IL RISORTO NON CI LASCIA SOLI: ASCENDE AL CIELO, MA RESTA NELLA STORIA

DOMENICA 17 MAGGIO 2026
ASCENSIONE DEL SIGNORE – MESSA DEL GIORNO - ANNO A
A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Mt 28,16-20
Introduzione
La solennità dell'Ascensione del Signore potrebbe, a prima vista, dare l'impressione di un distacco: Gesù lascia la terra, si sottrae agli occhi dei suoi discepoli e ritorna al Padre. Quasi un congedo. Quasi la fine di una vicenda. Eppure, il mistero che oggi celebriamo non racconta un'assenza, ma una presenza nuova, più profonda, universale e definitiva. L'Ascensione non è la fuga di Cristo dal mondo, né il suo disinteresse per la storia umana. Gesù non ascende al cielo per abbandonare la terra alle sue ferite, alle sue contraddizioni e alle sue paure. Egli sale al Padre per rimanere accanto all'uomo in un modo nuovo: non più limitato da uno spazio, da un tempo o da una condizione corporea, ma presente ovunque. La sua presenza ora è spirituale, sacramentale, ecclesiale. È il Signore glorioso che continua ad abitare la storia degli uomini. Per questo il Concilio Vaticano II insegna che Cristo «è sempre presente nella sua Chiesa» (Sacrosanctum Concilium, 7): nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nel pane spezzato, nella comunità riunita nel suo nome, nei poveri, nei sofferenti, nei piccoli della terra. È presente nelle lacrime nascoste dell'uomo, nelle attese del cuore, nelle speranze spesso fragili del nostro tempo. Nulla della vita umana gli è estraneo. L'Ascensione, allora, non è un "addio", ma l'inizio di una forma nuova di comunione. Cristo entra nella gloria del Padre senza smettere di condividere il cammino dell'umanità. Egli continua a farsi vicino, compagno di viaggio, presenza discreta ma reale dentro le pieghe della storia. Sant'Agostino scriveva: «Non si è allontanato dal cielo quando è disceso fino a noi, né si è allontanato da noi quando è salito di nuovo al cielo». È il mistero dell'Emmanuele, del Dio-con-noi (Mt 1,23), che il Vangelo di Matteo pone all'inizio e alla fine della sua narrazione. Gli Atti degli Apostoli mostrano i discepoli con lo sguardo rivolto verso l'alto mentre Gesù viene elevato al cielo (At 1,1-11). Ma gli angeli li invitano subito a non restare fermi. La fede cristiana non è evasione dal mondo, nostalgia del passato o sterile attesa. La Chiesa non può vivere guardando soltanto il cielo dimenticando la terra. L'Ascensione inaugura il tempo della missione, il tempo in cui il Vangelo deve essere annunciato fino ai confini della terra. Da questo momento la comunità dei credenti è chiamata a diventare nel mondo segno vivo della presenza di Cristo. La Chiesa, come ricorda la Lumen Gentium, è «in Cristo come sacramento», cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano. È chiamata a rendere visibile l'invisibile, a portare il Vangelo nelle periferie dell'esistenza, nelle famiglie, nei luoghi della sofferenza, della solitudine e della speranza. L'Ascensione segna così il passaggio dal tempo della presenza visibile di Gesù al tempo della Chiesa. Ma non è un tempo vuoto. È il tempo dello Spirito Santo, il tempo della testimonianza, il tempo dell'"Ecclesia peregrinans", della Chiesa pellegrina che attraversa la storia sostenuta dalla promessa del suo Signore: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20).
1. Il Signore ascende al cielo, ma non abbandona la terra
Gli Atti degli Apostoli ci mostrano i discepoli con gli occhi rivolti verso il cielo mentre Gesù viene elevato davanti a loro (At 1,1-11). È una scena carica di stupore, di silenzio e forse anche di smarrimento. Quegli uomini che avevano camminato accanto al Maestro, ascoltato la sua voce e condiviso con Lui giorni di luce e di fatica, ora lo vedono sottrarsi ai loro occhi. Eppure gli angeli intervengono immediatamente: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (At 1,11). È quasi un invito a non trasformare la fede in nostalgia o immobilismo. La vita cristiana non consiste nel restare fermi a contemplare un cielo lontano dimenticando la terra. L'Ascensione non spinge il credente a fuggire dalla storia, ma ad abitarla con uno sguardo nuovo. Cristo sale al Padre, ma non si allontana dal mondo. Continua ad operare dentro le vicende umane, spesso in modo discreto e silenzioso, ma reale e potente.
