LA LUCE DEL VERBO. FONDAMENTO DELLA SPERANZA CRISTIANA

03.01.2026

DOMENICA 04 GENNAIO 2026

II Domenica dopo Natale

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Gv 1,1-18


Introduzione

La liturgia di questa domenica ci introduce in un clima contemplativo in cui il tempo sembra sospeso. Il riferimento della Sapienza al "profondo silenzio" non è un dettaglio poetico, ma una vera categoria teologica così come recita l'antifona introitale:

"Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose
e la notte era a metà del suo rapido corso,
la tua parola onnipotente, o Signore,
è scesa dai cieli, dal tuo trono regale." (Sap 18,14-15)

Il silenzio non è assenza, ma attesa gravida, spazio in cui Dio può parlare. In ebraico il silenzio che precede l'azione di Dio richiama il demāmāh (דְּמָמָה), quel "sussurro di silenzio sottile" nel quale il Signore si manifesta (cf. 1Re 19,12). La Parola nasce nel silenzio e lo trasfigura. Il Prologo di Giovanni colloca questo evento all'origine di tutto. Il Logos (Lógos, λόγος) non è una parola tra le altre, ma il Principio (archḗ, ἀρχή), il fondamento stesso dell'essere. Come sottolinea Benedetto XVI, nel Prologo «Dio non comunica semplicemente qualcosa, ma comunica se stesso». Il Logos non è solo rivelazione, ma relazione, apertura di Dio all'uomo. La triplice dinamica – rivelazione, risposta, salvezza – attraversa tutto il quarto Vangelo. Alla discesa del Logos corrisponde una domanda radicale: accogliere o rifiutare. Il verbo giovanneo lambánein (λαμβάνειν), "accogliere", indica un atto personale e libero, non automatico. Per questo Giovanni può dire che «venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto» (Gv 1,11). La fede non è scontata: è risposta alla rivelazione. Qui si innesta il tema della speranza. La speranza cristiana non nasce dall'ingenuità, ma dal fatto che Dio ha parlato e continua a parlare. Come osserva Piero Coda, il Logos incarnato è «la speranza di Dio sull'uomo prima ancora che la speranza dell'uomo su Dio». Non siamo noi ad aver immaginato Dio: è Dio che ha preso l'iniziativa. Anche Bruno Forte afferma che il Prologo giovanneo è «il racconto dell'eternità che entra nel tempo senza distruggerlo». In modo affine, Giovanni Ancona sottolinea che l'Incarnazione non elimina il dramma della storia, ma lo abita dall'interno, aprendo uno spazio di salvezza reale. In questa luce, la speranza cristiana non è evasione dal mondo, ma radicamento profondo nella storia. Come scrive don Tonino Bello, «la speranza è l'ultima a morire perché è la prima a nascere: nasce quando Dio decide di fidarsi dell'uomo». Il Logos che si fa carne è il segno definitivo di questa fiducia. Persino la letteratura contemporanea ha colto questa intuizione. In una celebre pagina, T.S. Eliot parla di un Dio che arriva «non con fragore, ma come una parola sussurrata nel cuore del tempo». È esattamente ciò che la liturgia ci fa contemplare: nel silenzio del mondo, la Parola scende, e da quel silenzio nasce una speranza che non delude, perché fondata non su idee, ma su una Presenza viva. Il Mistero del Natale consiste nell'Infinito che si fa limite, la grandezza umiltà, la ricchezza povertà, la divinità umanità.

