IL POZZO DOVE DIO CI ASPETTA

DOMENICA 08 MARZO 2026
III Domenica di Quaresima anno A
Sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna. Gv 4, 5-42
Introduzione
Da oggi fino alla domenica delle Palme ci addentriamo in alcune pericopi evangeliche altamente profonde e ricche di significato. Sono le cosiddette catechesi prebattesimali che preparavano i catecumeni a ricevere il sacramento del Battesimo: la Samaritana, il cieco nato e la risurrezione di Lazzaro. La tradizione liturgica della Chiesa ha custodito questi brani come un vero e proprio itinerario spirituale. Non sono semplicemente racconti edificanti, ma tappe di un cammino di fede che conduce alla vita nuova (ζωή καινή, zōé kainé). In queste pagine evangeliche si dischiude progressivamente il mistero di Cristo: l'acqua viva donata alla Samaritana, la luce che illumina il cieco nato, la vita che risveglia Lazzaro dal sepolcro. Acqua, luce e vita: tre simboli fondamentali che esprimono ciò che il Battesimo opera nel cuore dell'uomo. Non è un caso che la Chiesa antica proclamasse proprio questi testi nel tempo quaresimale, quando i catecumeni si preparavano a ricevere il Battesimo nella notte di Pasqua. Come ricorda il teologo contemporaneo Christoph Theobald: «Il cristianesimo non è anzitutto una dottrina, ma un processo di trasformazione che avviene nell'incontro personale con Cristo, là dove la Parola diventa vita.» A differenza dello stile abituale di Gesù, che spesso parla alle folle, in questi episodi il Signore imposta dei dialoghi interpersonali. Si interfaccia con volti, cuori e storie da sanare e guarire e conduce ciascuno a riconoscere la sua divinità e la sua signoria, senza nascondere la sua umanità reale e concreta. Il Vangelo di Giovanni, più degli altri, ama raccontare questi incontri personali. È come se il Signore volesse dirci che la fede nasce sempre da un incontro vivo e concreto (מפגש חי, mifgash chai). Gesù non ci tratta come una massa indistinta, ma come persone. Egli incontra Nicodemo nella notte, la Samaritana al pozzo, il cieco nato lungo la strada, Marta e Maria davanti al dolore della morte di Lazzaro. In ciascuna di queste storie si manifesta un tratto fondamentale del cuore di Dio: il suo desiderio di incontrare ogni uomo nella verità della sua vita. Come sottolinea il teologo Jürgen Moltmann: «Dio è il Dio che viene verso di noi, che cerca l'uomo là dove egli si trova, per offrirgli una speranza che trasforma ogni esistenza». La dignità impressa in ciascuno dal Creatore va difesa, custodita e ricondotta alla sua verità. La Scrittura ricorda che l'uomo è stato creato «a immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,26). In ebraico si parla di tselem Elohim (tzelem Elohìm), cioè dell'impronta stessa di Dio impressa nell'essere umano. Questa immagine non viene mai cancellata, nemmeno dal peccato. Può essere ferita, oscurata, deformata, ma non distrutta. Per questo Gesù si accosta ad ogni persona con rispetto e verità. Egli sa che nel cuore dell'uomo abita una sete profonda, quella che la Bibbia chiama צאמה'(tzamà), la sete dell'anima che cerca Dio. Il salmista lo esprime con parole struggenti: «O Dio, tu sei il mio Dio, all'aurora ti cerco, di te ha sete l'anima mia» (Sal 63,2). Anche sant'Agostino ha saputo interpretare questa inquietudine del cuore umano quando scrive nelle Confessioni: «Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te». In fondo è proprio questa inquietudine che attraversa le pagine del Vangelo di oggi: la sete dell'uomo e il desiderio di Dio di colmare quella sete. Come osserva con finezza teologica Benedetto XVI, «il cristianesimo non nasce da un'idea o da un sistema morale, ma dall'incontro con una Persona». Ed è esattamente ciò che accade alla Samaritana: un incontro che cambia la vita, che illumina la storia personale e che trasforma una ricerca confusa in una sorgente di acqua viva. In questo tempo quaresimale la Parola di Dio ci invita proprio a questo: lasciarci incontrare da Cristo nelle profondità della nostra vita. Perché, prima ancora che noi cerchiamo Dio, è Dio stesso che si mette sulle nostre strade per cercarci.
