LA SPERANZA DI UN CUORE NUOVO: IL COMPIMENTO DELLA LEGGE NELL’AMORE

14.02.2026

DOMENICA 15 FEBBRAIO 2026

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A

Così fu detto agli antichi; ma io vi dico. Mt 5,17-37


Introduzione

La pericope evangelica che oggi ci offre la liturgia è carica di significato e molto profonda. Va letta e ascoltata in un grande silenzio orante, lasciandoci guidare dallo Spirito Santo. Non è un testo da comprendere soltanto con l'intelligenza, ma da accogliere con il cuore, perché — come ricorda san Paolo — «nessuno conosce le cose di Dio se non lo Spirito di Dio» (1Cor 2,11). È Lui che apre l'interiorità e ci introduce nella sapienza nascosta, quella che non appartiene ai "dominatori di questo mondo", ma che viene dall'alto. Essa è ancora parte del Discorso della Montagna, potremmo dire il suo cuore pulsante, l'epicentro attraverso cui comprendere con autenticità la Legge di Dio nel Primo Testamento e la chiave ermeneutica con cui Gesù, con autorevolezza divina, la porta a compimento. Matteo colloca Gesù sul monte: non è un dettaglio geografico, ma teologico. Come Mosè sul Sinai, così Cristo sul monte rivela la volontà del Padre. Ma qui non si tratta di una nuova Torah che sostituisce l'antica: si tratta del suo plḗrōma (πλήρωμα), della sua pienezza. Gesù stesso dirà: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento» (Mt 5,17). Il verbo greco è plēróō (πληρόω), che significa riempire, portare alla pienezza, far giungere alla sua verità più profonda. Non distruggere, ma colmare. Non spezzare, ma rivelare il senso ultimo. È il movimento stesso della Rivelazione: Dio non contraddice ciò che ha detto, ma lo conduce al suo compimento in Cristo, che è la Parola definitiva del Padre (cf. Eb 1,1-2). Non siamo davanti a una semplice spiegazione morale, ma alla rivelazione del volto stesso di Dio e della vera felicità dell'uomo. Qui non si tratta di una casistica etica, ma della makariótēs (μακαριότης), la beatitudine, la felicità secondo Dio. L'uomo è felice non quando si limita a osservare norme esteriori, ma quando entra nell'alleanza, nella berît (בְּרִית), nel rapporto vivo con il Signore. Come scrive san Giovanni Crisostomo, commentando questo passo: «Cristo non distrugge la Legge, ma la libera dall'ombra e la conduce alla verità». La Legge, nella sua origine, è dono e sapienza; ma ha bisogno di essere illuminata dalla luce piena del Figlio. Ecco perché questo brano non ci consegna semplicemente un codice di comportamento, ma ci rivela il cuore di Dio e, insieme, il cuore dell'uomo secondo Dio. È la rivelazione di una giustizia che non è fredda osservanza, ma partecipazione alla vita stessa del Padre. Qui si gioca la vera felicità: non nel minimo indispensabile per salvarsi, ma nell'ingresso pieno nel dinamismo dell'amore divino.

1. La felicità del Regno e la giustizia che nasce dall'amore

Il messaggio iniziale di Gesù si concentra sulla felicità in senso biblico: una gioia profonda che scaturisce dal corretto rapporto con Dio e si intreccia strettamente alla realtà del Regno dei cieli. Non è una felicità superficiale o emotiva, non è euforia passeggera né serenità fragile. È la makariótēs (μακαριότης), la beatitudine evangelica che nasce dall'essere radicati in Dio.

Come scriveva sant'Agostino: «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te» (Confessioni, I,1,1). La vera beatitudine, secondo la prospettiva cristiana, si realizza solo nell'incontro e nella comunione con Dio, fonte di ogni gioia autentica. Nel mondo biblico la felicità non è mai autosufficienza. È sempre relazione, alleanza, fedeltà. L'uomo è beato quando vive nella ṣĕdāqāh (צְדָקָה), quella "giustizia" che significa rettitudine davanti a Dio, ma anche armonia nelle relazioni. Non è un equilibrio individuale, ma una vita riconciliata.

