LA MISERICORDIA DEL RISORTO: DALLE FERITE NASCE LA FEDE

DOMENICA 12 APRILE 2026
II DOMENICA DI PASQUA O DELLA DIVINA MISERICORDIA - ANNO A
«Pace a voi!» Gv 20, 19-31
Introduzione
La liturgia di questa domenica ci conduce nel cuore del mistero pasquale: il Cristo Risorto che entra nel Cenacolo dona la pace, comunica lo Spirito e si rivela a Tommaso. Non si tratta semplicemente di un evento accaduto nel passato, ma di una presenza che continua ad operare nella storia, una presenza viva, attuale, efficace. Come ricorda l'evangelista Giovanni, «la sera di quel giorno, il primo della settimana» (Gv 20,19), cioè nel tempo nuovo inaugurato dalla risurrezione, Cristo si rende presente in mezzo ai suoi. È il tempo della nuova creazione, il giorno in cui Dio ricomincia da capo con l'uomo. I discepoli sono chiusi per paura. Le porte sono serrate, ma ancora di più lo è il cuore: ferito, deluso, smarrito. Il testo greco usa un'espressione molto forte: «τῶν θυρῶν κεκλεισμένων» (tōn thyrōn kekleismenōn),le porte "chiuse a chiave", sigillate. È l'immagine di una comunità paralizzata, incapace di uscire, prigioniera non tanto di un luogo quanto di una condizione interiore. Come spesso accade anche a noi: quando la paura prende il sopravvento, ci chiudiamo, ci ripieghiamo, perdiamo fiducia. Eppure, è proprio lì che Gesù entra. Non resta fuori, non aspetta condizioni migliori, non pretende che tutto sia risolto. Entra dentro quella fragilità. Sant'Agostino osserva con finezza: «Entrò a porte chiuse colui che, nascendo, non aveva violato il grembo della Vergine» (In Ioannis Evangelium Tractatus 121,5). Il Risorto non è ostacolato dalle nostre chiusure: nessuna porta è troppo serrata per Lui, nessuna notte troppo buia. Egli viene e "sta in mezzo" – «ἔστη εἰς τὸ μέσον» (estē eis to meson) – come presenza che ricrea, che raduna, che restituisce unità. E quando entra, porta sempre lo stesso dono: la pace. «Pace a voi» – «εἰρήνη ὑμῖν» (eirēnē hymin). Non è un semplice saluto, ma un dono reale, efficace, quasi una creazione nuova pronunciata con la parola. È la shalom (שָׁלוֹם – shalom), la pace biblica: pienezza di vita, riconciliazione, armonia ritrovata tra Dio e l'uomo. Non è evasione dalla realtà, ma misericordia che raggiunge l'uomo lì dove si trova. Come sottolinea Benedetto XVI, «la pace del Risorto non è l'assenza di conflitti, ma la presenza di Dio che riconcilia» (Regina Caeli, 2005). Questa pace nasce dalle ferite: infatti Gesù mostra le mani e il fianco. Non cancella le piaghe, ma le trasfigura. È una pace pasquale, costata la croce, una pace che non nega il dolore ma lo attraversa e lo redime. Come scriveva san Gregorio Magno, «le ferite del corpo di Cristo sono diventate per noi porte di speranza» (Homiliae in Evangelia, 26). E così comprendiamo una verità decisiva: il Risorto non entra quando siamo forti, ma quando siamo feriti; non quando abbiamo già capito, ma quando siamo ancora smarriti. Entra per trasformare dall'interno, per portare quella pace che il mondo non può dare (cf. Gv 14,27), ma che il cuore dell'uomo attende, spesso senza saperlo.
- Il Risorto è il Vivente: presenza attuale nella storia
Una prima verità fondamentale è questa: Cristo non appartiene al passato, ma è il Vivente nella storia. Non è una figura da ricordare, ma una presenza da incontrare. Come proclama l'Apocalisse: «Ero morto, ma ora vivo per sempre» (Ap 1,18). Il testo greco usa un'espressione forte: «ὁ ζῶν» (ho zōn), "il Vivente", colui che possiede la vita in modo pieno e definitivo, e che la comunica.
La risurrezione non è un evento concluso, ma l'inizio di una presenza nuova. Non è soltanto resurrectio, ma anche permanens praesentia: una presenza che rimane, che accompagna, che opera dentro la storia. Cristo continua ad agire, a salvare, a guidare il suo popolo. Come ricorda il Concilio Vaticano II, Egli è presente nella sua Chiesa «in vari modi» (Sacrosanctum Concilium, 7): nella Parola, nei sacramenti, nell'assemblea riunita. Non è un ricordo da custodire, ma una realtà che ci raggiunge, qui e ora.
