LA BELLEZZA CHE NON MUORE. Maria Assunta, speranza di un’umanità ferita

SABATO 15 AGOSTO 2026
ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - SOLENNITÀ
Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente Lc 1,39-56
Ogni anno, il 15 agosto, nel cuore dell'estate, la Chiesa ci invita a volgere lo sguardo al cielo per celebrare la solennità dell'Assunzione di Maria, «primizia e immagine della Chiesa nella sua pienezza» (Prefazio della Messa). In questa festa contempliamo colei che, terminato il suo cammino terreno, è stata assunta in cielo in anima e corpo, segno certo di speranza e consolazione per il popolo di Dio in cammino (cf. LG 68).È una festa che ci obbliga quasi ad alzare lo sguardo. E forse ne abbiamo particolarmente bisogno. Viviamo immersi nelle cose della terra, assorbiti dalle urgenze del presente, spesso appesantiti dalle preoccupazioni, impauriti da ciò che accade intorno a noi e da un futuro che appare sempre più incerto. Guerre che sembrano non avere fine, violenze, popoli costretti ad abbandonare la propria terra, solitudini sempre più profonde, fragilità familiari e sociali ci consegnano l'immagine di un'umanità inquieta e ferita. E proprio dentro questa storia, non fuori da essa, la Chiesa oggi ci invita a guardare una donna interamente avvolta dalla luce di Dio. Non per dimenticare la terra. Non per cercare nel cielo una facile evasione dalle contraddizioni del presente. Il cristianesimo non ha mai insegnato a fuggire dalla storia. Il cielo cristiano non è il rifugio di chi non riesce più ad abitare la terra: è il compimento verso il quale la terra stessa è orientata. La Vergine Maria, assunta in corpo e anima, è promessa di ciò che Dio prepara per l'umanità redenta da Cristo. Non celebriamo, dunque, soltanto un privilegio singolare concesso alla Madre di Dio, quasi contemplandola da una distanza irraggiungibile. In Maria contempliamo ciò che Dio desidera compiere anche in noi. Il suo destino illumina il nostro destino; la sua gloria anticipa la nostra speranza. Ciò che in lei è già pienamente compiuto, in noi attende ancora il suo compimento. L'Assunzione, allora, riguarda profondamente anche noi. Riguarda il nostro corpo, così fragile e continuamente esposto alla malattia e all'invecchiamento; riguarda le nostre relazioni, i nostri affetti, le nostre fatiche; riguarda persino quella domanda sulla morte che cerchiamo spesso di allontanare, ma che prima o poi torna silenziosamente ad affacciarsi alla coscienza. Maria Assunta ci dice che nulla di ciò che siamo è destinato semplicemente a essere perduto. Dio non salva una parte dell'uomo: salva l'uomo nella sua interezza. Ed è proprio questa la trama che attraversa le letture della solennità odierna. La donna vestita di sole dell'Apocalisse ci introduce nella lotta tra la luce e le tenebre; san Paolo ci ricorda che Cristo è realmente risorto dai morti, «primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20); il Vangelo, infine, ci presenta Maria nell'umiltà della casa di Elisabetta, mentre innalza a Dio il suo Magnificat: «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente». Tre immagini che, a prima vista, sembrano lontane tra loro: una donna avvolta di sole nel cielo dell'Apocalisse; Cristo risorto, vincitore della morte; una giovane donna che entra nella casa di Elisabetta e canta le meraviglie compiute da Dio. Eppure, raccontano un unico mistero: la gloria di Dio germoglia dentro la fragilità della nostra storia.È significativo che il Vangelo dell'Assunzione non ci mostri Maria già immersa nella gloria del cielo. Luca ce la presenta in cammino: «si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39). Prima di contemplarla assunta, la contempliamo mentre percorre una strada. Prima della gloria c'è il cammino; prima della corona c'è il servizio; prima dell'esaltazione c'è l'umiltà di una donna che porta Cristo dentro una casa. Il cielo dell'Assunzione, dunque, non allontana Maria dalla terra. Al contrario, ci permette di comprendere più profondamente la sua vita terrena. Prima di essere elevata nella gloria, Maria è stata la donna che ha creduto, ha obbedito, ha camminato, ha servito, ha sofferto e ha sperato. Prima della corona di dodici stelle ci sono stati i passi polverosi sulle strade della Galilea; prima della gloria, la quotidianità nascosta di Nazaret; prima dell'Assunzione, un'intera esistenza consegnata a Dio. Ed è forse proprio qui che questa solennità comincia a parlare con particolare forza anche alla nostra storia. A un'umanità che sembra talvolta aver smarrito la direzione, Maria indica nuovamente una meta. A un uomo che tenta disperatamente di trattenere il tempo, ricorda che siamo fatti per qualcosa che supera il tempo. A chi vede soltanto la fragilità della carne, mostra un corpo già trasfigurato dalla gloria.Il cielo non cancella la terra, ma ne rivela il destino. E Maria Assunta ci ricorda che la nostra storia, per quanto fragile e ferita, non cammina verso il nulla, ma verso Dio.
1. Maria, la bellezza di Dio in un volto umano
Il Vangelo della solennità ci conduce anzitutto dentro il canto di Maria. Il Magnificat non nasce nella solennità di un tempio, ma nella semplicità di una casa, quella di Elisabetta. È lì che Maria rilegge la propria esistenza alla luce di Dio e riconosce che quanto è avvenuto in lei non è opera sua, ma grazia: «Grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente» (Lc 1,49). Il suo canto è profondamente radicato nella storia biblica d'Israele. Luca raccoglie parole, immagini e temi che provengono dall'Antico Testamento e, in modo particolare, lascia risuonare nel Magnificat il cantico di Anna, la madre di Samuele (cf. 1Sam 2,1-10). Le due donne cantano un Dio che rovescia le logiche umane, rialza i piccoli, confonde i superbi, sazia gli affamati e guarda con predilezione coloro che il mondo considera insignificanti.Maria non appare, dunque, come una figura isolata dalla storia della salvezza. In lei confluisce l'attesa dell'Israele fedele; in lei giungono a maturazione le promesse rivolte ai padri; in lei la lunga speranza del popolo di Dio diventa carne. Anche le grandi figure femminili dell'Antico Testamento — Sara, Anna e tutte quelle donne nelle quali Dio ha fatto germogliare la vita proprio là dove umanamente sembrava impossibile — preparano, in qualche modo, il mistero della giovane donna di Nazaret.