1. Il Logos eterno, luce e vita: fondamento della speranza

Il Logos non è un'entità minore rispetto a Dio. Egli vive in Dio e con Dio ed è distinto da Lui: fin dal principio condivide la sua stessa natura divina. La semantica di Logos, Parola, indica la manifestazione della Persona divina del Figlio, il quale si rivela come concreatore con il Padre, preesistente dall'eternità e rivelatore perfetto ed escatologico. Viene presentato come luce e vita degli uomini. Pensiamo per un attimo che la nostra terra non venga più riscaldata e illuminata dal sole: diverrebbe soltanto un deserto glaciale, generatore di morte e desolazione. Così come la terra non può vivere senza il sole, così è l'umanità che non si lascia illuminare dal Logos: sarebbe desertificazione del cuore. Questa luce emana sempre una luminosità intrinseca e nessuna tenebra o oscurità potrà mai vincerla. Là dove giunge, le ombre retrocedono. Tale luce è manifestazione di una rivelazione piena e perfetta, che oltrepassa la legge mosaica, perché solo il Figlio di Dio poteva parlare a noi come ad amici e operare la salvezza che solo il Dio-Uomo poteva compiere in favore dell'uomo. Radicandosi in mezzo a noi, come ci fa intuire il libro del Siracide parlando della Sapienza come di un essere personalizzato:

«Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,

nella porzione del Signore è la mia eredità,

nell'assemblea dei santi ho preso dimora». Sir 24, 12

Qui nasce la speranza: Dio non è lontano, ma ha posto le sue radici nella nostra storia. Il mistero del Logos, così come presentato nel Prologo giovanneo e nella tradizione cristiana, si colloca al centro della fede e della speranza. Il Logos, eternamente presso il Padre, non costituisce semplicemente un intermediario tra Dio e l'uomo, ma è il medesimo Dio che si dona, si rivela e si fa prossimo.Dio, in Cristo suo Figlio, fa il suo ingresso regale nella nostra storia senza alcuna pretesa ma con una sola attesa: di essere accolto. La sua preesistenza, affermata con forza da Giovanni ("In principio era il Logos"), sottolinea che la rivelazione non è una soluzione di ripiego, ma il disegno originario di Dio: la creazione stessa è pensata e voluta attraverso il Figlio. La dimensione della "luce" e della "vita" è profondamente radicata nella Scrittura. La luce del Logos non è solo una metafora di conoscenza, ma la condizione stessa della possibilità di esistere, amare e sperare. L'immagine della terra senza sole richiama la fragilità dell'essere umano separato dalla fonte della vita; così, il cuore che si chiude alla Parola si inaridisce, incapace di generare futuro. Non a caso, nella tradizione patristica, la luce del Cristo è spesso paragonata all'alba dopo la notte, alla primavera dopo l'inverno, a una sorgente che non si esaurisce mai. Il fatto che nessuna oscurità possa vincere questa luce richiama la vittoria pasquale di Cristo: le tenebre, per quanto presenti e talvolta opprimenti, non hanno l'ultima parola. La presenza del Logos nella storia umana è garanzia che il male, il dolore e la morte non sono il sigillo definitivo sulla vicenda dell'uomo. La fede nella luce che vince le tenebre diventa così il fondamento di una speranza che non è evasione, ma coraggio di abitare la storia, di affrontare le sfide, di non arrendersi alle notti dell'anima.

Il superamento della Legge mosaica da parte del Logos non comporta la cancellazione della storia precedente, ma il suo compimento. Il Figlio, rivolgendosi a noi come ad amici, non solo comunica una dottrina, ma offre una relazione, una comunione profonda e personale. Nella sua umanità, Dio stesso si rende accessibile, vicino, solidale con ogni sofferenza e gioia umana. L'Incarnazione è allora il sigillo della fedeltà di Dio, la sua "decisione irrevocabile" di restare con l'uomo, come sottolinea Piero Coda. La citazione del Siracide illumina ulteriormente il mistero: la Sapienza che mette radici nel popolo è il segno di una presenza che non si accontenta di visitare, ma desidera abitare, condividere, trasformare dall'interno. La "tenda" di Dio tra gli uomini evoca l'immagine di una dimora stabile, di una alleanza indissolubile. In questo senso, la speranza cristiana nasce dalla certezza che Dio non abbandona mai la sua creatura, ma la accompagna in ogni stagione della storia.

