NON PADRONI, MA CUSTODI. La vigna appartiene a Dio.

DOMENICA 04 OTTOBRE 2026
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
Darà in affitto la vigna ad altri contadini. Mt 21,33-43
Introduzione
Anche la parabola che la liturgia ci offre in questa domenica ha come protagonista una vigna. Non si tratta di un'immagine occasionale. Nella Scrittura la vigna possiede una densità simbolica particolare: richiama la terra, il popolo, l'Alleanza e soprattutto la relazione che Dio, con sorprendente gratuità, ha voluto stabilire con Israele. Dietro una vigna c'è sempre qualcuno che l'ha piantata, dissodata, custodita e attesa. Una vigna, infatti, non nasce già pronta: domanda lavoro, pazienza, cura e soprattutto tempo. Forse è proprio per questo che la Bibbia l'ha scelta come una delle immagini più belle per raccontare il modo con cui Dio si prende cura del suo popolo. Per comprendere pienamente la parabola di Gesù dobbiamo anzitutto collocarla nel momento preciso in cui viene pronunciata. Gesù è ormai a Gerusalemme. Ha fatto il suo ingresso nella città santa, è entrato nel tempio e il confronto con i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo diventa sempre più serrato. Siamo ormai vicini agli eventi della Passione. Le parole di Gesù acquistano perciò una gravità particolare: non sono semplicemente un insegnamento morale rivolto ai suoi ascoltatori, ma sembrano progressivamente svelare il mistero di ciò che sta per accadere. La parabola dei vignaioli omicidi si trova, inoltre, all'interno di una sequenza molto significativa del Vangelo di Matteo. La domenica scorsa abbiamo ascoltato la parabola dei due figli: uno dice di non voler andare nella vigna, ma poi si pente e vi entra; l'altro dice di sì, ma non vi va. Oggi siamo ancora nella vigna, ma il problema diventa più radicale. Non si tratta più soltanto di entrare o non entrare, di dire sì o dire no: si tratta di riconoscere a chi appartenga la vigna. Ed è proprio qui che comincia il dramma. Gesù, tuttavia, non inventa questa immagine. Quando parla di una vigna piantata, circondata da una siepe, dotata di un torchio e di una torre, i suoi ascoltatori conoscono bene il testo al quale sta alludendo. Matteo ci conduce quasi spontaneamente verso uno dei brani più intensi della letteratura profetica, il canto della vigna del profeta Isaia: «Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna» (Is 5,1). È importante soffermarsi su questa espressione: un cantico d'amore. Prima di essere una denuncia dell'infedeltà di Israele, Isaia 5 è il racconto dell'amore di Dio. La כֶּרֶם (kerem, "vigna") non è una proprietà qualsiasi: il profeta stesso ne offre la chiave interpretativa quando afferma: «La vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele» (Is 5,7). Dietro quella terra dissodata e coltivata c'è dunque la storia di un popolo scelto non per merito, ma per grazia, chiamato, liberato, accompagnato e custodito da Dio. Il profeta descrive con grande precisione ciò che il padrone ha fatto. Ha scelto un terreno fertile, lo ha dissodato, lo ha sgombrato dalle pietre, vi ha piantato viti pregiate, ha costruito una torre e scavato un tino. Nulla è lasciato al caso. Ogni gesto racconta una premura. Ogni particolare rivela un'attesa. Prima ancora che la vigna possa produrre qualcosa per il suo padrone, è il padrone ad aver fatto tutto per la sua vigna. Questa precedenza dell'amore di Dio è fondamentale. Nella storia della salvezza Dio ama sempre per primo. Prima della risposta dell'uomo c'è la sua chiamata; prima della fedeltà dell'uomo c'è la fedeltà di Dio; prima dei nostri frutti c'è una grazia che abbiamo ricevuto gratuitamente. Nessuno di noi comincia da sé stesso. Se possiamo portare frutto è perché, prima ancora, qualcuno ha preparato per noi la terra. Ed è proprio per questo che la domanda di Isaia diventa tanto drammatica: «Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto?» (Is 5,4). Sono parole che hanno quasi il tono di una ferita. Non ascoltiamo semplicemente la delusione di un proprietario che constata il fallimento di un investimento. Dentro quella domanda possiamo intravedere qualcosa del mistero stesso di Dio: il dolore di un amore che ha donato tutto e che tuttavia può non essere accolto. Il padrone attendeva uva buona; la vigna, invece, produsse acini acerbi. C'è qui qualcosa di profondamente umano e, nello stesso tempo, di profondamente divino: l'amore autentico attende una risposta, ma non può pretenderla con la forza. Dio chiama, cerca, custodisce, corregge, perdona, ricomincia; ma non vuole sostituirsi alla libertà dell'uomo. Quella libertà che ci rende capaci di rispondere all'amore