NEL FIGLIO AMATO, UNA SPERANZA CHE NON DELUDE

10.01.2026

BATTESIMO DEL SIGNORE – FESTA – ANNO A

Domenica 11 gennaio 2026

«Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui» (Mt 3,13-17)


Introduzione

Vorrei incominciare questa mia riflessione, o meditazione, sulla solennità odierna del Battesimo di Gesù al Giordano, assumendo come punto di partenza la Colletta iniziale, che già da sola offre una chiave di lettura profonda e luminosa di questa festa:

Padre santo,
che nel battesimo del tuo amato Figlio
hai manifestato la tua bontà per gli uomini,
concedi a coloro che sono stati rigenerati
nell'acqua e nello Spirito
di vivere con pietà e giustizia in questo mondo
per ricevere in eredità la vita eterna.

Questa preghiera liturgica ci introduce immediatamente nel cuore del mistero che celebriamo: il Battesimo di Gesù non è un evento isolato, né un semplice episodio della sua vita pubblica, ma una rivelazione della bontà salvifica di Dio e, insieme, una promessa rivolta all'umanità. In essa risuona già il dinamismo della speranza cristiana, che non è evasione dal mondo, ma capacità di vivere qui e ora "con pietà e giustizia", orientati verso una vita che non muore. La Parola di Dio che oggi ascoltiamo è incastonata nella cornice liturgica del tempo forte del Natale. Tuttavia, è necessario fare un po' di chiarezza: Gesù non è più un bambino, ma un adulto che, dopo anni di vita nascosta, esce allo scoperto. I vangeli dell'infanzia si chiudono, infatti, con il definitivo stabilirsi della Santa Famiglia a Nazareth, dove Gesù è sottomesso a Maria e Giuseppe e cresce in età, sapienza e grazia (cf. Lc 2,51-52). È il tempo del silenzio, dell'ordinario, di una fedeltà quotidiana che prepara, senza clamore, l'ora della manifestazione. Sorge allora spontanea una domanda: qual è il motivo per cui questo evento viene collocato nel tempo natalizio? Se apparentemente può sembrare disconnesso, in realtà è vero il contrario. È strettamente interconnesso con quanto finora abbiamo contemplato e vissuto nella fede. Il Natale non è solo il ricordo di una nascita, ma l'inizio di un'epifania progressiva del mistero di Cristo: Dio che entra nella storia e la assume dall'interno. Nel Battesimo di Gesù, infatti, la rivelazione dell'Incarnazione si apre come promessa di futuro. Colui che a Betlemme si è manifestato nella fragilità di un bambino ora si rivela come il Figlio amato che si consegna liberamente al disegno del Padre. È un passaggio decisivo: dall'intimità di Nazareth alla soglia della missione pubblica; dalla vita nascosta alla manifestazione (phanerōsis, φανέρωσις) del Messia. Dio entra nella storia non solo per farsi vicino, ma per aprire all'uomo una speranza nuova, concreta, che non delude. È la speranza di chi scopre che la propria vita è visitata, abitata e orientata da Dio stesso; una speranza che, come direbbe san Paolo, "non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori" (Rm 5,5). Nel Battesimo di Gesù, questa speranza prende forma e diventa cammino: l'inizio di una storia di salvezza che coinvolge il Figlio e, in Lui, ogni figlio e ogni figlia dell'umanità.

1. La terza epifania: l'inizio della missione di Gesù

La Natività del Signore è una prima epifania o teofania: una manifestazione ai pastori del Salvatore del mondo, che giace umile, indifeso e fragile in una mangiatoia. È la rivelazione di un Dio che non si impone, ma si consegna; che non domina, ma si affida. I pastori, uomini ai margini, sono i primi destinatari di questa luce che si accende nella notte (cf. Lc 2,8-20), segno di una salvezza offerta a chi non conta, a chi veglia nel buio. Come afferma Gregorio di Nissa: «Dio non si manifesta nella potenza che schiaccia, ma nella debolezza che salva».

