LÌ DOV'È MARIA NASCE LA SPERANZA; LÌ CRESCE LA PACE

31.12.2025

GIOVEDÌ 01 GENNAIO 2026

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO – SOLENNITÀ

I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù. Lc 2, 16-21


Introduzione

La benedizione con cui si apre l'anno non è un semplice augurio, ma un atto efficace di Dio: nella Scrittura, benedire significa comunicare vita. Il volto di Dio che "risplende" richiama il linguaggio dell'alleanza: Dio non resta distante, ma si espone, si lascia incontrare. In ebraico il "volto" è pānîm (פָּנִים), termine che indica la presenza personale, relazionale. Quando Dio fa risplendere il suo pānîm, Egli entra in relazione, si rende vicino, si fa responsabile della vita dell'uomo. La pace che conclude la benedizione non è semplice assenza di conflitto, ma shalōm (שָׁלוֹם): pienezza, integrità, armonia riconciliata. Per questo la pace non può convivere con la logica della violenza. Chi alimenta la guerra, come tu affermi con chiarezza, si pone fuori dalla benedizione, perché rifiuta la logica stessa di Dio. La Scrittura è netta: "La giustizia e la pace si baceranno" (Sal 85,11). Dove la giustizia è calpestata, la pace diventa impossibile. L'accostamento liturgico tra l'inizio dell'anno civile e la solennità di Maria Santissima Madre di Dio non è casuale. La Chiesa sembra dire che il tempo nuovo non si attraversa da soli, ma entrando attraverso una relazione: quella materna. Maria è davvero, come tu scrivi, porta di ingresso del presente, perché in lei il tempo ha accolto l'Eterno. I Padri amavano chiamarla ianua salutis, porta della salvezza: non perché trattenga, ma perché introduce. In questa prospettiva, affidare l'anno a Maria non è un gesto devozionale intimistico, ma un atto profondamente ecclesiale e storico. Maria non sottrae i credenti alle responsabilità del mondo, ma li educa a viverle secondo il Vangelo. Il Signore ci vuole artigiani di pace: l'espressione richiama il lavoro paziente, quotidiano, concreto. La pace non nasce da proclami, ma da cuori convertiti. Un grande teologo del Novecento scriveva che "la pace cristiana non è evasione dalla storia, ma assunzione della storia redenta". Maria, Madre di Dio, è il segno che questa redenzione è già iniziata: nel suo grembo la pace ha preso carne, e chiede oggi di continuare a farsi storia attraverso uomini e donne che non rinunciano alla speranza.

1. Il cuore cristologico del dogma mariano

Il titolo Theotókos (Θεοτόκος, Colei che genera Dio) non nasce da un eccesso mariano, ma da una necessità cristologica. Quando la Chiesa proclama Maria Madre di Dio al Concilio di Efeso, non vuole semplicemente dare un primato a Maria, ma intende custodire la verità decisiva della fede cristiana: Gesù Cristo è una sola Persona, il Figlio eterno del Padre, che assume realmente — senza alcuna finzione — la natura umana, senza per questo cessare di essere Dio. In gioco, dunque, non era tanto Maria, ma Cristo stesso, il cuore pulsante della nostra fede. L'errore di Nestorio non fu soltanto una questione terminologica, ma toccava il mistero profondo della salvezza: se in Cristo ci fossero due soggetti distinti, allora chi nasce, soffre, muore e risorge non sarebbe veramente il Figlio di Dio. Per questo motivo Cirillo di Alessandria insiste con forza sull'unità personale del Verbo incarnato. La sua celebre formula — μία φύσις τοῦ θεοῦ λόγου σεσαρκωμένη (mía phýsis tou Theoû Lógou sesarkōménē) — non va intesa in senso riduttivo, come se negasse la realtà dell'umanità o della divinità di Cristo, ma come affermazione dell'unicità del soggetto: è sempre il Logos che vive, ama, soffre e salva nella carne, senza separazione né confusione.