ci rende, misteriosamente, anche capaci di rifiutarlo. È forse questo uno degli aspetti più vertiginosi della relazione tra Dio e l'uomo. Dio avrebbe potuto creare delle creature incapaci di sottrarsi alla sua volontà; ha voluto invece dei figli capaci di amarlo liberamente. E proprio per questo accetta persino il rischio del rifiuto. Non perché l'uomo sia più forte di Dio, ma perché Dio ha scelto di manifestare la sua onnipotenza non annientando la libertà, bensì continuando ad amarla e a chiamarla. Per questo non dobbiamo leggere immediatamente il canto di Isaia, e neppure la parabola di Gesù, come una pagina dominata dal castigo. Prima del giudizio c'è l'amore. Prima della denuncia c'è la cura. Prima dell'infedeltà dell'uomo c'è la fedeltà di Dio. È soltanto alla luce di questa precedenza dell'amore che possiamo comprendere la serietà del rifiuto. E qui Isaia e Matteo cominciano a incontrarsi in maniera sorprendente. Nel profeta Dio attende il frutto della vigna; nella parabola di Gesù il padrone manda i suoi servi a raccoglierne i frutti. In Isaia la vigna delude l'attesa; nel Vangelo saranno coloro ai quali essa è stata affidata a rifiutare ostinatamente il padrone. Cambiano i protagonisti immediati, ma rimane la stessa domanda: che cosa abbiamo fatto dell'amore che Dio ci ha consegnato? La parabola, allora, comincia già a perdere la distanza di un racconto antico. Non riguarda soltanto Israele. Non riguarda soltanto i capi religiosi che stanno davanti a Gesù nel tempio. Riguarda ogni uomo al quale Dio abbia affidato qualcosa; riguarda la Chiesa; riguarda chiunque abbia ricevuto una vocazione, un ministero, una responsabilità, un dono; riguarda ciascuno di noi. Perché la vigna appartiene a Dio, ma Dio ha scelto di affidarla alle mani dell'uomo. Ed è precisamente da questo affidamento che nasce il dramma della parabola: che cosa accade quando il custode dimentica di essere custode e comincia a sentirsi padrone?
1. Dio cerca i frutti della sua vigna
Il cuore del canto di Isaia si trova nel versetto 7, dove il profeta, attraverso un gioco di parole ebraico particolarmente efficace, rivela quale sia il frutto che Dio attende dalla sua vigna. Egli aspettava מִשְׁפָּט (mishpāt, "giustizia") e trova מִשְׂפָּח (mispāch, "violenza, spargimento di sangue"); attendeva צְדָקָה (tsedāqāh, "rettitudine, giustizia") e invece ascolta צְעָקָה (tse'āqāh, "grido di dolore"). Le parole sono vicinissime nel suono e lontanissime nel significato. È come se il profeta ci ammonisse che esteriormente tutto può continuare ad apparire religioso, mentre interiormente l'Alleanza può essersi ormai svuotata: può rimanere la vigna, possono conservarsi i suoi confini e persino le forme esteriori dell'appartenenza a Dio, mentre vengono meno proprio quei frutti per i quali essa era stata piantata. È significativo che Isaia identifichi tali frutti con la giustizia e la rettitudine. Dio non cerca dalla sua vigna una religiosità astratta, ripiegata su se stessa, ma una fede capace di diventare vita, una relazione con Lui che si traduca concretamente nel modo di guardare e trattare l'altro. Il צְעָקָה (tse'āqāh, "grido di dolore") che sale dalla vigna diventa allora il segno drammatico di una contraddizione: si può continuare a professare l'appartenenza al Signore e, nello stesso tempo, produrre nella vita esattamente il contrario di ciò che Egli attende.
Gianfranco Ravasi sottolinea proprio questo aspetto: la vigna è Israele, il popolo scelto e custodito da Dio, dal quale Egli attende il frutto concreto della fedeltà. L'elezione, infatti, nella Scrittura non coincide mai con il privilegio di possedere Dio, ma comporta la responsabilità di testimoniare nella storia ciò che si è ricevuto. Potremmo leggere in questa prospettiva anche la domanda severa di san Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto?» (1Cor 4,7). Se tutto è ricevuto, nulla può diventare motivo di autosufficienza o di possesso; proprio perché il dono è gratuito, esso diventa responsabilità. Gesù riprende questa immagine profetica e la conduce ancora più in profondità. Anche nella parabola evangelica il padrone non trascura nulla: pianta la vigna, la circonda con una siepe, scava un torchio e costruisce una torre. I particolari richiamano intenzionalmente Isaia e sottolineano ancora una volta che da parte del padrone non è mancato nulla. La cura e l'attenzione che dedica alla sua terra sono meticolose; egli crea tutte le condizioni perché la vigna possa crescere e portare i suoi frutti. Ma, a differenza del canto profetico, Gesù introduce ora un elemento nuovo e decisivo: il padrone affida la vigna ad alcuni contadini.
