QUANDO LA CHIESA DIVENTA SINFONIA. Perchè nessuno si perda.

DOMENICA 06 SETTEMBRE 2026
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
Se ti ascolterà, avrai guadagnato tuo fratello Mt 18,15-20
Introduzione
La pericope evangelica di questa XXIII Domenica del Tempo Ordinario è incastonata anch'essa nell'ampio orizzonte ecclesiologico che l'evangelista Matteo mette particolarmente in risalto. In Matteo, infatti, la Chiesa non appare come una realtà successiva o semplicemente aggiunta alla missione di Gesù, quasi fosse una conseguenza organizzativa venuta dopo di lui. Essa appartiene, invece, al cuore stesso della sua opera messianica. Gesù raduna attorno a sé una comunità di discepoli, la educa alla logica del Regno, la forma lentamente attraverso la parola, l'esempio, la correzione, il perdono e la comunione, e la prepara a continuare la sua missione nella storia. Non si tratta, però, di una comunità ideale, astratta o priva di tensioni. Matteo conosce bene la fragilità dei discepoli, le loro incomprensioni, le rivalità, le ambizioni, la fatica del perdono e persino la possibilità dello scandalo e del peccato all'interno della comunità. Proprio per questo il suo Vangelo non presenta soltanto l'origine della Chiesa, ma anche la forma evangelica che essa deve assumere nel tempo. La comunità di Gesù è chiamata a vivere secondo una logica diversa da quella del mondo: non la ricerca del primo posto, ma il servizio; non l'esclusione del fragile, ma la sua custodia; non l'indifferenza davanti al peccato, ma la correzione fraterna; non la vendetta, ma il perdono; non l'autosufficienza, ma la comunione. Non è casuale che Matteo sia l'unico evangelista a utilizzare esplicitamente il termine ἐκκλησία, ekklēsía, in Mt 16,18 e Mt 18,17. Il termine indica la comunità convocata, radunata, chiamata da Dio. Non è semplicemente un gruppo umano riunito per affinità, né un'associazione nata dall'iniziativa dei discepoli: è la comunità che il Signore convoca attorno a sé e alla sua Parola. Questo dato rivela già un interesse particolare dell'evangelista per l'identità e per la forma concreta della comunità cristiana. Come osservano Davies e Allison, in Matteo la comunità dei discepoli non è soltanto destinataria dell'annuncio di Gesù, ma diventa progressivamente soggetto responsabile della continuazione della sua missione nella storia. Il testo fondamentale rimane Mt 16,13-20. Alla confessione di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16), Gesù risponde: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Il verbo οἰκοδομήσω, oikodomḗsō, «edificherò», è particolarmente significativo: il soggetto è Cristo stesso. È lui che edifica. La Chiesa non nasce, dunque, da una decisione umana, da un progetto religioso o semplicemente dalla capacità organizzativa dei discepoli; nasce dall'iniziativa di Cristo e continua a vivere soltanto nella misura in cui rimane radicata in lui. Questa sottolineatura è essenziale. La Chiesa non appartiene anzitutto a chi la guida, a chi la serve o a chi la compone in un determinato momento storico. Prima di essere nostra, è sua. Ulrich Luz sottolinea, infatti, il valore del possessivo «mia»: «la mia Chiesa». La Chiesa appartiene a Cristo prima ancora che ai suoi ministri, alle sue strutture o alle sue comunità. La sua identità è inseparabile dalla persona del Signore. Per questo la confessione cristologica di Pietro precede la promessa ecclesiale: prima viene il riconoscimento di Gesù come Messia e Figlio di Dio, poi l'edificazione della comunità. Non è la Chiesa a dare consistenza a Cristo, ma è Cristo a dare origine, forma e consistenza alla Chiesa. La figura di Pietro assume qui una funzione particolare. «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19): l'immagine richiama Is 22,22, dove la chiave esprime un'autorità e una responsabilità ricevute. Anche il linguaggio del «legare e sciogliere» rimanda a una reale funzione di discernimento e di autorità. R. T. France osserva, però, che tale autorità non è autonoma: essa rimane sempre derivata e subordinata alla signoria di Cristo e alle esigenze del Regno. Nella Chiesa, dunque, ogni autorità è vera soltanto se rimane servizio, ogni responsabilità è autentica soltanto se custodisce la comunione, ogni decisione deve restare sotto il giudizio del Vangelo. Ma proprio qui si comprende anche il passaggio da Mt 16 a Mt 18. Se in Mt 16 Gesù annuncia che edificherà la sua Chiesa, in Mt 18 mostra come questa Chiesa deve vivere concretamente. Il cosiddetto discorso ecclesiale non è un regolamento disciplinare in senso freddo e giuridico; è piuttosto la descrizione di uno stile comunitario. Al centro non c'è la difesa dell'istituzione, ma la custodia del fratello. Non c'è anzitutto la preoccupazione di stabilire chi abbia torto o ragione, ma quella di non perdere nessuno. Non c'è la logica dell'espulsione immediata, ma quella di una paziente ricerca della riconciliazione. Questo è decisivo anche per comprendere il Vangelo di oggi. Gesù non consegna ai suoi semplicemente una tecnica per gestire i conflitti, né un protocollo disciplinare da applicare meccanicamente. Rivela, piuttosto, quale forma debba assumere una comunità che vuole davvero portare il suo nome. Una comunità nella quale l'autorità diventa servizio, la verità non è mai separata dalla misericordia, il peccato non viene ignorato ma neppure trasformato in occasione di condanna, e soprattutto nessuno viene considerato definitivamente perduto. In questa prospettiva, la correzione fraterna non nasce dal desiderio di mettere l'altro al suo posto, ma dal desiderio di guadagnarlo; il discernimento comunitario non nasce dalla volontà di esercitare un potere, ma dalla responsabilità di custodire la comunione; la preghiera comune non è un semplice atto devozionale, ma il riconoscimento che la Chiesa vive soltanto della presenza del Risorto in mezzo ai suoi. È questo il filo che attraversa l'intera pericope: una comunità è veramente evangelica quando non smette di cercare il fratello, di custodire la comunione e di lasciare che sia Cristo stesso a stare al centro.
