LUCI DALLA LUCE PER DARE SPERANZA AL MONDO

DOMENICA 08 FEBBRAIO 2026
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A
Voi siete la luce del mondo Mt 5,13-16
Introduzione
La Parola odierna ci offre due immagini popolari usate da Gesù per far comprendere la nostra identità ed essenza, per dare al mondo uno spirito e un'impronta nuovi: la luce e il sale. Ricordiamo che il testo in questione è il proseguimento del Discorso della Montagna, o delle Beatitudini evangeliche, testo che ne esplicita e ne rende più concreto il contenuto. Gesù non introduce nuove norme, ma rivela ciò che siamo chiamati a essere. Dopo aver proclamato beati i poveri, i miti, i misericordiosi, egli affida ai discepoli una missione che nasce dalla speranza: "Voi siete la luce del mondo" (Mt 5,14), "Voi siete il sale della terra" (Mt 5,13). La luce, in greco φῶς (phōs), e il sale non servono a sé stessi, ma esistono per gli altri: illuminano, custodiscono, danno sapore. Così la vita del credente diventa segno di ἐλπίς (elpís), speranza viva che non delude. Questi simboli rappresentano ciò che è essenziale, ciò che dà gusto e bellezza alla vita. Pensare a se stessi come bagliori di luce in una stanza buia, come la giusta presa di sale in una pietanza, è fonte di gioia. È anche fonte di responsabilità, perché il poco diventa decisivo. Basta una luce accesa per rompere l'oscurità, basta un pizzico di sale per trasformare un cibo. Così è la speranza cristiana: non rumorosa, non invadente, ma reale e operante. Sant'Agostino osserva che "non basta essere luce: bisogna brillare per gli altri" (Sermo 179), ricordandoci che la fede non è possesso privato, ma dono condiviso. Anche il profeta Isaia lega la luce alla speranza concreta: "Allora la tua luce sorgerà come l'aurora" (Is 58,8), là dove la vita sembra ancora avvolta dalla notte. In ebraico la speranza è תִּקְוָה (tiqvàh), parola che indica una corda tesa, un filo che lega il presente al futuro: essere luce e sale significa diventare quel filo che tiene unita la vita alla promessa di Dio. In questo senso, l'identità cristiana non nasce dallo sforzo, ma dalla chiamata. Prima ancora di fare qualcosa, siamo invitati a essere: segni discreti ma reali di una speranza che dà sapore alla vita e orienta il cammino dell'uomo verso un orizzonte più grande.
· Il sale: presenza necessaria e discreta
Nel contesto biblico in cui Gesù visse e predicò, il sale non era un semplice condimento, ma un elemento essenziale della vita quotidiana, ricco di significati concreti e simbolici. Era un bene necessario, prezioso, intimamente legato alla conservazione degli alimenti, al gusto del cibo, alla sopravvivenza stessa. Per questo, quando Gesù afferma: «Voi siete il sale della terra» (Mt 5,13), non ricorre a un'immagine poetica astratta o a un linguaggio distante dall'esperienza comune, ma si riferisce a una realtà ben conosciuta dai suoi ascoltatori. Le sue parole nascono da un'esperienza quotidiana e familiare, condivisa da tutti, anche se non facilmente riducibile a un unico significato. Il sale, infatti, svolgeva molte funzioni: preservava dalla corruzione, dava sapore, rendeva commestibile ciò che altrimenti sarebbe andato perduto. In questo senso, l'immagine utilizzata da Gesù è densa e aperta, capace di evocare più livelli di comprensione senza esaurirsi in una sola interpretazione. Come osserva Martin Buber, «il cristiano non è chiamato a essere straordinario, ma fedele nel quotidiano»: una fedeltà che, come il sale, agisce senza clamore. Il termine greco usato nel Vangelo, ἅλας (hàlas), richiama proprio questa funzione vitale, concreta, legata alla custodia della vita.
