammino interiore che li conduce dalla delusione alla speranza. È un cammino che passa attraverso la Parola e si compie nello spezzare il pane: lì i loro occhi si aprono e il cuore torna ad ardere. Come dirà qualcuno nella tradizione: cor ardens, il cuore che riprende vita quando si lascia raggiungere da Cristo. Com'è duro il cammino cristiano della speranza! E quanto, invece, appare facile e quasi in discesa quello che conduce alla disperazione. La speranza, infatti, chiede perseveranza, chiede fiducia, chiede anche di attraversare il buio senza avere tutto chiaro. La disperazione, invece, è immediata, istintiva, quasi spontanea. Non parlo delle varie chimere che attraversano i nostri spazi pubblici e privati, né delle illusioni estemporanee che la nostra società propone come modelli di vita e che, alla fine, si rivelano amare delusioni. Quante promesse facili, quante scorciatoie, quante felicità apparenti che poi si svuotano e lasciano il cuore più stanco di prima. Il mio desiderio è semplicemente quello di comunicare la speranza teologale, quella virtù cristiana che il Vangelo ci consegna e che, insieme alla fede e alla carità, forma il cuore dell'identità credente. Fides, spes et caritas: non tre idee, ma tre dimensioni di una vita nuova, di un cuore trasformato. Se osserviamo attentamente il nostro mondo e, allo stesso tempo, scrutiamo la nostra interiorità più profonda, non notiamo forse un deficit di speranza vera? Anche tra noi credenti non si avverte talvolta una certa stanchezza? Una stanchezza che non è solo fisica o organizzativa, ma spirituale: una fede che rischia di diventare abitudine, una carità che si affievolisce, una speranza che si spegne lentamente. Chiese vuote, giovani assenti, parole che non scaldano più il cuore, metodi che non parlano più all'uomo contemporaneo: non sono forse il segno che qualcosa si è affievolito? E prima ancora che nelle strutture, nel cuore? È lì, nel cuore — cor — che si gioca tutto. Perché quando si spegne la speranza nel cuore, tutto il resto diventa forma senza vita.

1. Dalla disperazione alla speranza: il cammino con Cristo

La pericope in questione la immagino come una grande traversata, che Gesù fa compiere ai due ignoti discepoli che si stanno recando a Emmaus, dalla disperazione più grande alla speranza sommamente più intensa. È una vera e propria Pasqua interiore: un passaggio, un attraversamento. Non è solo un cammino geografico, ma un itinerario del cuore, un esodo interiore. I due discepoli, infatti, non stanno semplicemente andando via da Gerusalemme, ma stanno fuggendo da una speranza che sembrava morta. C'è un viaggio che i due devono compiere non in compagnia della loro solitudine e tristezza, ma in rapporto amicale con il Signore risorto. È decisivo questo passaggio: dalla chiusura in sé stessi alla relazione. Perché la speranza non rinasce nell'isolamento, ma nell'incontro. Il Risorto si fa compagno di strada, discreto e paziente, capace di camminare al passo dell'uomo, senza forzare, senza imporsi.

Da soli rischierebbero di perdersi ancor di più a causa delle loro mancate attese, di farsi fagocitare ulteriormente dalle loro illazioni e deduzioni senza fede, dalle loro false speranze in merito alla persona di Cristo e al mistero della redenzione che lo avvolge e che avvolge di riflesso ogni uomo.
Quante volte anche noi costruiamo immagini di Dio secondo le nostre attese, e quando queste crollano, rischiamo di perdere tutto. È il dramma di una fede che non si lascia purificare, ma resta legata a schemi umani. Se non fossero sorretti in questo percorso dal misterioso viandante, cadrebbero, come Giuda Iscariota, in una disperazione senza ritorno.mLa differenza non sta nel peccato — perché anche Pietro ha tradito — ma nello sguardo: Giuda resta chiuso nella sua disperazione, mentre i discepoli di Emmaus si lasciano raggiungere. Qui si gioca tutto: lasciarsi incontrare oppure chiudersi definitivamente.

Questo accade quando la sapienza di Dio non guida i nostri passi e le nostre menti vengono confuse dalle insinuazioni tortuose del maligno. È una lotta reale, interiore: tra una sapienza che viene dall'alto e una logica che ci chiude. La Scrittura chiamerebbe questa sapienza ḥokmāh (חָכְמָה), una sapienza che non è solo intelligenza, ma arte del vivere secondo Dio. Anche nei momenti più drammatici o confusi, è essa che deve far da timone alla nostra storia. Non le emozioni del momento, non le paure, non le delusioni, ma una luce più profonda, che orienta e custodisce. Ecco come il libro della Sapienza ce la illustra e raccomanda (Sap 7,1-12). Una sapienza da desiderare più dell'oro, più del potere, più di ogni sicurezza umana, perché è l'unica che non tradisce e non delude.

