LE BEATITUDINI, STATUTO DI SPERANZA PER UN’UMANITÀ NUOVA

DOMENICA 01 FEBBRAIO 2026
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A
Beati i poveri in spirito. Mt 5, 1-12a
Introduzione
Il brano evangelico di oggi si apre con una scena autorevole ed epifanica da parte di Gesù. C'è una folla numerosa, ben oltre i Dodici, venuta per ascoltare una Parola diversa da ogni altra parola umana: una Parola introspettiva, calda, forte e dolce allo stesso tempo. Una Parola che non resta in superficie, ma che giunge dritta al cuore, apre varchi interiori e raggiunge le profondità più recondite e le camere più segrete dello spirito umano. È una Parola che non si accontenta di essere udita, ma che chiede di essere accolta, lasciata scendere, abitata. Non è una parola che informa o istruisce semplicemente; è una Parola che coinvolge l'intera persona, che tocca la coscienza, che interroga il desiderio, che smaschera le false sicurezze e rimette in cammino. La Scrittura usa per indicarla il termine dābār (דָּבָר, dabar): una parola che è sempre evento, parola che accade, parola che crea ciò che dice. Come afferma il profeta Isaia, essa non ritorna a Dio senza aver operato ciò per cui è stata mandata (cf. Is 55,10-11). Quando Dio parla, qualcosa cambia; quando Gesù parla, l'uomo non resta mai come prima. La Parola che Gesù proclama è soffio dello Spirito Santo ed è dettata dal Padre suo. Essa nasce dal cuore stesso di Dio e porta in sé il respiro della vita. È Parola pronunciata nello Spirito e accolta nello Spirito, capace di generare libertà interiore e guarigione profonda. Ogni suo frammento è intriso di vero e puro amore e per questo si rivela efficace, suadente, attraente e liberante. È una parola che non costringe, ma affascina; non impone, ma convince; non schiaccia, ma solleva. In essa agisce una forza vitale, quella dýnamis (δύναμις, dýnamis) di cui parla l'apostolo Paolo quando afferma che il Vangelo è potenza di Dio per la salvezza (Rm 1,16). Non una potenza che domina, ma una potenza che salva; non una forza che umilia, ma una forza che rialza. I Padri della Chiesa amavano dire che la Parola di Cristo è come un bisturi che ferisce solo per guarire. Sant'Ambrogio affermava che Cristo parla sempre per sanare ciò che nell'uomo è spezzato, per ricomporre ciò che è disperso, per ridare unità al cuore.
Gesù sceglie di salire sul monte. Non è anzitutto un'indicazione geografica, ma una scelta profondamente teologica. Nella Scrittura il monte è il luogo della rivelazione, lo spazio simbolico della vicinanza di Dio, il punto in cui il cielo sembra toccare la terra. È il luogo dell'incontro, del dialogo, dell'alleanza. Sul monte Dio chiama, parla, si manifesta; e l'uomo, salendo, riconosce di non essere autosufficiente, di avere bisogno di alzare lo sguardo, di uscire dalla pianura delle proprie abitudini. Il monte è il luogo del qārab (קָרַב, qaràb), dell'avvicinarsi reciproco: Dio che si fa vicino all'uomo e l'uomo che, con timore e desiderio, osa accostarsi a Dio. È il luogo dove il Trascendente si lascia incontrare e l'immanente viene trasfigurato. Salire sul monte significa entrare in uno spazio altro, dove le categorie abituali vengono rovesciate e dove ciò che conta non è il successo, ma la verità del cuore. Matteo richiama volutamente un altro monte, l'Oreb o Sinai, dove Mosè riceve le dieci parole di salvezza. Ma qui avviene qualcosa di radicalmente nuovo. Gesù, nuovo Mosè, non sale per ricevere una Legge dall'alto: egli è la Legge vivente. Sedutosi – gesto che nella tradizione rabbinica indica l'autorità del maestro – parla in nome proprio. Non dice "così dice il Signore", ma parla come il Figlio che conosce il cuore del Padre e lo rivela. Origene osserva che Cristo non abolisce la Legge antica, ma la conduce alla sua pienezza, riportandola al suo senso più autentico: l'amore che genera vita. Gesù dona così la nuova Legge per il nuovo Israele e, insieme, per ogni uomo e ogni donna di ogni tempo: le Beatitudini. Non comandamenti esterni, ma una via interiore; non un codice da osservare, ma un cammino da percorrere; non un peso da sopportare, ma una promessa da accogliere. Esse non descrivono ciò che bisogna fare per meritare Dio, ma ciò che Dio opera nell'uomo che si lascia abitare dal suo amore. Queste otto parole sono il sentiero di un'umanità rinnovata, pacificata e pacificante, libera e felice. Non a caso il termine greco makários (μακάριος, makários) non indica una felicità superficiale o emotiva, ma la condizione di chi è pienamente riuscito come uomo, di chi vive in armonia con Dio, con gli altri e con se stesso. È la felicità di chi ha trovato il proprio posto davanti a Dio. Il Discorso della Montagna, accolto e vissuto, è così il compimento della vera umanizzazione. Non disumanizza, non aliena, non allontana dalla realtà, ma restituisce l'uomo a se stesso. È la via attraverso cui il Vangelo non solo salva, ma rende pienamente umani, perché rivela all'uomo la verità più profonda del suo essere: essere creato per l'amore e chiamato alla beatitudine.