Essi ricevono dunque qualcosa che non hanno creato e che non appartiene loro. Non sono stati loro a scegliere il terreno, a dissodarlo, a liberarlo dalle pietre, a piantarvi le viti, a costruire la torre o a scavare il torchio. Entrano in una storia che li precede e vengono chiamati a custodire ciò che un altro ha preparato. È proprio questa la natura dell'affidamento: ricevere qualcosa di prezioso senza diventarne proprietari, assumendosi piuttosto la responsabilità di custodirlo e di farlo fruttificare. Anche la nostra esistenza è segnata profondamente da questa logica. La vita, la fede, la Parola, i carismi, una vocazione, un ministero, una comunità e persino le persone che il Signore pone sul nostro cammino sono realtà che ci vengono affidate e delle quali non possiamo considerarci proprietari. Vale per esse, in senso spirituale, la domanda dell'Apostolo: «Che cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto?». Il credente vive dunque nella consapevolezza che ciò che tiene tra le mani proviene da un Altro e a un Altro, in ultima istanza, appartiene.
Ed è qui che accade qualcosa di drammatico: i custodi dimenticano di essere custodi e cominciano a comportarsi da padroni. Vogliono la vigna senza il proprietario; vogliono i frutti senza doverne rendere conto. È questo, in fondo, il loro peccato: impossessarsi di ciò che era stato soltanto affidato. Non si tratta semplicemente di una cattiva amministrazione della vigna, ma di un progressivo capovolgimento della relazione con il padrone: ciò che era stato ricevuto come dono viene vissuto come possesso e ciò che avrebbe dovuto generare gratitudine finisce per alimentare una pretesa. Questa tentazione non appartiene soltanto ai vignaioli della parabola. È una possibilità che accompagna costantemente la vita religiosa e persino il servizio ecclesiale. Si può arrivare a considerare propria una comunità, proprio un ministero, proprio un carisma; si può custodire gelosamente un ruolo fino a dimenticare Colui dal quale quel ruolo proviene. E quando questo accade, lentamente il servizio può trasformarsi in potere, l'autorità in dominio e il dono ricevuto in qualcosa da difendere contro gli altri.
Per questo la parabola possiede una forza ecclesiale che non possiamo eludere. Essa ricorda alla Chiesa di ogni tempo che nessuno può sentirsi proprietario della vigna del Signore. Ciò che Dio affida alle nostre mani non ci viene consegnato perché ne facciamo un possesso, ma perché, attraverso la nostra cura e la nostra fedeltà, possa continuare a portare frutto. È una tentazione religiosa sempre possibile: trasformare il dono in possesso, il servizio in potere, ciò che appartiene a Dio in qualcosa che riteniamo nostro. Ed è precisamente quando l'uomo dimentica questa distinzione tra affidamento e possesso che comincia il dramma narrato da Gesù: il padrone viene a cercare i frutti della sua vigna, ma coloro ai quali l'aveva affidata non sono più disposti a riconoscerne la signoria.
2. «Da ultimo mandò loro il proprio figlio»
Quando arriva il tempo dei frutti, il padrone manda i suoi servi dai vignaioli per raccogliere ciò che gli appartiene. È a questo punto che la parabola assume i tratti di una vera e propria rilettura della storia della salvezza, perché dietro quei servi si possono riconoscere i profeti, gli uomini che Dio ha inviato lungo i secoli per richiamare Israele alla fedeltà dell'Alleanza. Matteo li chiama δοῦλοι (doûloi, "servi"): uomini che non vengono a nome proprio, ma appartengono al padrone e ne rappresentano l'autorità. La loro missione consiste precisamente nel ricordare ai vignaioli ciò che essi hanno progressivamente dimenticato, cioè che la vigna è stata loro affidata, ma non appartiene loro. La storia profetica d'Israele conosce bene questa tensione. Il profeta non è anzitutto colui che predice il futuro, ma colui che, chiamato da Dio, riconduce il popolo alla verità dell'Alleanza, denunciando tutto ciò che la contraddice. La parola profetica è perciò spesso una parola scomoda, perché non conferma necessariamente ciò che l'uomo desidera ascoltare, ma lo pone nuovamente davanti alle esigenze di Dio. Geremia conoscerà il rifiuto e la persecuzione; Elia dovrà fuggire davanti alla minaccia di morte; altri inviati sperimenteranno l'opposizione proprio da parte di coloro ai quali erano stati mandati. La sorte dei servi della parabola concentra così, in poche immagini drammatiche, una lunga storia di resistenza dell'uomo alla parola di Dio.
