IL TESORO, LA PERLA, LA RETE. Un Regno di gioia da non perdere.

25.07.2026

DOMENICA 26 luglio 2026

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A

Vende tutti i suoi averi e compra quel campo Mt 13,44-52


Introduzione

Continua, in questa XVII Domenica del Tempo Ordinario, l'insegnamento di Gesù sull'identità, sulla natura e sulla finalità del Regno dei cieli, attraverso il linguaggio semplice e, nello stesso tempo, inesauribilmente profondo delle parabole. Anche oggi l'evangelista Matteo ci consegna tre immagini tratte dalla vita quotidiana: un tesoro nascosto in un campo, una perla di grande valore e una rete gettata nel mare. Immagini diverse, ma unite da un'unica domanda: che cosa accade nella vita di una persona quando scopre davvero il Regno dei cieli? Matteo predilige l'espressione «Regno dei cieli» anche per rispetto della sensibilità giudeo-cristiana dei suoi destinatari, ancora profondamente legati alla venerazione per il nome santo di Dio. «Regno dei cieli», tuttavia, non indica una realtà lontana dalla terra, collocata soltanto nell'aldilà o separata dalla nostra storia. Indica la signoria di Dio che si avvicina, entra nella vita degli uomini, la trasforma e la orienta verso la sua pienezza. Il cielo non è il luogo della lontananza di Dio, ma il segno della sua trascendenza e della sua iniziativa che raggiunge l'uomo. Le parabole, perciò, non intendono offrirci una definizione teorica e astratta del Regno dei cieli. Gesù non spiega il mistero attraverso formule complicate, ma mediante immagini capaci di raggiungere la mente, il cuore e l'esperienza concreta di chi ascolta. Un campo, una perla, una rete: realtà comuni, dentro le quali si nasconde un significato più profondo. Il Regno dei cieli è vicino, ma non sempre evidente; è presente, ma deve essere riconosciuto; è offerto, ma attende di essere accolto. Il tesoro della parabola è nascosto, ma non per questo è meno reale; anzi, proprio ciò che non appare immediatamente può contenere il valore più grande. Occorre uno sguardo capace di andare oltre la superficie, perché si può attraversare un campo senza immaginare ciò che esso custodisce, così come si può attraversare la vita senza riconoscere la presenza di Dio che la abita. Un noto esegeta ha definito questa pagina evangelica «la pagina dell'incanto di una scoperta». È un'espressione suggestiva, che descrive bene ciò che avviene nel cuore dei protagonisti delle prime due parabole. Un uomo si imbatte quasi inaspettatamente in un tesoro nascosto; un mercante, invece, trova finalmente la perla preziosa che aveva cercato a lungo. Il primo sembra trovare senza aver cercato; il secondo trova perché non ha mai smesso di cercare. Le strade sono diverse, ma l'esito è il medesimo: entrambi si trovano davanti a qualcosa di talmente grande da cambiare immediatamente il valore di tutto il resto. L'incontro con il Regno dei cieli non produce anzitutto il peso della rinuncia o del sacrificio, ma genera stupore, meraviglia e gioia. L'uomo della parabola vende tutto ciò che possiede, ma non lo fa con tristezza, né perché costretto. Il Vangelo sottolinea che agisce «pieno di gioia». Non è concentrato su ciò che sta lasciando, perché ha compreso ciò che ha trovato. Quando si scopre ciò che vale veramente, tutto il resto cambia prospettiva: ciò che prima sembrava indispensabile diventa relativo, mentre ciò che appariva secondario si rivela essenziale. È la gioia della scoperta a rendere possibile il distacco. Senza quella gioia, ogni rinuncia diventerebbe soltanto un peso, ogni scelta cristiana sembrerebbe una privazione e ogni fedeltà rischierebbe di essere vissuta come un'imposizione. Gesù, invece, mostra che il discepolo non lascia perché disprezza ciò che possiede, ma perché ha incontrato un bene più grande. Non rinuncia alla vita, ma sceglie ciò che dona alla vita il suo significato più vero. Gesù lo aveva già insegnato nel discorso della montagna: «Dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). Il cuore dell'uomo, infatti, finisce inevitabilmente per abitare là dove ha riconosciuto il proprio tesoro. Se il nostro tesoro è fragile, anche il cuore sarà continuamente inquieto e impaurito; se il nostro tesoro è il Regno dei cieli, il cuore trova finalmente un fondamento che non viene meno. Sant'Agostino ha descritto questa ricerca con parole divenute immortali: «Ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te». Nel cuore umano esiste una sete che nessuna realtà limitata riesce a spegnere completamente. Possiamo cercare molte perle, inseguire molti desideri e accumulare molti beni, ma rimane sempre dentro di noi una nostalgia più profonda. Il Regno dei cieli è la risposta di Dio a questa inquietudine: non elimina il desiderio, ma gli rivela finalmente la sua mèta. Forse, talvolta, abbiamo presentato la fede quasi esclusivamente come un insieme di doveri, obblighi, rinunce e sacrifici. Gesù, invece, ci ricorda che all'origine della vita cristiana non vi è anzitutto un dovere, ma una scoperta; non una privazione, ma un incontro; non il timore di perdere qualcosa, ma la gioia di aver trovato Qualcuno. La fede nasce quando ci accorgiamo che Cristo non viene a impoverire la nostra esistenza, ma a rivelarne la bellezza, il valore e la verità più profondi. Il Regno dei cieli non toglie nulla a ciò che è autenticamente umano, ma lo conduce a compimento. Non spegne i desideri più veri del cuore, ma li purifica e li orienta. Non restringe la vita, ma le dona un orizzonte più grande. Per questo chi incontra davvero Cristo non avverte soltanto di dover cambiare qualcosa, ma comprende finalmente per chi e per che cosa valga la pena vivere. Rispetto alle domeniche precedenti, cambia anche l'ambientazione. Gesù ha congedato la folla ed è entrato in casa. Ora non parla indistintamente a tutti, ma si rivolge ai suoi discepoli in un clima più raccolto e confidenziale. La casa diventa il luogo dell'intimità, dell'approfondimento e della formazione. Ciò che alla folla è stato annunciato attraverso le immagini delle parabole, ai discepoli viene affidato come un mistero da comprendere, custodire e vivere. Gesù si manifesta ancora una volta come il Maestro che non si limita a comunicare delle nozioni, ma educa lo sguardo, forma il cuore e accompagna i suoi discepoli verso una comprensione sempre più profonda. Insegna loro a distinguere ciò che passa da ciò che rimane, ciò che luccica da ciò che è davvero prezioso, ciò che occupa la vita da ciò che può darle un senso. Al termine della Divina Commedia, dopo aver attraversato l'abisso del male e il cammino della purificazione, Dante riconosce in Dio «l'amor che move il sole e l'altre stelle». Il tesoro e la perla delle parabole non sono semplicemente qualcosa da possedere, ma l'Amore dal quale lasciarsi raggiungere e trasformare. Il grande rischio della vita, allora, non è soltanto perdere qualcosa, ma attraversare l'esistenza senza avere mai scoperto ciò per cui valga davvero la pena spendere tutto.