Qui emerge chiaramente il legame profondo tra dogma e vita. La nota frase patristica che tu richiami — "ciò che non è assunto non è salvato" — esprime una verità centrale per il cristianesimo: la salvezza non è un'idea astratta, ma un evento reale, incarnato. Se il Figlio di Dio non ha assunto davvero tutta l'umanità, allora l'umanità non è veramente redenta. In questo senso, la maternità divina di Maria diventa una garanzia della nostra speranza: ciò che è nato da lei è Dio stesso fatto uomo, e quindi ogni dimensione della vita umana, anche la più fragile e apparentemente insignificante, può essere toccata dalla grazia e redenta.

Il testo paolino che citi (Gal 4,4) è illuminante: "nato da donna" non è un dettaglio marginale, ma l'indicazione che la storia concreta, il corpo, il tempo e la fragilità sono diventati il luogo privilegiato dell'azione salvifica di Dio. Maria, allora, non è un semplice passaggio biologico, ma il luogo umano dell'Incarnazione, l'humus — come tu scrivi con felice intuizione — in cui la Parola eterna ha messo radici e si è fatta prossima a ciascuno di noi. In questa luce, venerare Maria come Madre di Dio non allontana da Cristo, ma custodisce la verità di Cristo. Come dirà più tardi un grande teologo contemporaneo, "la mariologia è una cristologia sviluppata nella direzione della storia e della carne". Maria non genera la divinità, ma permette alla divinità di entrare nella storia e di assumere la nostra umanità. Ed è proprio per questo che, se Cristo è uno solo, anche la salvezza è una sola: reale, incarnata, offerta a tutti, senza esclusioni. Così la fede della Chiesa si fa speranza viva per ogni uomo e ogni donna, chiamati a riconoscere in Maria la madre della speranza e della pace.

2. L'annuncio che nasce dall'incontro

Nel racconto lucano si dispiega una dinamica tipica della fede biblica: ascolto, cammino, visione, annuncio. I pastori ascoltano la parola dell'angelo, si mettono in cammino e, dopo aver visto, annunciano. Il verbo che descrive questo annuncio rimanda all' euangélion (εὐαγγέλιον), la buona notizia che non può restare chiusa, ma chiede di essere comunicata. Come afferma l'Apostolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo» (1Cor 9,16). Qui si coglie la spinta irrefrenabile del cuore che ha incontrato la grazia: ciò che è stato ricevuto come dono non può essere trattenuto, ma desidera irradiarsi, quasi fosse un fuoco che arde nel petto e cerca di propagarsi.

È teologicamente significativo che i pastori trovino anzitutto Maria. Luca sembra suggerire che l'accesso al mistero di Cristo passa prima dalla contemplazione che dall'azione. Maria è la donna dell'ascolto che precede l'annuncio, la custode silenziosa e attenta di ogni parola e di ogni segno. A questo proposito, Origene osservava: «Maria custodiva nel cuore ciò che gli altri vedevano con gli occhi». L'annuncio autentico nasce sempre da un cuore che ha sostato davanti al mistero, che ha lasciato sedimentare dentro di sé la presenza di Dio, permettendo così che ciò che si comunica non sia solo dottrina, ma vita trasformata.

Il fatto che i primi evangelizzatori siano i pastori – uomini delle periferie sociali e religiose – rivela che la salvezza (sōtēría, σωτηρία) non è privilegio di pochi, ma dono offerto a tutti. Sant'Agostino lo esprime con una formula incisiva: «Colui che giace nella mangiatoia è il pane degli affamati». La povertà del segno non diminuisce la grandezza del dono, anzi la rende accessibile. In questa luce, la logica evangelica sovverte ogni gerarchia umana: ciò che è piccolo agli occhi del mondo diventa grande agli occhi di Dio, e la mangiatoia di Betlemme diventa trono regale. Quando tu affermi che «lì dove Cristo è presente, lì vi è la salvezza», tocchi il centro della teologia di Luca. La salvezza non è un'idea, ma una presenza viva. È ciò che Benedetto XVI ha espresso con parole limpide: «All'origine dell'essere cristiani non c'è una decisione etica o una grande idea, ma l'incontro con una Persona».