Ed è proprio ciò che Pietro proclama nella prima lettura: Dio non ha abbandonato Gesù nella morte, ma lo ha risuscitato (cf. At 2,24). Qui si fonda tutto: non est derelictus. Cristo non è stato lasciato nella morte. E se non è stato lasciato Lui, non lo saremo neanche noi. La speranza cristiana nasce qui: non nell'assenza del dolore, ma nella presenza di un Dio che vince la morte e apre un cammino nuovo. Una speranza che non elimina la croce, ma la attraversa; non nega il buio, ma lo illumina dall'interno. Come ricordava Joseph Ratzinger, la fede cristiana non è l'idea che tutto andrà bene, ma la certezza che Dio è presente anche quando tutto sembra perduto.

2. Le false attese e la pedagogia divina di Gesù

Ma vediamo in cosa consiste l'azione sapiente di Gesù nei riguardi di quei due smarriti. Essa è pedagogicamente divina. Non è un intervento immediato, non è una rivelazione improvvisa e travolgente, ma un accompagnamento paziente, rispettoso, profondamente umano. È il modo di agire di Dio: pedagogia divina, che educa senza forzare, che guida senza schiacciare. Prima Egli si accosta a loro come un qualsiasi viaggiatore e poi si finge ignaro dei fatti accaduti a Gerusalemme riguardo a quella Pasqua.Questo atteggiamento ci sorprende: il Risorto non si impone, non si rivela subito, ma entra nella loro storia con discrezione. Si fa vicino, comes viae, compagno di strada, assumendo il passo e persino l'ignoranza apparente dell'uomo. È un approccio che tiene conto dei tempi, dei momenti e della storia degli uomini: una vera maieutica soprannaturale.

Gesù non dà subito risposte, ma suscita domande; non impone verità, ma le fa emergere dall'interno. È una maieutica che potremmo dire illuminata dallo Spirito, capace di far venire alla luce ciò che abita il cuore dell'uomo. Gesù vuole conoscere l'interpretazione dei fatti così come è stata recepita dai discepoli, per riportarla alla verità delle Scritture e di quanto i profeti avevano preannunciato riguardo alla sua morte e risurrezione. È un passaggio fondamentale: dalla lettura soggettiva degli eventi alla luce oggettiva della Parola. Senza questo passaggio, la fede resta fragile, esposta alle oscillazioni delle emozioni e delle circostanze. Emergono così le false attese: «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele». In questa frase c'è tutta la delusione dell'uomo e, insieme, tutto l'equivoco della sua fede. Una speranza che c'era… ma non era ancora purificata.

Una speranza mal riposta, legata a un Messia potente, politico, vincente secondo i criteri del mondo.
È la logica di un Messia forte, visibile, risolutivo secondo le categorie umane. Una logica che ritorna sempre, anche oggi, quando cerchiamo un Dio che risolva i problemi senza convertirci il cuore. È la stessa tentazione che attraversa tutta la Scrittura, come mostra anche il brano della moltiplicazione dei pani (Gv 6,1-15), dove Gesù viene cercato per essere fatto re. Un re che sfama, che protegge, che garantisce… ma che non chiede conversione. Un Dio funzionale ai bisogni, più che Signore della vita. I discepoli passano dall'illusione alla delusione: da un re glorioso a un uomo crocifisso e apparentemente fallito. È il crollo di un'immagine di Dio. Ed è un passaggio doloroso, ma necessario. Perché finché Dio coincide con le nostre attese, non è ancora il vero Dio.

E qui si comprende anche il senso profondo della seconda lettura: «non con cose corruttibili […] foste liberati, ma con il sangue prezioso di Cristo» (1Pt 1,18-19). Qui si apre uno squarcio decisivo: la salvezza non passa attraverso il potere, ma attraverso il dono; non attraverso la forza, ma attraverso l'amore che si consegna. La vera liberazione non è politica o esteriore, ma interiore, radicale, salvifica. È una liberazione che tocca il cuore — cor — e lo trasforma dall'interno, restituendo all'uomo la sua verità più profonda. Per questo Gesù si fa viandante: per ricreare nel loro cuore la speranza vera, quella che nasce dalla croce e si apre alla risurrezione. Una speranza pasquale, che passa attraverso la ferita e la trasfigura; che non elimina la prova, ma le dà senso. Come ricorda anche Ermes Ronchi, Dio non evita la croce, ma la abita, e proprio lì apre strade di vita nuova.

