LA VITTORIA DI CRISTO NEL DESERTO

DOMENICA 22 FEBBRAIO 2026
I DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.Mt 4,1-11
Introduzione
Il Mercoledì delle Ceneri segna l'inizio solenne del Tempo forte della Quaresima. Cenere sul capo non solo come segno di penitenza e di conversione, ma anche come segno di consapevolezza della nostra finitudine e fragilità creaturale. Siamo polvere. E la prima lettura di oggi ce lo ha ricordato con forza: «Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo» (Gen 2,7). Il testo ebraico utilizza il termine 'afar (עָפָר), che indica la polvere fine, la terra friabile. L'uomo — 'adam (אָדָם) — è tratto dall''adamah, la terra. È un gioco linguistico teologico: l'essere umano è impastato di terra. Non autosufficiente, non eterno in se stesso, non assoluto. Creatura. E tuttavia quella polvere è plasmata dalle mani di Dio. Il verbo usato in Genesi è yatsar, modellare come un vasaio modella l'argilla. Non siamo il frutto del caso, ma di un gesto personale, artigianale, intenzionale. E soprattutto, quella polvere riceve un soffio: «soffiò nelle sue narici un alito di vita» — nishmat ḥayyîm (נִשְׁמַת חַיִּים). Il termine neshamah richiama un respiro che viene da Dio stesso. La nostra fragilità è abitata da un dono. Siamo terra che respira Dio. Ma questa polvere di cui siamo impastati per creazione, consegnata al Signore, diventa creta e argilla da plasmare; e, per dono dello Spirito Santo, può diventare un vaso prezioso, abitato dalla grazia di Dio. Non è un caso che san Paolo riprenda questa immagine: «Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7). Il tesoro non è la nostra forza, ma la sua presenza. La Quaresima allora non è mortificazione sterile, ma disponibilità a lasciarsi lavorare. Geremia ci offre una chiave ulteriore: «Come l'argilla è nelle mani del vasaio, così voi siete nelle mie mani» (Ger 18,6). La cenere sul capo è il segno di una docilità rinnovata. È il riconoscimento che non siamo compiuti una volta per tutte. Siamo in processo. Sant'Ireneo di Lione dirà che l'uomo è "opera delle mani di Dio", plasmato dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito. La Quaresima è il tempo in cui Dio riprende tra le mani la nostra umanità. Dopo questo primo passo nel cammino quaresimale, la Quaresima apre, nella sua Prima Domenica, il suo scenario con le tentazioni di Gesù. Se potessi dare un titolo a questo mio scritto, alla luce della pericope del Vangelo di Matteo, lo incentrerei non tanto sulle tentazioni in sé, ma piuttosto sulla vittoria di Cristo sulle tentazioni. La polarizzazione è certamente sulla battaglia tra i due protagonisti di questa pagina — Gesù e Satana — ma soprattutto sul trionfo del primo sull'altro. Il verbo che Matteo utilizza è πειράζω (peirazō), che significa tentare, ma anche mettere alla prova, verificare la solidità di qualcosa. Non è solo un invito al male: è un banco di prova. È lì che si manifesta la verità del cuore. Le tentazioni di Gesù non rivelano una sua fragilità, ma la sua fedeltà. Come scrive la Lettera agli Ebrei: «È stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). La sua prova diventa solidarietà con la nostra. La polarizzazione della scena non è dunque semplicemente morale, ma teologica. Non è il duello tra due forze equivalenti. È lo svelamento di due logiche: la logica del possesso e quella dell'obbedienza; la logica dell'autosufficienza e quella della filiazione. Benedetto XVI ha scritto che nelle tentazioni si gioca «la questione fondamentale dell'uomo: fidarsi di Dio o costruire da sé la propria salvezza». È una questione che attraversa tutta la storia. Il campo di battaglia è il deserto: luogo che, nella tradizione rabbinica, è spazio abitato dai demoni, fonte di solitudine, pericolo e angoscia; ma allo stesso tempo luogo teologico e spirituale, non solo della tentazione, ma anche della prova della fedeltà dell'uomo nei confronti del piano salvifico di Dio. È un kairòs (καιρός), un tempo opportuno per la crescita e la maturità spirituale. Il deserto in ebraico è midbar (מִדְבָּר). Non è solo uno spazio geografico; è