Nel contesto della tradizione cristiana, Maria occupa così una posizione singolare non soltanto perché Madre di Gesù, ma perché modello della fede e dell'obbedienza. Il Magnificat, proclamato durante la visita a Elisabetta, è divenuto nel corso dei secoli una delle preghiere più importanti della liturgia cristiana proprio perché racchiude l'umiltà e l'abbandono fiducioso di chi riconosce il primato dell'agire divino. E qui occorre comprendere bene che cosa Maria intenda quando proclama che Dio «ha guardato l'umiltà della sua serva» (Lc 1,48). Il termine greco utilizzato da Luca è ταπείνωσις (tapéinosis). Più che indicare anzitutto una virtù morale, esprime una condizione di abbassamento, di piccolezza, quasi di irrilevanza agli occhi del mondo. Benedetto XVI, commentando proprio il Magnificat, ricorda che questa ταπείνωσις (tapéinosis) designa una condizione concreta di umiltà e povertà e riconduce Maria alla spiritualità degli anawim, di coloro cioè che rimangono interiormente aperti all'irruzione della grazia di Dio. Maria non sta dicendo: «Dio mi ha guardata perché sono umile», quasi presentando a Dio una propria virtù. Sta dicendo qualcosa di infinitamente più grande: Dio ha posato lo sguardo sulla mia piccolezza.
È la spiritualità degli עֲנָוִים ('anawìm), i poveri del Signore: uomini e donne che, non avendo altro su cui appoggiarsi, imparano ad affidarsi interamente a Dio. Non si tratta semplicemente della povertà materiale, ma di quella disposizione profonda nella quale l'uomo riconosce di non potersi salvare da solo e lascia spazio all'azione del Signore. Maria appartiene pienamente a questi poveri di Dio. La sua esultanza è la gioia dell'Israele fedele nel quale Dio manifesta la sua potenza attraverso lo scandalo della piccolezza. È proprio là dove l'uomo rinuncia a riempire tutto di sé che Dio può compiere le sue meraviglie. E questo raggiunge in Maria una forma assolutamente unica: nel suo grembo, per opera dello Spirito Santo, il Verbo si fa carne. Maria, dunque, non canta se stessa. Canta ciò che Dio ha fatto in lei. Non dice: «guardate quanto sono grande», ma: «grandi cose ha fatto per me l'Onnipotente». La sua grandezza consiste precisamente nel non appropriarsi della grandezza ricevuta. Sant'Ambrogio, commentando il Magnificat, offre una delle espressioni più belle della tradizione mariana: «Sia in ciascuno l'anima di Maria a magnificare il Signore, sia in ciascuno lo spirito di Maria a esultare in Dio». La contemplazione di Maria non può quindi fermarsi all'ammirazione: deve diventare forma della vita cristiana. Benedetto XVI riprende espressamente questa intuizione ambrosiana proprio nel suo commento al Magnificat.
Ed è già qui una prima indicazione pastorale che questa festa ci consegna. Viviamo in un tempo nel quale siamo continuamente educati a mostrarci, affermarci, esibirci, dimostrare qualcosa di noi. Persino le nostre fragilità rischiano talvolta di diventare qualcosa da esporre agli occhi degli altri. Maria percorre la strada opposta: non trattiene lo sguardo su se stessa, ma lo sposta verso Dio. La fede comincia proprio quando smettiamo di contemplare ossessivamente noi stessi, le nostre prestazioni, i nostri fallimenti, persino le nostre ferite, e impariamo nuovamente a riconoscere ciò che Dio opera dentro la nostra povertà. Fin dall'eternità Dio ha pensato alla Vergine Maria, amandola con un amore unico, singolare e privilegiato, affinché fosse degna dimora del suo Verbo (cf. Ef 1,4). San Giovanni Paolo II, nella Redemptoris Mater, ricorda che Maria è unita a Cristo in modo «del tutto speciale ed eccezionale» ed è eternamente amata nel Figlio prediletto. La sua grandezza, dunque, è tutta dentro il mistero di Cristo e tutta ricevuta dalla grazia. Per singolare grazia, in previsione dei meriti di Cristo, Dio l'ha preservata dal peccato originale, l'ha colmata della sua grazia e l'ha chiamata a una comunione unica con il mistero del Figlio. Colei che aveva accolto nel proprio grembo il Verbo fatto carne è stata infine assunta, nella totalità della sua persona, alla gloria del cielo.
Come afferma san Giovanni Damasceno, era conveniente che colei che aveva portato nel grembo il Creatore fatto uomo fosse introdotta nelle dimore celesti. In questa antica intuizione patristica appare già con straordinaria chiarezza il legame tra la maternità divina e la glorificazione della persona intera di Maria. E qui l'Assunzione ci consegna un'altra verità che il nostro tempo ha urgente bisogno di riscoprire: il valore del corpo. La corporeità, ci ricorda Maria, non è soltanto oggetto di piacere, esibizione, manipolazione o questione di genere: anch'essa è chiamata a riflettere la bellezza dell'Eterno. Il cristianesimo non disprezza il corpo, perché Dio stesso ha scelto di assumere un corpo. Il Verbo σὰρξ ἐγένετο (sárx egéneto), «si fece carne» (Gv 1,14). E Maria oggi viene glorificata non nonostante il suo corpo, ma anche nel suo corpo. È una verità di straordinaria attualità. Il corpo che la nostra cultura, da una parte, idolatra e, dall'altra, manipola; che esalta quando è giovane, sano ed efficiente e quasi nasconde quando diventa fragile, malato o anziano, per Dio rimane parte inseparabile della dignità della persona. Anche ciò che lentamente invecchia, si ammala e porta impressi i segni del tempo è destinato alla redenzione.