Nella Scrittura, il sale è anche segno di alleanza e di fedeltà: «Non lascerai mancare il sale dell'alleanza del tuo Dio» (Lv 2,13). È un sale che conserva nel tempo, che custodisce la relazione, che mantiene viva la promessa. Qui si apre una prospettiva di speranza: come il sale impedisce la corruzione, così la presenza dei discepoli è chiamata a preservare il mondo dalla perdita di senso, a tenere aperta una possibilità di futuro. In ebraico, la speranza è תִּקְוָה (tiqvàh), un filo teso che impedisce alla storia di spezzarsi definitivamente. Gesù invita così i suoi discepoli a riconoscere che la loro presenza nel mondo non è accessoria né decorativa, ma necessaria. Come il sale, essi sono chiamati a incidere silenziosamente ma profondamente nella realtà, a custodirla, a impedirne il degrado, a restituirle sapore e senso. Non si tratta di apparire, ma di essere; non di imporsi, ma di trasformare dall'interno, nella discrezione di ciò che è essenziale. È una speranza che non fa rumore, ma che sostiene; che non domina, ma accompagna, come scrive Václav Havel: «la speranza non è la convinzione che qualcosa andrà bene, ma la certezza che qualcosa ha senso, comunque vada».
Origene, nella sua opera esegetica, afferma che il discepolo è sale quando "conserva gli altri dalla corruzione dell'errore" (Commento a Matteo, XII). Questa affermazione va compresa alla luce della profonda esperienza spirituale che Origene stesso vive. Il sale, nella visione del grande Padre della Chiesa, non è soltanto un elemento che preserva la materia, ma diventa metafora di una presenza che protegge la verità, custodisce la fede e mantiene integro il cammino della comunità cristiana. Il discepolo, dunque, non si limita a correggere o a giudicare, ma si pone come custode, capace di sostenere gli altri nella lotta contro l'errore e la dispersione, offrendo loro la possibilità di ritrovare senso e direzione. Questa missione nasce dall'intimità con Cristo, non dall'efficienza o dal protagonismo personale. Origene ci invita a riconoscere che la forza del sale — e dunque del discepolo — scaturisce dal rapporto vivo e quotidiano con il Signore: è nell'ascolto della Parola, nella preghiera, nella comunione fraterna che si diventa realmente capaci di conservare e trasmettere la verità. Solo chi si lascia trasformare interiormente può essere, a sua volta, agente di trasformazione nel mondo.
In questo contesto, la speranza cristiana si manifesta come ἐλπίς (elpís) operosa: non una semplice attesa passiva, ma una forza mite e paziente, capace di abitare il quotidiano e di renderlo abitabile. La speranza, secondo la tradizione biblica e patristica, non è mai evasione, ma impegno concreto nella storia. Essa si incarna nei gesti semplici, nella fedeltà silenziosa, nella capacità di dare senso anche alle situazioni più difficili e apparentemente insignificanti. Il discepolo che vive questa speranza diventa come un filo teso — תִּקְוָה (tiqvàh) in ebraico — che collega il presente alla promessa di Dio, impedendo alla storia di spezzarsi e permettendo alla comunità di camminare verso un futuro di pienezza.
Approfondendo, possiamo dire che il sale della terra è colui che, radicato in Cristo, sa offrire sapore al vivere quotidiano, resistere alle tentazioni dell'indifferenza e della superficialità, e preservare la comunità dall'appiattimento e dalla perdita di senso. Il suo agire non è rumoroso, ma incisivo; non è appariscente, ma essenziale. È proprio nella discrezione e nella fedeltà che si manifesta la forza della speranza cristiana, capace di rigenerare la vita e di orientare il cammino dell'umanità verso la luce della verità.