uno spazio esistenziale. La radice dabar significa "parola": il deserto è il luogo dove Dio parla al cuore, dove la voce si fa più essenziale. «Ti ho condotto nel deserto per parlarti al cuore» (Os 2,16). È il luogo della prova, ma anche dell'alleanza. È il luogo della fame, ma anche del dono della manna. Non è casuale che proprio lì Gesù entri. Egli non evita il deserto dell'umanità, ma lo attraversa. Il nuovo Adamo entra nel luogo dove Israele aveva sperimentato l'infedeltà, per vivere la fedeltà. Dove l'antico popolo aveva mormorato, il Figlio obbedisce. Dove la libertà si era trasformata in ribellione, la libertà del Figlio diventa affidamento. Per questo la Prima Domenica di Quaresima non ci invita anzitutto a fissare lo sguardo sulle nostre cadute, ma a contemplare la fedeltà di Cristo. Non la paura della tentazione, ma la certezza della vittoria. Non l'ossessione della nostra debolezza, ma la speranza della grazia. Come scrive san Leone Magno, «la vittoria di Cristo è la nostra vittoria». La Quaresima, allora, non è il tempo della tristezza, ma della verità. Non è il tempo della colpa, ma del ritorno. È il tempo in cui la nostra polvere, attraversando il deserto, può tornare a respirare Dio.
1. Il nuovo Adamo nel deserto: che Messia vuoi essere?
L'episodio delle tentazioni viene narrato subito dopo il battesimo di Gesù e la sua teofania: lo Spirito Santo che scende, la voce del Padre, la consacrazione messianica. È lo stesso Spirito che conduce, inoltra, guida e accompagna Gesù nel deserto. Matteo precisa che Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto «per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1). Il verbo greco è ἀνήχθη (anēchthē): fu condotto, quasi sospinto verso l'alto. Non è una fuga né un incidente di percorso: è un passaggio necessario. Lo Spirito che consacra è lo Spirito che conduce nella prova. Subito dopo la proclamazione solenne del Padre — «Questi è il Figlio mio, l'amato» (Mt 3,17) — si apre il tempo del discernimento. La voce che dice «Tu sei il Figlio» viene immediatamente messa alla prova da un'altra voce che insinua: «Se tu sei Figlio di Dio…» (Mt 4,3). La tentazione non è semplicemente un invito al male; è una messa in questione dell'identità. È un attacco alla filiazione. È come se il tentatore dicesse: dimostra di esserlo. Usa il tuo potere. Impóni la tua forza.
È il momento in cui deve rivelarsi la verità e l'assoluta autenticità della missione di Gesù e del suo programma messianico. Le tentazioni, infatti, minano la modalità della missione con cui Cristo Gesù opererà nel mondo. Non negano la missione, ma ne propongono una versione alternativa, più efficace, più immediata, più spettacolare. Fondamentalmente la questione è questa: che tipo di Messia vuoi essere, Gesù? Secondo Dio — ma è una via che conduce alla croce, anche se la parola finale sarà la risurrezione — oppure secondo le attese degli uomini? Un Messia populista, trionfante, sensazionale, padrone del mondo? È la grande alternativa tra la logica della δόξα (doxa), la gloria intesa come splendore esteriore, e la logica della κένωσις (kenōsis), lo svuotamento. Paolo lo esprimerà con una profondità inaudita: «Cristo Gesù, pur essendo in forma di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma svuotò se stesso» (Fil 2,6-7). Il vero Messia non trattiene, ma si consegna.
Qui il confronto con la prima lettura è inevitabile. Nel giardino dell'Eden l'uomo, creato dalla polvere — 'afar (עָפָר) — e posto davanti alla libertà, cede alla seduzione del serpente (Gen 3,1-7). Il peccato nasce da una distorsione dell'ascolto. La parola ebraica per "ascoltare", shāma' (שָׁמַע), implica obbedienza; quando l'ascolto si spezza, nasce la frattura. Paolo parlerà di παρακοή (parakoē), disobbedienza, cioè un ascolto deviato (Rm 5,19). San Paolo ce lo ricorda con lucidità: «Per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori» (Rm 5,19). L'uomo, nel giardino dell'abbondanza, sceglie l'autosufficienza. Vuole essere «come Dio» (Gen 3,5), ma senza Dio. Vuole la pienezza senza la relazione. Vuole il dono senza il Donatore.