Anche la visita dei Magi, giunti da Oriente sotto la guida della stella, è epifania: manifestazione del Re dei re a tutti i popoli della terra, al di là di ogni etnia, origine o appartenenza religiosa. In loro si anticipa il raduno delle genti, l'universalità della salvezza. La stella non costringe, ma orienta; non acceca, ma guida. È una luce che rispetta il cammino e apre alla speranza di un incontro.
La Scrittura lo aveva annunciato: «Cammineranno i popoli alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60,3). Oggi contempliamo la terza epifania del Signore, nella quale Egli rivela agli uomini l'inizio della sua missione salvifica in Israele. Se nelle prime due epifanie Cristo si è manifestato nella fragilità di un bambino e nel silenzio dell'adorazione, ora Egli si manifesta nella decisione di entrare nella storia concreta del suo popolo, condividendone attese, fatiche e peccati. Entriamo così nel testo evangelico, che ci conduce sulle rive del Giordano, luogo biblico di passaggi, di confini attraversati, di promesse che diventano realtà. Come ricorda Benedetto XVI, «la fede nasce sempre su una soglia, tra ciò che si lascia e ciò che ancora non si vede».

Giovanni Battista, ultimo profeta dell'Antico Testamento, preparava la via al Signore con un battesimo di conversione, accompagnato da esortazioni forti e concrete. La sua predicazione richiama con forza il cuore (lēb, לֵב) dell'uomo, invitandolo a tornare a Dio. Il suo era un battesimo segnato dall'immersione (baptízein, βαπτίζειν) nel fiume Giordano come segno di pentimento e di rinascita: un gesto simbolico che esprime il desiderio di lasciarsi alle spalle il peccato per iniziare una vita nuova. Osserva Origene: «Giovanni conduce all'acqua, ma è Cristo che dona lo Spirito». Anche Gesù si sottopone a questo battesimo. In mezzo alla folla, desiderosa di conversione, si fa strada anche Lui. Non prende le distanze, non si pone sopra, non si sottrae. Il Figlio di Dio sceglie di stare dentro la fila dei peccatori, condividendo la loro attesa di misericordia. È un gesto silenzioso ma eloquente, che già annuncia lo stile della sua missione: stare con, camminare accanto, assumere su di sé il peso della storia umana. Egli stesso lo dirà più tardi: «Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mc 2,17).

Giovanni, però, lo riconosce subito nello Spirito Santo: sa chi è. È il Figlio di Dio, il "più forte" che viene dopo di lui, colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco (cf. Mt 3,11). È il Messia, il Redentore dell'umanità. Nel vangelo di Giovanni lo chiamerà "l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo" (Gv 1,29): non un liberatore armato, ma un servo che offre la vita; non un giudice severo, ma colui che prende su di sé il peccato (hamartía, ἁμαρτία) del mondo per guarirlo dall'interno. Scrive Cirillo di Alessandria: «Colui che è senza peccato prende su di sé il peccato, perché l'uomo riceva la giustizia di Dio». È colui che Isaia aveva profetizzato e prefigurato, il Servo chiamato per la giustizia (ṣĕdāqāh, צְדָקָה), luce per le nazioni e speranza per chi abita nelle tenebre:

Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre.
Is 42, 6-7

In Gesù, questa promessa antica prende carne. La terza epifania non è solo rivelazione di chi Egli è, ma anche annuncio di ciò che Egli viene a compiere: aprire cammini di libertà, spezzare catene interiori, restituire dignità e futuro. È l'inizio di una missione che nasce nell'umiltà delle acque del Giordano e si compie nella speranza offerta a ogni uomo e a ogni donna.
Come scrive Hans Urs von Balthasar: «La luce di Cristo non elimina la notte, ma la rende abitabile».