Matteo annota, però, un particolare significativo. Dopo che i primi servi vengono percossi, uccisi e lapidati, il padrone «mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi» (Mt 21,36). È quasi il paradosso della pazienza di Dio: al rifiuto dell'uomo Dio non risponde immediatamente con il giudizio, ma con un nuovo invio. L'ostinazione dei vignaioli sembra incontrare un'ostinazione ancora più grande, quella dell'amore di Dio, che non si lascia scoraggiare dal rifiuto e continua a cercare una strada attraverso la quale raggiungere l'uomo. La pazienza divina non deve essere confusa con una sorta di indifferenza nei confronti del male. Dio non tace perché il comportamento dei vignaioli sia irrilevante, ma perché concede ancora tempo alla conversione. In questa prospettiva acquista particolare significato la parola della seconda lettera di Pietro: il Signore «è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9). La pazienza di Dio possiede dunque una finalità salvifica: Egli attende perché vuole salvare, ricomincia perché non vuole perdere l'uomo, torna a chiamare perché il suo giudizio non nasce dal desiderio di condannare, ma dalla serietà di un amore che continua a cercare una risposta.
L'esegeta Joachim Gnilka osserva come, nella forma matteana della parabola, la successione degli inviati assuma chiaramente il profilo della storia della salvezza: il ripetersi dell'invio dei servi richiama la missione profetica, mentre l'arrivo del Figlio introduce una novità che non può essere semplicemente collocata sullo stesso piano degli invii precedenti. Matteo, dunque, non racconta soltanto una vicenda agricola finita tragicamente, ma lascia intravedere nella parabola l'intera storia del rapporto tra Dio e il suo popolo, fino al suo vertice cristologico. Ed è proprio a questo punto che accade qualcosa di assolutamente nuovo: «Da ultimo mandò loro il proprio figlio» (Mt 21,37). L'espressione greca è particolarmente significativa: ὕστερον δὲ ἀπέστειλεν πρὸς αὐτοὺς τὸν υἱὸν αὐτοῦ (hýsteron dè apésteilen pròs autoùs tòn hyiòn autoû, "da ultimo mandò loro il proprio figlio"). Il verbo ἀποστέλλω (apostéllō, "mandare, inviare con una missione") appartiene al linguaggio dell'invio e indica che anche il Figlio viene dal Padre; ma ciò che cambia radicalmente è l'identità dell'inviato. Prima erano stati mandati i δοῦλοι (doûloi, "servi"); ora viene mandato ὁ υἱός (ho hyiós, "il Figlio"). I profeti sono i servi; Lui è il Figlio.
La distinzione è decisiva, perché Gesù non si colloca semplicemente alla fine della lunga serie dei profeti, quasi fosse l'ultimo e il più autorevole tra essi. Tra i servi e il Figlio esiste una differenza qualitativa, non semplicemente cronologica. I profeti ricevono una parola da comunicare; nel Figlio la Parola di Dio raggiunge una forma definitiva e personale. È la stessa traiettoria che la Lettera agli Ebrei riassumerà dicendo che Dio, dopo aver parlato «molte volte e in diversi modi» per mezzo dei profeti, «ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2). Joseph Ratzinger ha insistito particolarmente su questa singolarità di Gesù: Cristo non può essere compreso soltanto come uno dei grandi inviati religiosi della storia, perché il centro della sua identità è la relazione unica con il Padre. In Lui non incontriamo semplicemente qualcuno che riferisce una parola ricevuta da Dio; incontriamo il Figlio, nel quale Dio stesso si comunica all'uomo. È precisamente questa differenza che la parabola esprime con estrema sobrietà attraverso il passaggio dai servi al Figlio.
Anche la tradizione patristica ha percepito con grande profondità questa continuità e, insieme, questa novità. Sant'Ireneo di Lione legge l'intera storia della salvezza come una progressiva pedagogia di Dio: attraverso la Legge e i profeti l'uomo viene preparato all'incontro definitivo con il Verbo incarnato. Il Figlio non cancella dunque la storia precedente, ma la raccoglie e la porta a compimento, perché tutte le parole pronunciate da Dio lungo i secoli trovano in Cristo il loro centro e la loro pienezza. La parabola diventa allora profondamente cristologica e quasi profetica. Gesù sta raccontando ciò che sta per accadere a Lui stesso. I vignaioli, vedendo il figlio, dicono: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!» (Mt 21,38). Anche qui il termine utilizzato da Matteo è teologicamente suggestivo: κληρονόμος (klēronómos, "erede"). Il Figlio non è soltanto l'ultimo inviato del padrone; è colui al quale appartiene l'eredità. Per questo la sua presenza diventa insopportabile agli occhi di chi ormai pretende di essere padrone della vigna: l'esistenza stessa dell'erede denuncia l'illusione del loro possesso.