Infine, questa speranza non si fonda su illusioni o su una fuga dalla realtà, ma sulla fiducia che la luce del Logos continuerà a rischiarare anche le notti più oscure. Come scrive don Tonino Bello, la speranza è "la prima a nascere" perché Dio si fida dell'uomo prima ancora che l'uomo possa affidarsi a Dio. È la presenza viva del Logos, radicato nella nostra umanità, che permette di guardare al futuro con occhi nuovi, di non disperare mai, di credere che ogni storia, se attraversata dalla luce, può rifiorire.

2. La luce che non viene meno

La fede cristiana nasce da una affermazione decisiva: il Logos è Dio. Giovanni lo dice con una sobrietà sconvolgente: "il Logos era presso Dio e il Logos era Dio" (Gv 1,1). Il termine greco Lógos (λόγος) unisce in sé parola, senso, ragione, progetto. Non indica solo qualcosa che Dio pronuncia, ma Qualcuno che Dio è. Come osserva Benedetto XVI, il Logos «non è un principio impersonale, ma una Persona che ama e chiama alla relazione». Il Prologo giovanneo insiste sul fatto che questo Logos è luce (phōs, φῶς) e vita (zōḗ, ζωή). Non una luce accessoria, ma la luce "vera", quella che illumina ogni uomo. Qui Giovanni riprende e porta a compimento una grande linea biblica: "Il Signore è mia luce e mia salvezza" (Sal 27,1). La luce, nella Scrittura, non è solo conoscenza, ma condizione di possibilità della vita. Dove la luce manca, la vita si spegne. La desertificazione del cuore è profondamente biblica. I profeti avevano già colto che il vero deserto non è geografico, ma spirituale. Il cuore non illuminato dal Logos diventa ḥōrēv (חֹרֶב), terra arida, incapace di generare futuro. Ermes Ronchi scrive che «il Vangelo non toglie le notti, ma accende stelle». La luce del Logos non elimina le tenebre con la forza, ma le vincerà per sovrabbondanza.

Quando Giovanni afferma che "le tenebre non l'hanno vinta" (Gv 1,5), usa il verbo katalambánein (καταλαμβάνειν), che significa sia "afferrare" sia "soffocare". Le tenebre non sono riuscite né a comprendere né a distruggere la luce. Qui si fonda la speranza cristiana: la luce è più forte del caos, non perché ignori il male, ma perché lo attraversa senza esserne inghiottita. Il superamento della Legge mosaica non è una svalutazione, ma un compimento. Come osserva Giuseppe Ciola, in Cristo «la rivelazione non è più mediata da parole o precetti, ma da una vita consegnata». Il Figlio parla come amico perché condivide la nostra condizione fino in fondo. "Vi ho chiamati amici" (Gv 15,15): qui la rivelazione diventa relazione. L'immagine del Siracide è di grande densità teologica. La Sapienza che "pianta le radici" richiama il verbo ebraico shākan (שָׁכַן), "abitare, porre la tenda". È lo stesso verbo che sta dietro al "pose la sua dimora fra noi" (Gv 1,14). Dio non visita soltanto la storia: vi abita stabilmente. Come sottolinea Piero Coda, l'Incarnazione è «la decisione irrevocabile di Dio di legarsi all'uomo».