1. L'essenziale invisibile agli occhi

Nel Vangelo di Matteo Gesù è presentato in modo particolare come il Maestro. L'evangelista ricorre frequentemente al termine greco διδάσκαλος, didáskalos, che indica colui che insegna, educa e conduce il discepolo alla comprensione della verità. Lo stesso significato è espresso dal latino magister, termine che la tradizione cristiana ha applicato in modo eminente a Cristo. Nella versione latina del Vangelo di Matteo leggiamo infatti: «Unus est Magister vester, Christus», «uno solo è il vostro Maestro, il Cristo» (Mt 23,10). Gesù è il Maestro perché non si limita a trasmettere un sapere ricevuto da altri, ma parla a partire dalla sua comunione unica con il Padre. Egli appare come il nuovo Mosè: sale sul monte, si siede e consegna al popolo la piena interpretazione della Legge. Il termine ebraico תּוֹרָה, Torah, non significa semplicemente "legge" nel senso di un insieme di norme, ma indica l'insegnamento, la via mostrata da Dio perché l'uomo possa vivere nell'alleanza. Gesù non viene ad abolire questa via, ma a portarla alla sua pienezza: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

La sua autorevolezza non deriva, dunque, dall'appartenenza a una prestigiosa scuola rabbinica, né dalla capacità di ripetere le opinioni dei maestri del passato. Essa nasce dalla sua stessa persona. Per questo, al termine del Discorso della Montagna, la folla rimane stupita, perché Gesù «insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi» (Mt 7,29). Matteo utilizza il termine greco ἐξουσία, exousía, che indica un'autorità reale e riconosciuta, non un potere imposto con la forza. La parola di Gesù possiede autorità perché in lui non esiste distanza tra ciò che viene annunciato e ciò che viene vissuto. Gli scribi erano soliti fondare le proprie affermazioni sulle parole dei maestri che li avevano preceduti. Gesù, invece, ripete: «Ma io vi dico». Non perché disprezzi la tradizione d'Israele, ma perché in lui la Parola di Dio non viene soltanto commentata: si fa presente. Gesù non è semplicemente colui che indica la via, ma è la Via; non è soltanto uno che parla della verità, ma è la Verità; non propone semplicemente un modo migliore di vivere, ma comunica la Vita stessa.

Per questo Gesù non trasmette soltanto una dottrina o un insieme di precetti. Egli comunica se stesso e introduce i discepoli nel suo modo di vivere, di amare e di guardare il mondo. La sua scuola non ha come luogo principale un'aula, ma la strada; non coinvolge soltanto l'intelligenza, ma tutta l'esistenza. Quando dice: «Imparate da me, perché sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29), non invita semplicemente a ricordare alcune nozioni, ma a lasciarsi plasmare dalla sua persona. Il discepolo non è soltanto colui che conosce le parole del Maestro, ma colui che progressivamente ne assume i sentimenti e lo stile. San Giovanni Crisostomo osserva che Cristo educa non soltanto attraverso ciò che dice, ma mediante ciò che compie. Può insegnare la misericordia perché perdona; può parlare di servizio perché si china davanti ai discepoli; può chiedere di amare i nemici perché sulla croce prega per coloro che lo stanno uccidendo. Nel vero Maestro la parola e la vita non si contraddicono, ma si confermano e si illuminano reciprocamente.

È proprio questo Maestro che, nel Vangelo di oggi, conduce i discepoli dentro il mistero del Regno dei cieli. L'espressione greca utilizzata da Matteo è βασιλεία τῶν οὐρανῶν, basileía tōn ouranōn, che corrisponde alla formula ebraica מַלְכוּת שָׁמַיִם, malkût shamáyim, "regalità dei cieli". Essa riflette la venerazione giudaica per il nome santo di Dio, che si evitava di pronunciare direttamente. Il Regno dei cieli non indica, però, una realtà lontana dalla terra, ma la sovranità di Dio che entra nella storia e trasforma la vita dell'uomo. Origene giunse a definire Cristo l'αὐτοβασιλεία, autobasileía, il «Regno in persona». Questa espressione permette di comprendere che il Regno dei cieli non è anzitutto una cosa da possedere o un luogo da raggiungere, ma una Persona da incontrare. Scoprire il Regno significa riconoscere in Cristo il bene più grande e lasciare che la sua presenza riorienti tutta l'esistenza.

Gesù introduce i discepoli in questo mistero attraverso tre immagini semplici e concrete: un tesoro nascosto in un campo, una perla di grande valore e una rete gettata nel mare. Le prime due parabole sono unite dal medesimo filo conduttore: la gioia della scoperta. In entrambi i racconti qualcuno trova qualcosa di tanto prezioso da non poter più continuare a vivere come prima. Il Regno dei cieli, quando viene veramente incontrato, non si aggiunge semplicemente alle molte realtà che già occupano la nostra vita, ma ne diventa il centro, ridisegna le priorità e modifica il criterio con il quale valutiamo tutto il resto. La prima parabola racconta di un uomo che trova un tesoro nascosto in un campo. Probabilmente si tratta di un bracciante o di un semplice contadino palestinese che, mentre lavora un terreno, si imbatte in qualcosa che non stava cercando. Nel mondo antico, segnato da guerre, invasioni e frequenti spostamenti, era comune nascondere nel terreno monete, gioielli o altri oggetti preziosi. Non esistevano banche sicure o casseforti e la terra diventava spesso il luogo nel quale custodire i propri beni. Poteva però accadere che il proprietario morisse o fosse costretto a fuggire, lasciando il tesoro sepolto e dimenticato.

