IL VOLTO CHE ILLUMINA LA CROCE

DOMENICA 01 MARZO 2026
II DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A
Il suo volto brillò come il sole Mt 17,1-9
Introduzione
Nella liturgia odierna passiamo dal deserto delle tentazioni, in cui Cristo vince con la forza della Parola del Padre, e veniamo proiettati verso un'icona totalmente diversa che richiama le grandi teofanie del Primo Testamento, dove Dio si rivela nel Figlio per ciò che è e per ciò che sarà. Il passaggio è netto ma non contraddittorio. Il deserto e il monte non si oppongono: si illuminano reciprocamente. Nel deserto Gesù manifesta l'obbedienza filiale, quell'atteggiamento che il Deuteronomio riassume nel grande שְׁמַע (Shema'), "Ascolta, Israele" (Dt 6,4), che non è semplice udire ma adesione totale. Sul monte invece si manifesta la sua identità profonda. La Quaresima ci educa così a comprendere che non c'è gloria senza obbedienza, non c'è δόξα (doxa) senza croce. Origene scriveva che Cristo «si lascia tentare per insegnarci a vincere» e si lascia trasfigurare per insegnarci «quale sia la meta del cammino» (Commento a Matteo). La liturgia crea dunque un movimento pedagogico: dalla lotta alla luce, dalla prova alla rivelazione, dal combattimento alla contemplazione. Ci troviamo su un monte che, prima ancora di essere un luogo geografico, identificato dal II sec. d.C. con il Tabor, è un luogo teologico e spirituale. Il monte, nella tradizione biblica, è l'ambito dell'incontro di Dio con l'uomo, lo spazio delle grandi teofanie, il sito dove l'Altissimo dimora per la sua configurazione più vicina al cielo. Gesù vi sale portando con sé coloro i quali nella Chiesa primitiva erano considerati "le colonne": gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni. Il monte è sempre luogo di rivelazione e di decisione. Pensiamo al Sinai, dove Mosè entra nella nube e riceve la Torah; pensiamo al Carmelo, dove Elia riconosce Dio non nel terremoto ma nella «voce di silenzio sottile», קוֹל דְּמָמָה דַקָּה (qol demamah daqqah) (1Re 19,12). Il monte è il punto in cui la terra sembra toccare il cielo, ma soprattutto è il punto in cui l'uomo si espone alla presenza di Dio. Gregorio di Nissa, nella sua Vita di Mosè, afferma che la salita al monte è simbolo di un cammino infinito: salire verso Dio significa entrare in una luce che non si esaurisce mai. Anche qui la Trasfigurazione non è una pausa estetica, ma una rivelazione dinamica: chi sale con Cristo è chiamato a lasciarsi trasformare. Il testo dice che Gesù "li prese con sé". Non è un dettaglio secondario. È la pedagogia della rivelazione: non tutto è dato a tutti nello stesso momento. Pietro, Giacomo e Giovanni sono quelli che saranno anche nel Getsemani. Vedranno la luce e vedranno l'agonia. La Chiesa primitiva li chiamava "colonne" (Gal 2,9), non perché privilegiati, ma perché resi testimoni qualificati del mistero pasquale nella sua totalità: gloria e abbassamento, κένωσις (kenōsis) e splendore. Benedetto XVI, commentando questo brano, ha scritto che la Trasfigurazione è «un anticipo della risurrezione, ma anche un'illuminazione della croce». Senza il monte della luce, il Golgota sarebbe scandalo puro; senza il Golgota, il Tabor sarebbe illusione mistica. La II Domenica di Quaresima ci pone così davanti a un paradosso: il volto che brilla come il sole è lo stesso volto che sarà sfigurato. La liturgia ci educa a tenere insieme questi due poli. La luce non cancella la croce, la attraversa.