Qui nasce la speranza. Non perché l'uomo sia finalmente all'altezza di Dio, ma perché Dio ha scelto di farsi vicino. Enzo Bianchi scrive che «la speranza cristiana non nasce dalla forza dell'uomo, ma dalla fedeltà di Dio alla sua promessa». Se Dio ha messo radici nella nostra storia, allora nessuna storia è definitivamente sterile. Anche la poesia lo intuisce. Mario Luzi scriveva: "La luce non fa rumore, ma cambia il volto delle cose". È ciò che accade quando il Logos entra nella vita: non sempre in modo clamoroso, ma in modo irreversibile. Dove la luce ha messo radici, la notte non è più padrona. Vorrei soffermarmi ulteriormente su quella che potremmo chiamare la "dinamica della prossimità" che il Logos inaugura. Non si tratta soltanto di un Dio che scende a visitare l'uomo, ma di una presenza che sceglie di condividere fino in fondo la sua fragilità, di abitare la storia con la stessa pazienza con cui il seme mette radici nella terra. È questa prossimità che trasforma profondamente il concetto stesso di rivelazione: da comunicazione distaccata diventa compagnia, condivisione, cammino fianco a fianco. La luce del Logos non abbaglia, ma orienta; non costringe, ma accompagna. Questa è la rivoluzione cristiana: Dio si fa vicino non per giudicare, ma per sostenere, per dare senso anche là dove tutto sembra perduto. La speranza, allora, non è un semplice ottimismo o una fuga dal reale, ma la certezza che, come il sole che risorge ogni mattina, la luce del Logos non viene meno. È una speranza che si nutre della memoria della fedeltà di Dio, che trova la sua forza nel "restare" di Dio nella nostra carne, nel nostro quotidiano. Non a caso, la tradizione orientale parla della "divinizzazione" dell'uomo: Dio si è fatto uomo perché l'uomo potesse partecipare della vita divina. Qui la fede e la speranza si intrecciano: credere che il Logos sia "venuto ad abitare" in mezzo a noi è la condizione per sperare che anche il deserto più arido possa fiorire.

Un'altra sottolineatura che mi preme fare riguarda la libertà: la luce si offre, non si impone. Anche laddove il cuore sembra indurito, il Logos continua a bussare, rispettando i tempi e i ritmi di ciascuno. Questo rispetto della libertà umana è la garanzia che la fede non è frutto di costrizione, ma di un incontro, di uno sguardo che riconosce e accoglie. Ecco perché la speranza cristiana è sempre giovane: "la notte non è più padrona", perché ogni giorno la luce può rinascere, ogni cuore può essere illuminato nuovamente. Si dice che finché c'è vita c'è speranza; il Vangelo suggerisce che, finché c'è luce, nessuna notte è senza via d'uscita. In definitiva, la radicazione del Logos nella storia umana è il segno che Dio non teme la nostra fragilità, ma la abbraccia, la trasfigura, la porta a compimento. "La luce non fa rumore, ma cambia il volto delle cose": è questo il miracolo quotidiano che il cristianesimo celebra, la vittoria silenziosa della luce sulla notte, della speranza sulla disperazione, della relazione sulla solitudine. In questa prospettiva, la fede non è solo adesione a una dottrina, ma partecipazione vitale a una presenza che trasforma, che apre il futuro là dove sembrava chiuso, che permette di dire, come i discepoli di Emmaus: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre ci spiegava le Scritture?» (Lc 24,32).

3. L'accoglienza o il rifiuto del Logos: la speranza messa alla prova

Il Prologo di Giovanni non idealizza la risposta dell'uomo alla rivelazione. Il Logos entra nella storia, ma non tutti lo accolgono. Giovanni parla del kósmos (κόσμος), il mondo inteso come mondanità chiusa, realtà che preferisce restare nella propria autosufficienza piuttosto che lasciarsi illuminare. Questo dualismo non divide l'umanità in buoni e cattivi, ma attraversa il cuore di ciascuno. Si tratta dunque di una tensione permanente, di una dialettica che non si risolve una volta per tutte: la possibilità del rifiuto accompagna ogni offerta di luce. In questo senso, la pagina giovannea invita a non cedere a letture manichee, ma a riconoscere che la lotta tra luce e tenebre è interna alla storia e alla coscienza di ciascuno. È significativo che il kósmos venga descritto non soltanto come spazio esterno, ma come condizione interiore: è il luogo in cui l'uomo può scegliere, ogni giorno, se aprirsi o chiudersi alla rivelazione. La luce non si impone. Si offre. Per questo la rivelazione include il rischio del rifiuto. Dio non forza la libertà dell'uomo, ma la prende sul serio. Come osserva Origene, «la luce splende per tutti, ma non tutti vogliono vedere». La fede non è automatica, né ereditaria: è una risposta personale. Questa libertà, che Dio rispetta fino in fondo, è il segno di una relazione autentica: non c'è vera comunione senza la possibilità della distanza.