L'Assunta ci ricorda allora che il corpo non è un involucro da gettare al termine dell'esistenza: appartiene alla nostra identità e partecipa alla promessa della risurrezione. Ed è in questa luce che possiamo contemplare anche la grande visione dell'Apocalisse: «un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole» (Ap 12,1). La donna dell'Apocalisse indica anzitutto il popolo messianico, la Chiesa che genera Cristo nella storia, soffre e combatte contro il male; ma la tradizione cristiana ha riconosciuto legittimamente in questa figura anche il volto di Maria, nella quale il mistero della Chiesa trova la sua realizzazione più pura. Maria è la donna avvolta dalla luce di Dio, «piena di grazia» (Lc 1,28), interamente raggiunta e trasfigurata dal suo amore. La luna sotto i suoi piedi e la corona di dodici stelle evocano una signoria che non nasce dalla potenza mondana, ma dalla partecipazione alla vittoria di Dio. Le dodici stelle richiamano Israele e, insieme, il nuovo popolo di Dio: Maria è nel cuore della Chiesa, Madre e modello. In lei contempliamo già ciò che la Chiesa intera spera di diventare. Colei che ha portato Cristo nel proprio grembo continua, in qualche modo, a indicarlo e a donarlo al mondo, fino al giorno in cui tutta la Chiesa sarà «gloriosa, senza macchia né ruga» (Ef 5,27). E proprio qui il tema della gloria incontra quello della bellezza.Hans Urs von Balthasar ha fatto della bellezza uno dei grandi ingressi nel mistero cristiano. La sua estetica teologica nasce dalla convinzione che la gloria di Dio non sia un ornamento accessorio della rivelazione, ma il suo splendore. Benedetto XVI, richiamando esplicitamente Balthasar, ha parlato della via pulchritudinis, la «via della bellezza», come di una via capace di condurre alla fede e alla contemplazione del mistero.
La tradizione cristiana ha indicato questa dimensione con la parola latina pulchrum, il bello. Il bello non è semplicemente ciò che piace agli occhi: è lo splendore del vero e del bene quando diventano percepibili, desiderabili, attraenti. Per questo la bellezza cristiana non coincide mai con il semplice decorum, con l'eleganza esteriore o con la perfezione delle forme. Maria è bella perché è interamente trasparente a Dio. Ed è a questo punto che la letteratura sembra quasi prestare le parole alla teologia. Nel L'Idiota di Dostoevskij ritorna l'affermazione, divenuta celebre: «La bellezza salverà il mondo». La frase appartiene al mondo narrativo del principe Miškin e conserva volutamente una profondità enigmatica, ma il cristiano non può non domandarsi: quale bellezza può davvero salvare il mondo? Certamente non la bellezza che seduce per un istante e poi scompare. Maria è tutta avvolta di bellezza: nel cuore, nell'anima, nella mente e nel corpo. Vi sono bellezze che, pur essendo autentiche, volgono inevitabilmente al tramonto; la sua è senza fine. Nessuno spazio, confine o limite può consumarla. È bellezza di eternità. È la medesima bellezza che brilla sul volto di suo Figlio Gesù, «il più bello tra i figli dell'uomo» (Sal 45,3).
La bellezza di Maria, infatti, non possiede luce propria. È riflesso della bellezza di Cristo. Proprio per questo la bellezza cristiana non può essere separata dalla Croce. La bellezza che salva non è quella che elimina le ferite, ma quella che le attraversa e le trasfigura nell'amore. È la bellezza di Cristo che dona se stesso, la bellezza di un amore che arriva fino alla consegna della vita. In un mondo così colpito e rapito dalla cosiddetta «etica dell'immagine» o «estetica del corpo», che prima o poi è destinata a divenire simile a un manufatto antico, se non totalmente polvere, oggi siamo chiamati a fissare lo sguardo su un fascino di gran lunga diverso da quello che ci viene continuamente proposto: uno splendore che si irradia sull'umanità intera e che non conosce corruzione né deterioramento. È l'aura meravigliosa della santità spirituale e corporale di Maria. La bellezza che la avvolge nella totalità della sua persona è bellezza di obbedienza, di amore, di libertà consegnata a Dio, di sequela perfetta al Figlio suo. È una bellezza che non ha bisogno di essere esibita perché semplicemente traspare.
Ed è forse proprio questa la differenza fondamentale tra la bellezza evangelica e quella che il nostro tempo spesso propone. La prima nasce dall'interiorità e si irradia verso l'esterno; la seconda rischia continuamente di fermarsi alla superficie. La prima cresce nel dono; la seconda ha bisogno dello sguardo altrui. La prima rende liberi; la seconda può trasformarsi in una schiavitù. San Giovanni Paolo II, nella Lettera agli artisti, parla della bellezza come di una vera «epifania», una manifestazione capace di aprire l'uomo al mistero. E la via pulchritudinis rimane ancora oggi una delle strade attraverso cui l'uomo contemporaneo può essere ricondotto alla domanda su Dio. E questo ci provoca profondamente. Nonostante i nostri mille e infiniti sforzi per apparire sempre più belli agli occhi del mondo, il nostro cuore rimane perennemente insoddisfatto, quasi custodisse nel suo intimo una profonda e radicale nostalgia del vero bello. Forse è proprio questa nostalgia che dobbiamo tornare ad ascoltare.
Dietro tante rincorse, dietro la necessità di apparire, dietro il bisogno di essere riconosciuti, ammirati e approvati, esiste nel cuore dell'uomo una sete che nessuna immagine può saziare. Possiamo modificare il corpo, moltiplicare le fotografie, costruire accuratamente l'immagine da consegnare agli altri, nascondere le rughe e perfino tentare di negare il trascorrere del tempo; e tuttavia permane dentro di noi una domanda che nessuno specchio può soddisfare.È la nostalgia di una bellezza che non marcisce, che non viene cancellata dagli anni, che neppure la malattia o la fragilità possono distruggere: la bellezza di una vita abitata da Dio. Maria Assunta, interamente glorificata, ci ricorda allora che la santità non sfigura l'umano, ma lo porta alla sua forma più bella. La grazia non mortifica ciò che siamo: lo trasfigura. E qui ritorna, quasi come una consegna, la parola di sant'Ambrogio: sia in ciascuno di noi l'anima di Maria a magnificare il Signore. Non siamo chiamati semplicemente ad ammirare la sua bellezza, ma a lasciarci lentamente trasformare dalla medesima grazia che ha reso bella la sua esistenza. Celebrare Maria Assunta significa, allora, lasciarsi interrogare seriamente: quale bellezza stiamo cercando? Quella che ha continuamente bisogno di essere mostrata agli altri, difesa dallo scorrere degli anni e confermata dal loro consenso, oppure quella che Dio lentamente plasma dentro di noi? Forse la vera domanda non è quanto riusciremo a rimanere belli agli occhi del mondo, ma quanto permetteremo a Dio di renderci belli ai suoi occhi.