3. Dalla Parola all'Eucaristia: il cuore che arde e gli occhi che si aprono

Ci sono due momenti fondamentali che attestano come nei discepoli tristi e delusi sia rinata la speranza vera. Due passaggi decisivi, due tappe che segnano una trasformazione interiore profonda: dalla chiusura all'apertura, dalla tristezza alla gioia, dalla fuga al ritorno. Il primo è l'ascolto delle Scritture. È lì che inizia la rinascita. Non in un'emozione improvvisa, ma in un ascolto che si fa progressivamente luce.

Gesù non si limita a illuminare la mente, ma scalda il cuore: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via?» (Lc 24,32). Qui tocchiamo il punto centrale: la Parola di Dio non è informazione, è trasformazione. Non è solo verbum, parola detta, ma parola viva che entra, lavora, plasma. Non basta elaborare discorsi, anche teologicamente ineccepibili, per generare speranza. Bisogna toccare il cuore. È una tentazione sempre presente: pensare che basti spiegare per convincere, chiarire per convertire. Ma la fede nasce quando il cuore si accende, non solo quando la mente comprende. È come un camino bello, perfetto, ma spento: non scalda nessuno. Un'immagine semplice ma potentissima: tutto può essere corretto, ordinato, anche bello… ma se manca il fuoco, resta freddo.

Gesù, invece, accende il cuore, sempre. Perché la sua Parola è fuoco — potremmo dire con il profeta: «Non è forse la mia parola come fuoco?» (Ger 23,29) — capace di risvegliare, di ridare vita, di rimettere in piedi. Il secondo momento è lo spezzare il pane. È il culmine del cammino: dalla Parola al gesto, dall'ascolto al riconoscimento. In quel gesto, semplice e familiare, gli occhi si aprono e riconoscono il Risorto. È il passaggio decisivo: dall'ascolto alla visione. Gli occhi si aprono — potremmo dire oculi aperti — e ciò che prima era velato ora diventa chiaro. La speranza è ricreata. La delusione svanisce. Non perché i problemi siano scomparsi, ma perché è cambiato lo sguardo. Quando si riconosce Cristo, tutto viene riletto in modo nuovo.

Ora i due discepoli ripartono verso Gerusalemme: non possono più tenere per sé ciò che hanno vissuto. Il movimento si inverte: da Gerusalemme si allontanavano, ora a Gerusalemme ritornano. È il segno che qualcosa è davvero cambiato. La speranza, quando è vera, diventa missione. Non resta chiusa nel cuore, ma si comunica, si diffonde, si dona. Come negli Atti degli Apostoli, dove Pietro annuncia con coraggio il Risorto, così anche i discepoli di Emmaus diventano testimoni. La stessa esperienza genera lo stesso dinamismo: incontro → trasformazione → annuncio. L'incontro con Cristo non lascia mai fermi: rimette in cammino. Rimette in piedi, rimette sulla strada, restituisce direzione. Come ricorda anche Enzo Bianchi, il cristiano è sempre uno che cammina, mai uno che si ferma nella rassegnazione.

Conclusione

Gesù si manifesta come il vero liberatore del cuore dell'uomo dagli abissi della disperazione per infondergli la sua beata speranza. Non una speranza fragile o passeggera, ma una speranza che affonda le radici nella Pasqua, nella vittoria di Cristo sulla morte. È una speranza che non evita la fatica della vita, ma la attraversa e la trasfigura dall'interno. È questa la speranza che la Chiesa oggi è chiamata a custodire e a testimoniare. Custodire, cioè non smarrire, non diluire, non sostituire con surrogati più facili. Testimoniare, cioè rendere visibile, concreta, credibile nella vita quotidiana. Una speranza che si vede nei volti, nei gesti, nelle scelte. E allora la domanda finale è semplice ma decisiva: dove si colloca oggi la nostra speranza? Su quali basi stiamo costruendo la nostra vita? Sono domande che non possiamo evitare. Perché da queste risposte dipende la qualità della nostra fede e la verità del nostro cammino. Solo Cristo risorto è la nostra speranza. Non un'idea, non un valore, non un ricordo del passato, ma una Presenza viva: Christus vivit. È Lui il fondamento che non crolla, la roccia su cui costruire. Solo Lui può trasformare le nostre delusioni in cammini nuovi, le nostre chiusure in aperture, le nostre paure in fiducia. Solo Lui può entrare nelle pieghe più profonde della nostra vita e riaccendere ciò che sembrava spento, ridare senso a ciò che sembrava perduto. E come i discepoli di Emmaus, anche noi siamo chiamati a lasciarci raggiungere, illuminare e trasformare da Lui, per diventare, nel mondo, uomini e donne di speranza. Uomini e donne dal cuore acceso — cor ardens — capaci di camminare anche nel buio senza perdere la luce, capaci di portare agli altri non parole vuote, ma una vita che testimonia che Cristo è davvero risorto.

