SOLO CRISTO! NOSTRA SPERANZA

16.01.2026

DOMENICA 18 GENNAIO 2026

II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A

Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie i peccati del mondo. Gv 1,29-34


Introduzione

Dopo il tempo forte del Natale, preceduto dall'Avvento, siamo rientrati nel Tempo Ordinario. Un tempo che potremmo definire della ferialità, della quotidianità abitata da Dio. Non un tempo "minore" o spiritualmente povero, ma il tempo nel quale la fede è chiamata a incarnarsi nella vita di ogni giorno. È il tempo in cui il Vangelo scende nelle pieghe dell'esistenza ordinaria, nei gesti ripetuti, nelle relazioni semplici, nel lavoro, nella famiglia, nelle fatiche e nelle attese di ciascuno. Proprio lì dove spesso pensiamo che Dio sia assente, il Signore continua a farsi vicino. È un kairòs(καιρός), un tempo favorevole e sempre vivo, non semplicemente il succedersi delle ore (chrónos, χρόνος), ma il tempo visitato da Dio, carico di senso e di promessa. È il tempo in cui ogni frammento di vita può diventare luogo di salvezza. Un tempo che ci consente di santificare ogni secondo, ogni minuto, ogni ora, ogni giorno e ogni attività della vita ordinaria, riconoscendo che nulla è estraneo alla presenza del Signore. Come ricorda la Scrittura: «Questo è il tempo favorevole, questo è il giorno della salvezza» (2Cor 6,2). Non un domani indefinito, ma l'oggi di Dio che si dona. E tuttavia questo tempo non è affatto disgiunto dal Natale. Al contrario, ne è profondamente connesso. Il Tempo Ordinario non archivia il mistero dell'Incarnazione, ma lo prolunga, lo distende, lo fa maturare nel quotidiano. Il Dio che abbiamo contemplato nella fragilità di un Bambino continua a camminare con noi nella normalità dei giorni. Come afferma san Tommaso d'Aquino, l'Incarnazione non è solo un evento del passato, ma la forma stessa con cui Dio ha scelto di restare nella storia. Potremmo dire che l'Incarnazione è lo stile permanente di Dio: un Dio che non salva dall'esterno, ma dall'interno della vita umana. In particolare, questo tempo è in continuità con l'ultima domenica dopo Natale, che ci ha fatto contemplare il mistero del Battesimo di Gesù come Epifania voluta dal Padre: una manifestazione solenne nella quale il Figlio viene rivelato come l'Amato e il Prediletto. È un'epifania segnata dall'unzione dello Spirito Santo che discende su Gesù, lo consacra Messia e lo manifesta al popolo, dando inizio al suo ministero pubblico. Lo Spirito – rûaḥ (רוּחַ), soffio vitale e forza creatrice – scende e rimane su di Lui, indicando che in Gesù dimora stabilmente la pienezza di Dio. Come osserva Hans Urs von Balthasar, è proprio nello Spirito che la missione di Gesù prende forma come dono totale al Padre e all'umanità.

La pericope evangelica di oggi si colloca proprio come un anello di congiunzione tra questi due tempi: il Natale che rivela il mistero del Figlio fatto carne e il ministero pubblico che sta per aprirsi. Ci viene narrata la testimonianza di Giovanni Battista nel giorno in cui Gesù riceve il battesimo e lo Spirito di Dio scende su di Lui. Giovanni non trattiene l'attenzione su di sé, ma orienta lo sguardo verso un Altro. La sua parola non è possesso, ma indicazione; non è fine a sé stessa, ma rinvio. È una parola che educa a decentrarsi. È il momento in cui la speranza prende un volto, una voce, un nome. La speranza non resta più un'attesa indistinta, non è più un sentimento vago o un desiderio generico, ma si concentra in una persona concreta. Come scrive sant'Agostino: «La nostra speranza ha un nome e un volto: Gesù Cristo». E come ricorda Karl Rahner, il cristianesimo non annuncia un'idea su Dio, ma l'incontro con Dio stesso nella storia. In Lui, ciò che Israele attendeva e ciò che l'umanità desidera trova finalmente compimento.

