LA SPERANZA CHE SI LASCIA TROVARE

05.01.2026

MARTEDÌ 06 GENNAIO 2026

EPIFANIA DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO – SOLENNITÀ

Siamo venuti dall'oriente per adorare il re. Mt 2, 1-12


Introduzione

Nei giorni liturgici passati abbiamo ampiamente meditato e contemplato il mistero della Rivelazione dell'Incarnazione del Verbo di Dio nella storia, non solo in un modo inedito e travolgente, ma anche come risposta al popolo eletto, Israele, e alle sue attese messianiche. La Parola eterna, il Logos (λόγος), non è rimasta chiusa nel silenzio dell'eternità, ma ha scelto di abitare il tempo, di entrare nella vicenda concreta dell'uomo, dando compimento alle promesse fatte ai padri. Come ricorda l'evangelista Giovanni, «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14): non un'idea astratta, ma una presenza reale, storica, salvifica. A tal proposito, sant'Ireneo di Lione afferma: «Dio si è fatto uomo affinché l'uomo diventasse Dio» (Adversus Haereses, V, Prefazione), sottolineando la profondità della partecipazione umana al mistero divino. Ma oggi siamo chiamati a riflettere su un altro evento e su un altro modo di agire di Dio. Il suo amore, che si manifesta nell'Incarnazione, non abbraccia solo il popolo dell'Alleanza, ma il mondo intero. L'orizzonte si allarga, si dilata, si fa universale. Il dono dei doni di Dio, Cristo Gesù, e la sua salvezza si estendono a tutti i popoli della terra, senza confini di razza, cultura o religione. È ciò che san Paolo esprimerà con forza parlando del mistero «ora manifestato» (phanerōthén, φανερωθέν) ai pagani (cf. Ef 3,5-6). In questa prospettiva, Karl Rahner osserva: «L'Incarnazione non è soltanto un fatto puntuale nella storia, ma il principio di una costante autocomunicazione di Dio all'umanità». Ma su questo ci soffermeremo in seguito. Andiamo per gradi, lasciandoci guidare dalla pedagogia della liturgia e della Parola. Partiamo dall'etimo della festa per comprendere meglio: Epifania. Il termine deriva dal greco epipháneia (ἐπιφάνεια), che significa "manifestazione", "apparizione", "rivelazione luminosa". Non si tratta semplicemente di un ricordo o di una scena suggestiva, ma dell'irruzione di Dio nella storia dell'uomo. L'Epifania è una festa che non si lascia esaurire in una spiegazione, perché rimanda a un mistero che supera sempre le nostre categorie. È il mistero di un Dio che prende l'iniziativa, che esce dal silenzio e si lascia incontrare. Come direbbe sant'Anselmo, non è l'uomo che per primo trova Dio, ma è Dio che si rende trovabile. Non si impone, non costringe, non abbaglia: si manifesta. In Gesù Cristo, Dio rende visibile il suo amore per l'umanità. Colui che era invisibile si lascia vedere, ciò che era indicibile prende voce, ciò che era lontano si fa prossimo. Non resta distante, non osserva da lontano, ma entra nella storia, assume la carne, condivide la fragilità. È il grande scandalo e insieme la grande consolazione della fede cristiana: un Dio che accetta di farsi piccolo. Come afferma san Tommaso d'Aquino, nell'Incarnazione Dio non diminuisce la sua grandezza, ma rivela la profondità del suo amore. L'Epifania è questo: Dio che si fa riconoscere, Dio che dice all'uomo che la sua vita gli sta a cuore, che la sua storia non è insignificante, che ogni esistenza è abitata da una promessa di luce (phōs, φῶς) e di speranza (tiqvàh, תִּקְוָה).

1. I Magi: la speranza che nasce dalla ricerca

Il racconto dei Magi custodisce in sé una rivelazione decisiva, perché ci mostra che la fede, prima ancora di essere adesione, è movimento, è cammino. Uomini venuti da lontano, estranei alle promesse di Israele, si mettono in viaggio seguendo una luce fragile, non accecante, eppure sufficiente. Non partono perché possiedono certezze, ma perché abitati da un desiderio; non conoscono la meta, ma accettano il rischio della ricerca. È già qui una prima, grande lezione spirituale: Dio non si lascia incontrare da chi pretende di possederlo, ma da chi accetta di cercarlo.