· Gesù attraversa i muri della storia
Partiamo da un dato che può sembrare soltanto geografico e cronistorico, ma che l'evangelista Giovanni sottolinea con grande attenzione: Gesù si sposta dalla Giudea per recarsi in Galilea "dovendo" passare dalla Samaria. Questo particolare è altamente teologico. Nel testo greco del Vangelo leggiamo: ἔδει δὲ αὐτὸν διέρχεσθαι διὰ τῆς Σαμαρείας (edei de auton dierchesthai dia tēs Samareias), cioè: «doveva attraversare la Samaria» (Gv 4,4). Non si tratta semplicemente di una necessità geografica, ma di una necessità più profonda, quasi interiore: è il cammino della missione di Gesù che lo conduce proprio là dove la storia degli uomini è segnata da divisioni e ferite. Gesù non sceglie la strada più semplice. Infatti, i Giudei non percorrevano quasi mai il tragitto che passava dalla Samaria a causa dell'astio reciproco tra Giudei e Samaritani, soprattutto per questioni religiose e identitarie. Molti preferivano allungare il viaggio e aggirare quella regione pur di non attraversarla.
Il passaggio per la Samaria era percepito quasi come una contaminazione. All'epoca di Gesù il rapporto tra i due popoli era teso e segnato da una profonda diffidenza. Questa divisione affondava le sue radici nel 722 a.C., quando gli Assiri conquistarono il regno del Nord di Israele e deportarono gran parte della popolazione. In seguito, introdussero nella regione nuovi gruppi etnici, generando una mescolanza di popoli israeliti e stranieri. Da quel momento i Giudei del Sud considerarono i Samaritani religiosamente impuri e deviati dalla vera tradizione di Israele. In questo contesto di separazione, risuona la parola greca διαχωρισμός ( dichōrismós , separazione), che ben esprime la frattura tra le comunità. La separazione si radicalizzò anche sul piano del culto.
I Giudei riconoscevano Gerusalemme come unico luogo legittimo di adorazione, mentre i Samaritani adoravano sul monte Garizim e accettavano come Scrittura sacra soltanto i primi cinque libri della Bibbia, il Pentateuco. Questa divergenza alimentò nel tempo una ostilità sempre più profonda, tanto che molti Giudei preferivano evitare perfino di attraversare la Samaria. Il Vangelo sottolinea esplicitamente questa distanza: «I Giudei, infatti, non hanno rapporti con i Samaritani» (Gv 4,9). Proprio in questo contesto di divisione, l'incontro di Gesù con la donna samaritana appare ancora più significativo. Gesù entra volontariamente in un territorio segnato dalla diffidenza e dalla separazione. Non si lascia frenare dai pregiudizi religiosi né dalle barriere culturali del suo tempo. Con il suo gesto egli mostra che la misericordia di Dio non conosce confini. A tal proposito, il teologo contemporaneo Miroslav Volf afferma: «L'amore di Dio abbraccia l'altro senza dissolvere le differenze, ma includendole».
L'amore di Gesù attraversa muri, diffidenze e pregiudizi. Non si ferma davanti alle divisioni della storia. Anche il nostro tempo conosce molti muri: culturali, sociali, religiosi e talvolta perfino ecclesiali. Ma il Vangelo ci ricorda che Dio non si lascia fermare da questi confini. Come annuncia il profeta Isaia, il desiderio di Dio è che la sua casa diventi «casa di preghiera per tutti i popoli» (Is 56,7). È l'orizzonte universale della salvezza. Per questo Gesù si avvia verso la Galilea passando per la Samaria e giunge in un villaggio chiamato Sicar. Non è soltanto un luogo geografico. È il luogo simbolico dove la storia ferita dell'uomo incontra la pazienza e la misericordia di Dio. Qui sta per accadere un incontro capace di cambiare una vita e, attraverso quella vita, di raggiungere un intero villaggio.
· Il pozzo dove si incontrano la sete dell'uomo e la sete di Dio
In quel luogo c'è un pozzo, uno dei famosi pozzi di Giacobbe ai piedi del monte Garizim, luogo sacro per i Samaritani in alternativa a Gerusalemme. L'evangelista ci offre anche un tratto molto umano di Gesù: è stanco, affaticato e assetato. È il segno della sua vera e concreta umanità. Giovanni annota con realismo: «Gesù, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo» (Gv 4,6). Nel Figlio di Dio vediamo così la piena solidarietà con la condizione umana. Il Verbo incarnato non è un'apparenza divina che attraversa il mondo senza toccarlo: egli conosce la fatica, la stanchezza e perfino la sete. Come ricorda la Lettera agli Ebrei, Cristo è stato «provato in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). Karl Rahner, tra i più grandi teologi contemporanei, afferma: "Dio si fa vicino proprio là dove l'uomo sperimenta la sua debolezza, perché la debolezza è lo spazio in cui la grazia può essere accolta."