Gesù, nuovo Adamo, ripercorre la storia dell'umanità nel deserto. Non nel giardino fertile, ma nella nudità del midbar(מִדְבָּר), luogo della prova. Dove il primo Adamo ha ceduto nel giardino, il Figlio resta fedele nel deserto. Dove l'uomo ha disobbedito, il Figlio obbedisce. Dove la libertà si è trasformata in ribellione, la libertà del Figlio diventa affidamento totale al Padre. La Lettera ai Romani sviluppa questo parallelo con forza teologica: «Come per la colpa di uno solo si è riversata su tutti la condanna, così anche per l'opera giusta di uno solo si riversa su tutti la giustificazione che dà vita» (Rm 5,18). Cristo non è solo un esempio morale; è il principio di una umanità nuova. Sant'Ireneo parlava di Cristo come di colui che "ricapitola" in sé tutta la storia umana (anakephalaiōsis). Nel deserto Gesù riattraversa le tappe dell'umanità e di Israele: fame, solitudine, prova. Ma questa volta la storia non si chiude nell'infedeltà. Si apre alla fedeltà.
E qui la domanda si fa inevitabilmente ecclesiale e personale. Che Messia vogliamo seguire? E quale stile vogliamo assumere? La tentazione di un messianismo potente, visibile, dominante è sempre presente, anche nella vita della Chiesa. È la tentazione di confondere il Regno con il successo, la missione con il consenso, l'autorità con il dominio. Papa Benedetto XVI scriveva che le tentazioni di Gesù riguardano «la questione fondamentale dell'uomo e della storia: che cosa conta davvero?». Conta il pane, il miracolo spettacolare, il potere sui regni del mondo? Oppure conta la fedeltà al Padre, anche quando conduce alla croce? Il nuovo Adamo sceglie la via lunga dell'amore, non la scorciatoia del potere. E in questa scelta si decide non solo la sua missione, ma la nostra speranza. Perché, come dirà san Leone Magno, «ciò che è stato assunto non è andato perduto». Cristo assume la nostra fragilità per redimerla dall'interno. Nel deserto, prima ancora di predicare, prima ancora di guarire, Gesù sceglie. Sceglie di essere Figlio fino in fondo. E questa scelta orienterà tutta la sua esistenza, fino al Golgota, dove la domanda «Se sei Figlio di Dio…» tornerà sotto forma di scherno (cf. Mt 27,40). Ma lì, nella croce, la filiazione non sarà smentita: sarà rivelata nella sua forma più pura.
2. Il bisogno, la Scrittura e la tentazione del sensazionalismo
Esaminiamo le tentazioni nella loro specificità. La prima giunge dopo il digiuno di Gesù di quaranta giorni e quaranta notti, che richiama il lungo pellegrinaggio di Israele nel deserto verso la terra promessa, dove, per ribellione, il popolo cadde e non vi entrò. Il numero quaranta, nella simbologia biblica, è tempo di prova, di purificazione, di passaggio: quaranta furono gli anni dell'Esodo, quaranta i giorni di Mosè sul Sinai (Es 24,18), quaranta quelli di Elia verso l'Oreb (1Re 19,8). È un tempo in cui si decide la fedeltà. Gesù ripercorre quella storia vincendo. Egli è il nuovo Israele fedele. Dove il popolo aveva mormorato, Egli rimane saldo. Dove l'antica generazione aveva ceduto alla nostalgia dell'Egitto, Egli sceglie la fiducia. Essendo in tutto vero Dio ma anche vero uomo, fuorché nel peccato (cf. Eb 4,15), ebbe fame. Matteo annota con sobrietà: «Alla fine ebbe fame» (Mt 4,2). Il verbo greco ἐπείνασεν (epeinasen) indica un bisogno reale, corporeo. Non è un'apparenza. È la condizione umana nella sua vulnerabilità. C'è un bisogno, una debolezza, una fragilità. Ed è su questa che Satana agisce. La tentazione non nasce nell'astratto, ma dentro un bisogno concreto. Il tentatore conosce le nostre crepe, i nostri "talloni di Achille", e lì insinua la sua proposta. Non crea il bisogno: lo strumentalizza. Propone a Gesù, visto che egli è Figlio di Dio, di trasformare le pietre in pane con cui sfamarsi. «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane» (Mt 4,3). È la tentazione di usare il dono per sé. Di piegare il potere al proprio interesse. Di risolvere tutto con l'efficacia immediata.