2. La solidarietà divina e l'adempimento di ogni giustizia

Consapevole di tutto questo, Giovanni retrocede: non vuole che Gesù si sottoponga a un battesimo riservato ai peccatori bisognosi di misericordia. La sua reazione è comprensibile: davanti alla santità di Dio, l'uomo avverte la propria indegnità. Giovanni riconosce in Gesù colui che viene da Dio e, proprio per questo, fatica ad accettare che Egli si collochi sullo stesso piano di chi cerca conversione. Come osserva Origene: «Giovanni si ferma davanti al mistero, perché non comprende ancora fino a che punto Dio voglia abbassarsi verso l'uomo» (Omelie su Matteo). Ma Gesù vuole mescolarsi ai peccatori. La sua è una solidarietà divina verso ogni uomo e ogni donna. Non osserva la distanza, non si protegge, non si sottrae. Scende là dove l'uomo si trova, assumendo la condizione di chi è in ricerca, di chi è ferito, di chi attende salvezza. È una solidarietà che non nasce da necessità, ma da amore; non da debolezza, ma da scelta libera. Come scrive Hans Urs von Balthasar: «Dio non salva l'uomo dall'esterno, ma entrando fino in fondo nella sua notte».

Il battesimo non serve a Gesù, che è il Santo dei santi. Eppure, Egli invita Giovanni ad "adempiere ogni giustizia". In questa espressione si concentra un significato profondo. La "giustizia" (dikaiosýnē, δικαιοσύνη) non va intesa in senso moralistico o giuridico, ma come piena adesione alla volontà salvifica di Dio. Gesù sceglie consapevolmente di aderire al piano del Padre, manifestando un atteggiamento di profonda umiltà nell'accogliere tempi e modalità stabilite dall'alto. La sua obbedienza non è passiva, ma fiduciosa; non è sottomissione cieca, ma consegna amorosa. Lo aveva già intuito il profeta: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà» (Sal 40,9; cf. Eb 10,7).

La sua parola – "Lascia, adesso!" – non è solo una risposta a Giovanni, ma segna simbolicamente l'inizio della manifestazione del Messia. È come se Gesù dicesse: ora è il tempo di Dio, ora è il momento in cui la sua giustizia si rivela come misericordia. Matteo, rispetto a Marco, arricchisce il racconto introducendo un dialogo esplicito tra Gesù e il Battista; attraverso questo confronto, l'evangelista aiuta il lettore a comprendere più a fondo il senso teologico e spirituale del battesimo, non come gesto di purificazione per Gesù, ma come atto di totale solidarietà con l'umanità. Scrive Gregorio di Nazianzo: «Cristo accetta il battesimo per seppellire nelle acque il peccato dell'uomo» (Oratio 39).

Questo episodio sancisce l'inizio del ministero pubblico di Gesù, che sorprende proprio perché sceglie di unirsi ai peccatori. È l'avvio di una missione che non parte dalla forza, ma dalla condivisione; non dal giudizio, ma dalla compassione (splánchna, σπλάγχνα), quella misericordia profonda che nasce dalle viscere di Dio. La Liturgia celebra questo evento per richiamare anche il significato del nostro battesimo "in acqua e Spirito Santo": non un rito formale, ma un ingresso reale in una vita nuova. Cirillo di Gerusalemme afferma: «Nell'acqua non c'è solo purificazione, ma adozione e nuova nascita» (Catechesi battesimali).

Cristo è stato mandato nel mondo non per giudicarlo, ma per salvarlo dal di dentro, alla radice del peccato. Egli non si limita a correggere i comportamenti, ma guarisce il cuore; non si ferma alla superficie, ma scende nelle profondità dell'umano. È qui che nasce la speranza cristiana: non nell'illusione di un mondo perfetto, ma nella certezza che nessuna fragilità è più forte dell'amore di Dio che salva. «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). Come ricorda san Paolo: "Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore" (2Cor 5,21). In questa parola paradossale si concentra il cuore del Vangelo: il Figlio senza peccato sceglie di condividere fino in fondo la condizione dell'uomo, perché l'uomo possa condividere la vita stessa di Dio. È una speranza che nasce dalla croce e già si intravede nelle acque del Giordano, dove l'amore di Dio comincia a farsi carico di tutto ciò che è umano. Come scrive san Leone Magno: «La nostra debolezza è stata assunta dal Verbo, perché l'uomo potesse essere elevato fino a Dio» (Sermo 21).