Ritorna così, in una forma ancora più radicale, il tema che attraversa tutta la parabola. I vignaioli vogliono la vigna, ma non vogliono il padrone; vogliono l'eredità, ma vogliono eliminarne l'erede. Il loro peccato raggiunge qui il suo vertice: non si accontentano più di trattenere i frutti, ma cercano di cancellare colui che, con la sola sua presenza, ricorda loro a chi appartenga veramente la vigna. Qui la parabola diventa anche interpretazione anticipata della Passione. Matteo racconta che «lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero» (Mt 21,39). Il verbo ἐκβάλλω (ekbállō, "gettare fuori, cacciare fuori") introduce un particolare suggestivo: il Figlio viene espulso dalla vigna prima di essere ucciso. Senza forzare il testo in ogni dettaglio, è difficile non avvertire, nel contesto ormai prossimo alla Passione, l'eco di ciò che accadrà a Gesù, rifiutato dalla città e condotto fuori per essere crocifisso. La Croce comincia già qui, nell'ostinazione di un Dio che, pur conoscendo il rischio del rifiuto, continua ad amare e continua a cercare l'uomo. Quando tutte le parole sembrano essere state respinte, Dio non rinuncia alla sua vigna e non rinuncia all'uomo: manda il Figlio. Non invia semplicemente un'altra parola dopo le precedenti, ma nel Figlio porta la sua comunicazione al suo compimento; non manda soltanto un altro servo, ma Colui nel quale la relazione con il Padre raggiunge una forma unica e definitiva.
Per questo il prologo di Giovanni può condensare il dramma dell'intera storia della salvezza in una frase tanto semplice quanto dolorosa: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). Tuttavia, il rifiuto non costituisce l'ultima parola. Il Figlio respinto non scompare dalla storia e la violenza dei vignaioli non riesce a rendere vano il progetto del Padre. Proprio Colui che viene cacciato fuori dalla vigna e ucciso sarà indicato da Gesù, immediatamente dopo, attraverso un'altra immagine biblica: quella della pietra rifiutata dai costruttori che, per opera del Signore, diviene pietra angolare.
3. La pietra scartata diventa pietra angolare
Ma la parabola non termina con l'uccisione del Figlio. Proprio quando tutto sembra ormai concluso e la violenza dei vignaioli sembra avere raggiunto il suo scopo, Gesù introduce una parola capace di rovesciare completamente la prospettiva. Citando il Salmo 118, afferma: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi» (Mt 21,42; Sal 118,22-23). Il passaggio dalla vigna alla pietra potrebbe sembrare improvviso, ma in realtà conduce la parabola al suo vertice. Il Figlio rifiutato dai vignaioli viene ora identificato con la pietra rifiutata dai costruttori. Matteo utilizza il verbo ἀποδοκιμάζω (apodokimázō, "rifiutare dopo aver esaminato, dichiarare inadatto"): non si tratta semplicemente di una pietra dimenticata o non riconosciuta, ma di una pietra esaminata e deliberatamente scartata da coloro che avrebbero dovuto conoscerne il valore. Il paradosso consiste nel fatto che proprio ciò che gli uomini giudicano inutile viene scelto da Dio come principio della nuova costruzione.
L'espressione κεφαλὴ γωνίας (kephalḕ gōnías, "testata d'angolo, pietra angolare") indica infatti una pietra decisiva per l'edificio, anche se gli esegeti discutono sulla precisa immagine architettonica evocata dal Salmo. Ciò che interessa a Matteo è soprattutto il capovolgimento operato da Dio: la pietra respinta dagli uomini riceve da Lui una funzione determinante. Il giudizio dei costruttori non coincide con il giudizio di Dio e ciò che appare definitivamente escluso può diventare, per iniziativa divina, principio di una realtà nuova. Qui si apre l'orizzonte pasquale. Cristo è la pietra scartata nella Croce e costituita pietra angolare nella Risurrezione. Il rifiuto dell'uomo non riesce a pronunciare l'ultima parola sulla storia, perché Dio è capace di trasformare persino la pietra gettata via nel fondamento di una costruzione nuova. La Pasqua manifesta precisamente questa logica divina: non cancella il rifiuto e non finge che la Croce non sia avvenuta, ma assume ciò che l'uomo ha respinto e, attraverso la potenza della Risurrezione, gli conferisce un significato nuovo.
Joseph Ratzinger ha più volte mostrato come il mistero pasquale riveli questa singolare logica di Dio: Gesù, respinto dagli uomini, non viene semplicemente riabilitato dal Padre dopo un'ingiustizia subita; proprio attraverso il mistero della sua morte e della sua Risurrezione diventa principio di una nuova comunione tra Dio e l'umanità. La pietra scartata non viene semplicemente recuperata e rimessa al suo posto: diventa la pietra sulla quale Dio costruisce qualcosa di nuovo. Anche la prima comunità cristiana comprenderà molto presto la morte e la Risurrezione di Gesù alla luce di questo Salmo. Pietro, davanti al sinedrio, applicherà direttamente a Cristo la stessa immagine: «Questo Gesù è la pietra che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d'angolo» (At 4,11). E la Prima lettera di Pietro svilupperà ulteriormente questa cristologia parlando di Cristo come «pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio» (1Pt 2,4). Il rifiutato diventa così il fondamento; colui che era stato gettato fuori diventa il principio attorno al quale viene edificato un popolo nuovo.