Gesù non intende affrontare una questione giuridica relativa alla proprietà del tesoro. Il centro della parabola è un altro: quell'uomo non era uscito con l'intenzione di cercare qualcosa di prezioso. Lo trova inaspettatamente, nel mezzo del suo lavoro quotidiano, e quella scoperta improvvisa cambia completamente la sua esistenza. In questo particolare si manifesta una verità profondamente consolante: spesso Dio entra nella nostra vita quando meno ce lo aspettiamo. Può raggiungerci mentre siamo immersi nelle occupazioni ordinarie, quando non stiamo vivendo nulla di apparentemente straordinario. Una parola ascoltata, un incontro, una sofferenza, un gesto ricevuto o un momento di silenzio possono improvvisamente aprire davanti a noi una profondità che prima non vedevamo. Come scrive Antoine de Saint-Exupéry, «l'essenziale è invisibile agli occhi»: il tesoro può rimanere nascosto sotto la superficie delle cose e occorre uno sguardo interiore per riconoscerlo. La grazia precede sempre la nostra ricerca. Prima ancora che noi cerchiamo Dio, è Dio che cerca noi; prima che il nostro cuore si apra a lui, egli è già all'opera nella nostra storia. Il profeta Isaia esprime questa iniziativa divina con parole sorprendenti: «Mi feci trovare da chi non mi cercava» (Is 65,1). Il tesoro nascosto rappresenta proprio questa irruzione gratuita della grazia, la scoperta inattesa di una presenza che era già accanto a noi, ma che non avevamo ancora riconosciuto.

Quando l'uomo comprende il valore di ciò che ha trovato, «pieno di gioia, va, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Mt 13,44). L'espressione greca ἀπὸ τῆς χαρᾶς αὐτοῦ, apò tês charâs autoû, significa letteralmente «a motivo della sua gioia». Il Vangelo non pone anzitutto l'accento sulla vendita, ma sulla gioia che la rende possibile. Quell'uomo non rinuncia perché costretto e non vende i propri beni con tristezza. Agisce perché la scoperta compiuta gli ha mostrato che quel tesoro vale infinitamente più di tutto ciò che possedeva. La rinuncia nasce, dunque, dalla scoperta di un bene più grande. L'uomo non disprezza ciò che aveva, ma ha finalmente trovato qualcosa capace di attribuire il giusto valore a ogni altra realtà. Il suo non è un investimento in perdita, ma il più grande guadagno della vita. Non lascia tutto per restare vuoto, ma per entrare in possesso di ciò che può colmare veramente il cuore. È questa la logica del Vangelo. Se la fede viene presentata soltanto come un insieme di sacrifici, divieti e privazioni, diventa inevitabilmente triste e pesante. Gesù, invece, non comincia chiedendo a che cosa siamo disposti a rinunciare. Prima di tutto ci invita a scoprire il tesoro. Soltanto dopo aver riconosciuto un bene più grande è possibile lasciare ciò che è meno importante senza vivere la scelta come una mutilazione.

Chi non ha visto il tesoro noterà soltanto ciò che l'uomo ha venduto e giudicherà la sua decisione incomprensibile. Chi, invece, ha intravisto il tesoro comprenderà la ragione della sua gioia. Così accade anche nella vita cristiana: alcune scelte possono sembrare assurde a chi guarda soltanto ciò che viene lasciato, ma acquistano un significato nuovo quando si considera ciò che è stato trovato. Il Maestro, allora, non ci invita a perdere la vita, ma a scoprire ciò che può renderla piena. Ci insegna a lasciare ciò che passa per accogliere ciò che rimane, a relativizzare ciò che è secondario per scegliere ciò che è essenziale. Il poco viene abbandonato non per restare poveri, ma per entrare nella ricchezza del Tutto. La domanda decisiva non è soltanto che cosa siamo disposti a lasciare, ma se abbiamo realmente incontrato un tesoro capace di riorientare tutta la nostra esistenza.

2. La perla preziosa: Cristo, il Bene che supera ogni altro bene

La seconda parabola presenta un protagonista e un percorso differenti: «Il Regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra» (Mt 13,45-46). Non incontriamo più il contadino che si imbatte inaspettatamente in un tesoro mentre lavora nel campo, ma un uomo che ha dedicato la propria vita alla ricerca di qualcosa di veramente prezioso. Matteo lo definisce ἔμπορος (émporos), termine che non indica un semplice venditore occasionale, ma un commerciante esperto, abituato a viaggiare, a esaminare la merce e a distinguere ciò che possiede un valore autentico da ciò che ne ha soltanto l'apparenza. La ricerca è il suo mestiere, ma sembra essere diventata anche la passione profonda della sua esistenza. Egli conosce molte perle, sa valutarne la bellezza, la purezza e il prezzo, e proprio questa competenza gli permette di comprendere che la perla appena trovata non è soltanto una delle tante.

Il testo greco lo presenta come ζητοῦντι καλούς μαργαρίτας (zetùnti kalùs margarìtas), «alla ricerca di perle belle e preziose». Il verbo ζητεῖν (zetèin), «cercare», non indica una curiosità momentanea o superficiale, ma una ricerca perseverante, sostenuta dal desiderio e dalla convinzione che esista qualcosa capace di appagare veramente il cuore. A differenza del protagonista della prima parabola, quest'uomo non trova senza cercare. Il contadino viene sorpreso dal tesoro; il mercante, invece, percorre strade, esamina possibilità, confronta beni diversi e persevera nella ricerca. Le due parabole descrivono così due vie attraverso le quali il Signore può entrare nella vita dell'uomo. Vi è chi viene raggiunto dalla grazia quasi inaspettatamente, nel mezzo della quotidianità, e vi è chi giunge all'incontro dopo un lungo cammino fatto di domande, tentativi, dubbi, intuizioni e desideri mai completamente appagati.

Le strade sono differenti, ma in entrambe è sempre la grazia a precedere. Anche il desiderio di cercare è già, misteriosamente, un segno dell'azione di Dio nel cuore. Blaise Pascal esprime questa verità facendo dire a Cristo: «Tu non mi cercheresti, se non mi avessi già trovato». Il Signore non attende l'uomo soltanto al termine del cammino, ma abita segretamente ogni sua domanda autentica, ogni inquietudine che gli impedisce di accontentarsi e ogni desiderio di una verità più grande. La Scrittura ritorna spesso su questa ricerca che coinvolge l'intera esistenza. Il salmista prega: «Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (Sal 27,8-9). Il profeta Geremia promette al popolo: «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore» (Ger 29,13). Cercare Dio non significa inseguire un'idea lontana e indefinita, ma desiderare una presenza capace di dare unità alla vita e di rispondere alla fame più profonda del cuore.