2. Maria, speranza dell'umanità: il nostro destino non è la polvere
Ma la bellezza di Maria non sarebbe pienamente comprensibile senza la seconda lettura. San Paolo afferma con forza: «Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti» (1Cor 15,20). Qui troviamo il cuore cristologico dell'Assunzione. Maria non è assunta in cielo indipendentemente da Cristo: tutto in lei nasce da Cristo, dipende da Cristo e conduce a Cristo. L'Assunzione è il frutto più splendido della Pasqua, il segno che la potenza della Risurrezione del Figlio ha già raggiunto, in una creatura, il suo compimento anticipato. Il termine utilizzato da Paolo è ἀπαρχή (aparchḗ), «primizia». Nel linguaggio biblico la primizia è la prima parte del raccolto offerta a Dio e, proprio perché è la prima, reca già in sé la promessa di tutto ciò che seguirà. Cristo è dunque la ἀπαρχή (aparchḗ) dei risorti: non semplicemente il primo individuo tornato alla vita, ma Colui nel quale è già cominciato il destino nuovo dell'intera umanità. La Risurrezione di Cristo non è quindi un evento isolato, ma l'inizio di una creazione nuova, il principio di una trasformazione che riguarda tutti coloro che gli appartengono.
San Giovanni Paolo II, commentando precisamente questo testo paolino nella solennità dell'Assunta, poneva una domanda tanto semplice quanto decisiva: «E chi, più della sua Madre, appartiene a Cristo?». E aggiungeva: «Così, dunque, Lei per prima partecipa della gloria della Risurrezione mediante la sua Assunzione!». In questa affermazione è racchiusa tutta la teologia della festa: prima Cristo, la ἀπαρχή (aparchḗ), poi coloro che sono di Cristo; e Maria, più intimamente di ogni altra creatura legata al Figlio, partecipa per prima, nella totalità della sua persona, alla vittoria pasquale. Per questo possiamo dire che Maria è già là dove noi speriamo di arrivare. Non perché sia posta accanto a Cristo come una seconda sorgente della salvezza, ma perché in lei risplende, nella maniera più pura e singolare, ciò che la grazia del Risorto può compiere nella creatura. L'Assunzione è tutta cristologica: deriva dal Figlio, dipende dal Figlio, rimanda al Figlio. San Paolo continua: «Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita» (1Cor 15,22). Dietro queste parole si intravede l'intera vicenda biblica dell'uomo, segnata dalla tensione tra la mortalità della creatura e la promessa della vita. Nel libro della Genesi risuona la parola עָפָר ('afàr), «polvere»: «polvere tu sei e in polvere ritornerai» (Gen 3,19). Essa esprime con una forza quasi brutale la nostra condizione creaturale: veniamo dalla terra e alla terra ritorniamo, il corpo invecchia, le forze diminuiscono, ciò che costruiamo viene consumato dal tempo e persino quella bellezza esteriore che vorremmo sottrarre al trascorrere degli anni inevitabilmente si trasforma.
Eppure, proprio davanti alla polvere il cristianesimo osa pronunciare una parola diversa: ἀνάστασις (anástasis), «risurrezione». La morte rimane reale, ma non è più definitiva; la polvere rimane il segno della nostra creaturalità, ma non coincide più con il nostro destino ultimo. Sant'Agostino, parlando della risurrezione della carne, afferma con estrema concretezza: «Il nostro Signore è dunque risorto nel corpo stesso con il quale fu sepolto. La stessa risurrezione è promessa ai cristiani». Non un'altra umanità, dunque, non un'anima finalmente liberata dal peso del corpo, ma questa nostra umanità, redenta e trasfigurata.Qui ritorna un altro termine fondamentale di Paolo: σῶμα (sôma), il «corpo». Il cristianesimo non attende la liberazione dal corpo, ma la redenzione del corpo. E lo stesso Paolo, poco più avanti nel capitolo quindicesimo, parlerà della φθορά (phthorá), la «corruzione», affermando che ciò che viene seminato nella corruzione risorgerà nell'incorruttibilità (cf. 1Cor 15,42). φθορά (phthorá) indica ciò che si consuma, si deteriora, perde progressivamente la propria forma; è l'esperienza quotidiana della fragilità, della malattia, dell'invecchiamento e della vulnerabilità della carne. E proprio là dove l'esperienza umana vede soltanto deterioramento, la fede intravede già la possibilità della trasfigurazione.
Maria Assunta è la creatura nella quale questa promessa è già compiuta. Per questo la sua Assunzione non ci racconta soltanto qualcosa di Maria: ci racconta qualcosa di noi. Una riflessione recente della Commissione Teologica Internazionale ha ricordato che l'Assunzione di Maria «in corpo e anima» manifesta precisamente che l'uomo intero è destinatario della salvezza. Non una parte di noi, ma la persona nella sua integrità è chiamata a partecipare alla gloria di Cristo. Questa verità modifica radicalmente il modo cristiano di guardare alla vita e persino alla morte. La nostra esistenza non procede verso il nulla; il corpo non è destinato semplicemente alla dissoluzione; le nostre lacrime, le nostre fatiche, le sofferenze che nessuno vede e persino quelle ferite che sembrano aver deformato per sempre la nostra esistenza non possiedono l'ultima parola. L'ultima parola appartiene a Cristo risorto.È qui che nasce la speranza cristiana. Il Nuovo Testamento la chiama ἐλπίς (elpís): non l'ottimismo di chi presume che, in qualche modo, tutto finirà bene, ma l'attesa fiduciosa fondata su un evento già accaduto, la Risurrezione di Cristo. Anche la Scrittura ebraica conosce una parola intensa per dire la speranza: תִּקְוָה (tiqwàh), attesa, fiducia, tensione verso ciò che ancora non vediamo ma verso cui orientiamo la nostra esistenza. Tra עָפָר ('afàr), la polvere, e תִּקְוָה (tiqwàh), la speranza, si potrebbe quasi raccogliere tutta la condizione dell'uomo: siamo fragili e mortali, ma visitati da una promessa.
La differenza tra ottimismo e speranza cristiana è decisiva. L'ottimismo dipende dalle circostanze: cresce quando gli eventi sembrano favorevoli e si dissolve quando tutto sembra crollare. La speranza cristiana, invece, può resistere anche quando vengono meno le ragioni umane per sperare, perché non poggia sulla prevedibilità degli eventi, ma sulla fedeltà di Dio. Raniero Cantalamessa, parlando proprio di Maria, osserva che la perfezione della speranza consiste nel continuare a sperare quando sembra non esserci più alcuna ragione umana per farlo. E ricorda che questa fu la speranza di Maria sotto la Croce; per questo la pietà cristiana non sbaglia quando la invoca come Mater Spei, «Madre della speranza». Maria ha sperato quando la promessa sembrava smentita dal Calvario, quando davanti ai suoi occhi non vi era la gloria dell'Assunzione ma il sepolcro. Proprio per questo oggi può insegnare a sperare a noi. Benedetto XVI, nella Spe salvi, usa una categoria teologica particolarmente efficace: il messaggio cristiano non è soltanto «informativo», ma «performativo». Non comunica semplicemente qualcosa sul futuro, ma modifica il nostro modo di abitare il presente. «Chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova». La ἐλπίς (elpís) cristiana, dunque, non significa sapere anticipatamente come andranno le cose, ma sapere nelle mani di Chi rimangono le cose, anche quando non comprendiamo il loro sviluppo. È in questa prospettiva che Paolo può scrivere: spes non confundit, «la speranza non delude» (Rm 5,5). Non delude non perché ci risparmi il dolore, la perdita o la morte, ma perché nessuna di queste realtà possiede più il potere di pronunciare la parola definitiva sull'uomo.