Per questo, nonostante i toni drammatici, l'orizzonte finale della parabola non è tragico. Il peccato dell'uomo è reale, il rifiuto del Figlio è reale, la Croce è reale, ma nessuno di questi eventi riesce a rendere sterile la fedeltà di Dio. La vigna rimane sua e il suo progetto non viene consegnato al fallimento. Per questo Gesù può aggiungere: «A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (Mt 21,43). Il termine utilizzato da Matteo è ἔθνος (éthnos, "popolo, gente"), mentre per i frutti ritorna καρποί (karpoí, "frutti"), parola che riporta il discorso esattamente al punto dal quale eravamo partiti. Dio cerca ancora i frutti. Cambiano coloro ai quali viene affidata la responsabilità della vigna, ma non cambia ciò che il padrone attende: una vita capace di corrispondere al dono ricevuto. Questo versetto richiede tuttavia una particolare attenzione. Sarebbe riduttivo interpretarlo come se Gesù stesse semplicemente annunciando la sostituzione di Israele con la Chiesa, quasi che un popolo venisse definitivamente rigettato e un altro ne prendesse tranquillamente il posto. La parabola è rivolta immediatamente ai capi dei sacerdoti e ai farisei, come Matteo stesso precisa poco dopo, e il criterio decisivo indicato da Gesù non è l'appartenenza etnica, ma la capacità di produrre i frutti del Regno. L'esegeta Ulrich Luz richiama opportunamente l'attenzione sul fatto che il testo matteano non deve diventare il fondamento di una lettura antigiudaica: la sua forza ammonitrice continua a rivolgersi alla comunità dei discepoli, che non può trasformare l'elezione ricevuta in una nuova sicurezza religiosa.
Proprio qui la parabola raggiunge anche la Chiesa. Ciò che era stato denunciato nei vignaioli può ripresentarsi, sotto forme diverse, nella comunità cristiana. Anche noi cristiani possiamo dimenticare di essere custodi e sentirci proprietari dei doni di Dio. Possiamo persino appropriarci del sacro, della comunità, di un ministero, di un servizio, fino a dimenticare che la vigna non è nostra. La Chiesa non possiede Cristo come una proprietà da amministrare secondo i propri interessi; è essa stessa continuamente convocata, giudicata e rinnovata dalla Parola di Colui al quale appartiene. Sant'Agostino, commentando il Salmo 118, riconosce nella pietra rifiutata e poi esaltata il mistero di Cristo umiliato nella Passione e glorificato nella Risurrezione. È la logica pasquale che attraversa tutta l'esistenza cristiana: Dio costruisce proprio a partire da ciò che il giudizio umano aveva escluso e manifesta la sua opera là dove l'uomo aveva creduto di avere pronunciato una sentenza definitiva. La comunità edificata sulla pietra angolare non può dunque riprodurre la logica dei vignaioli; deve lasciarsi continuamente misurare da Colui sul quale è fondata.
Nulla ci appartiene: né la Chiesa, né la grazia, né i carismi, né le persone che ci sono affidate. Tutto viene da Dio e tutto deve essere custodito perché porti frutto. Quanto più grande è il dono ricevuto, tanto più grande diventa la responsabilità di non trasformarlo in possesso. La vera fecondità ecclesiale non consiste perciò nel difendere gelosamente ciò che abbiamo ricevuto, ma nel permettere che ciò che abbiamo ricevuto produca quei frutti per i quali il padrone continua a visitare la sua vigna. E quali siano questi frutti ce lo suggerisce anche san Paolo nella seconda lettura di questa domenica: «Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8). Paolo utilizza qui una serie di termini che abbracciano l'intera esistenza del credente: ἀληθῆ (alēthê, "le cose vere"), δίκαια (díkaia, "le cose giuste"), ἁγνά (hagná, "le cose pure"), προσφιλῆ (prosphilê, "le cose amabili"). Il frutto che Dio attende non consiste dunque soltanto in alcune opere religiose, ma in un'esistenza progressivamente trasformata dalla verità, dalla giustizia, dalla purezza e dalla carità.