Il Santo Padre Emerito Benedetto XVI a conclusione della sua Lettera Enciclica «Spe Salvi» rivolge a Maria una stupenda preghiera sulla speranza cristiana:

Santa Maria, tu appartenevi a quelle anime umili e grandi in Israele che, come Simeone, aspettavano «il conforto d'Israele» (Lc 2,25) e attendevano, come Anna, «la redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38). Tu vivevi in intimo contatto con le Sacre Scritture di Israele, che parlavano della speranza – della promessa fatta ad Abramo ed alla sua discendenza (cf. Lc 1,55). Così comprendiamo il santo timore che ti assalì, quando l'angelo del Signore entrò nella tua camera e ti disse che tu avresti dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e l'attesa del mondo. Per mezzo tuo, attraverso il tuo «sì», la speranza dei millenni doveva diventare realtà, entrare in questo mondo e nella sua storia. Tu ti sei inchinata davanti alla grandezza di questo compito e hai detto «sì»: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Quando piena di santa gioia attraversasti in fretta i monti della Giudea per raggiungere la tua parente Elisabetta, diventasti l'immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza del mondo attraverso i monti della storia. Ma accanto alla gioia che, nel tuo Magnificat, con le parole e col canto hai diffuso nei secoli, conoscevi pure le affermazioni oscure dei profeti sulla sofferenza del servo di Dio in questo mondo. Sulla nascita nella stalla di Betlemme brillò lo splendore degli angeli che portavano la buona novella ai pastori, ma al tempo stesso la povertà di Dio in questo mondo fu fin troppo sperimentabile. Il vecchio Simeone ti parlò della spada che avrebbe trafitto il tuo cuore (cf. Lc 2,35), del segno di contraddizione che il tuo Figlio sarebbe stato in questo mondo. Quando poi cominciò l'attività pubblica di Gesù, dovesti farti da parte, affinché potesse crescere la nuova famiglia, per la cui costituzione Egli era venuto e che avrebbe dovuto svilupparsi con l'apporto di coloro che avrebbero ascoltato e osservato la sua parola (cf. Lc 11,27s). Nonostante tutta la grandezza e la gioia del primo avvio dell'attività di Gesù tu, già nella sinagoga di Nazareth, dovesti sperimentare la verità della parola sul «segno di contraddizione» (cf. Lc 4,28ss). Così hai visto il crescente potere dell'ostilità e del rifiuto che progressivamente andava affermandosi intorno a Gesù fino all'ora della croce, in cui dovesti vedere il Salvatore del mondo, l'erede di Davide, il Figlio di Dio morire come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti. Accogliesti allora la parola: «Donna, ecco il tuo figlio!» (Gv 19,26). Dalla croce ricevesti una nuova missione. A partire dalla croce diventasti madre in una maniera nuova: madre di tutti coloro che vogliono credere nel tuo Figlio Gesù e seguirlo. La spada del dolore trafisse il tuo cuore. Era morta la speranza? Il mondo era rimasto definitivamente senza luce, la vita senza meta? In quell'ora, probabilmente, nel tuo intimo avrai ascoltato nuovamente la parola dell'angelo, con cui aveva risposto al tuo timore nel momento dell'annunciazione: «Non temere, Maria!» (Lc 1,30). Quante volte il Signore, il tuo Figlio, aveva detto la stessa cosa ai suoi discepoli: Non temete! Nella notte del Golgota, tu sentisti nuovamente questa parola. Ai suoi discepoli, prima dell'ora del tradimento, Egli aveva detto: «Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27). «Non temere, Maria!» Nell'ora di Nazareth l'angelo ti aveva detto anche: «Il suo regno non avrà fine» (Lc 1,33). Era forse finito prima di cominciare? No, presso la croce, in base alla parola stessa di Gesù, tu eri diventata madre dei credenti. In questa fede, che anche nel buio del Sabato Santo era certezza della speranza, sei andata incontro al mattino di Pasqua. La gioia della risurrezione ha toccato il tuo cuore e ti ha unito in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare famiglia di Gesù mediante la fede. Così tu fosti in mezzo alla comunità dei credenti, che nei giorni dopo l'Ascensione pregavano unanimemente per il dono dello Spirito Santo (cf. At1,14) e lo ricevettero nel giorno di Pentecoste. Il «regno» di Gesù era diverso da come gli uomini avevano potuto immaginarlo. Questo «regno» iniziava in quell'ora e non avrebbe avuto mai fine. Così tu rimani in mezzo ai discepoli come la loro Madre, come Madre della speranza. Santa Maria, Madre di Dio, Madre nostra, insegnaci a credere, sperare ed amare con te. Indicaci la via verso il suo regno! Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino!

don Nicola De Luca
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