1. «Ecco l'Agnello di Dio»: la speranza che prende su di sé il peccato

Giovanni Battista si presenta come testimone.
Non come protagonista, non come centro, non come colui che trattiene l'attenzione su di sé, ma come colui che indica. La sua identità non è definita da ciò che possiede, dal ruolo che occupa o dal consenso che raccoglie, ma da Colui a cui rimanda. Giovanni esiste per un Altro. Tutta la sua vita, tutta la sua parola, tutta la sua missione sono orientate a rendere visibile una Presenza che viene incontro. Come dirà più avanti nel Vangelo: «Io non sono la luce, ma sono venuto per dare testimonianza alla luce» (cf. Gv 1,8). Egli fa da testimone al Cristo venuto, così come avevano profetizzato gli oracoli su di Lui. La sua voce non nasce dal nulla, ma si inserisce nel grande coro delle promesse di Dio che attraversano la Scrittura come un filo di luce che non si spezza. È una voce che custodisce la memoria dell'attesa e la orienta verso il compimento. Risuonano, in particolare, le parole del profeta Isaia:

«Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria…
È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d'Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza fino all'estremità della terra» (Is 49,3.6).

In Gesù, queste parole si compiono in modo sorprendente. La gloria di Dio – la kābôd (כָּבוֹד), il suo "peso" salvifico – non si manifesta nella potenza che domina, ma nell'amore che si dona. Come osserva Hans Urs von Balthasar, la gloria di Dio nel Nuovo Testamento coincide con la sua capacità di abbassarsi fino all'uomo senza perdere nulla della sua divinità. Nel Vangelo di Giovanni non ci si concentra sulla predicazione del Battista o sul suo forte invito alla conversione. L'attenzione è tutta posta sulla sua testimonianza personale su Gesù. Giovanni non parla di sé, non racconta le sue opere, non costruisce un seguito. Non si pone come alternativa o come passaggio obbligato. La sua parola è tutta concentrata in un gesto semplice e decisivo: indicare. È una testimonianza che non trattiene, ma libera. Come scrive Yves Congar, la vera testimonianza cristiana non è "aggiungere qualcosa a Cristo", ma lasciarlo apparire.

E che cosa testimonia Giovanni?
Non solo che Gesù è il Messia di Dio, ma che Egli è l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Qui la parola diventa densissima. L'agnello – śeh (שֶׂה) – richiama immediatamente l'agnello pasquale, sacrificato nel tempio e poi consumato in famiglia nella notte della liberazione. È l'agnello che accompagna l'esodo, il passaggio dalla schiavitù alla libertà. Giovanni, però, aggiunge qualcosa di inaudito: questo Agnello non copre semplicemente il peccato, ma lo toglie, lo porta via, lo assume su di sé. Ora, però, è giunta l'ora decisiva della storia della salvezza. Non sarà più un animale a essere sacrificato al posto dell'uomo. Non ci saranno più sostituzioni provvisorie. Sarà Gesù stesso a offrirsi, in libagione di amore, obbedienza e fedeltà al Padre. Come afferma la Lettera agli Ebrei: «Egli è entrato una volta per sempre nel santuario… ottenendo una redenzione eterna» (Eb 9,12). La sua vita diventa dono versato, prosphorá (προσφορά), offerta totale.

Egli prende su di sé il peso del peccato – ḥaṭṭā'ṯ (חַטָּאת), ciò che fa deviare il cammino, ciò che spezza la relazione – e lo crocifigge alla radice nel suo corpo. Non lo aggira, non lo nega, non lo minimizza, ma lo attraversa con l'amore. Questa è la nostra speranza: non un'idea, non un progetto umano, non una strategia religiosa, ma una persona che si dona fino in fondo. Come scrive san Tommaso d'Aquino, Cristo salva non solo insegnando, ma patendo; non solo mostrando la via, ma diventando Egli stesso la via.

Eppure, questo Agnello è anche Figlio di Dio.
Non un semplice uomo, non un rabbino, non un filosofo, non un ideologo. È Colui che viene dopo Giovanni, ma che era prima di Giovanni, perché preesistente presso il Padre. Giovanni lo confessa con stupore: «Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me» (Gv 1,30). Qui si apre il mistero del Lógos (Λόγος), il Verbo eterno, che era presso Dio e che era Dio. Ritorna così, con forza, il cuore del mistero natalizio: il Verbo che era Dio si è fatto carne per la nostra salvezza. Colui che prende su di sé il peccato del mondo è lo stesso che abbiamo contemplato nella fragilità di un Bambino. Come osserva Karl Rahner, il cristianesimo afferma che Dio si è definitivamente legato alla storia umana, fino a portarne il peso. È qui che nasce una speranza affidabile: non perché il dolore scompaia, ma perché nessun dolore è più senza Dio.