1. Una rivelazione per la missione, non un privilegio
La Trasfigurazione, narrata in Matteo 17,1-9, solleva una domanda che risuona attraverso i secoli e che interpella anche la nostra esperienza di Dio: perché Gesù si mostra trasformato solo a Pietro, Giacomo e Giovanni? Non è forse un gesto di preferenza, quasi di parzialità? La domanda tocca un punto delicato della nostra sensibilità spirituale. Noi siamo spesso tentati di misurare l'agire di Dio con criteri umani di equità immediata. Eppure nella Scrittura la rivelazione segue una logica che non è quella della distribuzione aritmetica, ma quella della chiamata. Gesù stesso dirà: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). L'elezione non è esclusione, ma servizio. È ciò che nel Primo Testamento è espresso con il verbo ebraico בָּחַר (bachar), "scegliere", che indica sempre una scelta in vista di una missione.
La tradizione cattolica ha sempre interpretato questo episodio non come un privilegio gratuito, ma come un gesto pedagogico e missionario. I tre discepoli, infatti, saranno al fianco di Gesù nei momenti più delicati del suo ministero pubblico: alla risurrezione della figlia di Giairo e soprattutto al Getsemani. Non sono "i preferiti" in senso sentimentale, ma coloro che sono preparati ad affrontare i passaggi cruciali della rivelazione: la manifestazione della gloria e lo scandalo della croce.
Qui emerge una dinamica profondamente pasquale. Gli stessi che vedono la luce della δόξα (doxa) sul monte saranno testimoni della notte dell'agonia. Il Tabor è dato in funzione del Getsemani. La gloria anticipata serve a non soccombere nello scandalo. San Leone Magno afferma in un celebre sermone sulla Trasfigurazione: «Il Signore manifestò la sua gloria davanti a testimoni scelti, affinché lo scandalo della croce non turbasse la fede dei discepoli» (Sermo 51). È una luce data per attraversare il buio. La visione sul Tabor è data loro come prefigurazione e sostegno per la notte che li attende. Non è una ricompensa, ma una responsabilità. Pietro, nella sua seconda lettera, potrà affermare di aver visto con i suoi occhi la grandezza del Signore, e quella testimonianza non rimane personale, ma diventa patrimonio della Chiesa.
L'espressione greca usata in 2Pt 1,16 è significativa: «ἐπόπται γενηθέντες (epoptai genēthentes)», "divenuti testimoni oculari". Non semplici spettatori, ma iniziati al mistero. Ciò che è stato visto deve essere annunciato. Hans Urs von Balthasar osserva che la rivelazione cristiana non è mai possesso privato, ma sempre missione ecclesiale: ciò che è contemplato va consegnato. Pietro non trattiene la luce, la trasmette. Nella Scrittura, Dio agisce spesso attraverso piccoli gruppi che rappresentano il tutto. Mosè sale sul Sinai con pochi, non per escludere il popolo, ma perché la rivelazione è graduale e mediata. Allo stesso modo, Gesù conduce i tre discepoli appartati su un alto monte, manifestando una pedagogia della progressività. Non tutto si rivela a tutti nello stesso momento, e questo non significa ingiustizia, ma saggezza.
Gregorio Nazianzeno ricorda che Dio si rivela «secondo la capacità di chi ascolta». La rivelazione è sempre proporzionata alla maturità del cuore. C'è una οἰκονομία (oikonomía) divina, una sapienza nel modo di dispensare il mistero. Anche l'esperienza spirituale personale conosce questa gradualità: ci sono tempi di luce e tempi di silenzio, tempi di comprensione e tempi di attesa. I tre apostoli, nella tradizione ecclesiale, assumono un valore simbolico: Pietro rappresenta la fede e la guida, Giacomo il martirio e la testimonianza, Giovanni la contemplazione e la teologia. In loro è raffigurata l'intera Chiesa chiamata a custodire, testimoniare e contemplare il mistero di Cristo. La Trasfigurazione, dunque, non instaura una gerarchia di affetti, ma definisce una missione di testimonianza.