La storia della salvezza, nella prospettiva giovannea, si gioca sempre sull'orizzonte della responsabilità umana. La fede non è un destino imposto dall'alto, né una tradizione da ricevere passivamente. È chiamata, risposta, movimento, rischio. In questo, la fede cristiana sfida ogni forma di fatalismo e ogni tentazione di delega: ognuno è chiamato a "prendere posizione" rispetto al Logos. Il verbo decisivo è lambánein (λαμβάνειν), "accogliere". Non indica un'adesione teorica, ma un gesto vitale: lasciare entrare il Logos nella propria esistenza. Dove questo accade, l'uomo non resta semplicemente illuminato, ma trasformato. «A quanti lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). La figliolanza non nasce dal sangue o dal merito, ma dalla fede. Accogliere il Logos, allora, significa lasciarsi generare da una logica diversa, quella della gratuità e della relazione. È un passaggio di identità: non si tratta solo di "capire" o "conoscere", ma di lasciarsi plasmare. La figliolanza è dono, non conquista. Qui la fede si fa esperienza concreta di una nuova origine, di una rinascita che coinvolge tutta la persona. La tradizione patristica ha spesso parlato del "secondo battesimo" del cuore, di quella rigenerazione che permette di vedere la realtà con occhi nuovi, di riconoscersi profondamente figli e fratelli. Qui si gioca il cuore della speranza cristiana. Non nel fatto che il rifiuto non esista, ma nel fatto che l'accoglienza resta sempre possibile. In Cristo l'uomo può rinascere, può ricominciare, può essere rigenerato come figlio. Come scrive Giuseppe Ciola, la fede cristiana non aggiunge qualcosa all'uomo, ma «lo riconsegna alla verità più profonda di sé». Il Verbo eterno del Padre squarciando ogni limite spazio-temporale, disserra le ante del nostro mondo affinchè l'umanità riceva in dono luce, vita, verità e grazia.

Questa prospettiva apre la porta a una speranza che non è evasione, né illusione. La speranza cristiana si radica nella certezza che, anche quando il buio sembra prevalere, la possibilità di accogliere la luce rimane aperta. È una speranza che si rinnova ogni giorno, che non si scoraggia davanti ai fallimenti, perché sa che la storia personale e collettiva non è mai definitivamente chiusa. La fede, dunque, non è soltanto memoria di un evento passato, ma apertura costante al futuro, alla novità che il Logos può portare in ogni momento. La speranza, dunque, non è cieca né ingenua. Sa che la luce può essere respinta, ma sa anche che la libertà non è mai definitivamente chiusa. Benedetto XVI lo ha espresso con chiarezza: «La fede cristiana nasce dall'incontro con una Presenza che apre il futuro». Finché questa Presenza continua a offrirsi, il futuro non è mai sigillato.

In questa luce, il rifiuto del Logos non è una condanna irrevocabile, ma una tappa della storia di ciascuno. L'insistenza del Prologo sulla gratuità e sulla pazienza di Dio suggerisce che la speranza cristiana è sempre inclusiva, mai esclusiva. Ogni uomo, in ogni stagione della vita, può ancora scegliere, può ancora tornare, può ancora lasciarsi illuminare. La fede diventa così non una bandiera da sventolare, ma una porta sempre aperta, un invito che non viene mai meno. Per questo la speranza cristiana non ignora il rifiuto, ma lo attraversa. Non perché lo minimizzi, ma perché crede che la luce del Logos continui a splendere e che ogni uomo, sempre, possa ancora scegliere di accoglierla. In definitiva, la pagina giovannea ci consegna una visione radicalmente realista e profondamente fiduciosa: la storia della salvezza non è una marcia trionfale, ma un cammino fatto di offerte e di scelte, di accoglienza e di resistenze, di luci che si donano e di libertà che si giocano. È questa la speranza che trasforma: non la garanzia che tutto andrà sempre bene, ma la certezza che, finché la luce si offre, la notte non è mai l'ultima parola.