· La luce: identità che nasce dal Vangelo
Il Salmista ci ricorda che la Parola del Signore è lampada ai nostri passi e luce sul nostro cammino (Sal 119,105). Quando la vita si lascia realmente illuminare dal Vangelo e ne custodisce la fedeltà anche dentro i condizionamenti e le pressioni del mondo, essa diventa, quasi naturalmente, testimonianza della luce. Non si tratta di uno sforzo esibito, ma di una trasformazione interiore che rende visibile ciò che abita il cuore. La Scrittura chiama questa luce φῶς (phōs), una luce che orienta, consola e apre il futuro, generando speranza affidabile. Per rendere comprensibile questa verità, Gesù ricorre all'immagine del moggio, il recipiente usato per misurare il grano e talvolta impiegato come mensola. La luce, ci dice, non è fatta per essere nascosta, ma per essere posta in alto, affinché rischiari tutta la casa (cfr. Mc 4,21; Lc 8,16; 11,33). La speranza cristiana non è riservata a pochi né custodita in spazi protetti: come la luce, è chiamata a diffondersi, a farsi prossima, a raggiungere anche gli angoli più bui dell'esistenza. In ebraico, or אוֹר ('òr) indica una luce che vince le tenebre e inaugura un tempo nuovo (cfr. Is 9,1). Come afferma Jean Vanier: «La Chiesa è Chiesa soltanto quando esiste per gli altri. Deve partecipare alle sofferenze degli uomini di ogni condizione, non arrogarsi il diritto di giudicare e dominare, ma soccorrere e servire. Deve dire agli uomini in ogni situazione che cosa significa vivere in Cristo, essere per gli altri.»
Luce e sale sono la nostra carta d'identità dinanzi al mondo e alle sue crisi e ai suoi cambiamenti d'epoca. Questo nuovo statuto, scritto non su carta, ma con caratteri di fuoco nel giorno del nostro battesimo e confermato nel sacramento della cresima, rivela chi siamo, il senso profondo della nostra vocazione e missione nella Chiesa e per la Chiesa, a servizio dell'intera umanità. È il modello più autentico di noi stessi. Come ricorda san Gregorio di Nissa, «la vita illuminata diventa essa stessa luce per altri», segno di una speranza che si trasmette per contatto. In questo orizzonte, la testimonianza cristiana non nasce dal protagonismo, ma dalla fedeltà alla luce ricevuta. Essa è fragile come una fiamma, eppure capace di resistere al vento. È una luce che non acceca, ma accompagna; che non domina, ma indica una direzione possibile. È la luce del Risorto, che apre la storia all'oltre e rende credibile la speranza.
La consapevolezza di essere luce e sale, dunque, non si esaurisce in una semplice attribuzione di qualità, ma diventa responsabilità concreta nella costruzione di un mondo nuovo, dove il Vangelo illumina e dà sapore alle relazioni umane. Come sottolinea Karl Rahner, «Il cristiano è colui che, nella notte del mondo, tiene viva la fiamma della speranza» (Rahner, Scritti teologici). E ancora, secondo Romano Guardini: «La luce di Cristo non si impone, ma si offre, invitando l'uomo a lasciarsi guidare verso il compimento della propria esistenza» (Guardini, Il Signore). Queste parole ci invitano a vivere la nostra missione con umiltà e fermezza, sapendo che la vera forza del cristiano non risiede nell'apparenza, ma nella capacità di essere presenza silenziosa e generativa, sale che preserva, luce che orienta.
Essere luce e sale significa dunque accogliere la chiamata a vivere la fede come dono che si trasmette, speranza che si rinnova, testimonianza che si fa servizio. È il segreto di una vita che, pur attraversando le difficoltà e le oscurità del tempo presente, non smette di brillare e di dare sapore, perché radicata nella promessa di Dio e nella comunione con Cristo.
"Il sole ci parla con la luce, il fiore col profumo e col colore,
con nubi, neve e pioggia parla l'aria.
Vive nel segreto del mondo un impulso inestinguibile,
a violare il mutismo delle cose,
a esprimere il segreto dell'essere in parole, gesti, suoni, colori."
(H. Hesse, La felicità – versi e pensieri)
Anche la luce del Vangelo risponde a questo impulso profondo: rompe il silenzio della notte e rende la vita capace di parlare di Dio, diventando segno di una speranza che non si spegne.