1. Le Beatitudini: la speranza dei poveri di Dio
«Beati i poveri in spirito». Non si tratta dei miseri rassegnati, ma di coloro che non fanno affidamento su se stessi. Gesù non benedice la povertà come mancanza o fallimento, né esalta una condizione subita. Qui la povertà è una scelta interiore, una postura del cuore. È il contrario dell'autosufficienza: è l'atteggiamento di chi ha compreso che la vita non si fonda sul possesso, ma sull'affidamento. Essere poveri in spirito significa riconoscere la propria dipendenza da Dio, non possederlo ma attendere la sua venuta. È la condizione di chi non pretende di trattenere Dio nelle proprie sicurezze religiose, morali o spirituali, ma rimane aperto alla sua iniziativa sempre nuova. Il povero in spirito vive nell'attesa, non nel controllo. In lui prende forma ciò che il Vangelo esprime con il termine ptōchós (πτωχός, ptōchós): colui che tende la mano, che sa di avere bisogno, che vive davanti a Dio senza difese. È uno stile di vita aperto e accogliente, non chiuso e protettivo. Il povero in spirito non costruisce barriere per difendersi, non vive nella paura di perdere, non accumula per sentirsi al sicuro. Vive nella fiducia. Accetta di non bastare a se stesso e proprio per questo lascia spazio a Dio. A loro è riservato il Regno, perché Dio può finalmente dimorare nel loro essere. Là dove l'uomo si svuota di sé, Dio trova casa.
Questa è la radix di tutte le altre Beatitudini: la condizione spirituale di chi si riconosce mendicante davanti a Dio. Non è un punto tra gli altri, ma il fondamento di tutto. Sant'Agostino lo afferma con chiarezza: «L'umiltà è la dimora di Dio: quanto più l'uomo si abbassa, tanto più Dio discende in lui» (Enarrationes in Psalmos, 18,2). Già l'Antico Testamento ne aveva tracciato il profilo: «Cercate il Signore, voi tutti poveri della terra… Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero» (Sof 2,3; 3,12). È il volto degli 'anāwîm (עֲנָוִים, anawìm), i poveri del Signore: uomini e donne che non confidano nella forza, nel potere o nella ricchezza, ma attendono tutto da Dio. La loro povertà non è sterile, ma gravida di promessa.
La speranza nasce proprio qui: dall'umiltà che non si chiude, dalla povertà che attende, dalla fiducia che non si appropria. Come scrive Ermes Ronchi:n«Beato non è chi possiede Dio, ma chi gli lascia spazio. La povertà evangelica è il grembo in cui Dio può nascere ancora».È una speranza che non nasce dalla sicurezza di chi controlla tutto, ma dall'abbandono di chi si affida. È la speranza dei piccoli, dei miti, di coloro che sanno che il futuro non è nelle loro mani, ma nelle mani di Dio. Ed è proprio per questo una speranza che non delude.
2. Una speranza che attraversa il dolore e disarma la violenza
«Beati quelli che sono nel pianto». Non è il pianto sterile, chiuso su se stesso, né il lamento che paralizza. È il pianto che sgorga dall'amore ferito, da un cuore che non si è indurito. È il pianto di chi non anestetizza il dolore, di chi non fugge davanti alla sofferenza propria o altrui, ma accetta di portarla dentro di sé. È il pianto di chi resta umano in un mondo che spesso invita all'indifferenza. Beati coloro che non si irrigidiscono, ma lasciano che il cuore soffra per il male del mondo e per il proprio. Essi saranno consolati, perché Dio si avvicina a chi ha un cuore vivo e vibrante. Il verbo greco usato da Matteo allude a una consolazione che non è semplice compensazione, ma presenza che sostiene. È il pianto che Gesù stesso ha conosciuto, davanti alla tomba dell'amico Lazzaro e davanti a Gerusalemme. Come dice il Salmo: «Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato» (Sal 34,19). La speranza nasce proprio lì dove il dolore non viene rimosso, ma abitato.