I pastori diventano messaggeri non perché hanno capito tutto, ma perché hanno incontrato Qualcuno. Ed è proprio questo incontro che trasforma, che apre orizzonti nuovi, che dona una gioia capace di mettere in movimento anche i più semplici e umili. In questo orizzonte si comprende bene il riferimento alla Chiesa in uscita, tanto caro a Papa Francesco, che ricordava: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che incontrano Gesù». L'uscita missionaria non è strategia pastorale, ma conseguenza naturale dell'incontro. Non si può tacere ciò che si è visto e udito, la fede diventa così contagiosa, capace di generare comunità e fraternità nuove. Come una sorgente che zampilla, la gioia del Vangelo spinge a superare recinti e confini, a portare la speranza dove sembra impossibile.

Infine, i pastori testimoniano che l'annuncio nasce dalla gioia traboccante. Il termine biblico chará (χαρά) indica una gioia che non è superficiale, ma radicata nell'esperienza di Dio. È una gioia che spinge fuori da sé. Come scriveva Gregorio Magno: «L'amore di Dio non può restare inattivo: se è grande, cerca di essere annunciato». Così la salvezza accolta diventa salvezza condivisa, e l'esperienza personale si trasforma in testimonianza ecclesiale. Il Vangelo, allora, non è solo parola letta, ma vita vissuta, pane spezzato nella comunità, fermento di un mondo nuovo che nasce proprio dove qualcuno ha il coraggio di lasciarsi sorprendere e trasformare dall'incontro con Dio.

3. Maria, donna della custodia e della speranza

Lo stupore iniziale lascia spazio a Maria: ora è lei ad essere focalizzata. Ella custodisce ogni parola detta, la medita, la rumina – se vogliamo usare questa espressione – deponendola nel suo cuore. È un atteggiamento che rivela una profondità unica, quasi a mostrare che il vero ascolto non si esaurisce nell'udire, ma si compie nel lasciar sedimentare, nel portare dentro di sé ciò che è stato ricevuto, trasformandolo in linfa vitale per la propria esistenza. Anch'ella, infatti, nonostante sia la Madre di Dio, deve crescere in una fede sempre più grande di giorno in giorno, essendo la prima apostola del Verbo di Dio incarnato. La sua fede non è statica, ma si nutre di un dialogo continuo con il mistero che l'ha avvolta; Maria si lascia plasmare dagli eventi, restando aperta a ciò che Dio le chiede, anche quando il senso pieno delle cose le sfugge. Fin dall'inizio la Vergine Santa partecipa attivamente alle parole e alle opere di Dio in prima persona. Viene formata nella fede così da divenire il prototipo di ogni discepolo che ascolta la Parola di Dio e la mette in pratica, anticipando in sé l'itinerario di ogni credente chiamato a fidarsi e ad affidarsi, anche nella notte della prova.

L'innalzamento degli umili che si profila in Maria raggiungerà il proprio obiettivo in Gesù e, attraverso Lui, in tutti coloro che gli stanno innanzi in umiltà. La storia della salvezza, infatti, è la storia di un Dio che innalza chi si fa piccolo, che sceglie la via della mitezza e della debolezza per manifestare la sua potenza. La maternità divina di Maria ci rammenta una verità fondamentale: Agostino asseriva che prima che nel suo grembo, il Verbo di Dio fu generato nel cuore della Vergine. In tal modo, Maria diventa non solo madre nella carne, ma anche madre nella fede, modello e via per tutti coloro che, come lei, accolgono la Parola fino a lasciarsene trasformare interiormente. Maria genera e partorisce la speranza. Non solo. Ella genera la pace, poiché in lei il Principe della pace si fa storia. Il suo sì apre la porta a un mondo nuovo, e la sua maternità si estende come abbraccio universale, offrendo una casa sicura a ogni uomo e donna assetati di senso e di futuro. In lei si compie il miracolo di una speranza che non delude, perché radicata nella fedeltà di Dio e custodita da un cuore che sa attendere e perseverare. Così, Maria si fa ponte tra il cielo e la terra, segno che la storia umana non è abbandonata a se stessa, ma è continuamente visitata da Colui che fa nuove tutte le cose.