Gesù conclude il tempo della sua presenza corporea sulla terra, ma inaugura una presenza nuova che abbraccia il cosmo intero. Non è più legato ai confini di un luogo o di un tempo. Il Risorto glorioso, seduto alla destra del Padre, continua ad essere l'Emmanuele, il Dio-con-noi. Matteo utilizza l'espressione greca Ἐμμανουήλ (Emmanouḗl), che riprende l'ebraico עִמָּנוּאֵל ('Immānû'ēl), e significa proprio: "Dio è con noi" (Mt 1,23). È il grande annuncio che attraversa tutto il Vangelo e che trova compimento proprio nell'Ascensione. Come ricorda San Leone Magno, «ciò che nel Redentore era visibile è passato nei Sacramenti». La presenza del Signore ora raggiunge ogni uomo, ogni popolo, ogni situazione umana. Joseph Ratzinger scriveva che l'Ascensione non significa "partenza verso un luogo lontano del cosmo", ma ingresso definitivo di Cristo nella comunione di Dio, una comunione che proprio per questo diventa vicinanza nuova e definitiva all'uomo.
Per questo il Vangelo di Matteo si chiude con una delle parole più consolanti di tutta la Scrittura: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). È il sigillo dell'intero Vangelo matteano. Colui che all'inizio era stato annunciato come l'Emmanuele ora promette di restare per sempre accanto al suo popolo. È una presenza che non viene meno nei giorni luminosi né nelle notti della prova. Cristo oggi continua a vivere nella sua Chiesa, nella Parola proclamata, nei Sacramenti, nell'Eucaristia, nei poveri, nei dimenticati, nelle ferite dell'umanità. Il Concilio Vaticano II afferma che Egli è presente «specialmente nelle azioni liturgiche» (Sacrosanctum Concilium, 7), ma anche nella comunità dei credenti che cammina nella storia come "Ecclesia peregrinans", la Chiesa pellegrina.
Sant'Agostino affermava: «Non si è allontanato dal cielo quando è disceso fino a noi, né si è allontanato da noi quando è salito di nuovo al cielo». È il mistero di una presenza che non imprigiona ma accompagna; non domina ma sostiene. Una presenza che si fa vicinanza, consolazione, misericordia. Cristo continua a manifestarsi nelle famiglie ferite, nelle lacrime nascoste, nelle solitudini del cuore, nelle domande profonde dell'uomo contemporaneo. Là dove l'uomo cerca senso, pace e speranza, il Risorto continua a seminare il suo shālôm (shalòm), quella pace piena e definitiva che viene da Dio e che nessuna realtà terrena può dare completamente. Per questo il cristiano non vive nella paura dell'abbandono. Anche quando la fede attraversa il deserto, anche quando il male sembra prevalere, anche quando la storia appare oscura e confusa, il Risorto continua a camminare accanto ai suoi. È il Kyrios (Kýrios), il Signore vivente della storia, presenza fedele e silenziosa che accompagna il cammino dell'uomo verso la pienezza del Regno.
2. Una Chiesa fragile, ma inviata nel mondo
Matteo colloca l'ultima apparizione del Risorto sul monte della Galilea. Non è un semplice dettaglio geografico. Nella Scrittura il monte è il luogo della rivelazione, dell'incontro con Dio, dell'ascolto della sua Parola. Sul Sinai Mosè aveva ricevuto la Legge; sul Carmelo Elia aveva sperimentato il passaggio del Signore; sul monte Gesù aveva proclamato le Beatitudini, si era trasfigurato davanti ai discepoli e ora, ancora sul monte, consegna alla Chiesa il mandato missionario. Il monte diventa così il luogo della contemplazione e della missione, dell'ascolto e dell'invio. Prima si sale per incontrare Dio, poi si scende per ritornare ai fratelli. La fede cristiana non è mai chiusura intimistica o rifugio spirituale. Chi incontra davvero Cristo non può trattenere il Vangelo soltanto per sé. Gli Undici ritornano in Galilea, la terra della prima chiamata, dell'inizio della sequela, dei giorni ordinari vissuti accanto al Maestro. La Galilea era chiamata "Galilea delle genti" (Mt 4,15), luogo periferico e disprezzato, crocevia di popoli e culture. Ed è significativo che proprio da lì ricominci tutto. Il Risorto attende i suoi non a Gerusalemme, centro del potere religioso, ma nella quotidianità semplice della Galilea.
È quasi un ritorno alle sorgenti della fede. Per incontrare davvero il Risorto bisogna ritornare alla propria "Galilea", cioè a quel luogo interiore dove Cristo ha toccato il cuore per la prima volta. A quella chiamata iniziale, a quel momento di grazia, a quella parola che ha acceso la fede. Papa Benedetto XVI ricordava che il cristianesimo non nasce da un'idea o da una morale, ma dall'incontro con una Persona viva. Eppure, Matteo annota un particolare sorprendente: i discepoli adorano il Signore, ma nello stesso tempo dubitano. Il verbo greco utilizzato dall'evangelista è διστάζω (distázō), che indica l'esitare, il vacillare, il sentirsi incerti. È una pagina di straordinario realismo spirituale. Anche la comunità cristiana vive talvolta tra fede e fragilità, entusiasmo e paura, slancio e stanchezza. Matteo non idealizza la Chiesa. Gli Undici non sono uomini perfetti, ma uomini feriti, incompleti, segnati persino dall'assenza di Giuda. Eppure proprio a questa comunità fragile Cristo affida la missione universale. È un grande messaggio di speranza anche per noi: Dio non sceglie strumenti perfetti, ma cuori disponibili.