Per questo la festa dell'Assunzione, nel cuore dell'estate, ci ricorda che il nostro destino ultimo non è la polvere della terra, ma la gloria del cielo. Maria ci precede come «segno di sicura speranza e di consolazione» (LG 68). Benedetto XVI, nella solennità dell'Assunta, formulava questa verità con un'espressione semplicissima e profondissima: «Dio è il cielo». E aggiungeva: «Lui è la nostra meta, la meta e la dimora eterna, da cui proveniamo e alla quale tendiamo». Il cielo cristiano, quindi, non è un luogo fantastico posto oltre le nuvole, ma la comunione piena e definitiva con Dio. Guardare Maria non significa allora fuggire dalla vita, ma imparare a guardarla da un punto di vista più alto. Ed è proprio qui che questa festa diventa particolarmente attuale. Viviamo in un tempo segnato da guerre, violenze, popoli costretti ad abbandonare la propria terra, famiglie attraversate da ferite profonde, anziani che sperimentano la fragilità del corpo, giovani che faticano talvolta persino a desiderare il futuro. Abbiamo conosciuto molte forme di progresso, ma non sempre abbiamo imparato a dare un senso al limite, alla sofferenza e alla morte. Quante volte gli eventi che attraversiamo sembrano rinchiuderci dentro l'orizzonte del presente. Una malattia, una perdita, una paura, una delusione, una ferita familiare, un futuro incerto possono diventare l'intero nostro orizzonte. Il dolore possiede infatti una forza particolare: restringe lo sguardo e tende a far coincidere tutta la vita con ciò che stiamo soffrendo. L'Assunta apre una breccia dentro questo orizzonte ristretto e ci ricorda che esiste un «oltre»: non un oltre immaginario o consolatorio, non una fuga spiritualistica dalla realtà, ma quello inaugurato dalla Risurrezione di Cristo.
La parola latina transcendere significa «andare oltre», «salire oltre». Ma la trascendenza cristiana non è disprezzo della terra: è la capacità di vivere la terra senza ridurre ad essa l'intero significato dell'esistenza. Maria è stata profondamente donna della terra: ha conosciuto una casa, una famiglia, il viaggio, l'esilio, l'incomprensione, la spada profetizzata da Simeone e l'ora terribile del Calvario. E proprio lei oggi ci appare interamente immersa nella gloria di Dio. Per questo la sua Assunzione parla in modo particolare a chi soffre. Essa ricorda all'anziano che il corpo fragile non è un corpo inutile, al malato che la malattia non coincide con la sua identità, a chi piange una persona amata che l'amore non viene semplicemente inghiottito dalla morte, a chi attraversa una stagione oscura che la notte non possiede l'eternità e a chi ha paura del futuro che il futuro ultimo dell'uomo non è affidato al caso, ma alle mani di Dio. Benedetto XVI, alla fine della Spe salvi, chiama Maria «stella di speranza». L'immagine riprende una lunga tradizione spirituale che trova una delle sue espressioni più belle in san Bernardo: Respice stellam, voca Mariam, «guarda la stella, invoca Maria». La stella non elimina il mare e non impedisce la tempesta; permette però di non perdere la rotta. Così Maria Assunta non sottrae la Chiesa alle tempeste della storia, ma le ricorda verso quale porto è diretta; non cancella la morte, ma mostra che la morte è già stata attraversata e vinta da Cristo.
A questo punto il discorso sulla speranza si ricongiunge naturalmente con quello sulla bellezza. Celebrare l'Assunta significa prendere coscienza che siamo chiamati a vivere già ora qualcosa della bellezza futura: la bellezza della pazienza dentro una famiglia, della fedeltà quando sarebbe più semplice abbandonare, della capacità di chiedere perdono, della prossimità a chi soffre, della cura verso chi è fragile e della comunione ecclesiale vissuta senza ricerca di ruoli o visibilità. La speranza cristiana, infatti, non consiste nell'attendere passivamente il cielo, ma comincia a rendere più bella la terra. Si comprende così la profonda unità tra il pulchrum, il bello, e la spes, la speranza. La bellezza cristiana apre un varco verso il futuro di Dio, mentre la speranza permette di riconoscere già nelle forme concrete del bene un anticipo di quella bellezza definitiva. E proprio per questo l'Apocalisse ci consegna una delle immagini più forti della solennità. La donna vestita di sole non appare in un cielo nel quale il drago sia assente. Il drago è presente, la lotta è reale, il dolore non viene negato, e tuttavia il male non possiede l'ultima parola. La fede cristiana non finge che le guerre non esistano, che le famiglie non conoscano ferite, che il corpo non si ammali o che la morte non faccia paura. Ma sopra la scena tormentata della storia continua ad apparire «una donna vestita di sole» (Ap 12,1). La luce non elimina immediatamente la lotta, ma ne annuncia l'esito.
Maria, «primizia e immagine della Chiesa nella sua pienezza» (Prefazio), ci mostra dunque che il nostro cammino non finisce nella polvere, ma nella gloria. La parola di Genesi, עָפָר ('afàr), «polvere», sembrava aver descritto definitivamente il destino dell'uomo; la Pasqua introduce invece nella storia la parola ἀνάστασις (anástasis), «risurrezione». Tra עָפָר ('afàr) e ἀνάστασις (anástasis), tra la polvere e la risurrezione, si colloca tutto il mistero della nostra esistenza cristiana. L'Assunzione è, in questo senso, quasi la risposta pasquale di Dio alla polvere dell'uomo. La polvere non è più l'ultima dimora. In Maria, la materia stessa della nostra umanità è già stata raggiunta dalla gloria. Per questo il cristiano può attraversare il tempo senza idolatrarlo, amare la vita senza aggrapparvisi disperatamente, custodire il corpo senza farne un assoluto e guardare persino alla morte senza considerarla l'ultima parola. «Chi ha speranza vive diversamente», afferma Benedetto XVI. E Maria Assunta oggi ci mostra precisamente perché: si vive diversamente quando si conosce la meta, si attraversa diversamente una notte quando si sa che non sarà eterna, si porta diversamente una croce quando si sa che il Crocifisso è risorto, si guarda diversamente perfino alla polvere quando si crede nella risurrezione della carne.