Potremmo dire che in Pietro c'è la confessio fidei, in Giacomo la testimonianza fino al sangue, in Giovanni la profondità contemplativa che saprà scrivere «e il Verbo si fece carne» (Gv 1,14). I tre insieme raffigurano la Chiesa nella sua triplice dimensione: credere, soffrire, contemplare. Come scrive san Beda il Venerabile, «furono scelti tre affinché nella bocca di due o tre testimoni ogni parola fosse confermata» (cfr. Dt 19,15). La rivelazione ha bisogno di testimoni credibili. Non c'è dunque parzialità, ma responsabilità. Non c'è preferenza affettiva, ma investitura ecclesiale. Il Tabor non è un premio, è una consegna.
2. Tra annuncio della Passione e rivelazione della gloria
C'è poi un dato umano e spirituale che non va trascurato: subito prima Gesù aveva annunciato la sua passione e Pietro aveva reagito con incomprensione. La rivelazione della gloria serve a sostenere la fede fragile, non a esaltare un merito. Paradossalmente, gli stessi che vedono la luce sul monte dormiranno nell'ora decisiva del Getsemani. Questo dettaglio evangelico smonta ogni lettura meritocratica e ci ricorda che la scelta è grazia, non ricompensa. Il contesto immediato è decisivo. In Mt 16,21 Gesù «cominciò a spiegare» ai discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto. Il verbo greco è δεῖ (dei): "è necessario". Non un destino cieco, ma una necessità inscritta nel disegno salvifico. Pietro però reagisce secondo logiche umane: «Questo non ti accadrà mai». È lo scandalo della croce, ciò che Paolo chiamerà σκάνδαλον (skándalon) (1Cor 1,23). La Trasfigurazione interviene proprio qui: quando la fede vacilla davanti al mistero di un Messia sofferente.
Gli stessi che vedono la luce dormiranno nell'ora dell'agonia (Mt 26,40). Questo contrasto è teologicamente potentissimo. La luce non elimina la fragilità. La grazia non annulla la debolezza. Come scrive san Giovanni Crisostomo, «il Signore mostrò loro la gloria, ma non tolse loro la debolezza, perché imparassero che tutto è dono». La scelta è χάρις (cháris), grazia pura. Gesù non fa parzialità nel senso umano del termine, ma affida compiti diversi secondo un disegno di salvezza che mira al bene di tutti. La luce concessa a pochi è destinata a diventare luce per molti, e ciò che avviene in disparte sul monte è ordinato alla fede dell'intera comunità dei discepoli.
Qui si può leggere la logica ecclesiale della rivelazione. La fede nasce sempre da una testimonianza mediata. Come ricorda Dei Verbum, Dio «ha voluto rivelarsi e comunicare se stesso». La rivelazione non è esperienza privata, ma evento per il popolo. Ciò che accade sul monte è ecclesiale fin dall'inizio. La luce è concentrata per essere irradiata. Come ha scritto Christoph Schönborn, teologo e arcivescovo di Vienna: «La Trasfigurazione è la promessa che la nostra vita, segnata dalla sofferenza e dall'oscurità, è chiamata a brillare di una luce che nasce dall'incontro con Cristo. È una rivelazione anticipata della dignità e della destinazione ultima di ogni essere umano, chiamato ad essere trasfigurato nella comunione con Dio.»
Il grande inno di Filippesi 2,6-11 utilizza il verbo ἐκένωσεν (ekénōsen): svuotò se stesso. Da qui il termine teologico κένωσις (kenōsis). Non perdita della divinità, ma abbassamento nell'assunzione della condizione umana. Tommaso d'Aquino chiarirà che l'umiliazione riguarda la condizione assunta, non la natura divina. La gloria non viene meno, si vela. Il riferimento al Servo sofferente rimanda ai canti di Isaia (Is 52–53), dove il termine ebraico עֶבֶד (ʿeved) indica il servo scelto da Dio per portare il peso del peccato. «Per le sue piaghe siamo stati guariti» (Is 53,5). La Trasfigurazione non contraddice il Servo sofferente, ma lo illumina dall'interno. La gloria che appare è la stessa che si manifesterà paradossalmente nell'obbedienza fino alla morte. Benedetto XVI ha scritto che la Trasfigurazione è «l'interpretazione anticipata della croce». Senza questa luce, la croce resterebbe incomprensibile; senza la croce, la luce sarebbe mistica evasione.