Ma la cosa più bella è che Gesù non si allontana davanti alla debolezza dei suoi. Al contrario, si avvicina. La fede non nasce dalla bravura dell'uomo, ma dalla vicinanza di Cristo. Come scriveva Romano Guardini, il cristianesimo non è anzitutto uno sforzo dell'uomo verso Dio, ma il movimento di Dio verso l'uomo. Ed è proprio a questa comunità fragile e incompleta che il Signore affida il grande mandato: «Andate e fate discepoli tutti i popoli». Il verbo greco μαθητεύσατε (mathētéusate) non significa semplicemente "insegnate", ma "rendete discepoli", conducete gli uomini ad entrare in una relazione viva con Cristo. La Chiesa, dunque, non esiste per chiudersi in se stessa o per custodire gelosamente privilegi e sicurezze. Esiste per la missio, per l'annuncio del Vangelo. Il Concilio Vaticano II afferma in Ad Gentes che la Chiesa è «per sua natura missionaria». Ogni battezzato, secondo il proprio stato di vita e il proprio carisma, è inviato nel mondo come testimone del Risorto.
Evangelizzare non significa conquistare o imporre; non significa occupare spazi o cercare consenso. Evangelizzare significa testimoniare, servire, accompagnare, seminare speranza. Significa portare il Vangelo nelle periferie dell'esistenza, là dove l'uomo vive la fatica, la solitudine, il peccato, la ricerca di senso e il desiderio di salvezza. E forse oggi più che mai il mondo non ha bisogno di cristiani perfetti, ma di uomini e donne autentici, capaci di lasciarsi abitare dal Vangelo e di riflettere nella vita il volto misericordioso di Cristo. Come direbbe Papa Francesco, una Chiesa "in uscita", ferita magari dalla strada, ma capace di raggiungere il cuore dell'uomo con la tenerezza del Vangelo.
3. La missione nasce dalla forza dello Spirito
Gesù proclama ai suoi discepoli: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra». Matteo utilizza il termine greco ἐξουσία (exousía), che indica l'autorità, la signoria che viene da Dio stesso. Non si tratta però del potere umano fatto di dominio, forza o imposizione. Cristo manifesta la sua regalità nella Croce, nell'amore che serve, rialza e salva. È il Re che non schiaccia l'uomo, ma si lascia inchiodare per lui. È il Kyrios (Kýrios), il Signore glorioso che regna attraverso il dono totale di sé. Hans Urs von Balthasar scriveva che la gloria di Dio si manifesta pienamente proprio nell'amore crocifisso di Cristo. Per questo l'Ascensione non cancella la Croce, ma la porta dentro la gloria. Il Risorto che sale al Padre conserva per sempre le ferite dell'amore. Da questa "ἐξουσία" (exousía) nasce la missione della Chiesa. I discepoli vengono inviati a battezzare, insegnare e annunciare il Vangelo fino ai confini della terra. È il grande mandato missionario che inaugura il tempo della Chiesa e della testimonianza. Il Battesimo non è soltanto un rito esteriore o un gesto simbolico. Il verbo greco βαπτίζω (baptízō) significa "immergere". Essere battezzati significa essere immersi nella vita stessa della Trinità, nel mistero del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Significa entrare in una comunione nuova con Dio, diventare creature rinnovate dalla grazia, partecipi della vita divina.
I Padri della Chiesa vedevano nel Battesimo una vera partecipazione alla morte e risurrezione di Cristo. San Cirillo di Gerusalemme parlava del fonte battesimale come del luogo in cui il cristiano viene "sepolto e risuscitato" con Cristo. È il mistero del passaggio pasquale, il pesach (pèsach), il passaggio dalla morte alla vita. Tuttavia, questa missione non può essere vissuta con le sole forze umane. Nessuna strategia pastorale, nessuna organizzazione, nessun mezzo umano basta da solo ad aprire il cuore dell'uomo alla conversione. La Chiesa non vive di efficienza mondana, ma della forza dello Spirito Santo. È Lui il vero protagonista della missione. Gli Atti degli Apostoli lo mostrano chiaramente: prima di partire, i discepoli devono attendere «la promessa del Padre» (At 1,4). Solo dopo Pentecoste la comunità impaurita diventa Chiesa missionaria. Lo Spirito Santo trasforma uomini fragili in annunciatori coraggiosi del Vangelo.