Per questo Gesù entra nel Cenacolo e si pone in mezzo: abita la storia dei suoi, non la osserva da lontano. E lo fa ancora oggi. Entra nei nostri ambienti, nelle nostre relazioni, nelle nostre fatiche interiori. Non resta ai margini della nostra esistenza, ma ne prende il centro. Come scriveva Dietrich Bonhoeffer, «Dio non è lontano da noi, ma al centro della nostra vita». E quando entra, non lo fa per condannare, ma per riportarci alla vita. Viene come medicus et salvator, medico e salvatore, secondo un'immagine cara ai Padri della Chiesa. Ci raggiunge anche quando ci allontaniamo, quando ci confondiamo, quando perdiamo l'orientamento. Il profeta Ezechiele lo aveva già annunciato: «Io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna» (Ez 34,11). È il Dio che non delega, ma viene in prima persona. Non passa oltre, ma torna a prenderci con una tenerezza che non umilia, ma rialza. Qui si rivela la profondità della misericordia: non debolezza, ma fedeltà ostinata. Sant'Agostino direbbe: amor meus, pondus meum, l'amore è il peso che ci attira — ed è questo amore che ci riporta a Lui.
La prima comunità cristiana, descritta negli Atti degli Apostoli, è il segno concreto di questa presenza: uomini fragili diventano un popolo unito, perseverante, capace di condividere e di vivere nella gioia (At 2,42-47). Non è un ideale astratto, ma una trasformazione reale. Come osserva san Giovanni Crisostomo, «la forza della Chiesa non viene dalla perfezione degli uomini, ma dalla presenza di Cristo in mezzo a loro» (Homiliae in Acta Apostolorum). Dove Cristo è presente, la vita rinasce. Dove il Risorto è accolto, tutto ricomincia. Non si tratta di tornare indietro, ma di essere rigenerati: nova creatura (cf. 2Cor 5,17), una creazione nuova che prende forma dentro la storia. Ed è questa la speranza cristiana: non che tutto vada bene, ma che Cristo è vivo — e, proprio per questo, nulla è perduto.
2. La pace e lo Spirito: i frutti della Risurrezione e il dono della Misericordia
Il primo dono del Risorto è la pace: «Pace a voi». Non è una parola qualsiasi. È il segno che la morte non ha più l'ultima parola, che il peccato non ha più il potere di chiudere definitivamente la vita dell'uomo. Qui il Vangelo usa ancora una volta quel termine così denso: «εἰρήνη» (eirēnē), che rimanda alla shalom (שָׁלוֹם – shalom), cioè alla pienezza della vita riconciliata con Dio. Come osserva san Cirillo di Alessandria, «Cristo, risorgendo, riconduce l'uomo all'amicizia con Dio, donandogli la pace perduta». È una pace che non nasce dallo sforzo umano, ma è dono pasquale, frutto della vittoria di Cristo. Subito dopo Gesù dona lo Spirito Santo. «Alitò su di loro» (Gv 20,22): il verbo greco è «ἐνεφύσησεν» (enephysēsen), lo stesso usato nella Genesi quando Dio insuffla nell'uomo il respiro della vita. Non siamo davanti a un gesto simbolico, ma a una nuova creazione: il Risorto ricrea l'uomo dall'interno, donandogli una vita nuova. Come sottolinea Joseph Ratzinger, «la risurrezione non è il ritorno di Gesù alla vita biologica, ma il suo ingresso in una dimensione nuova dell'esistenza, che apre anche a noi un futuro nuovo» (Introduzione al cristianesimo).
E questo dono è immediatamente legato al perdono dei peccati. «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). Qui siamo nel cuore della Divina Misericordia. La risurrezione diventa concreta nella vita dell'uomo quando si trasforma in perdono, in riconciliazione, in possibilità reale di ricominciare: remissio peccatorum, il dono pasquale per eccellenza. Come afferma Hans Urs von Balthasar, «la misericordia è la forma che l'amore di Dio assume davanti al peccato dell'uomo»: non lo nega, ma lo attraversa e lo redime. Non è un caso che la Chiesa celebri proprio in questa domenica la Divina Misericordia. Come ricordava Papa Francesco, essa «non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza» (Misericordia et misera). E ancora, con parole molto concrete: «la misericordia è l'architrave che sorregge la vita della Chiesa». Non è un tema tra gli altri, ma il criterio con cui tutto deve essere vissuto.