In questo mettersi in cammino emerge una dinamica profondamente umana e profondamente spirituale: la fede non nasce dal possesso, ma dall'attesa; non dalla sicurezza, ma dall'inquietudine. È una fede che prende la forma della zētēsis(ζήτησις), una ricerca sincera, mai appagata, mai definitivamente chiusa. Come ricorda san Tommaso d'Aquino, l'uomo è naturalmente ordinato alla verità, ma la verità ultima non è un'idea da afferrare, bensì una Presenza da incontrare. Per questo la ricerca non è un segno di debolezza della fede, ma della sua autenticità. La strada dei Magi parla anche della nostra. Parla di ogni cuore che non si rassegna all'evidenza delle cose, di ogni fede che nasce da una domanda più grande delle risposte disponibili. I Magi non sono uomini ingenui, ma uomini vigilanti, capaci di leggere i segni e di lasciarsi interrogare da essi. Nel loro cammino si intrecciano ricerca e smarrimento, luce e oscurità, intuizione e conversione. È un cammino reale, non idealizzato, simile a quello di ogni credente che attraversa dubbi, soste e deviazioni senza per questo smettere di cercare.

La Scrittura lo afferma con chiarezza: «Chi cerca il Signore non manca di nulla» (Sal 34,11). Ma questa promessa non elimina la fatica del cercare. La ricerca non è mai lineare, non è mai priva di ostacoli. È una speranza che si affina nel cammino, una tiqvàh (תִּקְוָה) che cresce nella perseveranza. Non è l'ottimismo di chi evita le domande, ma la fiducia di chi continua a camminare anche quando la luce sembra fioca. Origene coglie con profondità questa dinamica quando afferma che i Magi sono il simbolo di chi cerca la verità lasciandosi guidare dalla luce che Dio offre, anche se ancora non la vede pienamente. La loro ricerca non è improvvisata né superficiale. Richiede volontà, intelligenza ed energie. Cercare Cristo Gesù coinvolge tutta la persona, non solo l'emozione o l'intuizione momentanea. E nessuno può rimanere deluso da tale impegno, perché Cristo si fa sempre trovare da un cuore puro, umile, povero in spirito.

Il Salmo 104 lo ribadisce come un invito permanente alla vita credente: «Gioisca il cuore di chi cerca il Signore. Cercate il Signore e la sua potenza, cercate sempre il suo volto» (Sal 104,3-4). Cercare il volto di Dio significa desiderare una relazione, non un possesso; significa lasciarsi attrarre da Lui più che pretendere di comprenderlo fino in fondo. Per questo dobbiamo custodire nel cuore una certezza fondamentale, che è già Vangelo: chiunque cerca il Signore è da Lui sempre ricercato, amato, posseduto e inabitato. Come dirà più tardi santa Teresa di Gesù Bambino, Dio non guarda alla grandezza delle opere, ma al movimento del cuore che si affida. La speranza cristiana nasce proprio qui: non nello sforzo solitario dell'uomo, ma nell'incontro tra una ricerca sincera e un Dio che, per primo, si lascia trovare.

2. La manifestazione universale: una speranza offerta a tutti

Davanti al Bambino, i Magi comprendono che Dio non si manifesta nel potere, ma nella povertà; non nel clamore, ma nella discrezione; non nella forza che domina, ma nell'amore che si consegna. Qui avviene una vera conversione dello sguardo, un cambiamento profondo dei criteri con cui leggere Dio e la realtà. Come afferma san Bonaventura, Dio si rivela sub contrario, sotto il segno dell'umiltà: è proprio ciò che appare piccolo, fragile, persino insignificante agli occhi del mondo a diventare il luogo della sua manifestazione. Solo un cuore spogliato, liberato dalle false attese, può riconoscerlo. L'onnipotenza divina si lascia così contemplare nella fragilità di un bambino, e questo rovescia ogni logica umana. È una potenza che non schiaccia, ma sostiene; che non impone, ma attira. È la logica della croce già anticipata nella mangiatoia: un Dio che salva non dominando, ma donandosi. Come dirà san Tommaso d'Aquino, Dio manifesta la sua massima potenza proprio nella misericordia, perché nulla è più divino che chinarsi sull'uomo per rialzarlo.