2. Giovanni Battista: indicare Cristo, non se stessi

Giovanni Battista diventa allora il prototipo e il modello esemplare di ogni azione pastorale: dalla più perfettamente organizzata alla più semplice, umile e nascosta. Non è la quantità delle iniziative a qualificarne la missione, ma la direzione. Tutto trova il suo senso in questo gesto essenziale e decisivo: indicare agli uomini il Cristo, vero Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Giovanni non si pone come fine, ma come segno; non come centro, ma come rimando. La sua vita è una freccia che punta altrove. Approfondendo questo aspetto, possiamo dire che Giovanni Battista incarna la logica della trasparenza evangelica: la sua grandezza sta proprio nel non trattenere nulla per sé, ma nel farsi "vetrata" attraverso cui passa la luce di Cristo. In un tempo in cui la tentazione dell'efficienza, della visibilità e del successo sembra pervadere anche la vita ecclesiale, Giovanni ci ricorda che il valore di ogni azione pastorale non si misura dal clamore che suscita, ma dalla sua capacità di orientare a Cristo. È il mistero della "diminuzione" evangelica: meno spazio all'io, più spazio al Signore. Solo così la Chiesa rimane fedele al suo mandato originario e non rischia di diventare autoreferenziale.

Ed è qui che nasce una domanda scomoda, ma necessaria. Una domanda che non può essere elusa, perché riguarda il cuore stesso dell'essere Chiesa, oggi. Quando una Chiesa diventa autoreferenziale? Quando lo diventa una comunità? Quando un presbitero? Quando un fedele laico? Quando smette di essere nel mondo indicatore del Cristo. Quando il segno si sostituisce al Significato. Quando il mezzo oscura il Fine. Quando ciò che dovrebbe rimandare a Dio finisce per trattenere su di sé lo sguardo.

La tentazione dell'autoreferenzialità si manifesta quando le attività ecclesiali, invece di essere finestre spalancate verso il Mistero di Dio, si chiudono in un circuito autoreferenziale fatto di autocelebrazione, di ricerca di consenso, di conservazione di ruoli e strutture. È allora che la Chiesa rischia di diventare un'istituzione tra le altre, più preoccupata di sopravvivere che di annunciare. Giovanni Battista ci insegna che la vitalità della comunità cristiana non nasce dall'accumulo di iniziative, ma dalla radicalità del riferimento a Cristo. È Lui il centro, il senso e la meta di ogni azione. Quando la Chiesa si dimentica di essere "segno" e si trasforma in "fine", perde la sua forza profetica e la sua capacità di generare speranza.

In questo senso, la domanda su quando una comunità diventa autoreferenziale è una provocazione salutare: ci invita a un esame di coscienza personale ed ecclesiale. Chiedersi se il nostro agire, il nostro servire, il nostro annunciare porta davvero a Cristo oppure si ferma a noi stessi, alle nostre strutture, ai nostri progetti. La vera fecondità pastorale non nasce dal protagonismo, ma dall'umiltà di chi sa indicare un Altro, come ha fatto Giovanni: "Lui deve crescere; io, invece, diminuire" (Gv 3,30). Solo così la Chiesa rimane trasparente alla grazia e fedele al suo compito di essere, nel mondo, sacramento della presenza di Cristo.

Il vero problema del nostro tempo è proprio questo: aver estromesso Cristo da molte parole, da molte azioni, da molti annunci, vivendo un orizzontalismo asfissiante che non produce salvezza. Un cristianesimo ridotto a etica, a organizzazione, a progetto umano. Si fanno tante cose, si moltiplicano iniziative, si riempiono agende e calendari, ma si rischia di perdere il cuore. Come osserva Henri de Lubac, il dramma più grande non è fare poco, ma fare molto senza più attingere alla sorgente.

Il Vangelo, invece, ci ricorda con sobrietà e radicalità che Cristo è il kéntron (κέντρον), il punto focale che dà senso a tutto. Non uno dei riferimenti possibili, ma il riferimento decisivo. «Senza di me non potete far nulla» (Gv 15,5): non poco, non qualcosa di secondario, ma nulla. È una parola che smaschera ogni illusione di autosufficienza spirituale. Come direbbe Romano Guardini, la fede cristiana vive o muore a partire dal rapporto reale con Cristo, non dalle sue conseguenze. Quando Cristo viene messo ai margini, anche le opere più generose rischiano di diventare sterili; quando Cristo è al centro, anche la fragilità diventa luogo di fecondità. Yves Congar ricordava che la Chiesa è veramente se stessa solo quando non vive per sé, ma per il Regno che annuncia.