Ma Gesù risponde citando il Deuteronomio: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3). La parola "parola" nel testo greco è ῥῆμα (rhēma), parola pronunciata, viva, efficace. In ebraico è dābār (דָּבָר), che non è solo suono, ma evento, realtà che agisce. L'uomo non vive solo di ciò che riempie lo stomaco, ma di ciò che orienta l'esistenza. Non si tratta di disprezzare il pane. Il pane è necessario. Ma non è assoluto. Il bisogno è reale, ma non è sovrano. Gesù ristabilisce un ordine: prima la relazione con il Padre, prima l'ascolto, prima l'obbedienza. È la differenza tra vivere per sopravvivere e vivere per un senso. Sant'Ambrogio commenta che Cristo ha fame perché vuole insegnarci che la fame del corpo non deve mai diventare fame di dominio. E sant'Agostino ricorda che «l'uomo può essere sazio di pane e restare vuoto di Dio». La tentazione è sempre quella di assolutizzare il necessario. È interessante notare che il diavolo si manifesta come accurato conoscitore della Sacra Scrittura, ma la manipola e la strumentalizza per il suo fine. Nella seconda scena sarà lui a citare il Salmo 91: «Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo» (Sal 91,11-12). Anche il tentatore sa usare la Parola. Ma la Parola può essere estratta dal suo contesto e piegata a giustificazione dell'orgoglio.
Gesù, invece, pieno di Spirito Santo, risponde con una contro-catechesi fondata sulla Scrittura. Nessun dialogo sterile. Nessuna disputa ideologica. Risponde al tentatore con la Parola di Dio in modo schietto, diretto, essenziale, citando soprattutto il libro del Deuteronomio: prima tentazione Dt 8,3; seconda Dt 6,16; terza Dt 6,13. È come se Gesù riprendesse la memoria dell'Esodo e la compisse in fedeltà. Gesù non è venuto come populista e risolutore di tutti i problemi dell'uomo, né per usare il suo potere divino per proprio interesse, ma per vivere di ogni Parola del Padre suo. Obbedienza indiscussa a Lui. Qui risuona la logica della ὑπακοή (hypakoē), l'obbedienza come ascolto pieno, totale. Nella seconda scena Satana conduce Gesù nella parte più alta del tempio di Gerusalemme, il pinnacolo, e lo invita a usare il suo potere divino gettandosi giù, tanto — essendo Figlio di Dio — sarebbe stato soccorso dagli angeli, come afferma la Scrittura nel Salmo 91.
È la tentazione del sensazionalismo e del miracolo spettacolare. La tentazione dell'esibizionismo religioso. Il verbo greco per "tentare" qui è ἐκπειράζω (ekpeirazō): provocare, mettere alla prova fino al limite. È la pretesa di costringere Dio a intervenire. La scena si svolge al Tempio, fulcro della religione ebraica. Non è casuale. Il luogo della fede diventa il luogo della tentazione. Immaginiamo Gesù lanciarsi e venire salvato dagli angeli: sarebbe diventato un Messia acclamato, avrebbe subito conquistato una folla entusiasta e ottenuto un immediato successo religioso.
Ma il Figlio non costringe il Padre. «Non metterai alla prova il Signore tuo Dio» (Dt 6,16), risponde Gesù. La fiducia non è provocazione. L'amore non è ricatto. La vera fede è affidamento silenzioso, non esibizione. Non ha bisogno di platea. Come scrive Benedetto XVI, Dio non si lascia usare come oggetto di esperimento. La fede non è un salto nel vuoto per ottenere applausi; è un cammino nella fedeltà quotidiana. Il Regno cresce come il seme, nel silenzio (cf. Mc 4,27), non nel clamore. Questa tentazione ci riguarda tutti, soprattutto quando chiediamo segni per dare il nostro assenso, quando poniamo condizioni all'amore di Dio o desideriamo risultati tangibili che confermino le nostre convinzioni. «Se Dio mi ama, allora…». È una frase che spesso non pronunciamo, ma pensiamo. È una tentazione insidiosa, particolarmente per chi ha una responsabilità spirituale. La tentazione di misurare la verità con il successo. Di confondere la fedeltà con la visibilità. Di pensare che l'efficacia pastorale sia la prova della benedizione di Dio. Ma il Figlio sceglie il nascondimento. Sceglie la via dell'umiltà. Sceglie di non trasformare la fede in spettacolo. E così custodisce la purezza della missione.