Ovviamente il retroscena della croce non è la fine, ma la gloria, l'eternità e la risurrezione. Dunque l'evento della Trasfigurazione, mutamento di forma, metamorfosi, è un vero cambiamento delle fattezze di Cristo Gesù. Il volto splendente come il sole, le vesti bianchissime e luminose: è lo stesso Cristo che svela la sua intrinseca identità divina, anche se unita all'umanità nella Persona del Verbo. Rivela ai tre apostoli la gloria che aveva presso il Padre prima dell'incarnazione e la gloria che avrà immediatamente dopo la risurrezione. Il corpo risorto di Cristo sarà il suo stesso corpo, ma spiritualizzato, luminoso e glorioso, quale primizia e prefigurazione della nostra risurrezione della carne, così come professiamo nella professione di fede.
Il verbo usato da Matteo è μετεμορφώθη (metemorphōthē): fu trasfigurato. Non indica un cambiamento di natura, ma una manifestazione della forma profonda. È la rivelazione di ciò che è sempre stato. San Massimo il Confessore afferma che Cristo «mostra ai discepoli la bellezza nascosta della sua divinità». Non diventa altro: si manifesta. Il volto che brilla come il sole richiama Daniele 7 e la figura del Figlio dell'uomo, ma anche l'esperienza di Mosè il cui volto risplendeva dopo aver parlato con Dio (Es 34,29). Qui però la luce non è riflessa, è originaria. È la δόξα che nel Primo Testamento era la כָּבוֹד (kavod), il peso della presenza divina. In Cristo la gloria non abita fuori, ma in Lui.
La menzione del corpo spiritualizzato rimanda a 1Cor 15,44: «Si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale». Paolo non intende un corpo immateriale, ma un corpo totalmente permeato dallo Spirito. Cristo è «primizia» ( ἀπαρχή – aparchē ) della nostra risurrezione. Ciò che appare sul Tabor è anticipazione escatologica. Gesù vuole che questa visione si imprima nel cuore dei tre affinché non si scandalizzino nell'ora della sfigurazione. È un imprimersi nel cuore, quasi una memoria pasquale. La tradizione orientale parla della luce del Tabor come luce "increata", anticipo della vita eterna. Ma questa luce non elimina la notte, la attraversa. La fede cristiana non è fuga dalla croce, ma attraversamento nella speranza.
A questo proposito, il teologo contemporaneo Rowan Williams osserva: «La Trasfigurazione ci mostra che la gloria di Dio non è una fuga dalla realtà, ma la sua piena penetrazione: la luce che illumina il volto di Cristo è la stessa che ci sostiene nel buio delle nostre prove». Questa visione ci invita a riconoscere che la speranza cristiana nasce proprio dall'incontro tra la luce divina e la fragilità umana. Il Tabor è memoria per il Getsemani. La luce è data per non disperare quando il volto sarà coperto di sputi e sangue. La Trasfigurazione non è evasione dalla storia, è promessa dentro la storia.
3. Ascoltatelo: la via della vera trasfigurazione
All'improvviso appaiono insieme a Gesù Mosè ed Elia, considerato uno dei più grandi precursori, simbolo della Legge e dei Profeti, di tutto l'Antico Testamento, insomma. Gesù è al centro. Egli è compimento e adempimento dell'antica alleanza. Non annulla. Compie. La presenza di Mosè ed Elia non è decorativa, ma teologica. Mosè rappresenta la Torah, la Legge; Elia i Nevi'îm, i Profeti. In loro è racchiusa tutta la rivelazione precedente. Matteo sembra voler dire che l'intera storia d'Israele converge su Cristo. Come dirà lo stesso Gesù nel discorso della montagna: «Non sono venuto ad abolire, ma a dare compimento» (Mt 5,17). Il verbo greco è πληρῶσαι (plērōsai): portare a pienezza. Origene osserva che Mosè ed Elia parlano con Gesù della sua "dipartita", come dirà Luca, usando il termine ἔξοδος (exodos): il suo esodo pasquale. L'Antico Testamento dialoga con Cristo perché in Lui trova il suo senso ultimo. Non c'è rottura, ma compimento.