Seduto presso il pozzo, Gesù attende. A mezzogiorno arriva una donna samaritana con la sua anfora per attingere acqua. Gesù la stava aspettando proprio lì, in un luogo carico di simbolismo. L'ora indicata dall'evangelista non è casuale: è l'ora più calda del giorno, quando normalmente nessuno si reca al pozzo. La donna arriva sola, quasi a suggerire una vita segnata da isolamento e forse da ferite interiori. E proprio lì, nella solitudine di quell'ora, avviene l'incontro. Il teologo Dietrich Bonhoeffer osserva che "l'incontro con Cristo avviene sempre nel punto più profondo della nostra solitudine, là dove la grazia può operare senza ostacoli".
Nella Bibbia il pozzo ha spesso un significato particolare. Nel deserto l'acqua è vita e molti incontri decisivi avvengono proprio presso un pozzo. Basti pensare a Isacco, a Giacobbe o a Mosè, che incontrano proprio presso un pozzo le loro future mogli (cf. Gn 24; Gn 29; Es 2). Il pozzo diventa così simbolicamente il luogo dell'incontro e della promessa. Come scrive Erri De Luca: "Il pozzo è il punto dove la sete incontra la risposta, dove la voce trova ascolto, dove la promessa si fa storia". Quando Gesù incontra la Samaritana al pozzo di Giacobbe, l'evangelista Giovanni vuole dirci qualcosa di più profondo. Gesù si presenta come la vera sorgente dell'acqua della vita. Israele aveva cercato l'acqua presso il pozzo di Giacobbe, ma ora Cristo si rivela come la fonte definitiva. Nel dialogo con la donna Gesù parla infatti di «acqua viva». In greco il Vangelo utilizza l'espressione ὕδωρ ζῶν (hydōr zōn), che indica un'acqua viva, sorgiva, capace di generare vita.
Nell'Antico Testamento questa espressione richiama spesso l'azione stessa di Dio. Il profeta Geremia, ad esempio, rimprovera il popolo dicendo: «Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva» (Ger 2,13). In ebraico l'espressione è מַיִם חַיִּים (mayim chayyim), letteralmente "acque viventi". La teologa Elizabeth Johnson sottolinea: "L'acqua viva che Gesù offre è la possibilità di una vita trasformata, dove ogni sete trova finalmente la propria risposta nel mistero di Dio." Per questo Gesù promette alla donna «un'acqua che zampilla per la vita eterna» (Gv 4,14). Giovanni utilizza qui il termine πηγή (pēgē), che significa sorgente. Non si tratta di un'acqua esterna che disseta solo per un momento, ma di una sorgente interiore che scaturisce nel cuore dell'uomo. Non solo. Cristo stesso diventa la roccia da cui sgorga l'acqua viva, come già era stato prefigurato nel libro dell'Esodo: «Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo e va'. Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull'Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà» (Es 17,5-6).
La tradizione cristiana ha letto questo episodio come una profezia di Cristo. San Paolo lo afferma esplicitamente: «Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era Cristo» (1Cor 10,4). Il pozzo rappresenta così la ricerca dell'uomo, mentre Gesù si rivela come la sorgente capace di colmare definitivamente la sete del cuore. È il punto di incontro tra due desideri: la sete dell'uomo e la sete di Dio. Sant'Agostino, commentando questo brano, scrive una frase molto suggestiva: «Colui che chiedeva da bere aveva sete della fede di quella donna». In altre parole, Gesù ha sete non solo di acqua, ma dell'incontro con il cuore umano.
Come sottolinea il teologo contemporaneo Jürgen Moltmann: "La sete di Dio è la sua passione per l'uomo, la sua irrefrenabile volontà di comunione e di vita condivisa. L'incontro tra la sete di Dio e quella dell'uomo è il luogo originario della speranza cristiana." Nel romanzo "Il pozzo della solitudine" di Radclyffe Hall, la protagonista afferma: "Ogni creatura cerca la sua sorgente, e solo quando la trova si placa la sua inquietudine." Questa immagine letteraria risuona profondamente con il simbolismo evangelico del pozzo. In questo episodio si rivela un mistero profondo della fede cristiana: Dio cerca l'uomo mentre l'uomo cerca Dio. Le due sete si incontrano. Come scrive il salmista: «L'abisso chiama l'abisso» (Sal 42,8). La sete del cuore umano trova finalmente la sua risposta nella sorgente viva che è Cristo.