Ma prima di giungere a Betlemme, il cammino dei Magi è segnato anche da ostacoli. Durante la sosta a Gerusalemme incontrano Erode, uomo potente e inquieto, turbato dalla nascita del "nuovo Re". In lui si concentra il dramma di ogni potere che si sente minacciato dalla verità. Qui si manifesta con chiarezza il contrasto tra chi cerca sinceramente e chi, invece, teme di perdere il controllo, il prestigio, la sicurezza. L'Epifania diventa così anche rivelazione dei cuori: la stessa luce che guida alcuni può inquietare altri. E tuttavia il segno della stella non viene meno. Dio non abbandona il cammino dei Magi alla casualità o all'incertezza, ma lo accompagna con discrezione e fedeltà. È Dio stesso che li spinge alla sua ricerca, che li conduce da Gerusalemme a Betlemme di Giuda e che infine si fa trovare da essi nelle fattezze di un bambino. Il viaggio trova così la sua meta, il cammino la sua pienezza. Qui si manifesta una verità fondamentale della fede biblica: l'uomo cerca Dio, ma prima ancora è Dio che cerca l'uomo. La Scrittura lo dirà con parole diverse, ma convergenti: «Io mi lascio trovare anche da chi non mi cercava» (cf. Is 65,1).

Da tutto questo emerge una verità di portata universale: per ogni uomo e per ogni donna, di ogni tempo e di ogni luogo, di ogni razza, etnia, religione o condizione sociale, vi è l'obbligo morale di cercare la verità. Tutti sono chiamati a impegnare cuore, intelligenza ed energie in questa ricerca. Non si tratta di un privilegio per pochi, ma di una vocazione inscritta nella coscienza umana. Come ricorderà il Concilio Vaticano II, l'uomo è chiamato ad aderire alla verità una volta conosciuta, perché la verità non opprime, ma libera. Le vie con cui Dio vuole manifestarsi per farsi trovare restano sempre imperscrutabili, uniche, irripetibili, misteriose. Dio non segue schemi prestabiliti, non si lascia rinchiudere nelle nostre categorie religiose o culturali. La sua manifestazione è sempre dono, sempre sorpresa. In questo senso l'Epifania è una festa che educa all'umiltà: ci invita a riconoscere che Dio viene come vuole, quando vuole, a chi vuole.

L'Epifania, allora, non rivela solo il volto di Cristo, ma anche quello della Chiesa. Una Chiesa chiamata a essere segno, non fine; luce che rimanda a un'altra luce; presenza che non trattiene, ma orienta. Una Chiesa che, come la stella, non è il centro, ma indica il Centro. Il Concilio Vaticano II lo afferma con chiarezza quando definisce la Chiesa «sacramento universale di salvezza» (Lumen gentium, 48): non possiede la luce, ma la riflette; non trattiene Cristo, ma lo offre al mondo. È una Chiesa inviata a tutti, perché il Vangelo non appartiene a pochi, ma è dono offerto a ogni uomo, specialmente a chi è in ricerca, a chi è in cammino, a chi ancora non sa dare un nome al proprio desiderio di Dio. Come insegna san Leone Magno, la manifestazione del Signore ai Magi è il segno che la grazia divina è destinata a tutti i popoli, senza esclusione. La speranza cristiana nasce proprio qui: nel riconoscere che nessuna storia è esclusa dalla possibilità dell'incontro con Dio, e che la luce di Cristo continua a brillare per tutti coloro che, in qualunque modo, si mettono in ricerca.