3. Il potere e la consegna totale al Padre
L'ultima tentazione è quella di rispondere alle false attese di un Messia politico, guerriero, forte e di potere, che avrebbe restaurato il regno di Davide espellendo gli invasori romani. Ma anche la tentazione del benessere personale. Matteo descrive la scena con solennità: «Il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria» (Mt 4,8). Il monte, nella Scrittura, è luogo di rivelazione; ma qui diventa luogo di seduzione. Ciò che viene mostrato è la δόξα (doxa), la gloria visibile, lo splendore del potere, l'attrattiva del dominio. È la proposta di un messianismo conforme alle attese umane: un regno restaurato, un potere esercitato, un trionfo politico. Ma è anche qualcosa di più sottile: la promessa di sicurezza, di stabilità, di affermazione personale. Non solo potere esterno, ma anche benessere interiore. È la tentazione universale dell'autosufficienza.
«Tutte queste cose io ti darò, se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai» (Mt 4,9). Il verbo greco è προσκυνέω(proskyneō), prostrarsi, riconoscere una signoria. In cambio del dominio sui regni — βασιλεῖαι (basileiai) — viene chiesto un atto di sottomissione interiore. È un patto. È il compromesso. È la logica dello scambio: potere in cambio di fedeltà. È la proposta della gloria senza croce. Della doxa senza la kenōsis (κένωσις), senza lo svuotamento di sé. È l'offerta di un regno senza obbedienza, di un successo senza sacrificio, di una vittoria senza dono. Ma Gesù è venuto nel mondo per donare tutto sé stesso al Padre, nella via umile dell'amore, fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,8), per riscattare l'umanità ferita, portandone tutto il peso del peccato ed espiandolo in sacrificio di soave odore (cf. Ef 5,2). L'espressione paolina richiama il linguaggio cultuale dell'Antico Testamento: un'offerta gradita, un sacrificio che sale a Dio come profumo. Non un atto di forza, ma un atto di amore. La risposta di Gesù è netta, definitiva: «Vattene, Satana! Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto» (Mt 4,10; cf. Dt 6,13). Il comando è perentorio: ὕπαγε (hypage), va', allontanati. Non c'è spazio per trattative. Il cuore non può essere diviso.
Il verbo ebraico che sta dietro a "rendere culto" è 'ābad (עָבַד), che significa servire, lavorare per, appartenere. L'adorazione non è solo un gesto esteriore; è appartenenza. È riconoscere che solo Dio è il Signore. Qui si compie quanto Paolo proclama: «Se per la caduta di uno solo regnò la morte, molto di più regneranno nella vita per mezzo di uno solo, Gesù Cristo» (Rm 5,17). Il verbo "regnare" — βασιλεύω (basileuō) — assume un significato nuovo. Non è il regnare che domina, ma quello che dona la vita. Cristo regna dalla croce. La vera epifania non è sul monte altissimo della seduzione, ma sul monte del Golgota. Lì tornerà la provocazione: «Se sei Figlio di Dio, scendi dalla croce» (Mt 27,40). È l'eco delle tentazioni nel deserto. Ma Gesù non scende. Resta. E nel restare salva. Sant'Ireneo parlava di Cristo come di colui che "ricapitola" (anakephalaiōsis) in sé tutta la storia umana. Nel deserto egli riassume la lotta dell'umanità; sulla croce la compie. Dove il primo Adamo aveva scelto l'autonomia, il nuovo Adamo sceglie l'obbedienza. Dove l'uomo aveva voluto essere "come Dio" senza Dio, il Figlio vive come Figlio fino in fondo.
Gesù ha vinto sulle tentazioni del nemico dell'umanità. Questo è il momento dell'epifania della vittoria del Figlio su Satana e della consegna, senza se e senza ma, alla volontà d'amore del Padre suo. La sua vita diventa ὑπακοή(hypakoē), ascolto pieno, obbedienza totale. E in questa consegna si apre per noi una strada. La vittoria di Cristo non è soltanto un episodio narrato, ma una possibilità offerta. Non è la forza che schiaccia il male, ma l'amore che lo attraversa e lo redime.
