IL MESSIA MITE: LA PACE DI DIO CHE PASSA ATTRAVERSO LA CROCE

28.03.2026

29 marzo 2026
Domenica delle Palme
Benedetto colui che viene nel nome del Signore Mt 21,1-11

Introduzione

Con questa domenica, detta delle Palme, siamo introdotti nella Settimana Santa: il tempo più intenso e decisivo dell'intero anno liturgico. Entriamo così nel cuore stesso della fede cristiana, nell'epicentro del mistero della vita e della missione salvifica di Cristo, che trova il suo culmine nel Triduo Pasquale: passione, morte e risurrezione del Signore Gesù. È il mysterium paschale, il centro vivo e pulsante della storia della salvezza, nel quale — come ricorda la tradizione della Chiesa — tutto converge e da cui tutto nuovamente sgorga. Non si tratta semplicemente di un ricordo, ma di un evento che la Chiesa ci invita a vivere oggi, in modo reale e coinvolgente. La liturgia non è mai una semplice commemorazione, ma memoriale — in greco anamnesis — cioè presenza efficace di ciò che si celebra. Come comunità credente siamo chiamati a partecipare attivamente, entrando nel mistero della sua stessa vita, come amava dire san Tommaso d'Aquino. Non spettatori inermi, dunque, ma discepoli coinvolti, che entrano dentro il mistero celebrato. Credenti che, attraverso la liturgia, rinnovano il memoriale vivo ed efficace della nuova ed eterna alleanza, lasciandosi trasformare da ciò che celebrano. Come scrive Benedetto XVI, «la liturgia non è qualcosa che noi facciamo, ma è l'agire di Dio in noi e con noi»: è Dio che ci introduce dentro il suo stesso mistero. Ripercorriamo oggi, spiritualmente, l'ingresso di Gesù nella Città Santa: Gerusalemme. È un momento glorioso, gioioso e festante, in cui Cristo Gesù viene acclamato dai discepoli e dalla folla quale Re d'Israele. Un ingresso che porta con sé il tono della festa, ma anche una profondità che va oltre l'apparenza di quel trionfo. È un'epifania messianica che, tuttavia, custodisce già in sé il germe della contraddizione, perché — come dirà Simeone — questo Figlio è posto «segno di contraddizione» (Lc 2,34). Infatti, già all'orizzonte intravediamo, con la proclamazione della Passione del Signore, in cosa consista realmente questa regalità: non un potere umano, ma un'offerta pura e santa, un'obbedienza d'amore al Padre suo per amore nostro, che lo condurrà fino alla morte e alla morte di croce. Qui si manifesta la logica profonda della kénōsis(κένωσις), dello svuotamento di sé di cui parla l'inno cristologico della Lettera ai Filippesi (cfr. Fil 2,6-8): un Dio che non trattiene gelosamente la sua condizione divina, ma si abbassa, si consegna, si dona. Il Cristo osannato è certamente il Re dei re e il Signore dei signori, ma è anche il Servo sofferente di Adonai, il 'ebed YHWH (עֶבֶד יְהוָה), annunciato dal profeta Isaia. Sono queste le due dimensioni, le due identità che sussistono nell'unico Cristo, senza contraddizione ma in piena unità: la gloria e l'umiliazione, la regalità e il servizio, la vita donata e l'amore che si consegna. Come sottolinea Hans Urs von Balthasar, la gloria di Dio non si manifesta nonostante la croce, ma proprio nella croce. La gloria ritornerà, esplodendo nella risurrezione, ma per ora è necessario passare attraverso l'ignominia, la crudeltà e la malvagità, e il peso reale della sofferenza. È la logica paradossale del Vangelo, dove la vita passa attraverso la morte e la luce attraversa le tenebre (cfr. Gv 1,5). Il Golgota è passaggio obbligato, così come già preannunziato nell'evento della Trasfigurazione, per giungere alla luce piena della Pasqua. Ma, come scriveva il venerabile don Tonino Bello, il Calvario non è una sosta definitiva, bensì una collocazione provvisoria. È un passaggio, un attraversamento, un mistero che apre alla vita nuova. Potremmo dire: è una pascha — dalla radice ebraica pāsah (פסח), "passare oltre" — cioè un attraversamento che non si ferma alla morte, ma la oltrepassa. In questa domenica, anche visivamente e corporalmente, ripetiamo i gesti di quella folla festante: portiamo i nostri rami di ulivo o di palma e, dopo la benedizione e la proclamazione del Vangelo, li facciamo ondeggiare processionalmente in chiesa, accompagnati da inni e canti gioiosi. Non è solo un gesto esteriore, ma un segno che coinvolge tutta la nostra persona e ci introduce nel mistero che celebriamo. È il linguaggio del corpo che si fa preghiera, è la fede che diventa gesto, è la liturgia che abbraccia tutta la nostra umanità. Questo evento richiama ciò che era già stato annunciato nei salmi: «Sollevate, o porte, i vostri frontali, alzatevi, porte antiche, ed entri il re della gloria» (Sal 23). È Cristo che entra nella città, ma è anche Cristo che chiede di entrare nella nostra vita, nella nostra storia, nel nostro cuore. E qui si gioca tutto: non solo l'ingresso di Gesù in Gerusalemme, ma il suo ingresso in noi. Come direbbe sant'Agostino, «Timeo Iesum transeuntem» — temo il Signore che passa — perché può passare accanto alla nostra vita senza che noi gli apriamo. Per questo, questa domenica non è solo memoria di un evento passato, ma appello presente: aprire le porte del cuore, perché il Re della gloria — Melek ha-kavod (מֶלֶךְ הַכָּבוֹד) — possa entrare e trasformare la nostra vita.