La misericordia di Dio non è astratta. È come una forza che entra nella terra arida della nostra vita e la feconda. È come un'acqua che lava ciò che è ferito e sporco dentro di noi. È come un soffio che rigenera, che rimette in piedi, che restituisce dignità. Il profeta Ezechiele lo aveva annunciato: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati… vi darò un cuore nuovo» (Ez 36,25-26). In questa linea, Piero Coda parla della misericordia come «la forma concreta della comunione trinitaria che si dona all'uomo», cioè come partecipazione reale alla vita stessa di Dio. Dalla Pasqua di Cristo scaturisce una corrente continua: una misericordia che travolge il peccato senza negarlo, che giustifica l'uomo senza umiliarlo, che smaschera la superbia ma per aprire alla verità. È una misericordia che non si limita a consolare, ma trasforma. Che non accarezza soltanto, ma converte. Che non lascia l'uomo com'è, ma lo ricrea. Come ricorda Enzo Bianchi, «la misericordia non è un sentimento debole, ma la forza di chi sa amare fino in fondo, senza misura».
E allora comprendiamo anche una conseguenza decisiva per la vita ecclesiale: ogni ambito della Chiesa dovrebbe essere spazio di misericordia. Eppure, a volte, rischia di trasformarsi in luogo di giudizio, di etichettazione, persino di durezza. Ma la misericordia suppone un cuore puro: un cuore che non giudica, che non condanna, che non pensa male dei fratelli. È il cuore evangelico, il cuore che somiglia a quello di Cristo. Come direbbe Ermes Ronchi, «Dio non ama per dovere, ma per passione»: ed è questa passione che deve abitare anche la comunità cristiana. Per questo la Divina Misericordia non è solo una festa, ma un cammino. È una grazia che chiede di diventare stile di vita. Come ricordava san Giovanni Paolo II, essa è «il rifugio per tutte le anime, specialmente per i peccatori». Non esclude nessuno, ma raggiunge tutti.
Per questo l'apostolo Pietro può dire che siamo stati rigenerati per una speranza viva (1Pt 1,3): «ἀναγεννήσας ἡμᾶς» (anagennēsas hēmas), ci ha fatti rinascere. Non una speranza fragile, ma una vita nuova che nasce proprio dalla misericordia del Risorto. E allora può diventare anche preghiera, quasi un affidamento: Signore misericordioso, non smettere mai di posare il tuo sguardo dolce e tenero su ciascuno di noi. E fa' che, al termine della nostra vita, non ci trovi prigionieri del giudizio, ma liberi di aver amato con un cuore veramente evangelico, capace di misericordia.
3. Tommaso: il cammino dalla non-fede alla fede, dentro la misericordia
Tommaso rappresenta ogni uomo che fatica a credere. Non era presente quando Gesù è apparso agli altri e non si accontenta della loro parola. Vuole vedere, vuole toccare. Vuole un'esperienza personale. Il testo greco è molto concreto: «ἐὰν μὴ ἴδω… καὶ βάλω τὴν χεῖρά μου… οὐ μὴ πιστεύσω» (ean mē idō… kai balō tēn cheira mou… ou mē pisteusō): se non vedo, se non tocco, non crederò. Non è solo incredulità: è il bisogno di una fede che passi attraverso la realtà, che non resti astratta. E Gesù non lo esclude. Non lo rimprovera per la sua assenza. Non lo giudica per il suo dubbio. Torna per lui. Questo è decisivo: il Risorto non abbandona chi è in ricerca, ma lo raggiunge. Come osserva san Gregorio Magno, «l'incredulità di Tommaso ha giovato più alla nostra fede che la fede degli altri discepoli» (Homiliae in Evangelia, 26), perché ha reso più solida e concreta la testimonianza pasquale.
Non si scandalizza della fatica della fede, ma la assume e la attraversa. In questo senso, la fede cristiana non nasce dall'assenza di domande, ma dal loro attraversamento. Come scriveva Romano Guardini, «la fede cresce non eliminando il dubbio, ma portandolo davanti a Dio». E quando incontra Tommaso, gli mostra le ferite. Non le cancella. Non le nasconde. Le offre. «Metti qui il tuo dito… tendi la tua mano» (Gv 20,27): è un invito concreto, quasi sorprendente. Le piaghe restano, ma non sono più segni di sconfitta: diventano locus revelationis, luogo della rivelazione. Perché è lì che si rivela la verità di Dio: non in una potenza distante, ma in un amore che si è lasciato ferire. Le piaghe diventano il punto in cui il dubbio si apre alla fede. Sant'Agostino lo esprime con una formula incisiva: «per le ferite del corpo, Tommaso ha guarito le ferite dell'incredulità» (In Ioannis Evangelium Tractatus, 121,5). È un passaggio decisivo: la fede non nasce dalla perfezione, ma dall'incontro con un amore che ha attraversato il dolore.