· Cristo luce e il cammino delle Beatitudini
Cristo Gesù è la luce del mondo, luce increata della luce del Padre suo. Lo recitiamo ogni domenica nella professione di fede: «Luce da luce, Dio vero da Dio vero». Egli squarcia il velo della storia perché ogni ombra e coltre tenebrosa lasci spazio a Lui, Verbo della vita. Il Vangelo lo proclama con forza: «Io sono la luce del mondo» (Gv 8,12). In greco, φῶς τοῦ κόσμου (phōs tou kòsmou), una luce che non si spegne e che apre la storia alla speranza che non delude. Dall'eternità e nel tempo Egli brilla di luce propria: luce divina che riverbera nella sua carne umana. «In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1,4). Questa luce non rimane distante, ma si fa prossima, attraversa la fragilità, abita la carne. È la luce del Crocifisso risorto, che trasforma il buio della morte in grembo di vita. In ebraico, la luce è אוֹר ('òr), segno della prima parola creatrice di Dio (cfr. Gen 1,3), promessa che continua a sostenere il cammino dell'uomo.
Ma anche noi, in Lui, per grazia battesimale, siamo stati resi luce. È la nostra nuova natura, pur brillando di luce riflessa. Gesù non parla in modo esortativo: siate…, ma in modo dichiarativo e imperativo: siete! (cfr. Mt 5,14). Dobbiamo solo porre in divenire, in movimento progressivo, ciò che già siamo. È una speranza affidata alla nostra libertà: non da costruire dal nulla, ma da lasciar emergere nella fedeltà quotidiana. San Leone Magno esclamava: «Cristiano, diventa ciò che sei» (Sermo 21). Come? Attraverso le Beatitudini, gli otto sentieri della gioia. Esse non sono un ideale irraggiungibile, ma il cammino concreto della luce nella storia. Sono la nuova legge insufflata dallo Spirito Santo, che crea l'uomo nuovo e orienta l'esistenza verso il Regno. In esse la speranza prende forma: beati i poveri, i miti, i misericordiosi, perché in loro già germoglia il futuro di Dio.
Come scriveva Dietrich Bonhoeffer nel suo celebre commento al Discorso della Montagna: «Le Beatitudini non sono una lista di doveri, ma la descrizione del popolo di Dio, di ciò che esso è per grazia» ("Sequela", 1937). E ancora, come ricorda il poeta Paul Claudel: «La vita non è fatta per essere compresa, ma per essere vissuta. E la luce non serve a vedere le cose, ma a camminare» ("Conoscenza dell'Est", 1907). Queste parole ci aiutano a comprendere che la luce ricevuta non rimane sterile, ma ci spinge a una testimonianza viva, quotidiana, capace di trasformare anche le piccole cose in segni di speranza e di futuro. Se consideriamo le Beatitudini nel testo originale greco del Vangelo, il termine utilizzato per "beati" è μακάριοι (makàrioi), che indica una felicità profonda e duratura, ben oltre la semplice contentezza. Nel testo ebraico, invece, troviamo il termine אַשְׁרֵי (ashrè), che rimanda a una condizione di benedizione e di cammino nella rettitudine. Allo stesso modo, la parola "luce" in greco è φῶς (phòs), mentre in ebraico è אוֹר ('òr), entrambe espressioni di una realtà che illumina e trasforma la vita di chi la accoglie. Questi termini biblici ci ricordano che la luce e la beatitudine sono doni che ci precedono e ci accompagnano nel nostro cammino di fede.