Per questo San Paolo, nella Lettera agli Efesini, prega affinché gli occhi del cuore dei credenti siano illuminati per comprendere la speranza alla quale siamo chiamati e la straordinaria grandezza della potenza di Dio manifestata in Cristo risorto e glorificato (Ef 1,17-23). L'Apostolo usa quasi il linguaggio della luce interiore: soltanto il cuore illuminato dallo Spirito riesce a leggere la storia con gli occhi della fede. Anche il Concilio Vaticano II ricorda che è lo Spirito Santo a guidare la Chiesa nel suo cammino nella storia, distribuendo carismi, ministeri e doni per l'edificazione del Corpo di Cristo (Lumen Gentium, 4). Senza lo Spirito la Chiesa diventerebbe soltanto un'organizzazione umana; con lo Spirito diventa presenza viva del Risorto nel mondo.
Solo uomini e donne ripieni dello Spirito possono diventare autentici testimoni del Vangelo. Solo chi rimane unito a Cristo può essere nel mondo voce, cuore, mani e presenza del Signore. Don Tonino Bello diceva che lo Spirito Santo è «il vento che impedisce alla Chiesa di diventare un museo». È Lui che continua a renderla viva, giovane, missionaria e capace di parlare al cuore dell'uomo di ogni tempo. E allora l'Ascensione non è il tempo della nostalgia, ma della responsabilità e della speranza. Cristo sale al Padre, ma affida alla sua Chiesa il compito di continuare nel mondo la sua opera di misericordia, di salvezza e di pace, sostenuta dalla forza invisibile ma reale dello Spirito Santo.
Conclusione
L'Ascensione del Signore non ci invita a fuggire dalla terra, ma ad abitarla con uno sguardo nuovo. Cristo ascende al cielo, ma non si allontana dall'uomo. Rimane presente nella storia come forza silenziosa, come compagnia fedele, come luce che continua ad orientare il cammino della Chiesa e dell'umanità. Il Risorto non abbandona il mondo alle sue ferite, alle sue guerre, alle sue paure e contraddizioni. Egli continua a camminare accanto all'uomo come presenza invisibile ma reale. Continua ad abitare la sua Chiesa, a parlare nella Parola proclamata, a spezzare il pane nell'Eucaristia, a lasciarsi incontrare nei poveri, nei piccoli, nei crocifissi della storia. Come ricordava il Concilio Vaticano II, Cristo «svela pienamente l'uomo all'uomo» (Gaudium et Spes, 22): solo guardando Lui comprendiamo davvero il senso della nostra vita, della sofferenza, della speranza e persino della morte. L'Ascensione inaugura così il tempo della testimonianza. È il tempo della Chiesa, chiamata ad essere nel mondo segno della presenza del Risorto. Non una comunità perfetta, ma un popolo pellegrino, una "Ecclesia peregrinans", spesso fragile e ferita, eppure custodita dalla promessa del suo Signore: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). E forse proprio questa è la consolazione più grande della fede cristiana: sapere che non camminiamo soli. Anche quando il cuore vacilla, anche quando la fede attraversa il dubbio, anche quando il male sembra oscurare la speranza, Cristo continua ad accompagnare il suo popolo. È il Kyrios (Kýrios), il Signore vivente della storia, che guida i passi della sua Chiesa verso il compimento del Regno. Sant'Agostino affermava: «Ci ha preceduti nella gloria per darci la speranza di seguirlo». L'Ascensione, infatti, non parla soltanto del destino di Cristo, ma anche del nostro destino. Là dove è entrato il Capo, è chiamato ad entrare anche il corpo. Il cielo non è estraneo alla terra: è la meta verso cui cammina l'intera esistenza umana. E mentre attraversiamo le strade spesso complesse e faticose del nostro tempo, tra inquietudini, fragilità e attese profonde, il Risorto ci precede nel Santuario eterno del cielo. Là ci attende. Là ci prepara un posto nella casa del Padre (cf. Gv 14,2). Là il nostro itinerarium fidei, il pellegrinaggio della fede, troverà finalmente compimento nello shālôm (shalòm) definitivo di Dio, nell'abbraccio eterno e senza fine del Padre.
Vergine Maria,
Donna gloriosa assunta accanto al tuo Figlio in anima e corpo,
Madre della Chiesa e Sposa dello Spirito Santo,
ottienici la grazia di essere nella storia autentici testimoni del Vangelo.
Rendici uomini e donne colmi dello Spirito di verità,
capaci di portare Cristo nelle ferite del mondo,
nelle periferie dell'anima, nelle famiglie, nei luoghi della sofferenza e della speranza.
Accompagna il cammino della Chiesa
perché la fede in tuo Figlio Gesù si estenda fino ai confini della terra. Amen.
don Nicola De Luca