Si comprende allora il legame profondo che unisce le letture di questa domenica. Isaia ci ha mostrato un Dio che cerca nella sua vigna מִשְׁפָּט (mishpāt, "giustizia") e צְדָקָה (tsedāqāh, "rettitudine"); Gesù ci mostra il padrone che viene a cercare i καρποί (karpoí, "frutti"); Paolo descrive una vita nella quale il vero, il giusto, il puro e l'amabile diventano il contenuto stesso del pensare e dell'agire cristiano. Dall'inizio alla fine ritorna dunque la medesima domanda: che cosa sta producendo in noi ciò che Dio ci ha donato? La pietra scartata divenuta pietra angolare ci impedisce, infine, tanto la presunzione quanto lo scoraggiamento. Ci impedisce la presunzione, perché la vigna rimane di Dio e nessuno può sostituirsi al suo Signore; ma ci impedisce anche lo scoraggiamento, perché persino il rifiuto e il fallimento, consegnati nelle mani di Dio, non hanno necessariamente l'ultima parola. Il Padre continua a edificare la sua opera attorno al Figlio rifiutato e risorto, e continua ad affidare la sua vigna a uomini e donne dai quali attende non il possesso, ma la custodia; non il privilegio, ma la responsabilità; non parole soltanto, ma frutti.
Conclusione
La domanda che Isaia poneva a Israele attraversa i secoli e raggiunge oggi anche noi: che cosa produce nella nostra vita tutto l'amore che abbiamo ricevuto da Dio? Dopo aver percorso il canto della vigna e ascoltato la parabola di Gesù, non possiamo sottrarci a questo interrogativo, perché la Parola non ci permette di rimanere semplicemente spettatori della vicenda dei vignaioli. La vigna parla anche della nostra storia, di tutto ciò che Dio ha seminato nella nostra esistenza, delle possibilità che ci ha consegnato, delle persone che ci ha posto accanto, della fede che abbiamo ricevuto e delle responsabilità attraverso le quali siamo chiamati a renderla feconda. Se guardiamo con sincerità alla nostra vita, ci accorgiamo che anche per noi Dio ha preparato una vigna. Ha dissodato terreni che sembravano sterili, ha tolto pietre che ostacolavano il cammino, ci ha rialzati dopo alcune cadute, ha continuato ad attenderci quando ci siamo allontanati e ci ha nuovamente affidato qualcosa persino dopo le nostre infedeltà. Ci sono doni dei quali siamo consapevoli e altri che forse abbiamo imparato a considerare talmente abituali da non riconoscerli più come doni. Eppure, dietro ciò che siamo e dietro molto di ciò che abbiamo vi è una storia di grazia che ci precede. Per questo la domanda di Isaia non riguarda soltanto ciò che abbiamo fatto, ma ciò che i doni di Dio stanno diventando dentro di noi. Una grazia ricevuta può rimanere sterile; una vocazione può essere vissuta senza gratitudine; un ministero può continuare esteriormente e perdere interiormente la sua sorgente; persino una lunga appartenenza ecclesiale può trasformarsi, quasi senza che ce ne accorgiamo, in abitudine. La vigna può continuare ad apparire ben custodita e tuttavia non produrre il frutto che il padrone attende. Non basta essere nella vigna. Non basta appartenere formalmente alla Chiesa. Occorre portare frutto. E il frutto che Dio attende non si identifica semplicemente con la quantità delle opere compiute, con la visibilità di un servizio o con il ruolo che esercitiamo. Isaia ci ha ricordato che Dio cerca מִשְׁפָּט (mishpāt, "giustizia") e צְדָקָה (tsedāqāh, "rettitudine"); san Paolo ci ha parlato di ciò che è vero, giusto, puro, amabile e degno di lode. La fecondità cristiana si riconosce, dunque, quando la fede diventa una forma della vita, quando ciò che celebriamo davanti a Dio comincia a trasformare il nostro modo di stare davanti agli uomini. È questo il criterio che impedisce alla religione di ridursi a semplice appartenenza. Possiamo conoscere il linguaggio della fede, frequentare la vigna, lavorare persino al suo interno e, nello stesso tempo, dimenticare lentamente ciò per cui essa esiste. Il Vangelo ci domanda allora non soltanto se siamo nella vigna, ma quale frutto stia maturando attraverso di noi; non soltanto quale posto occupiamo, ma se quel posto sia diventato occasione di servizio; non soltanto quali doni abbiamo ricevuto, ma che cosa ne abbiamo fatto per il bene degli altri. Rinunciamo allora a quella tracotanza spirituale che ci fa sentire padroni del sacro anziché servitori del Regno. È una tentazione particolarmente insidiosa perché non si presenta necessariamente sotto le forme evidenti dell'orgoglio. Può nascondersi dietro l'attaccamento a un ruolo, dietro la convinzione che senza di noi qualcosa non possa andare avanti, dietro la gelosia per un servizio, dietro il bisogno di essere riconosciuti o semplicemente dietro l'incapacità di lasciare spazio agli altri. Si può cominciare servendo la vigna