Spesso ciò che ci impedisce di credere non è la mancanza di segni, ma la durezza del cuore. La Scrittura parlerebbe di sklērōkardía (σκληροκαρδία), cioè di un cuore indurito, chiuso, incapace di lasciarsi raggiungere. È l'orgoglio, la pretesa di bastare a noi stessi, quella autosufficienza che, in termini latini, potremmo chiamare superbia vitae. Ma quando questo si incrina, quando le nostre resistenze cedono, allora la misericordia può entrare e trasformare. Tommaso passa così dal bisogno di vedere alla capacità di riconoscere. Il verbo della fede, nel Vangelo di Giovanni, è «πιστεύειν» (pisteuein): non solo credere a qualcosa, ma affidarsi, consegnarsi. E giunge alla confessione più alta di tutto il Vangelo: «Ὁ Κύριός μου καὶ ὁ Θεός μου» (Ho Kyrios mou kai ho Theos mou) – «Mio Signore e mio Dio». Non è una formula, ma un atto personale, un riconoscimento che coinvolge tutta la vita.
Come sottolinea Hans Urs von Balthasar, «la fede è sempre risposta a una presenza che si dona»: non nasce da uno sforzo umano, ma da un incontro che trasforma. E in questo incontro, Tommaso non è umiliato, ma elevato: la sua ricerca diventa via di rivelazione. La fede nasce lì: quando il cuore si lascia toccare. Non quando tutto è chiaro, ma quando ci lasciamo raggiungere. Non quando abbiamo tutte le risposte, ma quando incontriamo Colui che è la risposta. E allora anche per noi può aprirsi quel passaggio: dal dubbio alla fiducia, dalla distanza alla comunione, dalla paura alla confessione viva del Risorto.
Conclusione
La Parola di Dio di questa domenica ci invita a lasciarci raggiungere dal Risorto. Non è un invito teorico, ma profondamente esistenziale: lasciarsi raggiungere significa permettere a Cristo di entrare là dove spesso non vorremmo farlo entrare. Come suggerisce il libro dell'Apocalisse: «Ecco, sto alla porta e busso» (Ap 3,20). Il Risorto non impone la sua presenza, ma la offre; non forza, ma attende. Egli entra ancora oggi nei nostri cenacoli chiusi, nelle nostre paure, nei nostri dubbi. Porta la pace, dona lo Spirito, riversa la sua misericordia. Non si ferma davanti alle nostre resistenze, ma le attraversa con discrezione e fermezza. È quella presenza che non fa rumore, ma cambia la vita. Come direbbe la tradizione, gratia non tollit naturam, sed perficit: la grazia non distrugge l'uomo, ma lo compie. Ma attende anche una risposta. Non una risposta perfetta, ma vera. Non una fede costruita sulle apparenze, ma un cuore autentico. La Scrittura parlerebbe di un cuore תָּמִים (tamim), integro, semplice, capace di stare davanti a Dio senza doppiezza. È questo che Dio cerca: non la perfezione, ma la verità del cuore. Come Tommaso, anche noi siamo chiamati a compiere un passaggio: non restare chiusi nelle nostre resistenze, ma lasciarci incontrare. Non restare prigionieri del bisogno di controllare tutto, ma aprirci alla fiducia. La fede, in fondo, è proprio questo: actus fidei, un atto libero e personale, ma anche risposta a una presenza che ci precede. E allora anche la nostra vita può cambiare direzione. Può diventare luminosa dentro le sue fragilità. Può diventare, come ricorda san Paolo, «luce nel Signore» (cf. Ef 5,8). Non perché tutto sia risolto, ma perché Cristo è entrato dentro la nostra storia. Può diventare capace di irradiare quella stessa misericordia che ha ricevuto. Perché chi si scopre perdonato, impara a perdonare; chi si scopre amato, impara ad amare. È questa la dinamica pasquale: ricevere per donare, essere raggiunti per diventare a nostra volta presenza di misericordia. E potremo dire, non come una formula, ma come esperienza viva, come confessione che nasce da un incontro reale:
«Ὁ Κύριός μου καὶ ὁ Θεός μου» (Ho Kyrios mou kai ho Theos mou) –
«Mio Signore e mio Dio».
Vergine Maria, a te che sei Madre di misericordia e di perdono. Scuoti le nostre coscienze, fa che si spalanchino al dono dello Spirito del Figlio tuo Risorto, per costruire in noi, nelle nostre comunità e negli spazi che abitiamo sentieri della pace di Cristo Gesù disarmata e disarmante.
don Nicola De Luca