Conclusione

All'inizio di questo nuovo anno, la Parola di Dio ci consegna una direzione chiara e preziosa. Non ci offre previsioni rassicuranti né scorciatoie facili, ma ci dona una presenza viva su cui fondare il nostro cammino. La benedizione di Dio, infatti, non ci sottrae alle fatiche e alle sfide della storia, ma ci assicura che la nostra storia non è mai abbandonata a se stessa. Il volto del Signore continua a risplendere sull'umanità, come luce che non si spegne, e la pace resta il suo dono più grande, ma anche il più fragile, da accogliere e custodire con cura. Maria, Madre di Dio, si pone all'inizio dell'anno come segno e garanzia che Dio entra davvero nel tempo degli uomini. Egli non resta spettatore distante, ma si compromette con la carne, con la vita e con le contraddizioni di ciascuno di noi. In lei comprendiamo che la speranza cristiana non nasce semplicemente dall'ottimismo umano, ma scaturisce dall'Incarnazione: il fatto che Dio abbia preso dimora nella nostra storia ci dice che nessun frammento di vita è mai perduto o insignificante. I pastori ci ricordano che questa speranza non è privilegio di pochi, ma viene affidata proprio a chi sa mettersi in cammino, a chi accoglie la Parola e si lascia condurre, magari tra le incertezze e le domande. L'incontro con Cristo non chiude in se stessi, ma spalanca alla testimonianza gioiosa e condivisa. Dove Cristo è accolto, lì la salvezza è già all'opera, anche se in forme fragili, nascoste e spesso sorprendenti ai nostri occhi. Maria, infine, ci insegna lo stile con cui attraversare il tempo: custodire, meditare, credere con pazienza. Non tutto si comprende subito, ma tutto può essere abitato dalla fiducia. Prima che nel grembo, il Verbo nasce nel cuore: è lì che prende forma una speranza che non delude, perché poggia sulla fedeltà di Dio e non sulle nostre sole forze, rendendoci capaci di attendere e perseverare anche nei momenti oscuri. Ecco, quindi, l'orizzonte che ci viene consegnato: vivere questo anno come uomini e donne benedetti, chiamati a generare pace, a custodire la speranza, a rifiutare ogni logica di violenza e di guerra – anche quelle più sottili e quotidiane che si annidano nei rapporti e nei gesti. Non perché il mondo sia facile, ma perché Dio è entrato davvero nella nostra storia e non se n'è più andato, rendendola luogo di salvezza e di novità. All'inizio dell'anno, dunque, non ci viene chiesto di prevedere il futuro, ma di affidarci con fiducia a una Presenza viva e operante. Dove questa Presenza viene accolta, la speranza può ancora nascere, la pace può lentamente, pazientemente, farsi storia concreta e possibile – come seme che germoglia anche fra le pietre, illuminando i nostri giorni e guidandoci verso il compimento. Come ci ricorda il Santo Padre Leone XIV: «La guerra non viene mai da Dio. Non esiste una guerra santa: ciò che è santo è solo la pace, perché viene dal cuore di Dio. Davanti al dolore dei bambini, dei poveri, dei popoli stremati dalla violenza, non possiamo restare in silenzio. Basta guerra, basta armi: questo è il grido che sale dalla terra e che la Chiesa fa suo.»

Vergine Maria, Madre di Dio e Madre nostra, a te affidiamo questo nuovo anno con fiducia di figli e con la certezza che non siamo soli. I nostri giorni sono abitati dalla presenza di Dio e dalla tua; ci prendi per mano, ci accompagni e ci guidi. E l'altra consapevolezza è che la violenza, l'odio e la guerra non sono il capitolo finale della storia, ma, con l'aiuto del cielo e con la nostra responsabilità, l'epilogo è una pace disarmata e disarmante.

don Nicola De Luca