O orientiamo tutto a Cristo – alla bellezza della sua verità e alla potenza della sua grazia – oppure avremo fatto tante cose, tranne quella fondamentale che, come credenti, ci è stata chiesta. Giovanni lo dice con una frase che non è solo una confessione personale, ma una vera regola di vita ecclesiale e spirituale: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Qui si manifesta la logica evangelica della fecondità. Non si tratta di sparire, ma di lasciare spazio; non di annullarsi, ma di diventare trasparenti. È la tapeínōsis (ταπείνωσις), l'umiltà evangelica, che la Scrittura ebraica chiama 'anawàh (עֲנָוָה): non disprezzo di sé, ma verità davanti a Dio. Come scrive san Tommaso d'Aquino, l'umiltà è la virtù che mantiene l'uomo nella giusta misura davanti a Dio e davanti agli altri. Giovanni Battista ci insegna che la speranza nasce proprio qui: quando la Chiesa smette di parlarsi addosso e ricomincia a indicare il Signore; quando il ministero non cerca consenso ma fedeltà; quando la comunità non misura il proprio valore dal successo, ma dalla capacità di rimandare a Cristo. Solo allora l'annuncio torna a essere luminoso, e la grazia può agire senza ostacoli.

3. L'umiltà che genera speranza

E qui il cuore si apre quasi spontaneamente a un dialogo orante con Giovanni Battista. Non è più solo una riflessione, ma una preghiera che nasce dall'ascolto profondo della sua figura. Davanti a Giovanni non si resta neutrali: o lo si imita o lo si fraintende. Perché la sua vita è talmente essenziale da mettere in crisi ogni forma di protagonismo religioso.

Caro Giovanni,

come invidio il tuo zelo,

il tuo amore per la verità,

la potenza dello Spirito con cui annunciavi;

ma soprattutto la tua grande umiltà.

Sì, grande profeta dell'Altissimo, non perché cercavi visibilità, ma perché eri interiormente libero. Giovanni non è prigioniero del proprio ruolo, non difende la propria posizione, non teme di perdere discepoli. La sua forza sta proprio nel non trattenere. Egli sa che la verità non gli appartiene, ma lo attraversa. Un'umiltà così profonda da renderti indicatore, conduttore, segnaletica vivente del Cristo presente in mezzo a noi, per poi eclissarti, scomparire, nasconderti davanti a Lui. Giovanni non trattiene, non possiede, non si appropria. Non costruisce dipendenze, ma apre cammini. Non lega a sé, ma libera verso un Altro. La sua gioia è che Cristo cresca, anche se questo significa diminuire. «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30): non è una rinuncia amara, ma una confessione di gioia.

Approfondendo il senso di questa preghiera, si coglie come Giovanni Battista sia stato davvero un profeta della libertà interiore e dell'autenticità. In un mondo che spesso confonde i ruoli con l'identità, Giovanni ci ricorda che il vero servizio nasce dall'umiltà. La sua esistenza è un costante decentrarsi: la sua voce non cerca di attirare l'attenzione su di sé, ma si fa eco di una Parola più grande, quella del Messia che viene. Questa scelta radicale di vivere come "indicatore" e non come "protagonista" è ciò che rende Giovanni una figura così scomoda e, al tempo stesso, così luminosa per ogni credente e per la Chiesa intera. Il suo stile sobrio, la sua capacità di lasciare spazio a Cristo, sono un monito contro ogni tentazione di protagonismo o di autoreferenzialità. In Giovanni vediamo una libertà che nasce dalla consapevolezza di non essere il centro della storia, ma di essere al servizio di un Altro. È la logica paradossale del Vangelo: si è grandi nella misura in cui si sa fare un passo indietro perché sia Dio a emergere. Come ricorda la tradizione spirituale, «le mani che si svuotano sono quelle che si aprono per ricevere davvero»; così, chi non trattiene per sé la gloria e non cerca di raccogliere consensi, può diventare trasparente alla presenza di Dio.

In questa prospettiva, la rinuncia di Giovanni non è uno svuotamento sterile, ma una sorgente di gioia e di vitalità spirituale. Egli ci insegna che la vera gioia è vedere fiorire la vita dell'Altro, è permettere che il bene e la verità crescano anche attraverso la nostra apparente "diminuzione". È la gioia di chi sa che il proprio compito non è raccogliere applausi, ma favorire l'incontro con Cristo, vero Salvatore del mondo. Questa dinamica non è priva di fatica: significa accettare di non essere sempre al centro, di non detenere il controllo, di lasciare che altri raccolgano i frutti delle nostre fatiche. Eppure, proprio qui, secondo la logica evangelica, la testimonianza diventa feconda, e la speranza si rinnova.

Imitare Giovanni Battista, dunque, significa riscoprire la bellezza di essere segno, di indicare una presenza che ci supera. Significa anche vigilare sulle nostre intenzioni, sulle nostre modalità di annuncio e di servizio, affinché non si trasformino in occasioni di autoaffermazione. Solo così la fede resta limpida, il servizio autentico, e la comunità cristiana rimane fedele al proprio mandato: preparare la via al Signore, lasciando che sia Lui a crescere nella vita di ciascuno e nel cuore del mondo.