· L'incontro che trasforma la vita
Questo episodio mette in luce anche un altro aspetto di Gesù: egli è il grande pedagogo del cuore. Con pazienza e discrezione entra nella storia di ciascuno, rispettando la verità della vita di ogni persona. Non forza mai il cuore umano, ma lo accompagna passo dopo passo verso la luce. È una pedagogia divina fatta di ascolto, di domande e di rivelazione progressiva. Il teologo Jean-Luc Marion afferma: "Solo chi accetta di essere interrogato dalla verità può ricevere la luce che trasforma la vita." Gesù fa emergere lentamente dal cuore umano quella fame e quella sete di infinito che spesso restano nascoste sotto le pieghe della vita quotidiana. Solo quando questa sete viene riconosciuta, l'uomo può accogliere il dono dell'acqua viva dello Spirito. Non è un caso che san Paolo ricordi nella Lettera ai Romani: «Giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 5,1). È proprio questa pace ritrovata con Dio che comincia a germogliare nel cuore della donna samaritana. In questo senso, si potrebbe evocare il termine greco εἰρήνη (eirēnē), "pace", che indica la riconciliazione profonda tra l'uomo e Dio.
Gesù chiede alla donna una cosa semplice e concreta: «Dammi da bere» (Gv 4,7). In greco il testo dice: δός μοι πεῖν (dos moi pein), «dammi da bere». È sorprendente che il Figlio di Dio inizi il dialogo partendo da una richiesta. Non si impone, non predica immediatamente, ma si pone nella posizione di chi ha bisogno. In questo gesto si rivela la logica stessa dell'incarnazione: Dio si avvicina all'uomo entrando nella sua condizione. Come annota la scrittrice Marina Marazza: "Solo chi si fa mendicante può davvero incontrare l'altro; la sete è il linguaggio universale della relazione."
La donna resta sorpresa: come può un giudeo chiedere da bere a una samaritana? Non si tratta solo di una distanza etnica o religiosa, ma anche di una distanza culturale e sociale. Un maestro giudeo non avrebbe normalmente rivolto la parola a una donna sconosciuta. La sete è già stata evocata nella prima lettura dell'Esodo. Lì il popolo soffre la sete nel deserto e mormora contro Mosè: «Perché ci hai fatto salire dall'Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?» (Es 17,3). In quel contesto la sete diventa ribellione e sfiducia verso Dio. Qui invece, a partire da una sete puramente umana, si apre un dialogo che conduce progressivamente alla sete di Dio. Gesù parla alla donna di un'acqua viva, il dono dello Spirito. Ma la donna inizialmente non comprende e pensa a un'acqua materiale che possa evitarle di tornare ogni giorno al pozzo.
Qui appare una caratteristica tipica del Vangelo di Giovanni. L'evangelista utilizza spesso un procedimento narrativo che gli studiosi chiamano "ironia giovannea": l'interlocutore interpreta le parole di Gesù in senso materiale, mentre Gesù sta parlando di una realtà spirituale molto più profonda. Come scrive il teologo contemporaneo Christoph Theobald: "La fede non è solo un passaggio dal bisogno alla risposta, ma la scoperta che la sete più profonda dell'uomo è quella di essere riconosciuto e amato da Dio." Ma Gesù non si scoraggia davanti all'incomprensione. Continua il dialogo con pazienza, conducendo la donna sempre più in profondità. Quando ella pone la questione su dove adorare Dio — sul monte Garizim o a Gerusalemme — Gesù apre un orizzonte completamente nuovo: «Viene l'ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità» (Gv 4,23). Nel testo greco troviamo l'espressione ἐν πνεύματι καὶ ἀληθείᾳ (en pneumati kai alētheia), cioè «in Spirito e verità». L'adorazione non è più legata esclusivamente a un luogo geografico, ma diventa una relazione viva con Dio attraverso lo Spirito Santo.