1. Gesù in cammino verso Gerusalemme: un ingresso che rivela il compimento

Il racconto di Luca presenta l'ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme come soglia immediata della passione e, allo stesso tempo, come momento che inaugura e sigilla il suo ministero nella città santa (Lc 19,28–21,38). Non si tratta di un episodio isolato, ma del compimento di un cammino già delineato lungo tutto il vangelo: Gesù, infatti, è in viaggio verso Gerusalemme da tempo, come attestano diversi passaggi (cfr. Lc 9,51; 13,33; 18,31), nei quali emerge con chiarezza la consapevolezza del suo destino. L'evangelista Luca, in particolare, sottolinea con forza questa decisione interiore di Gesù: «indurì il volto» (estērisen to prosōpon, ἐστήρισεν τὸ πρόσωπον: Lc 9,51) per mettersi in cammino verso Gerusalemme. È un'espressione densa, che richiama la determinazione del Servo del Signore annunciato da Isaia: «Ho reso la mia faccia dura come pietra» (Is 50,7). Non si tratta semplicemente di un movimento geografico, ma di un cammino teologico e spirituale: Gesù sale a Gerusalemme perché lì si compirà la sua missione, lì si manifesterà pienamente il disegno del Padre.

Tutta la vita pubblica di Gesù appare così orientata verso questo momento: è una "salita" non solo fisica, ma esistenziale, una anábasis (ἀνάβασις), un andare verso l'alto che passa però attraverso l'abbassamento della croce. Come osserva Joseph Ratzinger, Gerusalemme è il luogo dove si intrecciano promessa e compimento, attesa e rivelazione, e dove il volto di Dio si manifesta nella forma paradossale dell'amore crocifisso. E ancora, come ricorda Piero Coda, «in Gesù la storia di Dio e la storia dell'uomo non si incontrano semplicemente, ma si compenetrano fino a diventare un unico evento di amore»: è proprio questo che si compie a Gerusalemme. Tutti e quattro gli evangelisti riportano il racconto dell'ingresso messianico, segno della sua importanza nella tradizione evangelica. Tuttavia, sono in particolare Matteo e Giovanni a esplicitare il riferimento profetico a Zaccaria (Zc 9,9-10), illuminando il significato profondo di questo evento:

«Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra». Attraverso questo oracolo, il profeta Zaccaria lascia comprendere che la vittoria del Messia non sarà il risultato di una potenza militare o di una conquista violenta, ma l'espressione della forza stessa di Dio. Il Messia non si impone con le armi, ma conquista i cuori e guida il suo popolo alla pace mediante la sua parola e la sua presenza. È la logica divina che rovescia le attese umane: non la forza che domina, ma l'amore che attrae; non la violenza che schiaccia, ma la mitezza che salva. In questo senso, l'ingresso di Gesù a Gerusalemme è già rivelazione del volto di Dio: un Dio che non entra nella storia con il fragore delle armi, ma con la discrezione dell'amore. Come ricordano i Padri della Chiesa, Cristo «vince non uccidendo, ma morendo» (non occidendo vincit, sed moriendo), manifestando una regalità che si esprime nel dono totale di sé. E, in modo ancora più profondo, Hans Urs von Balthasar sottolinea che «la potenza di Dio si manifesta nella forma dell'impotenza dell'amore»: è questa la vera vittoria che si compie a Gerusalemme. È una pace che si radica nella giustizia e nell'umiltà, e che troverà il suo pieno compimento alla fine dei tempi, quando il suo dominio si manifesterà in tutta la sua pienezza.

È la pace biblica, lo shalom (שָׁלוֹם), che non indica semplicemente assenza di guerra, ma pienezza di vita, armonia, compimento. Nel Nuovo Testamento questa realtà si esprime con il termine eirēnē (εἰρήνη), che Cristo dona ai suoi discepoli: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27). Come scrive anche Enzo Bianchi, «la pace di Cristo non è evasione dal conflitto, ma capacità di attraversarlo senza perdere l'amore»: è una pace che trasforma il cuore e genera comunione. Ecco allora il senso profondo di questo ingresso: non è solo l'arrivo di Gesù in una città, ma la rivelazione di un modo nuovo di essere Re, di un modo nuovo di salvare, di un modo nuovo di vivere la potenza di Dio. Un ingresso che è già annuncio della Pasqua, già anticipo della croce, già promessa della risurrezione.

2. Il puledro: segno di una regalità mite e profetica

Le attese messianiche erano forti a quei tempi, ma tutti attendevano un guerriero fiero e potente capace di ridare dignità a un Israele stanco del dominio dei pagani. Era diffusa l'idea di un Messia potente, capace di ristabilire con la forza l'onore perduto del popolo, secondo la logica della potenza (dýnamis, δύναμις) e del dominio. Ma Gesù sceglie accuratamente come entrare in città: su di un puledro slegato e sui cui nessun uomo fosse mai salito. Il puledro, nell'immaginario biblico, non è un semplice dettaglio narrativo, ma possiede un preciso valore simbolico che illumina l'identità e la missione di Gesù. Come spesso accade nella Scrittura, ciò che appare marginale si rivela invece profondamente teologico: Dio si manifesta nel piccolo, nel nascosto, in ciò che il mondo non considera (cfr. 1Cor 1,27).

Anzitutto, esso si contrappone al cavallo, che nella Scrittura è tipicamente associato alla guerra, alla forza militare e al potere umano (cfr. Sal 20,8). L'asino, invece, è segno di mitezza, semplicità e pace. La scelta di Gesù manifesta quindi una regalità radicalmente diversa: non una regalità che si impone con la forza, ma una regalità che si offre nell'umiltà. È il rovesciamento della logica mondana: non la forza che domina, ma la praýtēs (πραΰτης), la mitezza che salva. In questo senso, il gesto di Gesù è già rivelazione del suo stile messianico, coerente con la sua stessa parola: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,29). San Giovanni Crisostomo commenta con forza: «Non entra su un carro d'oro, ma su un asino, per insegnarti a calpestare la superbia» (Hom. in Matth.). E sant'Agostino aggiunge: «Sedebat Dominus super asinam, quia regebat gentes» — il Signore sedeva sull'asino perché governava i popoli (In Io. Ev. Tract. 51), indicando una regalità che non domina, ma guida con pazienza e misericordia.

In secondo luogo, il puledro assume un chiaro valore profetico. L'ingresso di Gesù realizza infatti l'oracolo di Zaccaria (Zc 9,9): non si tratta solo di un segno esteriore, ma della manifestazione concreta di un Messia che porta la pace non attraverso la violenza, ma mediante la forza di Dio. È una regalità che si esprime nella giustizia (ṣedeq, צֶדֶק) e apre alla pace (shalom, שָׁלוֹם), cioè alla pienezza della vita riconciliata. Un ulteriore elemento significativo è dato dal fatto che il puledro non era mai stato cavalcato (cfr. Lc 19,30). Questo particolare richiama l'uso biblico di riservare a Dio ciò che è nuovo, integro, non ancora utilizzato (cfr. Nm 19,2). Il puledro diventa così simbolo di consacrazione: è ciò che appartiene a Dio, ciò che è qādôš (קָדוֹשׁ), cioè "separato", dedicato interamente a Lui.