Il mercante, dopo aver incontrato molte perle, ne trova finalmente «una di grande valore». Matteo utilizza l'aggettivo πολύτιμος (polìtimos), che significa «molto prezioso», «di valore altissimo», «incomparabile». Non si tratta semplicemente di una perla leggermente più bella o più costosa delle altre. Essa possiede un valore tale da modificare il giudizio su tutto ciò che il mercante aveva conosciuto e posseduto fino a quel momento. Per questo egli vende ogni cosa e la acquista. La sua decisione potrebbe apparire sproporzionata, ma non nasce da un entusiasmo superficiale. Proprio perché è esperto, sa riconoscere ciò che ha davanti. La radicalità della sua scelta non è irrazionale: è il frutto di un giudizio sapiente. Egli ha riconosciuto quello che la tradizione filosofica e teologica chiamerà summum bonum, il «Bene sommo», davanti al quale ogni altro bene non viene distrutto o disprezzato, ma ricondotto al suo giusto valore.

Le due parabole, pur nella loro diversità, conducono dunque alla medesima conclusione. C'è chi incontra il Signore quasi senza averlo cercato e chi giunge a lui dopo un lungo cammino. C'è chi viene sorpreso da una parola, da un evento o da un incontro e chi si avvicina alla fede attraversando interrogativi, delusioni e fatiche. Ma quando l'incontro avviene realmente, la vita non può rimanere identica a prima, perché tutto viene ricollocato attorno a un nuovo centro. In entrambe le parabole ritorna quello che abbiamo definito «l'incanto della scoperta». È la gioia di chi comprende di aver finalmente trovato ciò che il cuore cercava, forse senza essere capace, fino a quel momento, di dargli un nome. È l'esperienza di chi si accorge che i desideri, le speranze e perfino le inquietudini più profonde convergevano verso un'unica mèta. Come Pietro, anche il credente può allora esclamare: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6,68).

Per il cristiano, infatti, il tesoro nascosto e la perla preziosa non rappresentano soltanto un ideale morale, un progetto sociale o un insieme di valori. Il Regno dei cieli non è una realtà impersonale. Ha un volto, un nome e una storia: Gesù Cristo, il Figlio di Dio morto e risorto. Origene lo definiva αὐτοβασιλεία (autobasilèia), il «Regno in persona», perché Cristo non è soltanto colui che annuncia il Regno: nella sua persona, nelle sue parole e nei suoi gesti, il Regno dei cieli si rende presente e viene incontro all'uomo. Cristo è, dunque, il tesoro nascosto nel campo della nostra esistenza e la perla cercata dal cuore umano. In lui, come scrive san Paolo, «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3). Egli è il Bene davanti al quale ogni altro bene trova il proprio posto. Gli affetti, il lavoro, l'amicizia, i beni materiali, i progetti e le legittime aspirazioni non vengono annullati, ma liberati dalla pretesa di diventare assoluti.

Quando chiediamo a una realtà limitata di colmare completamente il nostro cuore, prima o poi essa diventa un idolo e finisce per deluderci. Nessun affetto umano, nessun successo, nessuna ricchezza e nessun riconoscimento possono sostenere da soli il peso di tutta la nostra speranza. Soltanto Dio può occupare il centro senza soffocare tutto il resto; anzi, proprio perché è al centro, rende più veri, più ordinati e più liberi tutti gli altri amori. Gesù lo aveva già insegnato nel Discorso della Montagna (Mt 6,21). San Paolo ha vissuto personalmente questa scoperta e può affermare: «Ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore» (Fil 3,8). L'Apostolo non disprezza il mondo, gli affetti o le realtà terrene. Ha semplicemente incontrato un bene talmente grande da non poter più considerare tutto il resto nello stesso modo. La «conoscenza» di cui parla non è un sapere astratto, ma una relazione viva con Cristo, capace di trasformare la scala dei valori e il significato dell'intera esistenza.

È questa la logica profonda del Vangelo. Gesù non chiede di vendere tutto perché vuole impoverire l'uomo o privarlo della felicità. Invita a lasciare ciò che passa per donare ciò che rimane; libera il cuore dal possesso di ciò che è relativo perché possa accogliere ciò che è eterno. La radicalità evangelica non è amore per la privazione, ma conseguenza della scoperta. Il mercante non si concentra su ciò che vende, perché i suoi occhi sono ormai rivolti alla perla che ha trovato. Benedetto XVI ha espresso questa verità con parole diventate fondamentali: «All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona». La vita cristiana, dunque, non comincia da una serie di rinunce, ma da un incontro che rende possibili anche le rinunce più esigenti. Prima viene la perla, poi la vendita; prima la scoperta, poi la decisione; prima la gioia dell'incontro, poi il coraggio di riorientare la vita.

Quante volte, invece, abbiamo paura del Vangelo perché pensiamo che seguire Cristo significhi perdere la libertà, sacrificare la felicità o rinunciare alla gioia. Immaginiamo Dio come un concorrente dell'uomo, quasi che ciò che viene offerto a lui venga inevitabilmente sottratto a noi. Le parabole rovesciano questa prospettiva: il contadino e il mercante non sono uomini impoveriti, ma persone che hanno realizzato il più grande guadagno della loro vita. Hanno lasciato molto soltanto perché avevano trovato infinitamente di più. Chi incontra realmente Cristo non perde nulla di autenticamente umano. Impara piuttosto a liberare gli affetti dal possesso, il lavoro dall'ossessione del successo, i beni materiali dall'illusione di poter garantire la felicità e la libertà dal capriccio di fare tutto ciò che si desidera. Quando Cristo diventa il centro, ogni realtà ritrova il proprio equilibrio e viene illuminata da una luce nuova. Anche la sofferenza e le prove, pur rimanendo dolorose, non sono più completamente prive di senso, perché possono essere attraversate nella comunione con lui.