Pietro è estasiato e rapito da questa visione che lo porta ingenuamente a dire: è bello per noi stare qui. Facciamo tre capanne. Ma non è ancora il momento per rimanere lì. Bisogna scendere tra le piaghe e le pieghe della storia. L'espressione «è bello per noi stare qui» traduce il greco καλόν ἐστιν (kalón estin): è cosa bella, buona, desiderabile. È l'esperienza autentica della consolazione spirituale. Ma Pietro vorrebbe fissare l'istante, fermare la luce. Le tre tende richiamano la festa ebraica delle Sukkôt, le capanne del deserto, memoria del cammino. Ma la tenda definitiva non è ancora eretta. La gloria piena passerà attraverso la croce. Qui possiamo ricordare quanto scrive san Gregorio Magno: «Pietro amava la vita contemplativa, ma non aveva ancora imparato che la via passa per la passione». La contemplazione non è fuga, è forza per la missione. Il Tabor non sostituisce il Golgota.
L'invito di Pietro è interrotto dalla presenza della nube luminosa che adombra il trittico teofanico. Richiama evidentemente la nube ardente di cui ci parla il libro dell'Esodo, che custodiva e proteggeva gli Israeliti nel deserto. E qui giunge probabilmente il momento più importante: la voce del Padre che rivela chi è Gesù, il suo amato Figlio, il Figlio unigenito consustanziale a Lui, in cui si compiace perché sempre obbediente alla sua volontà, aggiungendo la frase chiave che né gli apostoli, né i discepoli, né la Chiesa di ogni tempo dovrà mai trascurare: ascoltatelo! La nube è la שְׁכִינָה (Shekhinah), la presenza divina che abita in mezzo al suo popolo. Nel greco di Matteo è νεφέλη φωτεινή (nephelē phōteinē): nube luminosa. Non tenebra, ma mistero che illumina. Dal seno di questa nube risuona la voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato». È la stessa proclamazione del Battesimo al Giordano, ma qui è rivolta ai discepoli. La rivelazione dell'identità di Cristo è accompagnata dall'imperativo decisivo: ἀκούετε αὐτοῦ (akouete autou) – ascoltatelo.
Si ascolta il Figlio per entrare in intimità con Lui e con il Padre. Fuori da questo ascolto ognuno si farà sempre un'immagine personale, privata e a volte deviata di Gesù e della sua missione. Qui si gioca la purezza della fede. Senza l'ascolto, il Cristo diventa proiezione dei nostri desideri. Joseph Ratzinger scriveva che il rischio permanente è «costruirsi un Gesù a propria misura». L'ascolto autentico invece ci espone alla verità del Figlio, non alla nostra interpretazione. Sul Sinai Dio, pronunziando i comandamenti, inizia con l'imperativo: Ascolta, Israele. Qui sul Tabor l'imperativo di Dio è molto simile: ascoltatelo! Poiché la fede nasce dall'ascolto, ci ricorderà san Paolo.
In Dt 6,4 risuona lo שְׁמַע יִשְׂרָאֵל (Shema' Israel). L'ascolto è il fondamento dell'alleanza. Paolo in Rm 10,17 afferma: «La fede viene dall'ascolto» – ἡ πίστις ἐξ ἀκοῆς (hē pistis ex akoēs). Il Tabor rinnova il Sinai. Non più una legge scritta su tavole di pietra, ma il Figlio vivente da ascoltare. Ascolto non solo acustico, ma come dice la sua radice ebraica e greca. Nella tradizione biblica questo diventa ancora più ricco. L'ebraico שָׁמַע – shāma' non significa solo "ascoltare", ma anche obbedire, mettere in pratica. Quando in Dt 6,4 si proclama: «Shema' Israel», non è solo "Ascolta, Israele", ma "Accogli, interiorizza, lascia che questa parola ti plasmi". È un ascolto che coinvolge l'intera persona. Non è informazione, ma trasformazione. È ciò che i Padri chiamavano obedientia fidei, obbedienza della fede.