Infine, nella tradizione biblica più ampia, l'asino è legato anche all'attesa messianica della discendenza di Giuda (cfr. Gen 49,11), diventando segno di benedizione, fecondità e compimento. In questo senso, l'ingresso di Gesù si colloca nel tempo del pleroma (πλήρωμα), della pienezza, in cui le promesse trovano il loro compimento definitivo. Alla luce di questi elementi, il puledro diventa un segno teologico denso: esso rivela un Messia mite e pacifico, compie le Scritture, indica una regalità non violenta e manifesta una consacrazione totale al disegno del Padre. E qui la riflessione teologica diventa ancora più profonda. Hans Urs von Balthasar scrive: «Dio non si impone con la forza, ma si espone nella debolezza dell'amore» (Teodrammatica): è esattamente ciò che vediamo in questo ingresso. E Piero Coda afferma: «La potenza di Dio è l'amore che si dona senza riserve e senza difese»: una potenza che non domina, ma salva dall'interno.

Anche Ermes Ronchi, con linguaggio più pastorale, coglie questa verità: «Gesù non prende il potere, ma prende su di sé il dolore del mondo». Ecco allora la verità di questo segno: non è un dettaglio secondario, ma una rivelazione. Nel puledro si nasconde il volto di un Dio che sceglie la via dell'umiltà, della mitezza e dell'amore. Un Dio che non conquista con la forza, ma si dona per salvare — e proprio per questo vince davvero.

3. La pace messianica: dono di Dio e trasformazione delle relazioni

Con l'incarnazione del Verbo, fatto carne nel grembo della Vergine Maria, Dio ha ormai inaugurato i tempi messianici della pace — in ebraico shalom (שָׁלוֹם), in greco eirēnē (εἰρήνη) — che non sono semplici modi di dire o effimeri auguri, ma realtà profonde e salvifiche. Non si tratta di una pace superficiale o emotiva, ma di una condizione nuova dell'esistenza, inaugurata da Dio nella storia. Come annunciano gli angeli nella notte di Betlemme: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace (eirēnē) agli uomini che egli ama» (Lc 2,14). La pace, infatti, non è una costruzione puramente umana, né un fragile equilibrio tra forze contrapposte, ma è dono gratuito dell'amore di Dio all'uomo, elargizione della grazia di Cristo, specialmente dopo la sua risurrezione, e frutto vivo e operante dello Spirito Santo. È ciò che san Paolo esprime con chiarezza: «Egli infatti è la nostra pace» (autos gar estin hē eirēnē hēmōn, αὐτὸς γάρ ἐστιν ἡ εἰρήνη ἡμῶν: Ef 2,14). La pace non è solo qualcosa che Cristo dona: è Cristo stesso.

Essa si manifesta come ristabilimento e restaurazione — anzi, come vera e propria creazione nuova (kainē ktisis, καινὴ κτίσις: cfr. 2Cor 5,17) — delle relazioni fondamentali: tra Dio e l'uomo e dell'uomo con Dio; dell'uomo con gli altri uomini; dell'uomo con se stesso; e, infine, dell'uomo con l'intera creazione. È la ricomposizione dell'armonia infranta dal peccato, è il ritorno alla comunione originaria voluta da Dio. I Padri della Chiesa hanno intuito profondamente questa dimensione. Sant'Ireneo di Lione afferma che «la gloria di Dio è l'uomo vivente» (Gloria Dei vivens homo), indicando che la pace coincide con la vita piena dell'uomo riconciliato con Dio. E sant'Agostino definisce la pace come «tranquillitas ordinis», cioè la serenità che nasce dall'ordine ristabilito nelle relazioni, quando ogni realtà è ricondotta al suo giusto posto davanti a Dio.