La vocazione cristiana è, perciò, una continua ricerca di Colui che si è già lasciato trovare. Non basta aver scoperto una volta la perla: occorre scegliere ogni giorno di non sostituirla con altre perle meno preziose. Il cuore umano può facilmente smarrire la gerarchia dei beni, attribuendo un valore assoluto a ciò che è soltanto relativo. La santità consiste precisamente nel conservare Cristo al centro e nell'orientare verso di lui ogni scelta, ogni affetto e ogni progetto. Questa sapienza è annunciata anche dalla prima lettura attraverso la figura del giovane Salomone. Dio gli concede di chiedere ciò che desidera. Avrebbe potuto domandare ricchezza, lunga vita, prestigio o la vittoria sui nemici. Egli chiede invece לֵב שֹׁמֵעַ (lev shomèa), espressione ebraica che significa letteralmente «un cuore che ascolta» (1Re 3,9): un cuore docile, capace di comprendere il popolo e di discernere il bene dal male. Nella concezione biblica, il cuore, לֵב (lev), non è soltanto la sede dei sentimenti, ma il centro della coscienza, dell'intelligenza e delle decisioni. Il participio שֹׁמֵעַ (shomèa), «che ascolta», deriva dal verbo שָׁמַע (shamà), che non significa soltanto udire, ma ascoltare accogliendo e obbedendo. Salomone non chiede, dunque, soltanto una mente brillante, ma un'interiorità disponibile a lasciarsi istruire da Dio.

La sua preghiera richiama quella del salmista: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 90,12). Salomone comprende che il bene più importante non consiste nel possedere molte cose, ma nel saper distinguere ciò che vale davvero. La vera sapienza non consiste nell'accumulare, ma nel riconoscere ciò che merita il primo posto. La scelta di Salomone e quella del mercante si illuminano così reciprocamente. Il mercante sa riconoscere la perla tra molte altre; Salomone chiede un cuore capace di distinguere il bene dal male. Entrambi comprendono che la vita non dipende dalla quantità di ciò che si possiede, ma dalla capacità di individuare ciò che è veramente prezioso. La sapienza biblica è precisamente quest'arte del discernimento: riconoscere ciò che passa e ciò che rimane, ciò che seduce per un momento e ciò che può sostenere l'intera esistenza. Il Vangelo ci invita allora a domandarci quale sia la perla per la quale stiamo spendendo la nostra vita. Tutti cerchiamo qualcosa e tutti, consapevolmente o meno, costruiamo una gerarchia dei beni. La questione decisiva è se ciò che abbiamo collocato al centro sia davvero capace di sostenerci e di dare unità alla nostra esistenza. Chi ha trovato Cristo ha trovato il Bene che non passa, la perla davanti alla quale ogni altro bene non viene distrutto, ma ricondotto alla sua verità.

3. La rete gettata nel mare: il tempo della grazia e il giudizio di Dio

La terza e ultima parabola cambia completamente scenario. Non siamo più nel campo in cui viene scoperto un tesoro, né nel mondo dei commerci, dove un mercante cerca la perla più preziosa. Gesù conduce ora i discepoli sulle rive del mare e racconta: «Il Regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci» (Mt 13,47). Matteo utilizza il termine greco σαγήνη (saghéne), che indica una grande rete a strascico. Non si tratta della piccola rete lanciata da un singolo pescatore, ma di un attrezzo molto ampio, trascinato da due imbarcazioni oppure dalla barca verso la riva. Una rete di questo genere non selezionava in anticipo ciò che avrebbe raccolto, ma prendeva tutto ciò che incontrava nel proprio cammino. L'evangelista precisa, infatti, che essa raccoglie παντὸς γένους (pantòs ghènus), «ogni genere» di pesci. L'espressione non indica soltanto una grande quantità, ma una varietà indiscriminata. La rete viene gettata senza stabilire preventivamente chi sia degno di entrarvi e chi debba esserne escluso. È l'immagine della destinazione universale dell'annuncio evangelico e della volontà salvifica di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4).

Il Vangelo non è riservato a pochi eletti, a una categoria di persone già perfette o a coloro che sembrano possedere particolari meriti. La rete raggiunge la vastità del mare, simbolo dell'umanità e della complessità della storia. Dio continua a cercare ogni uomo e ogni donna perché, come afferma il profeta Ezechiele, egli non gode della morte del malvagio, ma desidera «che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva» (Ez 33,11). Questa parabola è stata spesso accostata a quella della zizzania, ascoltata la domenica scorsa, perché entrambe conducono il nostro sguardo verso il compimento della storia e il giudizio finale. Occorre, però, precisare che, nella spiegazione offerta dallo stesso Gesù, il campo della parabola della zizzania non rappresenta propriamente la Chiesa, ma il mondo: «Il campo è il mondo» (Mt 13,38). In esso crescono insieme il buon seme, identificato con i figli del Regno, e la zizzania, simbolo di quanto si oppone all'azione di Dio. Le due parabole presentano la medesima realtà da prospettive complementari. In quella della zizzania l'accento cade sul tempo della crescita e sulla pazienza del padrone, che impedisce ai servi di strappare prematuramente le erbacce, rischiando di danneggiare anche il grano. Nella parabola della rete, invece, l'attenzione si concentra sulla vastità della raccolta e sulla separazione che avverrà soltanto quando la pesca sarà terminata. In entrambi i casi Gesù ci insegna che il tempo della storia non è ancora quello della selezione definitiva, ma il tempo nel quale il bene e il male convivono e la grazia continua a operare. Il mare, nella sensibilità biblica, è spesso il simbolo della vastità, dell'instabilità e delle forze che l'uomo non riesce a dominare pienamente. Il termine ebraico יָם (yam), «mare», può richiamare anche il caos, il pericolo e l'agitazione delle nazioni. È proprio dentro questo mare, e non al di fuori di esso, che viene gettata la rete del Regno dei cieli. Dio non attende che il mondo diventi perfetto per raggiungerlo, ma entra nella sua confusione, nelle sue contraddizioni e nelle sue ferite. Anche la distinzione tra i pesci poteva richiamare agli ascoltatori di Gesù le prescrizioni della Legge mosaica. Secondo il Levitico e il Deuteronomio, erano considerati puri e commestibili gli animali acquatici provvisti di pinne e squame, mentre gli altri erano ritenuti impuri (cfr. Lv 11,9-12; Dt 14,9-10). Nella rete, però, tutto viene raccolto insieme. La distinzione non avviene nel mare e neppure mentre la rete viene trascinata, ma soltanto quando essa è ormai giunta sulla riva. Gesù afferma che, una volta riempita la rete, i pescatori «la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi» (Mt 13,48). I pesci buoni vengono chiamati τὰ καλά (ta kalà), «quelli buoni, belli e adatti», mentre gli altri sono definiti τὰ σαπρά (ta saprà), termine che indica ciò che è guasto, corrotto o inutilizzabile.