Questa gioia si intreccia strettamente alla realtà del Regno dei cieli. Il Regno — basileía tōn ouranōn (βασιλεία τῶν οὐρανῶν) — non è un'idea astratta né un semplice futuro escatologico. È la signoria concreta di Dio che entra nella storia e trasforma il cuore. Quando Dio regna, l'uomo non perde libertà, ma la ritrova. Quando Dio è al centro, l'uomo non si impoverisce, ma si compie.

Da qui si sviluppa il grande tema della «giustizia» del Regno (Mt 5,17–7,12). Una giustizia che non è semplice osservanza esteriore, ma trasformazione interiore e relazionale. Matteo utilizza il termine dikaiosýnē (δικαιοσύνη): non solo correttezza morale, ma conformità al disegno di Dio. È una giustizia che nasce dall'interno, non dall'imposizione esterna. Origene scriveva che la Legge è come una lampada che illumina il cammino, ma è Cristo che ne accende la fiamma interiore. Senza questa luce interiore, la norma resta fredda. Con Cristo, diventa vita.

Matteo presenta Gesù come pienezza della Legge: Egli è la Parola definitiva del Padre (cf. Eb 1,1). In Lui la Torah — Torah (תּוֹרָה), cioè insegnamento, orientamento — non viene cancellata, ma interiorizzata. È ciò che i profeti avevano annunciato: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (Ger 31,33). Non più solo pietra, ma coscienza; non più solo prescrizione, ma desiderio trasformato. San Basilio Magno affermava che il vero compimento della Legge non è nella moltiplicazione delle opere, ma nella purificazione dell'intenzione. È il cuore il luogo decisivo. È lì che si gioca la giustizia evangelica. San Paolo afferma con chiarezza: «Chi ama il suo simile ha adempiuto la Legge… Pieno compimento della Legge è l'amore» (Rm 13,8-10). Qui l'apostolo utilizza ancora l'idea del plḗrōma(πλήρωμα), della pienezza. L'amore — agápē (ἀγάπη) — non è un sentimento tra gli altri. È la forma stessa della Legge. Senza amore, la Legge diventa peso; con l'amore, diventa cammino di libertà.

Hans Urs von Balthasar osservava che la rivelazione cristiana non sostituisce l'antico, ma lo "trasfigura dall'interno". È esattamente ciò che avviene qui: la giustizia del Regno non elimina la norma, ma la conduce alla sua verità più luminosa. La vera giustizia, dunque, non è formalismo, ma amore che prende carne. È vivere da figli di Dio e da fratelli tra noi. È lasciarsi plasmare dallo Spirito perché la volontà di Dio non resti un comando esterno, ma diventi desiderio condiviso. E allora comprendiamo che la felicità di cui parla Gesù non è un ideale distante, ma una vita che si lascia abitare dalla volontà del Padre. È il passaggio dall'obbligo all'offerta, dalla paura alla fiducia, dalla semplice osservanza alla comunione.

2. Non antitesi, ma compimento: Gesù e la purezza della Legge

Questo brano è spesso definito "delle antitesi": «Avete inteso che fu detto… ma io vi dico». Tuttavia sarebbe più corretto parlare di compimento e pienezza. Il termine "antitesi" potrebbe suggerire una contrapposizione, quasi una rottura. Ma qui non c'è opposizione tra Gesù e la Legge: c'è rivelazione del suo senso ultimo. Gesù non annulla la Torah. Egli stesso afferma l'intoccabilità della Legge, usando l'esempio dello iōta (ἰῶτα) in greco e dello yōd (י), la più piccola delle lettere ebraiche: nulla andrà perduto. Nemmeno il segno più minimo, nemmeno un tratto grafico sarà cancellato. Questo indica non soltanto il rispetto per la Scrittura, ma la convinzione che nella Torah (תּוֹרָה) vi sia un disegno divino coerente e fedele. La Torah, infatti, non è semplicemente "legge" in senso giuridico. È insegnamento, direzione, cammino. È il modo con cui Dio guida il suo popolo verso la vita. Il Deuteronomio lo afferma con forza: «Io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male» (Dt 30,15). La Legge è offerta di vita.