È una pace che non si limita a placare i conflitti esteriori, ma che trasforma interiormente il cuore, ricompone ciò che è diviso e conduce ogni cosa verso quella pienezza di comunione e di vita che ha la sua origine e il suo compimento in Dio. È una pace che nasce dal cuore trasformato, perché — come ricorda il Vangelo — «dal cuore provengono i propositi malvagi» (Mt 15,19), e dunque è lì che Dio opera la sua salvezza. In questo senso, la pace cristiana non è fuga dalla realtà, ma capacità di attraversarla trasfigurandola. Come scrive san Tommaso d'Aquino, «la pace è opera della giustizia e frutto della carità» (pax est opus iustitiae et effectus caritatis): essa nasce quando l'amore rimette ordine dentro l'uomo e tra gli uomini.

Anche la teologia contemporanea ha sottolineato questa dimensione profonda. Piero Coda afferma che «la pace è il volto storico dell'amore trinitario che si comunica agli uomini», mentre Enzo Bianchi ricorda che «la pace evangelica non elimina il conflitto, ma impedisce che il conflitto diventi distruzione dell'altro». Ecco allora la verità di questa pace: non è semplice assenza di guerra, ma presenza di Dio; non è equilibrio fragile, ma comunione ritrovata; non è costruzione dell'uomo, ma dono che viene dall'alto. È lo shalom che ricrea, l'eirēnē che riconcilia, la vita nuova che nasce dalla Pasqua.

Conclusione

Gesù compie questo percorso in piena libertà e con decisione e fermezza. C'è una missione che gli è stata affidata dal Padre a cui lui deve adempiere. Non è trascinato dagli eventi, ma li attraversa con consapevolezza e amore: è il Figlio che vive in obbedienza, in quella hypakoē (ὑπακοή) che non è sottomissione passiva, ma ascolto pieno e filiale del Padre. Cammina innanzi a tutti, scrive l'evangelista (cfr. Lc 19,28), poiché egli è il Pastore universale che guida e conduce, aprendo le porte della salvezza. In questo suo camminare davanti a noi si rivela il volto di un Dio che non resta distante, ma entra nella storia e la percorre fino in fondo. È il Dio che precede, che apre la strada, che si espone. Come ricorda san Gregorio Magno, «il Redentore non ha voluto salvarci restando fuori dalla nostra condizione, ma entrandovi fino in fondo». E proprio per questo il suo cammino verso Gerusalemme diventa il cammino della nostra salvezza.

Alla luce di quanto abbiamo contemplato, comprendiamo che l'ingresso di Gesù non è soltanto un evento da ricordare, ma una chiamata da accogliere. Il Re mite, che entra su un puledro, continua a venire anche oggi: non con la forza (dýnamis), ma con la mitezza (praýtēs); non per dominare, ma per trasformare; non per imporsi, ma per essere accolto. Anche noi, oggi, siamo chiamati a seguirlo: non solo nell'osanna della festa, ma nel cammino esigente che conduce alla croce e, attraverso di essa, alla luce della risurrezione. È facile acclamare, è più difficile restare. È facile agitare rami di ulivo, è più esigente lasciarsi coinvolgere fino in fondo nel mistero della Pasqua.

Seguire Cristo significa entrare nella sua logica, accogliere il suo stile, lasciarsi plasmare dalla sua pace (shalom, שָׁלוֹם), che ricompone ciò che è diviso e rinnova ciò che è ferito. Significa passare anche noi, interiormente, attraverso quella pascha (פסח), quel "passaggio" che conduce dalla paura alla fiducia, dalla chiusura alla comunione, dalla morte alla vita. Come scrive sant'Agostino, «non basta celebrare la Pasqua, occorre passare con Cristo» (non solum pascha celebrare, sed transire cum Christo): è questo il cuore della fede. E Hans Urs von Balthasar ci ricorda che «il cristiano è colui che si lascia coinvolgere nel dramma dell'amore di Dio», un amore che non resta teoria, ma diventa vita donata. Ecco allora l'appello che questa domenica ci consegna: non fermarci alla soglia, non restare spettatori, ma entrare. Aprire il cuore perché il Re della gloria — Melek ha-kavod (מֶלֶךְ הַכָּבוֹד) — possa davvero abitare la nostra vita.

Vergine Maria, Causa della nostra gioia e Regina della Pace, fa che prendiamo coscienza che solo se Cristo entra in noi, la nostra esistenza può diventare davvero nuova: riconciliata, pacificata, trasfigurata. Solo allora anche il nostro cammino, come il suo, diventerà un cammino di salvezza.

don Nicola De Luca
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