Il fatto che i pescatori si siedano sulla riva suggerisce un discernimento compiuto con calma e competenza. Non si tratta di una separazione precipitosa, confusa o arbitraria. Questa immagine diventa una profonda rivelazione della pazienza di Dio: durante il tempo della pesca, la rete continua ad accogliere e nessuno viene escluso anticipatamente. Soltanto alla fine apparirà pienamente ciò che ciascuno avrà scelto di diventare. Noi, invece, siamo spesso impazienti. Classifichiamo facilmente le persone, distribuiamo etichette e pronunciamo sentenze sulla base di ciò che appare. Ci riteniamo capaci di distinguere immediatamente i buoni dai cattivi, dimenticando l'ammonimento di Gesù: «Non giudicate, per non essere giudicati» (Mt 7,1). Dio, al contrario, conosce la profondità del cuore. Come il Signore ricorda a Samuele, «l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore» (1Sam 16,7).

Il giudizio appartiene dunque a Dio non perché egli voglia custodire gelosamente un potere, ma perché soltanto il suo sguardo è completamente vero e misericordioso. Il termine ebraico מִשְׁפָּט (mishpàt), «giudizio», non indica una decisione capricciosa, ma l'atto mediante il quale Dio ristabilisce la verità, rende giustizia e porta alla luce ciò che è nascosto. Il giudizio divino non sarà condizionato dalle apparenze, dai pregiudizi o dalle simpatie personali: ciascuno verrà riconosciuto nella verità delle proprie scelte. San Gregorio Magno vedeva nella rete un'immagine della comunità credente che, durante il tempo della storia, accoglie uomini differenti e non può pretendere di anticipare la separazione definitiva. La Chiesa non è chiamata a costituire il gruppo dei perfetti, ma a continuare a gettare la rete del Vangelo, annunciando la misericordia e invitando tutti alla conversione. La presenza nella rete, infatti, non rende automaticamente buoni i pesci raccolti: l'appartenenza esteriore alla comunità cristiana non sostituisce la conversione del cuore e la coerenza della vita.

Gesù non nasconde la serietà dell'esito finale: «Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 13,49-50). Il linguaggio è forte e non deve essere cancellato o addolcito fino a renderlo insignificante. Al tempo stesso, non va interpretato come una descrizione materiale e fotografica dell'aldilà. È un linguaggio simbolico che esprime una realtà drammaticamente autentica: la possibilità che l'uomo rifiuti definitivamente la comunione con Dio. L'espressione greca κάμινον τοῦ πυρός (kàminon tu piròs) significa «fornace di fuoco» o «fornace ardente». Nella Sacra Scrittura il fuoco può manifestare la presenza di Dio, come nel roveto ardente; può purificare ciò che è prezioso, come l'oro nel crogiuolo; può anche consumare ciò che è falso e inconsistente. Nel contesto di questa parabola, tuttavia, la fornace esprime soprattutto la conseguenza definitiva del rifiuto del Regno dei cieli.

La formula κλαυθμὸς καὶ βρυγμὸς τῶν ὀδόντων (klauthmòs kai brygmòs ton odònton), «pianto e stridore di denti», ricorre più volte nel Vangelo di Matteo. Il pianto esprime il dolore per il bene perduto; lo stridore dei denti manifesta l'amarezza e la disperazione di chi comprende troppo tardi la gravità delle proprie scelte. Non è Dio a compiacersi della perdizione dell'uomo: è l'uomo che, ostinandosi nel rifiuto dell'amore, può chiudersi alla comunione per la quale è stato creato. Dostoevskij, nei Fratelli Karamazov, descrive l'inferno come la sofferenza di non poter più amare. Questa intuizione letteraria ci aiuta a comprendere che la dannazione non è semplicemente una pena imposta dall'esterno, ma il dramma di una libertà che si è progressivamente resa incapace di accogliere e di donare l'amore. Dio non cessa di essere amore, ma l'uomo può rifiutarsi di partecipare alla sua vita.

Proprio per questo il giudizio non deve essere contrapposto alla misericordia. Walter Kasper ricorda che «la misericordia è la verità fondamentale della fede cristiana». Essa non elimina la serietà della libertà umana, ma manifesta la volontà di Dio di offrire al peccatore una strada di ritorno e una nuova possibilità di vita. Il giudizio divino è il giudizio di Colui che ha cercato l'uomo, lo ha chiamato alla conversione e ha offerto se stesso sulla croce per salvarlo. Misericordia e giudizio non sono, quindi, due realtà contraddittorie. Una misericordia che rendesse irrilevanti il bene e il male diventerebbe indifferenza; un giudizio privo di misericordia si ridurrebbe a una condanna senza possibilità di redenzione. Nel Dio rivelato da Gesù Cristo, invece, la misericordia conduce l'uomo alla verità e la verità gli mostra quanto sia urgente accogliere la misericordia. Bruno Forte esprime efficacemente questo rapporto affermando che «il giudizio è il fuoco di verità che scaturisce dallo stare alla presenza di Dio». Non si tratta anzitutto di essere posti davanti a un tribunale estraneo e freddo, ma di entrare nella luce di Dio, davanti alla quale vengono alla luce la verità delle nostre scelte, l'autenticità dei nostri amori e la consistenza di ciò per cui abbiamo vissuto.

Alla presenza di Dio cadranno le maschere, le giustificazioni e le illusioni con le quali spesso nascondiamo a noi stessi la verità. San Paolo scrive che il Signore «metterà in luce i segreti delle tenebre e manifesterà le intenzioni dei cuori» (1Cor 4,5). Il giudizio non aggiungerà arbitrariamente qualcosa alla nostra vita, ma ne manifesterà il significato profondo, mostrando ciò che avremo liberamente accolto o rifiutato. Gesù non racconta questa parabola per suscitare un terrore sterile. Il suo intento è scuotere la coscienza e richiamare alla responsabilità. Proprio perché Dio prende sul serio la nostra libertà, le nostre scelte non sono indifferenti. La misericordia non elimina la responsabilità e il giudizio non contraddice l'amore: manifesta quanto siano preziosi la vita, il tempo e la libertà che ci sono stati affidati. Il tempo presente può essere definito, con un'espressione della tradizione cristiana, tempus gratiae, «tempo della grazia». Non è ancora il momento della separazione definitiva, ma il tempo nel quale Dio continua a chiamare, a perdonare e a offrire la possibilità di ricominciare. San Paolo lo afferma con chiarezza: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2).