Ma nello stesso tempo Gesù purifica la Legge da quelle incrostazioni costruite dagli uomini — scribi, farisei, dottori della legge — che l'avevano trasformata in un fardello pesante. Non è la Legge a essere pesante: è l'interpretazione irrigidita, il formalismo che la appesantisce. San Gregorio di Nissa scriveva che quando la norma si separa dallo spirito che l'ha generata, diventa "ombra senza calore". È esattamente questo il rischio denunciato da Gesù: una giustizia che osserva ma non ama, che applica ma non comprende, che controlla ma non trasforma. Gesù non distrugge: smonta solo l'apparato sovrastrutturale per tornare al cuore della Legge del Padre. Egli riporta tutto all'intenzione originaria di Dio. Non aggiunge pesi, ma libera la Legge dal peso delle interpretazioni che l'hanno resa opprimente. Scribi e farisei osservavano con rigore i 613 precetti della Legge di Mosè, sviluppando una dettagliata tradizione orale che regolava ogni aspetto della vita. Questo zelo non è in sé negativo. Il problema nasce quando la moltiplicazione delle norme diventa criterio di giustizia e misura della santità.

Secondo Gesù, quella giustizia rischiava di essere formale, priva di autenticità. Era una dikaiosýnē (δικαιοσύνη) esterna, ma non ancora interiorizzata. Si poteva risultare irreprensibili davanti agli uomini e restare lontani dal cuore di Dio. Per questo Egli riporta tutto all'essenziale. Le norme sono a servizio della vita. Il sabato è per l'uomo, non l'uomo per il sabato (cf. Mc 2,27). La Legge è data per custodire la relazione, non per soffocarla. Il centro è misericordia, giustizia e amore. Non a caso il profeta Osea aveva già pronunciato parole decisive: «Voglio l'amore e non il sacrificio» (Os 6,6). Il termine ebraico usato è ḥesed (חֶסֶד): amore fedele, misericordia tenace, benevolenza che non viene meno. È questo il cuore della Legge. La vera fedeltà alla Torah non consiste nella somma dei precetti osservati, ma nell'adesione sincera e vitale ai suoi principi fondamentali. È una fedeltà che genera relazioni autentiche, che costruisce comunità, che rende possibile la fraternità.

Tommaso d'Aquino, parlando della Legge nuova, afferma che essa è principalmente "la grazia dello Spirito Santo data ai credenti". Non è un codice scritto, ma una forza interiore. È lo Spirito che rende possibile ciò che la sola prescrizione non riesce a produrre. In questa prospettiva, comprendiamo che Gesù non contrappone una legge nuova a quella antica, ma rivela la sua anima. Non oppone, ma porta a maturazione. Non sottrae, ma compie. E allora il passaggio decisivo non è dall'Antico al Nuovo, ma dall'esteriorità all'interiorità. Dalla norma osservata al cuore trasformato. Dalla semplice esecuzione alla comunione.