3. La teofania trinitaria e l'unzione messianica

Gesù si lascia immergere nelle acque dell'umana fragilità. Non entra nel Giordano dall'alto, ma vi scende come ogni uomo, condividendo fino in fondo la condizione di chi è in ricerca e in attesa. In questo gesto silenzioso è già racchiuso il cuore del mistero cristiano: il Figlio di Dio non si sottrae alla storia, ma la assume dall'interno. Come scrive Ermes Ronchi: «Dio non salva dall'alto, ma dal basso, scendendo là dove l'uomo è». Uscendo dal Giordano, accade qualcosa di straordinario. I cieli si aprono: ciò che sembrava chiuso, separato, lontano, ora viene spalancato. È il segno di una comunione ristabilita, di una distanza colmata. Lo Spirito di Dio scende su di Lui come colomba, richiamando l'inizio della creazione (cf. Gn 1,2) e l'annuncio di una nuova creazione. Una voce dal cielo – quella del Padre – proclama la sua figliolanza: Gesù è l'unigenito Figlio di Dio, l'Amato, il Prediletto. In questa parola si manifesta l'identità più profonda di Gesù e, insieme, il fondamento della nostra speranza.

Nella Bibbia, lo Spirito è rûaḥ (רוּחַ), soffio vitale che crea, rigenera e rimette in movimento ciò che sembrava inerte. Come ricorda Piero Coda, «lo Spirito apre la storia alla comunione, trasformando la relazione in luogo di rivelazione di Dio». L'immersione richiama simbolicamente la discesa nella morte e anticipa i misteri della passione, morte e risurrezione. Le acque del Giordano diventano così profezia del sepolcro e, nello stesso tempo, grembo di vita nuova. In questa luce, il Battesimo di Gesù appare come un'anticipazione pasquale: ciò che accadrà pienamente sulla croce e nel mattino di Pasqua è già inscritto in questo gesto iniziale e come osserva Enzo Bianchi: «Il Giordano è già una Pasqua: un passaggio che conduce dalla paura alla fiducia, dalla morte alla vita».

Nelle Scritture, il termine "figlio" (ben, בֵּן) indica sia appartenenza sia amore, legame e promessa. Israele è chiamato "figlio" da Dio (cf. Es 4,22), così come il re davidico (cf. 2Sam 7,14), a indicare una relazione di elezione e di alleanza. Il servo messianico, invece, è definito "schiavo", per sottolinearne l'obbedienza e il servizio. Ma Gesù è il "Figlio amato" (ho hyiós ho agapētós, ὁ υἱὸς ὁ ἀγαπητός), colui che vive un rapporto unico e singolare con il Padre, fatto di intimità, fiducia e totale comunione. È l'amore fedele di Dio, ciò che la Scrittura chiama ḥesed (חֶסֶד): un amore che non viene meno, che precede e sostiene. Lo Spirito Santo rappresenta la potenza divina che scende su Gesù e lo abilita alla missione. Non è solo un segno esteriore, ma il dono interiore che consacra e invia. Assistiamo così a una vera teofania trinitaria: il Padre che parla, il Figlio che si lascia riconoscere, lo Spirito che scende e permane. È l'unzione messianica (chríō, χρίω) che inaugura il tempo nuovo della salvezza. Scrive ancora Piero Coda: «La rivelazione trinitaria non è un'idea su Dio, ma l'apertura di una vita condivisa».