Durante questo status viatoris, cioè la «condizione di chi è ancora in cammino», nessuna storia può essere considerata definitivamente conclusa. Finché la rete non è stata tratta sulla riva, rimane aperta la possibilità della conversione. Oggi Cristo ci viene incontro anzitutto come Salvatore, non per cancellare la verità del giudizio futuro, ma per offrirci la grazia necessaria a non giungere impreparati a quell'incontro. Il Figlio di Dio, infatti, «non è venuto per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17). La finalità della sua missione è la salvezza. La rete continua a essere gettata proprio perché il Padre non vuole che nessuno vada perduto. Tuttavia, la salvezza offerta gratuitamente chiede di essere accolta: la grazia non annulla la libertà dell'uomo, ma la interpella, la guarisce e la rende capace di rispondere.

In questo orizzonte si comprende anche la seconda lettura, nella quale san Paolo offre una delle affermazioni più luminose della Lettera ai Romani: «Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (Rm 8,28). L'Apostolo non afferma che tutto ciò che accade sia buono. Il male rimane male, la sofferenza continua a ferire e l'ingiustizia non viene trasformata magicamente in qualcosa di giusto. Paolo annuncia, però, che nulla è così oscuro da impedire a Dio di operare e di orientare misteriosamente la storia verso il bene. Persino le prove, le ferite e gli avvenimenti che non comprendiamo possono diventare, se vissuti nella fede, luoghi nei quali la grazia continua a trasformarci. Dio non spreca nulla della nostra storia. Non sempre ci libera immediatamente da ciò che ci fa soffrire, ma può liberarci dentro ciò che attraversiamo, impedendo che il dolore e il male abbiano l'ultima parola.

L'Apostolo precisa poi quale sia il vero bene verso il quale Dio orienta la nostra esistenza: «Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all'immagine del Figlio suo» (Rm 8,29). Il verbo greco προώρισεν (proòrizen), «ha predestinato», non indica una decisione arbitraria con la quale Dio avrebbe stabilito in anticipo chi salvare e chi condannare. Esprime il progetto originario del Padre, il traguardo verso il quale egli chiama coloro che accolgono la sua grazia. Questo traguardo consiste nel diventare συμμόρφους (symmòrfus), «conformi», all'immagine del Figlio. Dio non vuole semplicemente sottrarci al male o garantirci una salvezza esteriore. Desidera riprodurre in noi i lineamenti di Cristo, rendendoci capaci di amare, perdonare, servire e donarci come lui. Il giudizio finale manifesterà se avremo permesso alla grazia di trasformarci e di renderci progressivamente simili al Figlio.

Si comprende allora il legame profondo tra le tre parabole. Il tesoro nascosto e la perla preziosa indicano il Bene da scoprire e da scegliere; la rete ricorda che questa scelta non può essere rimandata indefinitamente. Il Regno dei cieli è dono, scoperta e gioia, ma è anche responsabilità. La grazia ci precede, ci accompagna e ci sostiene, ma attende una risposta libera. Il giovane Salomone, nella prima lettura, chiede לֵב שֹׁמֵעַ (lev shomèa), «un cuore che ascolta», capace di discernere il bene dal male. Il mercante riconosce la perla tra molte altre. I pescatori distinguono ciò che è buono da ciò che è inutilizzabile. Tutta la liturgia di questa domenica ci invita, dunque, a chiedere la sapienza necessaria per riconoscere il vero Bene e per sceglierlo mentre ne abbiamo ancora il tempo. Accogliere il Regno dei cieli significa lasciare che Cristo diventi il tesoro della nostra vita, la perla che ordina ogni altro bene e il modello al quale veniamo progressivamente conformati. È questo il progetto del Padre: non soltanto liberarci dal male, ma renderci sempre più simili al Figlio, affinché, quando la rete della storia sarà tratta sulla riva, possa apparire pienamente in noi la bellezza dell'immagine di Cristo.

Conclusione

La pericope evangelica si conclude con una domanda che Gesù rivolge ai discepoli, ma che continua a risuonare nel cuore di ogni credente: «Avete compreso tutte queste cose?» (Mt 13,51). È una domanda apparentemente semplice, ma in realtà decisiva, perché costringe ciascuno a verificare non soltanto ciò che ha ascoltato, ma ciò che la Parola ha realmente prodotto nella sua vita. Il verbo utilizzato dall'evangelista è συνίημι (synìemi), che significa «mettere insieme», «collegare», «cogliere il significato profondo». Comprendere, nel linguaggio biblico, non equivale semplicemente a ricordare una spiegazione o a possedere alcune conoscenze religiose. Significa riconoscere il filo che unisce le parole di Gesù, accoglierle interiormente e permettere che esse offrano un nuovo criterio con cui interpretare la vita. La vera comprensione della Parola, infatti, non si misura dalla quantità delle nozioni che siamo capaci di ripetere, ma dalla trasformazione che essa genera in noi. Gesù aveva già paragonato la sua Parola a un seme: non basta che cada sul terreno, deve mettere radici e portare frutto. Per questo san Giacomo ammonisce: «Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi» (Gc 1,22). Una Parola soltanto ascoltata può rimanere esterna; una Parola compresa diventa scelta, orientamento e vita.