Nel frattempo, Gesù svela alla donna la verità della sua vita. Non lo fa per umiliarla, ma per aprire il suo cuore alla verità. Questo momento è decisivo: la donna percepisce che quell'uomo conosce la sua storia più profonda. Per questo arriva a dire: «Signore, vedo che tu sei un profeta» (Gv 4,19). Il dialogo si approfondisce e diventa sempre più serio. È l'incontro tra la sete di Dio e la sete dell'uomo. Dio cerca il cuore umano mentre il cuore umano, spesso senza saperlo, cerca Dio. Alla fine, Gesù si rivela pienamente: «Sono io che parlo con te» (Gv 4,26). Nel testo greco l'espressione è ἐγώ εἰμι (egō eimi), «Io sono». È l'eco del nome stesso di Dio rivelato a Mosè nel roveto ardente: «Io sono colui che sono» (Es 3,14). In ebraico: אֶהְיֶה אֲשֶׁר אֶהְיֶה (Ehyeh asher Ehyeh). Con queste parole Gesù lascia intravedere il mistero della sua identità divina. A quel punto accade qualcosa di molto significativo. La donna lascia l'anfora al pozzo. È un gesto semplice ma carico di simbolismo. L'anfora rappresenta le antiche attese, le ricerche incomplete, i tentativi dell'uomo di colmare la propria sete. Ora non servono più, perché ha incontrato la vera sorgente. La donna corre al villaggio ad annunciare ciò che le è accaduto: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto» (Gv 4,29). Diventa testimone e missionaria. Senza aver studiato, senza aver ricevuto un mandato ufficiale, diventa la prima evangelizzatrice della sua città.
Questo è il dinamismo profondo della fede cristiana: l'incontro con Cristo genera sempre altri incontri. Come osserva con grande finezza Benedetto XVI, «la fede si accende per contagio, come una fiamma che passa da una persona all'altra». Quando qualcuno incontra davvero il Signore, non può tenere per sé quella gioia. Diventa spontaneamente testimone. Lo scrittore contemporaneo Alessandro D'Avenia, riflettendo sul tema dell'incontro, afferma: "Ogni vera sorgente non trattiene l'acqua per sé, ma la dona; così chi ha incontrato la luce non può fare a meno di trasmetterla." La Samaritana, che era arrivata al pozzo con una sete ordinaria e quotidiana, torna al suo villaggio con una sorgente nel cuore. Ed è proprio questo il miracolo dell'incontro con Cristo: trasformare una vita ferita in una vita capace di generare fede negli altri.
Conclusione
Questo brano evangelico ci invita a meditare su quali desideri profondi risiedano davvero nel nostro cuore. Siamo chiamati a lasciare che Cristo, attraverso la sua Parola, plasmi la nostra storia e la trasformi in una sorgente di vita autentica. Ci domandiamo: ci avviciniamo alla Chiesa solo per colmare qualche bisogno oppure per vivere un incontro vero con il Signore? Il Vangelo della Samaritana ci conduce a superare una fede motivata dalla necessità, per approdare a una fede generata dall'esperienza personale con Gesù. Nel dialogo, Egli promette un'acqua che diventa sorgente inesauribile per la vita eterna (Gv 4,14), una vita nuova che lo Spirito Santo fa germogliare nell'intimo della persona. In fondo, tutta la storia della salvezza può essere interpretata come la ricerca dell'uomo assetato che trova in Dio la fonte. Il salmista esprime questo desiderio con l'immagine: «Come la cerva anela ai corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio» (Sal 42,2). Solo l'acqua viva di Cristo è capace di riempire i vuoti del cuore umano e di trasformare la nostra esistenza in una sorgente che dona vita agli altri. Quando l'uomo incontra veramente il Signore, la sua vita si trasforma: ciò che prima era confusione si fa desiderio di Dio, ciò che era ricerca affannosa diventa sorgente di vita. Edith Stein, filosofa e mistica, afferma: «Chi cerca sinceramente la verità, trova la sorgente che zampilla per la vita». Questo è il percorso della fede e della Quaresima: riconoscere la propria sete per accogliere la sorgente che è Cristo, lasciando che la Parola apra in noi una nuova vita, capace di essere feconda e generativa per gli altri.
Vergine Maria, per partecipazione alla missione salvifica di Gesù e per concessione dall'Alto, anche Tu sei un pozzo da cui scaturisce acqua viva che zampilla per l'eternità perché hai generato e continui a generare la sua fonte fresca e limpida che è Tuo Figlio Gesù. Aiutaci a lasciare le nostre anfore vuote e ad aver fame e sete solo di Cristo. Solo così potremo essere una Chiesa generativa e missionaria.