Da questo momento inizia il ministero pubblico di Gesù: annuncio del Regno del Padre, guarigione delle ferite interiori ed esteriori, liberazione dal male e dal maligno, redenzione e riscatto dal peccato. Tutto ciò che Gesù farà, dirà e compirà trova qui la sua sorgente, in questa investitura d'amore e di potenza. Come ricordano gli Atti degli Apostoli: «Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10,38). In questa consacrazione si radica la speranza cristiana: Dio non è lontano, ma "con noi"; non è spettatore, ma protagonista di una storia di salvezza che attraversa l'umano per guarirlo. La teofania del Giordano rivela così non solo chi è Gesù, ma anche quale destino di vita, di comunione e di luce è offerto a ogni uomo e a ogni donna.
Come scrive Ermes Ronchi: «Il Vangelo non promette una vita senza ferite, ma una vita ferita abitata da Dio».

Conclusione

Nel Battesimo al Giordano, Cristo Gesù si è immerso totalmente nella volontà del Padre, compiendo un gesto che va ben oltre il semplice rito: è la piena adesione al disegno divino di salvezza, una scelta consapevole di solidarietà con l'umanità ferita e bisognosa di redenzione. Nulla in questo atto è casuale o marginale; ogni dettaglio parla di una consegna radicale, di una fiducia assoluta, di un amore che si dona senza limiti, come il chicco di grano che, caduto nella terra, muore per portare frutto (cf. Gv 12,24). Questa immersione di Gesù nelle acque non è purificazione personale, ma purificazione universale: Egli, il Santo dei santi, si abbassa volontariamente per sollevare l'uomo, per assumere su di sé la condizione di chi cerca, di chi soffre, di chi spera. Il suo battesimo è un atto di amore oblativo, un "sì" totale al Padre e all'umanità, preludio del dono supremo sulla croce. Gesù entra nelle acque non per ricevere, ma per donare; non per sé, ma per noi, inaugurando così il cammino della redenzione che culminerà nella Pasqua. Il Battesimo di Gesù è anche vera Epifania della Trinità Santissima: il Padre si manifesta nella voce che proclama la figliolanza, il Figlio si lascia riconoscere nell'obbedienza, lo Spirito scende e permane come colomba, segno di nuova creazione e di pace ritrovata. In questa rivelazione, Dio si mostra come comunione d'amore che si apre all'umanità, invitando ogni uomo e ogni donna a partecipare alla sua vita. Il mistero del Giordano non è solo un evento storico, ma una chiave interpretativa della fede cristiana: Dio non è lontano, non è spettatore, ma protagonista che entra nella storia e la trasforma dall'interno, con misericordia e compassione. Da questa realtà, anche noi – per la mediazione ecclesiale e la grazia sacramentale – siamo resi figli eletti, unti e inviati. Il nostro Battesimo non è semplicemente un ricordo, ma una sorgente viva che rinnova ogni giorno la nostra identità: siamo immersi nella vita stessa di Dio, partecipi della sua promessa e inseriti in un cammino di comunione e missione. Come afferma la Scrittura, siamo stati segnati da un sigillo indelebile (sphragís, σφραγίς), che ci accompagna e ci sostiene, anche quando il percorso si fa difficile e l'orizzonte appare incerto. In definitiva, il Battesimo è radice e fondamento della speranza cristiana: ci ricorda che la nostra vita è custodita, accompagnata e orientata verso un compimento che Dio stesso prepara. Anche nelle prove, nella fatica quotidiana, nella fragilità che ci attraversa, possiamo attingere a questa sorgente di speranza che non delude, perché poggia sulla fedeltà di Dio, il quale non ritira mai i suoi doni. In Cristo, Figlio amato del Padre, scopriamo una speranza che supera ogni limite umano e ci introduce nella gioia di una vita nuova, abitata dalla presenza di Dio e orientata verso la pienezza.

Vergine Maria, tu che hai accolto lo Spirito Santo e lo hai lasciato operare in te senza riserve, accompagnaci nel riscoprire la grazia del nostro Battesimo. Lo Spirito Santo che ha preso dimora presso di te ci ha resi figli nel Figlio tuo nel sacramento del Battesimo. Fa', ti preghiamo, che prendiamo piena coscienza di essere anche noi amati, eletti e consacrati, rivestiti della nuova dignità donataci gratuitamente, perché la nostra vita diventi annuncio credibile e luminoso del Vangelo.

don Nicola De Luca