3. L'adorazione e il dono: la speranza che trasforma

Chiarito il senso del cammino e della manifestazione universale, possiamo ora tornare alla narrazione evangelica nel suo punto culminante. Questi indovini, cercatori orientali, sapienti provenienti probabilmente dalla Persia, che la tradizione cristiana identificherà come tre Re, sono fondamentalmente dei puri di cuore che cercano con sincerità il Re Messia. Non sono uomini del tempio, né custodi ufficiali della Legge, ma uomini dell'attesa e del desiderio. Proprio per questo sono capaci di riconoscere ciò che altri, pur religiosamente informati, non sanno vedere. La loro sapienza non nasce dal possesso della Legge, ma dall'umiltà del cuore. Il Vangelo sottolinea per tre volte il verbo greco dell'adorazione, proskynéō (προσκυνέω), che indica il piegarsi, il prosternarsi davanti alla grandezza divina (Mt 2,2.8.11). Non si tratta di un gesto puramente rituale, ma di un atto che coinvolge tutta la persona. Adorare significa riconoscere chi è Dio e, di conseguenza, ritrovare il proprio posto davanti a Lui. L'adorazione conduce all'intimità, simboleggiata dal banchetto, segno di comunione, di appartenenza, di vita condivisa. È già un'anticipazione di quella comunione escatologica in cui uomini da oriente e da occidente siederanno nel Regno.

Per questo l'adorazione non è mai solo un gesto esteriore. È un atteggiamento interiore che coinvolge mente, cuore e libertà. Pietro invita i cristiani ad adorare Cristo nei loro cuori (cf. 1Pt 3,15), ricordando che il vero culto nasce dentro, nel luogo più profondo della persona. È timore, ma insieme gioiosa adesione; è libertà che si piega non per paura, ma per amore. Come insegna san Tommaso d'Aquino, l'adorazione è l'atto più vero della religione perché orienta l'uomo verso il suo fine ultimo, riconoscendo Dio come origine e compimento di ogni cosa. L'umanità, tuttavia, conosce bene anche il rovescio dell'adorazione. Spesso ha rivolto il culto alle creature invece che al Creatore (cf. Rm 1,25). È una tentazione sempre attuale: adorare ciò che è visibile, controllabile, rassicurante, ciò che promette sicurezza immediata. Qui si manifesta il dramma dell'idolatria, che non è solo un fenomeno del passato, ma una possibilità sempre aperta nel cuore dell'uomo. In questo contesto si comprende il dualismo luce-tenebre che attraversa il Vangelo di Giovanni: «Venne tra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). La luce è presente, la salvezza è offerta, ma non imposta. Dio rispetta la libertà dell'uomo fino al rischio del rifiuto.

I Magi diventano così simbolo della salvezza universale che Dio offre a tutti i popoli della terra e, nello stesso tempo, segno di quella illuminazione del cuore che il Signore desidera donare a ogni suo cercatore. In essi si compie la promessa del profeta: «Cammineranno i popoli alla tua luce» (Is 60,3). Sempre Dio si lascia trovare da chi lo cerca con cuore umile e sincero. Sant'Agostino lo esprime con parole che attraversano i secoli: «Hai fatto il nostro cuore per Te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te». L'inquietudine non è una colpa, ma il segno di una chiamata. Basilio di Cesarea afferma che adorare Dio significa unirsi a Lui con tutto il cuore per essere illuminati dalla sua luce; Origene aggiunge che Dio si rivela a coloro che lo cercano con perseveranza e non si nasconde a chi continua a camminare nella fede. L'adorazione, allora, non spegne la ricerca, ma la compie; non annulla il desiderio, ma lo porta a maturazione.

Giunti a Betlemme, i Magi trovano Gesù con Maria sua Madre. È una scena essenziale, povera, eppure densissima di significato. Maria appare come il luogo dell'Epifania, lo spazio umano in cui Dio si lascia incontrare. È colei che offre al mondo il Figlio e insegna a riconoscerlo. Come ricorderà il Concilio Vaticano II, ella è intimamente unita all'opera salvifica del Figlio e accompagna il cammino della fede della Chiesa. In lei l'adorazione diventa accoglienza silenziosa e contemplativa. Aprono i loro scrigni e offrono in dono oro, incenso e mirra. La tradizione patristica, da sant'Ireneo all'inno di Prudenzio, ha visto in questi doni il riconoscimento della regalità, della divinità e della passione di Gesù. Ma prima ancora dei doni materiali, i Magi offrono se stessi. Si prostrano davanti al Bambino e solo dopo mettono a disposizione il meglio di ciò che possiedono. È la logica del vero culto: non portare cose a Dio, ma consegnargli la vita.