3. Dalla legge esterna al cuore trasformato

Il cristianesimo non è il minimo indispensabile per salvarsi, ma il massimo possibile per amare. kardía (καρδία) in greco, lēb (לֵב) in ebraico — non è il luogo dei sentimenti superficiali, ma il centro della persona, il luogo delle decisioni, dell'intelligenza, della volontà. È lì che nasce il bene, ma è lì che prende forma anche il male. Gesù lo dirà chiaramente: «Dal cuore vengono propositi malvagi…» (Mt 15,19). Per questo il primato che Egli dona è all'interiorità.Come scriveva Dietrich Bonhoeffer: «Non basta dire che si crede, bisogna scegliere e agire. È nel cuore che la fede si fa responsabilità, e nella responsabilità si manifesta l'amore che trasforma.» In questo luogo interiore la relazione con Dio si fa vita concreta, scelta quotidiana e testimonianza autentica. Non si tratta solo di non compiere il male, ma di esercitare il bene partendo da un cuore trasformato e plasmato dallo Spirito Santo. La Legge nuova non agisce dall'esterno verso l'interno, ma dall'interno verso l'esterno. È lo Spirito che rende possibile ciò che la sola volontà fatica a compiere.

Il Siracide oggi ci ricorda:

«Se vuoi osservare i suoi comandamenti,

essi ti custodiranno;

se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.

Egli ti ha posto davanti il fuoco e l'acqua:

là dove vuoi, tendi la tua mano.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte:

a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.»

Sir 15,16-18

Qui appare con chiarezza il mistero della libertà. Dio non impone: propone. Non costringe: chiama. L'uomo resta libero, ma la sua libertà è posta davanti a una scelta decisiva. È la stessa dinamica del Deuteronomio: «Scegli dunque la vita» (Dt 30,19). La Legge non è oppressione, ma possibilità di vita. Gesù porta tutto a pienezza nella sua Parola e nella sua carne. Non si limita a interpretare i comandamenti: li incarna. In Lui vediamo cosa significa vivere pienamente la volontà del Padre. Egli indica una giustizia più alta, che non si esaurisce nel rispetto minuzioso delle norme, ma consiste nell'adesione alla volontà di Dio incisa dallo Spirito sulle tavole della coscienza. Il profeta Ezechiele aveva annunciato: «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,26). È questa la vera novità evangelica: non un'aggiunta di precetti, ma un cuore rinnovato. Per questo Gesù va alla radice dei comandamenti. Egli scende nella profondità dell'uomo.

• Non uccidere significa anche custodire il fratello dall'ira e dal disprezzo. L'ira — che in greco è orgḗ (ὀργή) — è già una frattura della comunione. L'offesa ferisce la dignità dell'altro prima ancora del gesto estremo.

• Non commettere adulterio significa vigilare sul cuore e sui desideri. L'adulterio non inizia nel corpo, ma nello sguardo che riduce l'altro a oggetto. È la purezza dello sguardo che custodisce la purezza della relazione.

• Non giurare significa essere veri e schietti, senza strumentalizzare il nome di Dio. La verità evangelica non ha bisogno di rafforzativi. «Il vostro parlare sia sì, sì; no, no» (Mt 5,37). È una trasparenza che nasce dalla coerenza interiore.

Gesù non aumenta il peso della Legge, ma ne rivela l'anima. Non rende più difficile la vita morale: la rende più autentica. La radicalità evangelica non è estremismo etico, ma verità del cuore. La santità evangelica non è perfezionismo morale né rigidità ascetica. Non è controllo ossessivo di sé, ma docilità alla grazia. È il frutto di un cuore rinnovato dall'amore di Dio. È ciò che san Cirillo di Alessandria definiva «la vita plasmata secondo la forma di Cristo». Come ricorda Paolo nella seconda lettura, la vera sapienza non è di questo mondo, ma è la sapienza di Dio nascosta nel mistero (mystērion, μυστήριον). Non è una strategia umana, ma una partecipazione alla vita divina. Ed è qui che comprendiamo la misura della giustizia evangelica: non il minimo per non sbagliare, ma il massimo per amare. Non l'assenza del peccato soltanto, ma la presenza operante della carità.