Il mondo ha bisogno di essere illuminato costantemente dalla luce del Cristo crocifisso e risorto per essere davvero fecondo nella storia. Senza questa luce, la storia perde orientamento e senso. Con essa, anche le ferite diventano luoghi di passaggio verso la vita. Come ricorda Benedetto XVI, «la speranza cristiana è sempre speranza per gli altri» (Spe salvi, 34). In questa prospettiva, Sant'Agostino ci invita a riconoscere la nostra dipendenza dalla luce divina: «Non andiamo verso la luce con i nostri passi, ma diventiamo luce con la fede» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 35, 5). Allo stesso modo, il pensiero di Simone Weil sottolinea come la vera attenzione dello spirito sia «attendere la luce», lasciandosi permeare dalla Grazia che trasforma la realtà.
Viviamo, esistiamo e camminiamo qui e ora nella luce del Signore, come pellegrini di speranza. Non possediamo la luce, ma la seguiamo; non la controlliamo, ma ci lasciamo guidare da essa. È questo il cammino delle Beatitudini: un andare fiducioso, passo dopo passo, verso Colui che illumina ogni uomo che viene nel mondo. Come scriveva il poeta Charles Péguy: «La fede che io preferisco, dice Dio, è la speranza» (Il portico del mistero della seconda virtù). La speranza cristiana, quindi, è cammino condiviso, luce ricevuta e trasmessa, che apre orizzonti nuovi anche nelle notti più oscure.
Conclusione
Quanto più vivremo secondo questa nuova natura, tanto più risplenderemo agli occhi del mondo. Saremo tante piccole luci nella grande luce che è Cristo Signore. Non una luce autonoma o autosufficiente, ma una luce partecipata, riflessa, che trae la sua forza dall'unica fonte. Come ricorda l'apostolo Paolo: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore» (Ef 5,8). È questa luce che genera una speranza concreta e visibile, capace di attraversare le notti della storia. Grande, bella, ardita è la nostra vocazione cristiana: illuminare e dare il gusto, il sapore del Vangelo della gioia. Non si tratta solo di rischiarare, ma anche di rendere la vita abitabile, significativa, degna di essere vissuta. In questo senso, luce e sale si appartengono: la luce orienta, il sale custodisce. Entrambi rimandano a una presenza discreta ma decisiva. Il profeta Isaia lo annuncia con parole cariche di promessa: «Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di strade perché siano abitate» (Is 58,12). È la speranza che passa attraverso mani fragili, ma disponibili. Siamo come fari nel buio e tempestoso mare della storia, che indicano la rotta e il porto. Non fermano la tempesta, ma aiutano a non perdersi; non sostituiscono il cammino, ma lo rendono possibile. Il porto non è costruito da noi: è Cristo stesso, «ancora sicura e salda dell'anima» (Eb 6,19). In ebraico, la speranza è תִּקְוָה (tiqvàh), una corda tesa verso il futuro: essere fari significa tendere quella corda nel mare agitato del presente. Sant'Ambrogio scriveva che «la luce di Cristo non diminuisce quando viene condivisa» (Expositio Evangelii secundum Lucam), perché più si dona, più si moltiplica. Così la testimonianza cristiana diventa segno credibile di speranza: una luce che non abbaglia, ma accompagna; che non domina, ma orienta; che non si spegne, perché alimentata dall'amore del Signore. A questo proposito, Papa Francesco ci ricordava: «La fede non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma una lampada che guida i nostri passi nella notte e basta per il cammino» ("Lumen fidei", 2013), sottolineando come la luce della fede sia sostegno nel viaggio della vita, più che meta già raggiunta. E come scriveva il poeta Mario Luzi, «Ognuno ha la sua notte da attraversare, ma la luce che ci viene data è per tutti» ("Nel magma", 1963). Queste parole invitano a condividere la luce ricevuta, affinché diventi speranza per chi ci cammina accanto e per chi cerca ancora un approdo sicuro. Così, il cristiano diventa testimone di una luce che, come diceva San Giovanni della Croce, «non acceca ma illumina dolcemente il cuore» ("Salita al Monte Carmelo").
Vergine Maria, Stella del mare, tu che vivi di luce riflessa dall'astro sorgente che è venuto a visitarci, Cristo tuo Figlio: facci luce, rendici sale.
don Nicola De Luca