4. I frutti della rivelazione del Logos: una speranza che trasforma il mondo

Il frutto ultimo della rivelazione del Logos è la gloria. In Giovanni la gloria (dóxa, δόξα) non è splendore distante, ma presenza che si dona: essa non si limita a riverberare inaccessibile oltre le nubi, ma si fa prossima, si fa volto, si fa carne. La gloria di Dio, infatti, non si manifesta nel sottrarsi, nel celarsi dietro il velo dell'invisibilità, ma nel lasciarsi intravedere e toccare nella storia concreta degli uomini. «Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9): parole che condensano l'audacia del cristianesimo giovanneo. In Cristo, l'invisibile si rende accessibile senza mai cessare di essere mistero, perché ciò che si offre non è riducibile a semplice evidenza, ma è sempre apertura, eccedenza, profondità che invita a un incontro personale e mai scontato. Benedetto XVI osserva che la gloria di Dio «è l'amore che arriva fino alla fine»: un amore che si abbassa, che si china, che si dona fino all'ultima goccia, fino alla croce, rivelando così ciò che Dio è veramente. La gloria non è potenza che schiaccia, ma amore che salva, e questo rovesciamento di prospettiva è il cuore del Vangelo.

Paolo allarga ulteriormente l'orizzonte della rivelazione: essa non è un evento isolato nella storia, un lampo improvviso, ma un disegno d'amore che precede la creazione stessa, un'intenzione eterna che mira alla figliolanza. «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità... a lode dello splendore della sua grazia» (Ef 1,4-6). Essere figli adottivi, alla luce di questa rivelazione, non significa ricevere una dignità secondaria o accessoria, ma partecipare realmente alla vita stessa del Figlio. La grazia, qui, non si aggiunge dall'esterno come ornamento, ma ricrea l'uomo dall'interno, lo trasforma, lo rigenera. Giovanni Ancona sottolinea che la salvezza cristiana è "relazionale": non si tratta di una salvezza a distanza, ma di un coinvolgimento pieno, in cui l'uomo ritrova sé stesso entrando nella relazione filiale di Cristo con il Padre, diventando partecipe del dialogo eterno tra il Padre e il Figlio nello Spirito.

Il Logos che "colma l'abisso fra cielo e terra", è il cuore della mediazione cristologica. Cristo è l'unico Mediatore non perché escluda, non perché ponga una barriera, ma perché unisce ciò che era separato, riconcilia ciò che era diviso. In Lui il cielo non schiaccia la terra e la terra non si dissolve nel cielo: vengono tenuti insieme nello Spirito, in una comunione che custodisce la differenza senza annullarla. Piero Coda parla di una "comunione che non annulla le differenze ma le riconcilia", sottolineando come l'unità cristiana non sia uniformità, ma armonia di diversità riconciliate, così come nella Trinità le Persone sono distinte e insieme inseparabili. L'immagine del Logos concepito e partorito nel cuore richiama una grande tradizione spirituale, presente sia nei Padri orientali sia nella mistica occidentale: la fede come gestazione, come processo che richiede tempo, cura, disponibilità. Non basta aver incontrato Cristo una volta; occorre lasciarlo rinascere continuamente nella vita, come un seme che cresce, come una promessa che si rinnova. Qui risuona la celebre parola di Origene: «Che giova a me che Cristo sia nato una volta a Betlemme, se non nasce nella mia anima?».