e, quasi impercettibilmente, finire per pensare che una parte di quella vigna ci appartenga. La parabola ci riporta invece alla verità della nostra condizione: siamo uomini e donne ai quali Dio ha affidato qualcosa che rimane suo. Nessuno di noi ha piantato la vigna e nessuno ne è il proprietario. San Paolo pone una domanda tanto semplice quanto radicale: «Che cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto?» (1Cor 4,7). È una domanda capace di ridimensionare molte delle nostre pretese, perché se ciò che abbiamo di autenticamente buono è stato ricevuto, allora la gratitudine deve precedere il possesso e il servizio deve prevalere sull'affermazione di noi stessi. Liberiamo il cuore dalla superbia, dall'egolatria e dall'invidia. La superbia ci fa dimenticare che abbiamo ricevuto; l'egolatria ci induce a mettere noi stessi al centro persino delle cose di Dio; l'invidia ci impedisce di gioire quando la vigna porta frutto attraverso le mani di qualcun altro. Sono tutte forme, più o meno manifeste, della stessa illusione dei vignaioli: credere che il dono di Dio possa diventare il territorio nel quale affermiamo noi stessi. Ricordiamoci ogni giorno che siamo soltanto custodi di ciò che il Signore, gratuitamente e per amore, ci ha affidato. Custodire significa amare senza possedere, servire senza appropriarsi, accompagnare senza dominare. Significa saper lavorare una terra della quale forse altri raccoglieranno i frutti e accettare che il bene possa continuare anche senza di noi. Il vero custode non lega la vigna alla propria persona, perché sa che ciò che conta non è lasciare il proprio nome sulla vigna, ma permettere che essa continui a portare i frutti desiderati dal suo Signore. Questo vale in modo particolare per la Chiesa. Nessuno possiede la Chiesa: né chi vi esercita un ministero, né chi vi svolge un servizio, né chi vi appartiene da molti anni. La Chiesa appartiene a Cristo. Ogni autorità al suo interno è ricevuta, ogni carisma è donato, ogni ministero è affidato, ogni responsabilità rimane sottoposta alla signoria di Colui che ha dato se stesso per la sua Chiesa. Quando questa consapevolezza viene meno, anche le realtà più sante possono essere deformate dalla logica del possesso; quando invece rimane viva, il servizio acquista quella libertà che permette di lavorare senza cercare sé stessi. Nulla ci appartiene: né la Chiesa, né la grazia, né i carismi, né le persone che ci sono affidate. Persino le persone che amiamo non sono un nostro possesso. Possiamo prendercene cura, accompagnarle, sostenerle, soffrire e gioire con loro, ma non possiamo trasformarle in qualcosa che esiste per noi. Ogni autentica custodia contiene anche la disponibilità a riconsegnare a Dio ciò che da Dio abbiamo ricevuto. E soprattutto non dimentichiamo chi è il vero erede della vigna: Gesù Cristo, il Figlio rifiutato dagli uomini e costituito dal Padre pietra angolare; l'unico Signore del tempo e della storia, della terra e dell'intera umanità. È a Lui che appartiene la vigna, è verso di Lui che converge la storia e soltanto in Lui comprendiamo fino in fondo anche il senso della nostra responsabilità. La nostra speranza, infatti, non riposa sulla perfezione dei vignaioli, ma sulla fedeltà del Figlio. Questa è forse la parola più consolante della parabola. Gli uomini possono rifiutare il Figlio, possono gettarlo fuori dalla vigna e possono perfino ucciderlo, ma non possono impedire a Dio di fare della pietra scartata la pietra angolare. Il male può ferire la storia, ma non ne possiede il significato ultimo; il peccato può ostacolare l'opera di Dio, ma non può cancellarne la fedeltà; persino ciò che agli occhi dell'uomo appare definitivamente perduto può diventare, nelle mani del Padre, l'inizio di qualcosa di nuovo. È qui che la parabola, dopo averci severamente interrogati, torna ad aprirci alla speranza. Non ci viene chiesto di essere proprietari capaci di controllare tutto, ma custodi fedeli; non ci viene chiesto di garantire con le nostre forze il futuro della vigna, ma di lavorarvi sapendo che il suo futuro appartiene a Dio. Questa consapevolezza ci rende nello stesso tempo più responsabili e più liberi: più responsabili, perché nulla di ciò che ci viene affidato può essere trattato con superficialità; più liberi, perché sappiamo che la salvezza della vigna non dipende esclusivamente dalle nostre mani.
Vergine Maria, tu che pur essendo la madre di Dio, mai hai pensato di essere la posseditrice della sovrabbondante grazia dello Spirito Santo che si è riversata su te; a te che sei umile e alta più che creatura veglia sul nostro cammino di credenti affinché possiamo essere i custodi umili che si prendono cura della vigna del Padre celeste.
don Nicola De Luca