«Beati i miti». La mitezza non è debolezza, ma forza disarmata. È la forza di chi ha rinunciato alla violenza come linguaggio, anche quando ne avrebbe la possibilità. Il mite non opprime, non impone, non risponde al male con il male. È colui che ha scelto una potenza diversa, quella dell'amore che non grida e non schiaccia. In greco la mitezza è praÿtēs(πραΰτης, praÿtēs): non passività, ma dominio di sé, capacità di non lasciarsi governare dall'ira. I miti ereditano la terra non perché la conquistano, ma perché la ricevono in dono. La terra non è preda da strappare, ma promessa da accogliere. San Giovanni Crisostomo osserva che il mite è più forte del violento, perché «vince se stesso prima ancora di vincere il mondo» (Omelie su Matteo, XV). La speranza dei miti è una speranza che non passa attraverso lo scontro, ma attraverso la fiducia.
«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia». Non si accontentano delle apparenze, non si rassegnano a una giustizia superficiale o di facciata. In loro vive un desiderio profondo, quasi viscerale, di ciò che è giusto agli occhi di Dio. La giustizia di cui parla Gesù non è solo equilibrio sociale, ma relazione riconciliata, fedeltà all'alleanza. È la ṣĕdāqāh (צְדָקָה, tsedakàh) biblica: la giustizia che salva, che rimette in piedi, che ristabilisce la comunione. Essi non cercano una perfezione irraggiungibile del mondo, ma attendono che Dio stesso colmi questa fame e questa sete. La loro speranza non è ingenua, ma teologale: sanno che solo Dio può dare compimento a ciò che l'uomo desidera ma non riesce a realizzare pienamente.
«Beati i misericordiosi». Non chiudono il conto con gli altri, non vivono di bilanci e di risarcimenti. Sanno guardare oltre la colpa e la caduta, perché hanno compreso di essere essi stessi debitori di misericordia. La misericordia non è indulgenza a buon mercato, ma sguardo che salva. È il riflesso dello sguardo stesso di Dio sull'uomo. Come ricorda sant'Agostino: «Dio non si stanca di perdonare, perché non si stanca di amare» (Sermo 56,8). Ricevono misericordia perché scelgono di vivere con lo stesso sguardo di Dio. E in questo scambio silenzioso tra dare e ricevere misericordia, la speranza diventa concreta, incarnata, capace di attraversare il dolore e di disarmare la violenza.
3. Le Beatitudini come statuto di libertà e di comunione
«Beati i puri di cuore». Non è perfezione morale, ma unità interiore. Un cuore non diviso, non ambiguo, non doppio. Vedranno Dio perché il loro cuore è rivolto interamente a Lui. La purezza di cui parla Gesù non coincide con l'impeccabilità, ma con l'integrità del desiderio. È un cuore che ha trovato il suo centro e non si disperde. In linguaggio biblico potremmo dire un cuore tām (תָּם, tam), integro, non frammentato. La visione di Dio non è allora un premio esterno, ma la conseguenza di una vita unificata, trasparente davanti a Lui. «Beati gli operatori di pace». Non chi evita i conflitti, ma chi li affronta senza distruggere. La pace evangelica non è neutralità né quieto vivere. È una pace che costa: perdono, dialogo, pazienza, esposizione, talvolta ferite. Per questo sono chiamati figli di Dio, perché assomigliano al Padre che continuamente ricrea comunione là dove essa è stata spezzata. La pace biblica, lo shalôm(שָׁלוֹם, shalòm), indica pienezza di vita, armonia riconciliata, non semplice assenza di guerra. Come ricorda san Basilio Magno: «Il pacifico rende presente Dio là dove l'odio aveva scavato distanza» (Homilia in Psalmum 33).
«Beati i perseguitati per la giustizia». Non chi soffre per errore o fragilità, ma chi paga il prezzo della fedeltà al Vangelo. Gesù non nasconde il realismo della sequela: vivere secondo le Beatitudini espone al rifiuto, all'incomprensione, talvolta alla persecuzione. Eppure proprio qui risuona la promessa più forte: il Regno è loro già ora. La persecuzione non è segno di fallimento, ma sigillo di autenticità. Come afferma l'apostolo Paolo: «A voi è stata concessa la grazia non solo di credere in Cristo, ma anche di soffrire per lui» (Fil 1,29).