La rivelazione diventa frutto maturo solo quando si traduce in vita nuova, quando la Parola accolta genera trasformazione, conversione, apertura all'altro. È una gestazione che coinvolge tutto l'essere e che implica una responsabilità personale, una risposta libera e consapevole alla chiamata di Dio. Da questa vita rinnovata nasce una testimonianza luminosa, capace di attraversare le ombre del mondo contemporaneo. In un'epoca segnata da odio, riarmo e guerra, i figli di Dio non sono evasori della storia, non si rifugiano in una spiritualità disincarnata, ma diventano segni contrari, "astrì nel mondo" (Fil 2,15) secondo la parola di Paolo, chiamati a irradiare la luce ricevuta anche nei contesti più oscuri. Non con la forza, non con la pretesa di dominare, ma con la fedeltà quotidiana al Vangelo, con la pazienza di chi costruisce la pace come un "cantiere aperto" — per usare la profezia di don Tonino Bello — e non come uno slogan vuoto. La pace, infatti, non si improvvisa né si impone, ma nasce dall'interiorità trasfigurata, dalla relazione riconciliata, dalla capacità di vedere nell'altro un fratello, anche quando tutto invita alla chiusura e alla diffidenza.

Ecco allora il frutto ultimo del Logos fatto carne: uomini e donne rinnovati dal di dentro, capaci di generare luce dalla Luce, vita dalla Vita di Cristo. Dove le tenebre sembrano vincere, la speranza cristiana continua a brillare — non perché ignori il buio, non perché nega il dramma della storia, ma perché conosce la luce che lo ha già attraversato e vinto. Questa speranza non è evasione né illusione: è certezza che la notte non avrà mai l'ultima parola, finché la luce del Logos si offre e chiede di essere accolta. È la speranza di chi sa — come ricorda la tradizione biblica — che "il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato" (Sal 34,19), e che proprio dai luoghi di frattura possono sorgere germogli di vita nuova, capaci di trasformare il mondo dal di dentro. Così, la rivelazione del Logos si rivela non solo come evento passato, ma come sorgente inesauribile di rinnovamento, di riconciliazione, di pace: un dono che chiede di essere continuamente accolto e tradotto in gesti concreti di fraternità, giustizia e carità.

Conclusione

Giungiamo così all'ultimo grande tema: i frutti della rivelazione del Logos. Facendosi carne e abitando in mezzo a noi, egli ci manifesta e rivela la gloria del Padre, che in Lui possiamo contemplare. È l'unico Mediatore tra Dio e l'umanità, che riversa su di essa ogni grazia e verità, possedendone la pienezza totale. Come ci ricorda Paolo nel suo inno cristologico, questa rivelazione non è episodica, ma inscritta nel disegno eterno di Dio:

"In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo

per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,

predestinandoci a essere per lui figli adottivi

mediante Gesù Cristo,

secondo il disegno d'amore della sua volontà,

a lode dello splendore della sua grazia,

di cui ci ha gratificati nel Figlio amato" (Ef 1,4-6).

Il Logos di Dio ci mostra visibilmente il volto del Dio invisibile, inaccessibile e totalmente Altro. In Lui l'abisso fra cielo e terra è colmato: ciò che era separato viene ricondotto all'unità. Per mezzo dello Spirito, l'umanità è legata definitivamente al Padre. Da ora in poi l'uomo può ritrovare se stesso ritrovando il Logos, lasciando che Egli venga ancora concepito e partorito nel cuore di ciascuno, per divenire nel mondo luce e vita dalla Luce e dalla Vita di Cristo, rinnovandolo dal di dentro. È proprio qui che la fede diventa speranza concreta e parola profetica per il nostro tempo. Lo esprime con forza sorprendentemente attuale l'allora cardinale Montini, poi Papa Paolo VI, in una Lettera alla diocesi di Milano, che sembra nascere direttamente dal Prologo giovanneo e dal dramma dell'uomo contemporaneo:

Tu ci sei necessario, o Cristo,

o Cristo, nostro unico mediatore, Tu ci sei necessario:

per vivere in comunione con Dio Padre;

per diventare con te, che sei Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi;

per essere rigenerati nello Spirito Santo.

Tu ci sei necessario,

o solo vero maestro delle verità recondite e indispensabili della vita,

per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.

Tu ci sei necessario, o Redentore nostro,

per scoprire la nostra miseria e per guarirla;

per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità;

per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.

Tu ci sei necessario, o fratello primogenito del genere umano,

per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini,

i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.