Anche il greco del Nuovo Testamento usa ἀκούω – akouō, da cui deriva "acustica", ma quando è usato in senso forte implica accoglienza e adesione. Non è un udire superficiale, ma un lasciarsi ferire e plasmare dalla Parola. Come scrive san Basilio, «ascoltare Dio significa conformare la propria vita alla sua volontà». Ma la trasfigurazione per noi credenti inizia qui ed ora. Più ci lasceremo illuminare dal Volto di Cristo e dalla sua Parola di salvezza, attingendo grazia dal suo Corpo e dal suo Sangue e riconciliandoci con Lui nel sacramento della misericordia, più saremo raggianti, proprio come Mosè quando usciva dalla tenda del convegno e la sua pelle e il suo volto apparivano raggianti. Il volto di Mosè "irradiava" perché era stato alla presenza di Dio (Es 34,29). Paolo in 2Cor 3 dirà che noi, «a viso scoperto, riflettiamo come in uno specchio la gloria del Signore e veniamo trasformati» – μεταμορφούμεθα (metamorphoumetha) – nella sua stessa immagine. La Trasfigurazione non è solo evento di Cristo, è promessa per noi.
Come afferma san Gregorio di Nissa: «La vita cristiana consiste nell'imitare Dio, e questa imitazione si attua quando l'uomo, contemplando la gloria del Signore, viene trasformato nella stessa immagine, passando di gloria in gloria». Il nostro posto al momento è qui, radicato e incarnato nella ferialità e quotidianità fatta di gioie e dolori, speranze e attese, tragedie ed entusiasmi. Ma proprio qui è necessario che il mondo veda in noi una luce che illumini la sua oscurità, donando salvezza, gioia, amore e pace. La santità non è evasione dalla storia, ma trasfigurazione della storia. Come scriveva don Tonino Bello, siamo chiamati a essere «contemplattivi», contemplativi nell'azione. La luce del Tabor deve scendere nelle strade.
Del resto Gesù stesso, nel capitolo V, ci ricorda la nostra identità: essere luce e sale. Farsi illuminare per illuminare. «Voi siete la luce del mondo» (Mt 5,14). Non dice: dovrete diventarlo. È un'identità ricevuta nel Battesimo. Ma una luce può essere nascosta o messa sul candelabro. Papa Francesco soleva spesso dire che oggi il Vangelo non si trasmette per proselitismo ma per attrazione. Ecco cosa ci insegna la Trasfigurazione: diventare attraenti e attrattivi di grazia per condurre il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo al cuore di Cristo Gesù, vera luce del mondo.
È la logica dell'attrazione della bellezza. La bellezza della santità. La bellezza di una vita trasfigurata. Non spettacolo religioso, ma irradiazione silenziosa. La luce non grida, illumina. Il Tabor allora non è lontano. È ogni volta che ascoltiamo, celebriamo, amiamo. È ogni volta che lasciamo che il Figlio ci plasmi. E la vera trasfigurazione inizia quando smettiamo di costruire tende per fermare la luce e impariamo a portarla dentro la notte del mondo.