E, dopo l'incontro, nulla resta come prima. Si torna per un'altra strada. Questo dettaglio evangelico racchiude tutta la forza trasformante dell'Epifania. Chi ha veramente adorato non può riprendere il cammino come prima. La speranza cristiana nasce proprio qui: dall'incontro con Cristo che cambia la direzione della vita, pur lasciando intatta la libertà. È una speranza che non evade dalla storia, ma la trasfigura dall'interno.

Conclusione

L'Epifania non è soltanto il racconto di un viaggio lontano nel tempo, consegnato alla memoria della Chiesa, ma la rivelazione di un cammino che continua ancora oggi, dentro la storia concreta degli uomini e delle donne di ogni tempo. È un evento che non si chiude, ma si prolunga; non resta confinato a Betlemme, ma attraversa le strade del mondo e raggiunge le pieghe della nostra vita quotidiana. Anche a noi, uomini e donne spesso inquieti, stanchi e disorientati, il Signore continua a offrire una luce che non abbaglia ma orienta, una stella che non si impone ma accompagna. Non è una luce violenta, che costringe o schiaccia, ma una presenza discreta che rispetta i tempi, i passi e le fragilità di ciascuno. Non elimina la notte, ma la rende attraversabile; non cancella le domande, ma le abita di senso. È la speranza (elpis, ἐλπίς; tiqvàh, תִּקְוָה) che nasce dall'incontro con Cristo: non un ottimismo ingenuo, ma una fiducia profonda, paziente, che affonda le sue radici in Dio e dà direzione al nostro camminare. Come ricorda Benedetto XVI, la speranza cristiana non è evasione dalla realtà, ma forza che consente di abitare la realtà senza soccombere ad essa. Come i Magi, anche noi siamo chiamati a metterci in ricerca, a non accontentarci delle sicurezze apparenti, a non fermarci davanti agli ostacoli o alle paure. La fede cristiana non è mai immobilità o possesso tranquillo, ma cammino fiducioso; non è risposta già pronta, ma domanda abitata dalla luce di Dio. È un lasciarsi condurre senza sapere sempre dove si arriverà, ma sapendo Chi si segue. In questo senso, come osserva Piero Coda, la fede è sempre un atto relazionale: nasce dall'incontro e cresce nella sequela. E quando giungiamo a Betlemme, quando riconosciamo Cristo presente nella povertà e nella fragilità della nostra vita — nelle ferite, nelle attese deluse, nei limiti che non riusciamo a superare — siamo invitati a fermarci, a fare silenzio, ad adorare. L'adorazione è il gesto più vero della fede, perché restituisce l'uomo alla sua giusta misura e riconsegna a Dio il suo posto nel cuore. Adorare non significa fuggire dal mondo, ma imparare a guardarlo con occhi nuovi. Solo chi adora Dio non si inchina agli idoli del potere, del successo o dell'apparenza. Solo chi riconosce Cristo come Signore può tornare alla propria vita "per un'altra strada", con uno sguardo rinnovato, con scelte più evangeliche, con un cuore progressivamente convertito. È questa la speranza che l'Epifania ci consegna: una speranza che non evade dalla storia, ma la attraversa; che non elimina le fatiche, ma le trasfigura; che non promette scorciatoie, ma apre cammini nuovi. Così, come la stella dei Magi, anche la nostra fede è chiamata a essere luce discreta ma fedele, segno umile ma orientante, perché altri possano mettersi in cammino e incontrare Cristo, luce vera che illumina ogni uomo.

Vergine Maria, Madre di Gesù, tu che hai sperimentato la bellezza e la grandezza della maternità divina e, al tempo stesso, contemplavi il Figlio tuo, fa' comprendere che anche a noi, spesso spauriti, sbadati e confusi, oggi è offerta una stella che ci conduce al tuo Figlio Gesù, unico Salvatore del mondo.

don Nicola De Luca