Per questo, quando tutto sembra spingerci a guardare soltanto verso il basso, la Chiesa il 15 agosto ci invita ad alzare gli occhi. Non per dimenticare la terra, ma per ricordare che la terra non è tutto; non per fuggire dalla storia, ma per attraversarla senza perdere la speranza; non per disprezzare la nostra fragilità, ma per sapere che persino questa nostra fragile carne è chiamata alla gloria. Maria è già là dove noi speriamo di arrivare. E guardando lei possiamo ancora credere che, nonostante tutto, il nostro destino non è la polvere.
3. Alzare lo sguardo senza fuggire dalla storia
L'Assunzione di Maria non ci sottrae alla storia, né ci consegna a una spiritualità disincarnata. Al contrario, proprio perché ci orienta verso il compimento ultimo dell'esistenza, ci restituisce alla storia con uno sguardo nuovo, più libero e più profondo. Il rischio, quando parliamo del cielo, è quello di pensarlo come il contrario della terra, quasi fosse un luogo lontano nel quale rifugiarsi per non vedere più le contraddizioni, le ferite e le fatiche del presente. Ma la fede cristiana non è evasione e la trascendenza non coincide con una fuga dalla realtà. Il latino transcendere, «andare oltre», non significa negare ciò che sta davanti ai nostri occhi, ma riconoscere che ciò che vediamo non esaurisce tutta la realtà e non contiene l'ultima parola sul destino dell'uomo.
Maria Assunta è precisamente il segno di questo «oltre». Non perché abbia vissuto lontano dalle vicende concrete della vita, ma perché ha attraversato fino in fondo la condizione umana lasciandosi continuamente aprire da Dio a un orizzonte più grande. Ha conosciuto la semplicità di Nazaret, l'incertezza, il viaggio, l'esilio, la fatica, l'incomprensione, la sofferenza e infine il dramma del Calvario. La sua esistenza non è stata preservata dalla storia, ma immersa nella storia; e tuttavia nessuna delle circostanze attraversate è riuscita a rinchiudere il suo cuore nel limite del presente.
Per questo l'Assunta diventa una parola particolarmente necessaria nel nostro tempo. Viviamo in una stagione nella quale l'orizzonte sembra spesso restringersi: guerre, violenze, conflitti, migrazioni forzate, fragilità familiari e sociali, solitudini, incertezza per il futuro. Il rischio è quello di abituarci al male oppure, all'opposto, di lasciarci completamente assorbire da esso, fino a considerarlo quasi l'unica possibile chiave di lettura della storia. La Scrittura, invece, non nasconde la lotta ma non la assolutizza. Nell'Apocalisse la donna vestita di sole appare mentre il drago è ancora presente: il male non è semplicemente rimosso, ma viene collocato dentro una storia il cui esito appartiene a Dio. In questo senso è significativo il linguaggio biblico. L'ebraico conosce il termine מִלְחָמָה (milchamàh), «guerra, combattimento», ma accanto ad esso custodisce la parola שָׁלוֹם (shalòm), che non significa soltanto assenza di conflitto, bensì pienezza, integrità, armonia, vita ricomposta. La storia umana conosce la מִלְחָמָה (milchamàh), ma il disegno di Dio tende allo שָׁלוֹם (shalòm). L'Assunta, nella sua persona interamente riconciliata e glorificata, rappresenta già questa pienezza verso la quale Dio conduce la creazione.
La prospettiva è profondamente paolina. Nella Lettera agli Efesini san Paolo descrive il disegno divino attraverso il verbo ἀνακεφαλαιώσασθαι (anakephalaiṓsasthai), «ricapitolare», «ricondurre sotto un unico capo»: Dio vuole «ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra» (Ef 1,10). L'Assunzione di Maria va letta dentro questo grande movimento cristologico: in lei non viene salvata soltanto un'anima, ma una persona nella sua interezza; non viene glorificata una dimensione spirituale separata dalla carne, ma l'umanità tutta intera raggiunta dalla grazia del Risorto. È proprio per questo che Maria è anche immagine della Chiesa. Il Concilio Vaticano II afferma che «la Madre di Gesù, come in cielo, glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è l'immagine e la primizia della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura» e che «brilla come segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in cammino» (LG 68).
La Chiesa, dunque, contempla in Maria ciò che essa stessa spera di diventare. Questa prospettiva impedisce di ridurre la devozione mariana a un sentimentalismo individuale. Maria appartiene al mistero della Chiesa e ne manifesta anticipatamente la forma escatologica. La Congregazione per l'Educazione Cattolica ha espresso questo rapporto con particolare chiarezza affermando che Maria, assunta in corpo e anima, è «immagine escatologica e primizia della Chiesa», nella quale la Chiesa contempla ciò che desidera e spera di essere. Qui acquista rilievo anche la categoria paolina di πολίτευμα (políteuma), «cittadinanza», «appartenenza», quando l'Apostolo afferma: «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli» (Fil 3,20). La cittadinanza celeste non sottrae il cristiano alle responsabilità terrene, ma gli impedisce di identificarsi completamente con le logiche dominanti del tempo. Chi sa di appartenere a Dio può abitare la storia senza idolatrare il potere, il successo, l'immagine, la forza o il possesso; può attraversare il presente senza assolutizzarlo e può persino opporsi alle logiche della violenza proprio perché sa che esse non costituiscono il destino ultimo dell'uomo.