Conclusione
La II Domenica di Quaresima disegna un itinerario unitario e progressivo: dall'uscita di Abramo alla luce del Tabor, passando attraverso l'annuncio della Passione. La fede biblica è sempre un cammino che attraversa la promessa, la prova e la rivelazione. Abramo ascolta e parte. I tre discepoli salgono e vedono. Ma la salita non è definitiva. La luce non è stanziale. Il monte prepara alla discesa. La Trasfigurazione non sospende la storia: la interpreta. Non elimina la croce: la illumina dall'interno. Il volto splendente di Cristo non contraddice la sua κένωσις (kenōsis) , ma la rivela come via della gloria. La δόξα (doxa) che si manifesta sul Tabor è la stessa che passerà attraverso la sfigurazione del Golgota. È la gloria dell'amore obbediente, del Figlio che vive il suo essere ὁ Υἱὸς ὁ ἀγαπητός (ho Huios ho agapētos)nel totale affidamento al Padre. Il cuore teologico dell'evento resta l'imperativo: ἀκούετε αὐτοῦ – ascoltatelo . Come sul Sinai risuonava lo שְׁמַע יִשְׂרָאֵל (Shema' Israel) , così sul Tabor la rivelazione converge sull'ascolto del Figlio. La vera trasfigurazione del credente nasce qui: non da un'esperienza straordinaria, ma da un ascolto che diventa adesione, obbedienza, conformazione. «La contemplazione del volto di Cristo non può fermarsi; essa conduce a un impegno, a una trasformazione della vita, perché "guardare" Gesù significa lasciarsi illuminare e cambiare dalla sua presenza» (Giovanni Paolo II, Rosarium Virginis Mariae, n. 15). La luce contemplata è destinata alla missione. Ciò che accade in disparte sul monte è ordinato alla fede dell'intera comunità. La rivelazione concessa a pochi diventa patrimonio di tutti. È la logica ecclesiale della grazia: concentrazione per irradiazione. La Quaresima si rivela allora come tempo di progressiva metamorfosi spirituale. Più il credente si lascia plasmare dalla Parola, nutrire dall'Eucaristia, riconciliare nella misericordia, più viene trasformato — μεταμορφούμεθα (metamorphoumetha) , direbbe Paolo — nella stessa immagine del Signore (cf. 2Cor 3,18). Il Tabor non è un'illusione luminosa, ma una promessa. Non è un privilegio per pochi, ma una rivelazione per tutti. È l'anticipazione di ciò che sarà la piena comunione nella gloria, quando il corpo stesso, spiritualizzato e glorioso, parteciperà alla risurrezione di Cristo, primizia della nostra. Fino ad allora, il credente resta radicato nella ferialità della storia. Non costruisce tende per fermare la luce, ma custodisce nel cuore la visione ricevuta per attraversare le notti dell'esistenza. La vera trasfigurazione inizia quando l'ascolto del Figlio diventa criterio di vita e forma di esistenza. Ed è proprio lì, nella concretezza quotidiana, che la luce contemplata sul monte comincia silenziosamente a farsi visibile. In sintesi, questa II Domenica di Quaresima è caratterizzata da un filo conduttore che intreccia le tre letture: la chiamata che porta verso la luce attraverso il percorso della fede. Nel libro della Genesi, Abramo riceve l'invito a lasciare la sua terra senza conoscere la destinazione. Dio gli offre una terra e una benedizione, ma prima gli chiede di confidare. La fede si manifesta come uscita, distacco, cammino aperto verso una promessa. Nel Vangelo, anche i discepoli vengono guidati da Gesù su un monte elevato. Dopo aver ascoltato l'annuncio della passione, sono colti da smarrimento. Proprio allora Gesù si trasfigura: la sua gloria appare prima della Croce, come luce anticipata che sostiene il cammino. Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che siamo stati chiamati a una vocazione santa, non per meriti nostri, ma per pura grazia. La salvezza si è già manifestata in Cristo: ciò che si è rivelato sul Tabor è la verità ultima della storia. Abramo si mette in viaggio confidando in Dio. La promessa non cancella la prova, ma la rischiara.
Vergine Maria, Donna obbediente e sempre in ascolto della Parola di tuo Figlio Gesù, insegnaci l'arte di nutrirci di ogni Parola che esce dalla bocca di Dio per trasfigurare noi stessi e il mondo, nell'attesa della trasfigurazione finale e piena di cui Tu, o Madre, già vivi nel cielo in corpo e anima.
don Nicola De Luca