I discepoli rispondono con sicurezza: «Sì». Gesù, tuttavia, non si limita ad accogliere la loro risposta, ma aggiunge una nuova immagine: «Ogni scriba, divenuto discepolo del Regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52). In questa figura è possibile riconoscere anche il ritratto ideale dell'evangelista Matteo e, più ampiamente, di ogni credente che si pone seriamente alla scuola del Vangelo. L'espressione greca γραμματεὺς μαθητευθεὶς (grammatèus matheteuthèis) significa letteralmente «scriba reso discepolo». Il participio passivo suggerisce che non si diventa discepoli soltanto per iniziativa personale: è il Maestro che forma, educa e conduce progressivamente alla comprensione. Lo scriba possiede già il tesoro delle Scritture, ma l'incontro con Cristo gli permette di leggerle con uno sguardo nuovo. Non si tratta più dello scriba chiuso nei propri schemi, incapace di riconoscere la novità introdotta da Gesù. È un uomo che ha accettato di tornare discepolo, di lasciarsi istruire e perfino sorprendere. La conoscenza religiosa, infatti, può diventare un ostacolo quando ci fa credere di avere ormai compreso tutto; diventa invece sapienza quando conserva l'umiltà di continuare ad ascoltare. Il discepolo del Regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal proprio tesoro καινὰ καὶ παλαιά (kainà kai palaià), «cose nuove e cose antiche». Gesù non contrappone ciò che è nuovo a ciò che è antico, quasi che l'uno debba cancellare l'altro. In lui, piuttosto, l'antico viene portato al compimento e il nuovo rivela la profondità di ciò che Dio aveva già preparato nella storia di Israele. Lo scriba divenuto discepolo non mette da parte l'Antico Testamento come se fosse ormai inutile o superato. Alla luce di Cristo ne comprende il significato più autentico: le promesse, le alleanze, le figure, le profezie e le attese convergono verso di lui. Come afferma il Concilio Vaticano II, Dio ha sapientemente disposto che il Nuovo Testamento fosse nascosto nell'Antico e l'Antico diventasse pienamente manifesto nel Nuovo. L'intera Scrittura forma così un solo grande racconto di salvezza, che trova in Cristo il proprio centro e la propria chiave interpretativa. Henri de Lubac ha insistito sul fatto che il cristianesimo non è anzitutto un sistema di idee o un codice morale, ma il mistero di Cristo nel quale tutta la storia della salvezza trova unità. Per questo leggere le Scritture significa imparare a riconoscere, sotto la diversità dei libri, degli autori e delle epoche, l'unica Parola mediante la quale Dio cerca l'uomo e lo conduce verso il Figlio. San Girolamo lo ha espresso con una formula divenuta celebre: «L'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo». Non possiamo conoscere veramente il tesoro senza frequentare il campo nel quale esso è nascosto; non possiamo riconoscere la perla senza educare lo sguardo a distinguere ciò che è prezioso da ciò che possiede soltanto un valore apparente. La familiarità con la Parola ci insegna progressivamente a vedere la vita con gli occhi di Dio. La conclusione del Vangelo permette allora di cogliere il filo profondo che attraversa tutte le letture di questa domenica. Nella prima lettura, il giovane Salomone non domanda ricchezza, lunga vita o vittoria sui nemici, ma לֵב שֹׁמֵעַ (lev shomèa), «un cuore che ascolta» (1Re 3,9). Egli comprende che il bene più grande non consiste nel possedere molte cose, ma nel ricevere la sapienza necessaria per distinguere il bene dal male e per governare secondo la volontà di Dio. Nella seconda lettura, san Paolo rivela il progetto al quale questa sapienza deve condurre: essere «conformi all'immagine del Figlio» (Rm 8,29). Dio non desidera soltanto offrirci qualche aiuto lungo il cammino o liberarci dalle difficoltà. Vuole riprodurre in noi i lineamenti di Cristo, affinché il nostro modo di pensare, scegliere, amare e servire diventi progressivamente simile al suo. Nel Vangelo, infine, il tesoro nascosto e la perla preziosa mostrano ciò che merita il primo posto, mentre la rete ricorda che il tempo della scelta non è illimitato. Salomone domanda un cuore capace di riconoscere il bene; Paolo indica in Cristo la forma piena della nostra vocazione; Gesù invita a scegliere il Regno dei cieli con la gioia e la decisione di chi ha finalmente scoperto ciò per cui vale la pena vivere. Tutte le letture convergono così verso una domanda inevitabile: quale realtà occupa veramente il centro della nostra vita? Il nostro cuore finisce sempre per abitare là dove abbiamo collocato ciò che riteniamo più prezioso. Per questo non è sufficiente dichiarare a parole che Cristo è il nostro tesoro: occorre verificare verso che cosa sono orientati il nostro tempo, i nostri desideri, le nostre energie e le nostre scelte.

Possiamo trascorrere l'intera esistenza inseguendo molte perle, accumulando beni, cercando approvazione, successo e sicurezza, senza trovare ciò che riesca veramente a unificare il cuore. Le realtà umane sono buone e preziose, ma non possono sostenere da sole il peso della nostra speranza. Quando vengono trasformate in assoluti, prima o poi deludono; quando invece sono ordinate a Cristo, ritrovano la loro verità e la loro bellezza. La risposta del Vangelo non è un concetto, ma una Persona. Cristo è il tesoro nascosto che dà senso al campo della nostra esistenza, la perla davanti alla quale ogni altro bene ritrova il proprio posto e il Figlio alla cui immagine il Padre desidera conformarci. In lui, come scrive san Paolo, «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3). Trovare Cristo non significa possederlo una volta per sempre, come si possiede un oggetto. Significa entrare in una relazione che deve essere rinnovata ogni giorno, perché il cuore può distrarsi, smarrire la gerarchia dei beni e attribuire nuovamente un valore assoluto a ciò che è soltanto relativo. La vita cristiana è perciò ricerca e ritrovamento, dono e risposta, grazia ricevuta e decisione continuamente rinnovata.Chi trova Cristo non perde il mondo, ma impara finalmente ad amarlo nel modo giusto. Non rinuncia alla vita, ma ne scopre la pienezza. Non rimane vuoto dopo aver venduto tutto, perché ha trovato Colui che vale più di ogni cosa. E comprende che non esiste investimento più fecondo che consegnare la propria vita a colui che, donandosi interamente a noi, è diventato il nostro tesoro, la nostra perla e il nostro unico, vero Bene.

Affidiamo questo desiderio a te o Vergine Maria. Tu che hai custodito nel cuore il Tesoro del Padre e ha portato nel tuo grembo la Perla più preziosa donata all'umanità. Donna dell'ascolto, del silenzio e della fede, insegnaci a riconoscere Cristo come il Bene di ogni bene, a non anteporre nulla al suo amore e a vivere ogni giorno da autentici discepoli del tuo Figlio.

don Nicola De Luca
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