Conclusione
Le tentazioni di Gesù non sono un episodio marginale della sua vita, ma la rivelazione del suo cuore. Nel deserto si decide quale Messia Egli sarà. Non un Messia del pane facile, non un Messia dello spettacolo religioso, non un Messia del potere dominante. Ma il Figlio. Alla tentazione del bisogno Egli risponde con la fiducia. Alla tentazione del sensazionalismo risponde con il silenzio dell'affidamento. Alla tentazione del potere risponde con l'adorazione esclusiva del Padre. In ciascuna prova emerge la qualità della sua ὑπακοή (hypakoē): un ascolto pieno, radicale, senza riserve. Nel deserto Gesù non compie miracoli, non compie gesti eclatanti, non conquista folle. Compie una scelta. Sceglie di essere Figlio fino in fondo. E questa scelta orienterà tutta la sua missione, fino al Getsemani e al Golgota, dove l'obbedienza diventerà dono totale: «Non come voglio io, ma come vuoi tu» (Mt 26,39). Là dove Adamo aveva ceduto alla voce che prometteva autonomia, il nuovo Adamo resta fedele alla voce del Padre. Là dove l'uomo aveva voluto la doxa senza relazione, Cristo vive la kenōsis (κένωσις), lo svuotamento, come forma suprema della gloria. Perché la vera gloria di Dio non è dominare, ma amare fino alla fine. Così si compie la parola dell'Apostolo: «Se per la caduta di uno solo regnò la morte, molto di più regneranno nella vita per mezzo di uno solo, Gesù Cristo» (Rm 5,17). Il verbo "regnare" cambia senso. Non è il dominio che schiaccia, ma la vita che si dona. Cristo regna dalla croce. La Quaresima, allora, non è il tempo in cui ci misuriamo soltanto con le nostre fragilità, ma il tempo in cui impariamo a lasciarci guidare nel deserto insieme a Lui. Anche noi conosciamo la fame — non solo del pane, ma di sicurezza, di riconoscimento, di successo. Anche noi siamo tentati di chiedere segni, di cercare scorciatoie, di piegare Dio ai nostri desideri. Anche noi siamo sedotti dal potere, visibile o invisibile. Ma non siamo soli. Colui che è stato tentato in ogni cosa, escluso il peccato (cf. Eb 4,15), ha già attraversato il deserto per noi. La sua vittoria è la nostra speranza. La sua fedeltà è la nostra possibilità. Dal giardino della caduta al deserto della fedeltà, la storia cambia volto. Non è più segnata soltanto dalla parakoē (παρακοή), la disobbedienza di Adamo, ma dalla hypakoē, l'obbedienza del Figlio (cf. Rm 5,19). Non più la fuga dalla volontà di Dio, ma la consegna fiduciosa al suo amore. E allora il deserto non è più solo luogo di prova. Diventa luogo di maturazione. Luogo in cui si purifica il nostro desiderio. Luogo in cui impariamo che non di solo pane vive l'uomo, che la fede non è spettacolo, che il Regno non è potere. La Quaresima ci invita a scegliere, con Cristo, la via lunga dell'amore. Non la gloria senza croce, ma la croce che conduce alla vera gloria. Non l'immediatezza del successo, ma la pazienza della fedeltà.E in questa scelta, silenziosa ma decisiva, si apre già l'alba della Pasqua.
Anche noi cristiani, soggetti alla tentazione, dobbiamo essere fiduciosi e pieni di speranza. Siamo condotti anche noi nel deserto del mondo, dove incontreremo il nemico. Ma non siamo soli.Se ci inoltriamo con la potenza dello Spirito Santo, con la forza della Parola di Dio e con la Vergine Maria — che la tradizione contempla come colei che schiaccia la testa al serpente antico — anche noi saremo più che vincitori, in virtù di Colui che ci ha amati. Dal giardino della caduta al deserto della fedeltà, la storia cambia volto: non è più segnata dalla sola disobbedienza di Adamo, ma dall'obbedienza del Figlio. Con Cristo, per Cristo e in Cristo, siamo più che vincitori.
don Nicola De Luca