Conclusione

In definitiva, Gesù non ci consegna una morale più severa, ma un cuore nuovo. Non ci chiede di essere più rigidi, ma più veri. Non più formalismo, ma vita trasformata. La Legge, nella sua purezza, è sapienza che viene da Dio. È ḥokmāh(חָכְמָה), sapienza che orienta l'esistenza e la conduce alla pienezza. Non nasce per limitare la libertà, ma per custodirla. Non è stata data per opprimere l'uomo, ma per proteggerlo dal male che lo disumanizza. «I precetti del Signore fanno gioire il cuore» (Sal 19,9): quando la Legge è vissuta nella sua verità, essa diventa luce, non peso. Gesù non radicalizza i comandamenti per renderli impossibili, ma per riportarli alla loro sorgente. Egli scende alla radice dell'uomo, là dove nascono le intenzioni, dove si formano i desideri, dove si decide la direzione della vita. È lì che il Vangelo vuole operare. È lì che lo Spirito Santo incide la Legge nuova. La giustizia del Regno non è una prestazione morale, ma una trasformazione ontologica. È la dikaiosýnē (δικαιοσύνη) che scaturisce dall'essere in Cristo. Non è la semplice correttezza di un comportamento, ma la conformità al cuore del Figlio. Come afferma san Massimo il Confessore, l'uomo diventa veramente giusto quando la sua volontà entra in armonia con la volontà di Dio. E allora comprendiamo che il Discorso della Montagna non è un ideale irraggiungibile, né un codice etico per anime perfette. È la rivelazione del volto del Figlio e, insieme, la rivelazione dell'uomo nuovo. È il Vangelo della maturità spirituale. Non basta non uccidere: occorre riconciliare. Non basta non tradire: occorre custodire la purezza dello sguardo. Non basta non mentire: occorre diventare trasparenti. Gesù non aumenta il peso della Legge; ne svela l'anima. La conduce dal livello dell'atto al livello del cuore. Dalla paura della sanzione alla libertà dell'amore. La santità evangelica non è perfezionismo, non è tensione ansiosa verso un ideale irraggiungibile. È docilità allo Spirito. È lasciarsi plasmare interiormente. È permettere che il mystērion (μυστήριον) della sapienza divina, di cui parla Paolo, prenda forma concreta nella nostra vita quotidiana. La vera domanda allora non è: "Sono irreprensibile davanti agli uomini?", ma: "Il mio cuore è unificato?". Non è: "Ho evitato il male?", ma: "Sto crescendo nell'amore?". Non è: "Sono formalmente corretto?", ma: "Sto diventando figlio nel Figlio?" Perché questa è la verità più grande: il Vangelo non ci chiede di essere osservanti, ma figli. E un figlio non vive nella paura della norma, ma nella fiducia dell'amore. La Legge scritta su tavole di pietra trova il suo compimento nella Legge scritta nel cuore — come aveva annunciato il profeta — quando Dio dice: «Porrò dentro di voi il mio spirito» (Ez 36,27). Allora la giustizia evangelica diventa libertà. La fedeltà diventa gioia. L'obbedienza diventa comunione. Chiediamo al Signore di liberarci da ogni religiosità esteriore, da ogni formalismo che rassicura ma non converte. Chiediamogli di donarci un cuore semplice, vero, indiviso. Un cuore che non cerchi il minimo indispensabile, ma il massimo possibile nell'amore. E così il Discorso della Montagna non resterà un testo da ammirare, ma diventerà una vita da vivere. Non un ideale lontano, ma una forma concreta di esistenza. Non un peso, ma una promessa. Perché dove regna l'amore, lì regna Dio. E dove regna Dio, l'uomo finalmente è libero.

Vergine Maria, Donna obbediente ad ogni cenno dell'Altissimo, anche il più minimo, fa che la Chiesa che siamo noi, non sia solo voce di un moralismo senza cuore, bensì testimone di cuori rinnovati che annuncino Cristo tuo Figlio e il suo Vangelo di salvezza.

don Nicola De Luca