Tu ci sei necessario, o grande paziente dei nostri dolori,

per conoscere il senso della sofferenza

e per dare ad essa un valore di espiazione e di redenzione.

Tu ci sei necessario, o vincitore della morte,

per liberarci dalla disperazione e dalla negazione,

e per avere certezze che non tradiscono in eterno.

Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio-con-noi,

per imparare l'amore vero e camminare nella gioia e nella forza della tua carità,

lungo il cammino della nostra vita faticosa,

fino all'incontro finale con Te amato, con Te atteso,

con Te benedetto nei secoli.

In un tempo in cui sembrano vittoriose le tenebre dell'odio, del riarmo e della guerra, questa parola resta decisiva: Cristo è necessario. Non come idea religiosa, ma come Presenza che salva, che riconcilia, che rigenera. Là dove il Logos è accolto, anche oggi, i figli di Dio brillano come astri di pace e di speranza, segni umili ma reali di un mondo che può ancora essere rinnovato dal di dentro. Alla luce di quanto detto, possiamo allora riconoscere che i frutti della rivelazione del Logos non sono mai semplicemente un patrimonio individuale, ma una forza trasformatrice che attraversa la comunità, la storia, l'umanità intera. La gloria che il Verbo ci ha donato non si rinchiude tra le mura della nostra interiorità, ma spinge verso un'esistenza più grande, capace di rischiare la carità, di osare la giustizia, di costruire la pace anche quando il mondo sembra parlare solo il linguaggio della divisione. Ecco perché la speranza cristiana, radicata nel Logos, non è un ottimismo ingenuo né una fuga dalla realtà, ma un "sì" pronunciato ogni giorno, anche quando costa, anche quando il buio sembra prendere il sopravvento. È la certezza che, come il chicco di grano caduto in terra, la Parola accolta nel cuore non resta mai sterile, ma genera frutti di bene, di riconciliazione, di fraternità viva. Davanti alle ferite del nostro tempo, la rivelazione del Logos ci invita a non chiuderci nella rassegnazione o nella paura. Ci richiama, piuttosto, a lasciarci costantemente rigenerare dalla grazia che viene dall'alto, a rinnovare il nostro desiderio di comunione e il nostro impegno per una Chiesa che sia davvero "segno e strumento" di quel disegno d'amore di cui parla san Paolo. Se il Logos ha colmato l'abisso tra cielo e terra, allora anche noi siamo chiamati a colmare gli abissi che attraversano le nostre relazioni, le nostre società, le nostre stanchezze quotidiane. Siamo chiamati a essere — come dice Paolo — "astri nel mondo", piccole luci che non pretendono di cancellare tutta la notte, ma che testimoniano che la notte non è più totale, non è più invincibile. Con questa consapevolezza, allora, il nostro cammino non è mai solitario: il Cristo, Logos fatto carne, ci accompagna con la sua presenza discreta ma potente, ci precede e ci segue, ci sostiene e ci attende. Ci invita ogni giorno a lasciarci trasformare dalla sua luce, per diventare a nostra volta luce per gli altri, capaci di generare speranza dove si insinua la disperazione, di donare pace dove la logica dell'avversità sembra regnare sovrana. Così, la conclusione di questa riflessione si fa invocazione e responsabilità: che il Logos, rivelato e donato per noi, continui a generare in ciascuno e nella Chiesa intera i suoi frutti di pace, di giustizia, di fraternità. Che la nostra vita, nutrita dalla sua Parola, diventi segno credibile di quella speranza che non delude, perché radicata nell'Amore che non viene mai meno. E che, anche nelle notti più oscure, possiamo testimoniare con umiltà e coraggio che la luce del Logos splende ancora, e nessuna tenebra potrà mai sopraffarla. L'Incarnazione del Logos, insieme alla sua passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo, è il più grande abbraccio che Dio abbia mai dato all'umanità.

Vergine Maria, Madre del Logos preesistente e incarnato, rendici pronti ad accogliere tuo Figlio Gesù, per divenire in Lui una sola vita, un solo amore, una sola speranza.

don Nicola De Luca