Sant'Agostino, nel De civitate Dei, ha espresso questa tensione mediante la distinzione tra civitas Dei e civitas terrena. Non si tratta di due città geograficamente separate, ma di due logiche profonde del vivere: una centrata sull'amore di Dio fino al dono di sé, l'altra sull'amore disordinato di sé fino alla chiusura verso l'altro. Maria appartiene interamente alla civitas Dei, non perché abbia vissuto fuori dal mondo, ma perché nel mondo ha scelto radicalmente la logica dell'accoglienza, del servizio e dell'obbedienza. Il suo fiat ne è la manifestazione più pura. La parola latina fiat, «avvenga», traduce l'atteggiamento di una libertà che non si chiude su se stessa ma si lascia attraversare dalla grazia. La Commissione Teologica Internazionale ha ricordato che proprio in Maria appare esemplarmente come la grazia non annulli la libertà, ma ne susciti il consenso e la conduca alla propria pienezza. Questo punto possiede anche una forte valenza ecclesiologica. Joseph Ratzinger ha più volte mostrato come la dimensione mariana preceda, in un certo senso, quella puramente funzionale della Chiesa: prima di ogni ministero, struttura o attività, la Chiesa è chiamata a ricevere, ad ascoltare, a lasciarsi generare dalla Parola e a rispondere con il proprio fiat. Non è anzitutto la comunità che produce la salvezza, ma la comunità che la riceve e la testimonia. Hans Urs von Balthasar ha sviluppato ulteriormente questa intuizione mostrando che la forma mariana della Chiesa custodisce il primato dell'accoglienza rispetto alla pura efficienza. In Maria la Chiesa appare anzitutto come colei che si lascia raggiungere dalla grazia e che, proprio per questo, può diventare feconda. La sua grandezza non consiste nell'occupare il centro, ma nel lasciare trasparire Cristo.
Questa visione corregge anche alcune tentazioni molto contemporanee della vita ecclesiale. Una comunità troppo preoccupata dell'immagine, dei numeri, della propria visibilità, dei ruoli o del riconoscimento sociale rischia facilmente di perdere il proprio centro. Maria ricorda alla Chiesa che la fecondità non nasce dall'autopromozione, ma dalla disponibilità a Dio; non dall'affermazione di sé, ma dalla capacità di fare spazio; non dalla ricerca del prestigio, ma dal servizio. Paolo VI, nella Signum Magnum, descrive Maria come «ferma nella fede, pronta alla obbedienza, semplice nell'umiltà, esultante nel magnificare il Signore, ardente nella carità, forte e costante nell'adempiere la sua missione». È un ritratto che può diventare anche un programma ecclesiale. La Chiesa diventa veramente mariana quando la fede non è pretesa di possesso, quando l'obbedienza non è servilismo ma ascolto, quando l'umiltà non è debolezza ma libertà dall'ego, quando la carità diventa forma concreta delle relazioni. In questo senso l'Assunzione non ci spinge a guardare il cielo dimenticando la terra, ma a vivere la terra alla luce del cielo. Benedetto XVI, nella Spe salvi, utilizza l'immagine della «stella del mare» e presenta Maria come «stella di speranza» per l'uomo che naviga nel mare della storia, spesso oscuro e tempestoso. La stella non elimina il mare e non impedisce la tempesta, ma permette di non perdere la direzione.
Questa immagine interpreta bene anche la missione della Chiesa nel presente. Non siamo chiamati a negare le tempeste del nostro tempo, ma a non smarrire la rotta dentro di esse. La speranza cristiana diventa credibile quando assume una forma concreta: quando genera prossimità invece di indifferenza, perdono invece di rancore, cura invece di scarto, riconciliazione invece di conflitto. È qui che lo שָׁלוֹם (shalòm) biblico cessa di essere un'idea astratta e diventa compito. Non possiamo invocare la pace tra i popoli e nello stesso tempo alimentare le piccole guerre dentro le famiglie, le comunità e le relazioni quotidiane. Non possiamo contemplare Maria Assunta come immagine dell'umanità riconciliata e poi accettare con leggerezza divisioni, rivalità, gelosie, esclusioni. Il cielo che celebriamo deve cominciare a lasciare qualche traccia nella terra che abitiamo. Per questo l'Assunta è anche profezia di un'umanità nuova. In lei contempliamo una creatura nella quale la grazia non ha distrutto la natura ma l'ha portata alla sua pienezza; una persona nella quale corpo e spirito, libertà e obbedienza, terra e cielo non sono più contrapposti. La sua glorificazione annuncia che la salvezza cristiana non è diminuzione dell'umano ma suo compimento. Benedetto XVI ha osservato che Maria, proprio perché assunta in corpo e anima, mostra che l'intera persona è destinata alla vita in Dio. L'Assunzione «evoca un mistero che interessa ciascuno di noi», perché la glorificazione di Maria manifesta il destino al quale è chiamato il popolo di Dio.
Alla luce di tutto questo, la trascendenza cristiana acquista un significato molto concreto. Alzare lo sguardo non significa disprezzare ciò che è terreno, ma sottrarlo all'idolatria. Significa amare la vita senza pretendere che sia eterna in questa forma; custodire il corpo senza trasformarlo in un assoluto; servire la Chiesa senza appropriarsene; usare le cose senza diventarne schiavi; attraversare la storia senza consegnarle tutta la nostra speranza.
Maria Assunta ci insegna, allora, che l'uomo è veramente fedele alla terra soltanto quando non dimentica il cielo. Proprio perché conosce la meta può assumersi con maggiore responsabilità il cammino. Proprio perché attende la ricapitolazione di tutte le cose in Cristo può lavorare già ora per riconciliare ciò che è diviso, custodire ciò che è fragile e introdurre dentro la storia qualche frammento di שָׁלוֹם (shalòm). La Chiesa è ancora peregrinans, pellegrina; Maria è già immagine del suo compimento. Tra queste due realtà si colloca la nostra esistenza cristiana: dentro il tempo, ma orientata all'eternità; immersa nella storia, ma non rinchiusa nella storia; con i piedi sulla terra e lo sguardo rivolto verso quella patria della quale, come ricorda Paolo, possediamo già la πολίτευμα (políteuma), la cittadinanza. L'Assunta, dunque, non ci insegna a fuggire dalla storia, ma a non lasciarci imprigionare da essa. Ci ricorda che il presente è importante, ma non è definitivo; che il male è reale, ma non eterno; che la terra è la nostra dimora presente, ma non il nostro ultimo destino. E proprio perché sappiamo verso dove siamo diretti, possiamo abitare questa terra con maggiore responsabilità, più libertà e una speranza più ostinata.