La Legge nuova è legge d'amore, di grazia e di libertà. Non imposta dall'esterno, ma scritta nel cuore; non sostenuta dallo sforzo umano, ma dai doni dello Spirito Santo che rendono l'uomo docile alle sue mozioni. Le Beatitudini non sono un peso aggiunto alla vita, ma la sua liberazione più profonda. Le Beatitudini sono l'essenza del Vangelo, il suo cuore e il suo respiro. Sono il ritratto di Cristo Gesù, il primo Beato, che sulla croce le ha vissute tutte interamente. Donandole alle folle, Gesù le consegna come statuto del discepolo e della comunità ecclesiale. Come afferma Joseph Ratzinger: «Le Beatitudini sono una sorta di autobiografia di Gesù, il suo volto tradotto in parole» (Gesù di Nazaret, I). Per questo ogni azione, ogni progetto pastorale, ogni scelta ecclesiale dovrebbe nascere da questa legge di gioia e di "delirio" evangelico, che non toglie nulla all'uomo, ma lo introduce nella pienezza della comunione.
Conclusione
Lo Spirito inabitante è principio di vita nuova: un riposizionamento radicale della libertà morale. Non si tratta di un semplice miglioramento etico, ma di una trasformazione profonda dell'uomo dall'interno. Lo Spirito non si limita a suggerire il bene, ma rende possibile una vita nuova, capace di scelte secondo il cuore di Dio. La libertà cristiana non coincide con l'autodeterminazione assoluta, ma con la liberazione da ciò che imprigiona l'uomo nel suo ego. La libertà cristiana è libertà da se stessi, non come annientamento, ma perché Dio compia in noi il suo disegno di amore e di salvezza. Ci si libera da sé non per perdersi, ma per essere finalmente ritrovati. È la libertà di chi smette di vivere ripiegato su di sé e si apre a una vita ricevuta. È la libertà di cui parla Paolo quando afferma: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Qui la libertà raggiunge il suo vertice: non nell'autosufficienza, ma nella comunione. Ci si libera da sé per diventare un Altro, perché Cristo viva, muoia e risorga in noi. La vita cristiana assume così una forma pasquale: è un continuo morire a ciò che chiude e un risorgere a ciò che apre. È un'esistenza trasformata dallo Spirito, il Pneûma (Πνεῦμα, Pneuma), che rende l'uomo capace di amare oltre la misura, di sperare contro ogni speranza. Le Beatitudini capovolgono ogni mentalità mondana fondata sulla forza, sullo scarto, sull'indifferenza e su un potere che pretende di possedere tutto. Esse smascherano le false promesse di felicità e indicano una via altra, paradossale e luminosa. Come ricorda Paolo, Dio «sceglie ciò che nel mondo è debole per confondere i forti» (1Cor 1,27). Non è la logica della sopraffazione a costruire il futuro, ma quella della piccolezza abitata da Dio. Questa è l'unica via per costruire la civiltà dell'amore: essere poveri, miti, affamati di giustizia, artigiani di una pace disarmata e disarmante, anche a costo della persecuzione. È una civiltà che non nasce dai grandi sistemi, ma dai cuori trasformati. È una civiltà che cresce nel silenzio, nella fedeltà quotidiana, nella coerenza nascosta. Le Beatitudini: che straordinario compendio e sintesi di tutto il Vangelo. Ne sono il cuore, il centro, l'essenza. I binari della gioia sui quali Gesù ha posto il treno della vera vita, dove desidera che ciascuno di noi viaggi per essere felice. Sì, perché beato significa essere felice, makários (μακάριος, makários): colui che ha trovato la pienezza della vita perché si è lasciato abitare da Dio. La semplicità e l'arditezza di queste otto parole proclamate solennemente sul monte mettono in crisi e demoliscono ogni nostro altro programma sofisticato, aleatorio, gravoso. Esse spogliano l'uomo delle sue illusioni di potenza e lo restituiscono alla verità dell'amore. Come scrive Henri de Lubac: «Il Vangelo non distrugge l'uomo, ma lo libera dalle caricature di se stesso». Tornare alle Beatitudini significa tornare all'essenziale, al cuore vivo della fede. Basterebbe tornare a questo epicentro della nostra fede e viverlo in pienezza per essere autentici rivoluzionari della storia. Non rivoluzionari rumorosi, ma uomini e donne capaci di cambiare il mondo a partire dal cuore. Una canzone dice: "Vivere a colori". Come scrive Henri de Lubac: «Il cristianesimo non sottrae nulla all'uomo, ma gli dona la pienezza del suo essere» (Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma). Ebbene, le Beatitudini evangeliche, amate e incarnate da noi cristiani nelle piccole e nascoste cose di ogni giorno, in ogni dove, darebbero nuovo colore al grigiore di questo mondo. Sarebbero la prova che il Vangelo non è un'utopia irrealizzabile, ma una vita possibile, bella, felice.
Vergine Maria, donna beata da sempre e per sempre, non solo perché Madre del Verbo incarnato, ma perché serva del Signore, mettiti accanto a noi e conducici sui sentieri della vera gioia. E saremo anche noi beati in eterno.
don Nicola De Luca