Qui si manifesta la vera tapeínōsis (ταπείνωσις), l'umiltà evangelica, ciò che la Scrittura chiama 'anawàh (עֲנָוָה): non disprezzo di sé, ma verità davanti a Dio. È l'umiltà di chi conosce il proprio posto e lo abita con libertà. Come ricorda sant'Anselmo d'Aosta, l'umiltà è "camminare nella verità", cioè riconoscere ciò che siamo davanti a Dio senza maschere né pretese. È questa umiltà che rende feconda la testimonianza. È questa umiltà che permette allo Spirito di agire senza ostacoli. San Tommaso d'Aquino afferma che l'umiltà non abbassa l'uomo, ma lo rende capace di accogliere la grazia, perché solo chi non è pieno di sé può essere colmato da Dio.

Ed è proprio questa umiltà che genera speranza. Perché la speranza cristiana non nasce quando siamo forti, visibili, sicuri di noi stessi, ma quando accettiamo di decentrare la nostra vita. Nasce quando Cristo non è più uno dei tanti riferimenti, ma il centro reale dell'esistenza. Come scrive Hans Urs von Balthasar, la speranza cristiana prende forma là dove l'io smette di occupare tutto lo spazio e lascia emergere l'Altro. Giovanni Battista ci consegna così una lezione decisiva per la Chiesa di ogni tempo: non si genera speranza moltiplicando parole o iniziative, ma diventando trasparenti. Non si annuncia Cristo sostituendosi a Lui, ma lasciandolo apparire. Quando l'umiltà diventa stile, la speranza torna a fiorire; quando Cristo cresce, il cuore dell'uomo ritrova pace.

Conclusione

Alla luce di questa Parola comprendiamo che la speranza cristiana non nasce da ciò che facciamo, ma da Chi indichiamo. Non nasce dall'efficienza delle nostre iniziative, né dalla forza delle nostre strutture, ma dalla fedeltà con cui lasciamo apparire Cristo. Giovanni Battista non ha lasciato programmi da gestire o opere da amministrare: ha lasciato una direzione. Ha insegnato che il cuore della fede non è trattenere, ma orientare; non occupare il centro, ma custodirlo per un Altro. È questo che oggi il Vangelo chiede anche a noi. Come Chiesa, come comunità, come presbiteri e come laici. Ci chiede di tornare all'essenziale, di liberarci da ciò che appesantisce l'annuncio, di non confondere il segno con il Significato. Perché quando Cristo viene messo ai margini, anche le parole più vere perdono forza, ma quando Lui è al centro, anche la fragilità diventa luogo di salvezza. La speranza che celebriamo non è evasione dalla realtà, né consolazione facile. È una speranza pasquale, concreta, incarnata. È la speranza dell'Agnello che prende su di sé il peccato del mondo e lo attraversa con l'amore. È la speranza di un Dio che non elimina il dolore dall'esterno, ma lo assume dall'interno, trasformandolo in luogo di incontro. Come dice la Scrittura, «egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie» (cf. Is 53,4). Per questo la Parola di oggi ci invita a un gesto semplice ma decisivo: lasciare crescere Cristo. Nella nostra vita personale, nelle nostre comunità, nel nostro modo di parlare di Dio e di vivere la fede. Lasciare che Lui cresca significa fare spazio, significa fidarsi, significa accettare anche di diminuire, se questo serve perché il Vangelo risplenda con più chiarezza. È la logica evangelica del seme che scompare nella terra per portare frutto. Perché solo Cristo è la nostra speranza. E quando Lui è indicato, la speranza torna a camminare nella storia degli uomini. Alla luce di questa Parola comprendiamo che la speranza cristiana non nasce da ciò che facciamo, ma da Chi indichiamo. Giovanni Battista non ha lasciato strutture o strategie, ma una direzione. Ci ha insegnato che quando Cristo è al centro, anche la fragilità diventa luogo di salvezza. La speranza che celebriamo non è evasione dalla realtà, ma forza che attraversa il peccato e lo vince con l'amore. È la speranza dell'Agnello che prende su di sé il peso del mondo e lo trasforma in dono.

Vergine Maria, tu vieni venerata dal popolo di Dio quale Odigitria (colei che indica la via) e la nostra sola via di Salvezza è Cristo Gesù tuo Figlio. Rendici indicatori credenti e credibili dell'unico Salvatore del mondo nella vita di tutti i nostri giorni.

don Nicola De Luca