Conclusione
Oggi, dunque, alzare gli occhi verso Maria Assunta significa tornare a credere che la vita possiede una direzione e che la storia dell'uomo, pur attraversata dalla fragilità, dal peccato e dalla morte, non è consegnata al nulla. Le letture di questa solennità ce lo hanno mostrato attraverso tre immagini che, alla fine del nostro percorso, convergono in un unico annuncio: la donna del Magnificat ci insegna che Dio compie grandi cose nella piccolezza di chi si affida a lui; la donna vestita di sole ci ricorda che la luce di Dio rimane più forte di ogni tenebra; san Paolo ci annuncia che Cristo risorto è la ἀπαρχή (aparchḗ), la «primizia», di una vita che la morte non può più distruggere. Maria è già tutta dentro questa vittoria. In lei ciò che per noi è ancora speranza è diventato compimento; ciò che attendiamo nella fede è già realtà; ciò che la nostra carne sperimenta come φθορά (phthorá), corruzione e fragilità, è stato raggiunto dalla potenza trasfigurante della ἀνάστασις (anástasis), la Risurrezione. Per questo l'Assunta non ci invita a disprezzare la terra, ma a viverla senza trasformarla nell'unico nostro orizzonte. Non ci chiede di fuggire dal mondo, ma di abitarlo con il cuore rivolto all'eternità. Non ci sottrae alle fatiche del presente, ma impedisce che le fatiche del presente diventino più grandi della nostra speranza. La trascendenza cristiana non è evasione dalla realtà, bensì la capacità di riconoscere che la realtà visibile non esaurisce tutto ciò che siamo e tutto ciò per cui siamo stati creati. Sant'Agostino, all'inizio delle Confessioni, esprime questa tensione con una delle parole più profonde della tradizione cristiana: fecisti nos ad te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te, «ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». L'uomo porta dentro di sé questa inquietudine perché nessuna realtà finita può colmare definitivamente un desiderio che è aperto all'infinito. L'Assunzione di Maria manifesta precisamente il compimento di questa vocazione: una creatura interamente introdotta nella comunione con Dio, senza che nulla della sua umanità vada perduto. Ecco perché la festa odierna possiede una forza particolare proprio per il nostro tempo. Siamo immersi in una cultura che tenta spesso di costruire l'esistenza dentro il solo orizzonte dell'immanenza, come se tutto dovesse trovare spiegazione, soddisfazione e compimento dentro il tempo presente. Eppure, proprio questo nostro tempo, nonostante l'enorme sviluppo delle possibilità umane, manifesta una profonda inquietudine: cresce il bisogno di apparire, aumenta la paura dell'invecchiamento, si tenta di rimuovere la morte e, nello stesso tempo, si moltiplicano forme di solitudine, insoddisfazione e smarrimento. Maria Assunta rompe questo orizzonte chiuso. Ci ricorda che non siamo soltanto ciò che riusciamo a costruire, possedere o mostrare; che il corpo non vale soltanto finché rimane giovane, efficiente e desiderabile; che la vecchiaia non è il fallimento della vita; che la malattia non cancella la dignità della persona; che persino la morte non definisce definitivamente ciò che siamo. L'antica parola di Genesi, עָפָר ('afàr), «polvere», non è stata cancellata: continuiamo a sperimentare la fragilità della carne e il limite del tempo. Ma dentro questa polvere la Pasqua ha deposto una promessa. Per questo spes non confundit, «la speranza non delude» (Rm 5,5). Il cristiano non nega di essere polvere, ma sa che la polvere è stata visitata dalla Risurrezione. E allora comprendiamo anche il significato più profondo della bellezza che abbiamo contemplato in Maria. Non è la bellezza fragile dell'apparenza, destinata inevitabilmente a consumarsi; non è il pulchrum ridotto ad esteriorità, ma lo splendore di un'umanità pienamente raggiunta dalla grazia. Maria è bella perché Dio ha potuto compiere in lei la sua opera senza incontrare la resistenza di un io chiuso su se stesso. La sua bellezza è la bellezza dell'accoglienza, dell'obbedienza, della libertà, dell'amore e della totale appartenenza a Cristo. Celebrare l'Assunta significa allora imparare già ora qualcosa di questa bellezza. Significa permettere alla grazia di rendere più belle le nostre relazioni, più misericordioso il nostro sguardo, più fedeli i nostri affetti, più paziente la nostra presenza accanto a chi soffre, più autentica la vita delle nostre comunità. Se la speranza cristiana non modifica il nostro modo di vivere, rischia di rimanere una parola vuota; se il cielo che attendiamo non comincia a rendere più abitabile la terra, non abbiamo ancora compreso fino in fondo ciò che celebriamo.
Vergine Maria, Donna vestita di sole (cf. Ap 12,1), tu che vivi nella totalità della tua persona nella gloria di Dio, guarda alla nostra umanità stanca e oppressa da ogni bruttura morale, spirituale e sociale con cui ogni giorno dobbiamo fare i conti. Guarda alle nostre paure, alle ferite delle nostre famiglie, alle guerre che continuano a insanguinare la terra, alle solitudini, alle malattie, alle fragilità che spesso non sappiamo accogliere e alle speranze che rischiano di spegnersi. Fa' che, contemplandoti quale primizia della Chiesa nella sua pienezza e creatura già partecipe della vittoria pasquale di Cristo, restiamo affascinati e innamorati della bellezza vera: quella che tu hai concepito nel tuo grembo e donato al mondo, Cristo tuo Figlio. Fa' che impariamo da te a non trattenere la vita per noi stessi, ma a consegnarla; a non misurare tutto secondo ciò che passa, ma secondo ciò che rimane; a non lasciarci imprigionare dal presente, ma a custodire nel cuore la nostalgia dell'eternità. Tra le vie attuali di un immanentismo esasperato ed esasperante, la Vergine Maria Assunta continua a farci respirare l'aria sana della trascendenza. E forse questo è il dono più bello della festa di oggi: ricordarci che siamo fatti di terra, ma non siamo fatti per rimanere nella terra; attraversiamo il tempo, ma siamo chiamati all'eternità; portiamo nella carne le ferite e le rughe della storia, ma siamo destinati alla bellezza. Non una bellezza immaginaria, costruita per sottrarci alla realtà, ma quella bellezza che in Maria oggi contempliamo già pienamente compiuta e che, nella fede, attendiamo anche per noi.
Una bellezza che non tramonta perché non nasce dall'apparenza.
Una bellezza che la morte non può corrompere perché viene dalla Pasqua.
Una bellezza che ha un nome e un volto: Cristo, suo Figlio e nostro Signore.
Vergine Maria, Donna vestita di sole,
illumina il tempo in cui viviamo, così denso di ombre e di oscurità. Donaci un riflesso della tua luce e della tua bellezza, perché anche noi possiamo rendere più bello questo mondo e attraversare la storia senza smarrire la speranza. Sostienici nell'attesa di raggiungerti un giorno in cielo, dove ci hai preceduti nella gloria del corpo e dell'anima e da dove continui a guardarci come Madre amorevole. Accompagna i nostri passi e conduci il nostro sguardo verso tuo Figlio Gesù, luce del mondo, bellezza che non tramonta e speranza che non delude.
don Nicola De Luca