·1. Una Chiesa di fratelli e sorelle nella quale nessuno deve perdersi
L'ecclesiologia matteana non si esaurisce, dunque, nella questione dell'autorità, come abbiamo potuto appurare nella XXI Domenica del Tempo Ordinario. Un secondo testo decisivo è proprio Mt 18,1-35, spesso definito dagli esegeti il «discorso ecclesiale» o «discorso comunitario». Qui Matteo raccoglie diversi insegnamenti di Gesù che mostrano concretamente quale volto debba avere la comunità dei discepoli, quali relazioni debbano caratterizzarla e quale stile debba assumere la vita dei fratelli e delle sorelle che appartengono a Cristo. Non siamo davanti a una trattazione astratta sulla Chiesa, ma a una sorta di pedagogia della vita ecclesiale: Gesù non dice soltanto che cosa la comunità debba credere, ma come debba vivere, quali criteri debbano regolare le sue relazioni e soprattutto che cosa debba fare quando la fraternità viene ferita. La Chiesa appare anzitutto come comunità di fratelli e sorelle. Tutto il capitolo 18 è attraversato da questa logica. Si comincia con la domanda dei discepoli: «Chi, dunque, è più grande nel regno dei cieli?» (Mt 18,1). È una domanda che lascia emergere una tentazione sempre possibile anche all'interno della comunità credente: misurarsi, confrontarsi, stabilire chi conti di più. Gesù risponde compiendo un gesto sorprendente: chiama un bambino e «lo pose in mezzo a loro» (Mt 18,2). Quel «in mezzo», ἐν μέσῳ, en méso, è già significativo: Gesù porta al centro colui che normalmente non avrebbe occupato il centro.
Poi aggiunge: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3), e ancora: «Chiunque si farà piccolo come questo bambino, costui è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18,4). Il verbo ταπεινόω, tapeinóo, «abbassarsi, farsi piccolo», dice bene il rovesciamento introdotto da Gesù. Come osserva Ulrich Luz, il gesto del bambino risponde direttamente alla domanda dei discepoli sulla grandezza e ne capovolge radicalmente i presupposti. La grandezza ecclesiale viene così ricondotta alla logica evangelica: non il prestigio, ma la piccolezza; non il dominio, ma la cura; non il desiderio di primeggiare, ma la capacità di farsi piccoli.
Matteo ritornerà sulla stessa logica quando Gesù dirà: «Chi vuole diventare grande tra voi, sarà vostro servitore» (Mt 20,26). Il termine διάκονος, diákonos, «servitore», impedisce di comprendere la comunità cristiana secondo categorie mondane di potere. Nella Chiesa, il primato non è anzitutto una posizione da occupare, ma una responsabilità da assumere; non crea distanza dai fratelli e dalle sorelle, ma domanda prossimità. «Il più grande tra voi sia vostro servo» (Mt 23,11). È una delle grandi inversioni evangeliche: chi vuole salire deve imparare a scendere; chi vuole essere grande deve imparare a servire. È la stessa logica che Paolo contempla nel mistero di Cristo: «Svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2,7). Il verbo κενόω, kenóo, «svuotare», da cui la teologia ha tratto il termine kénosis, rivela che il movimento stesso di Cristo non è quello dell'appropriazione, ma dell'abbassamento e del dono. Se la Chiesa appartiene a Cristo, non può assumere una forma opposta a quella del suo Signore. Anche la sua autorità, la sua grandezza e i suoi ministeri devono portare impressa questa forma cristologica del servizio.
Subito dopo compare il tema dello scandalo e dell'attenzione ai piccoli. Gesù usa parole molto severe: «Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me...» (Mt 18,6). Il termine σκάνδαλον, skándalon, indica originariamente ciò che fa inciampare, un ostacolo posto sul cammino, qualcosa che provoca la caduta. La comunità non può permettersi di diventare luogo di caduta per i propri fratelli e sorelle, soprattutto per i più fragili. È chiamata, al contrario, alla custodia. La severità delle parole di Gesù mostra quanto sia prezioso davanti a Dio anche uno solo di questi piccoli.
La prospettiva evangelica è, ancora una volta, opposta a quella puramente quantitativa. Per noi uno può sembrare poco davanti ai molti; per Dio quell'uno rimane irripetibile. È una logica che percorre tutta la Scrittura: «Tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Is 43,4). Prima di essere membro di una struttura o parte di un insieme, ogni uomo e ogni donna sono qualcuno sul quale si posa lo sguardo di Dio. Per questo la Chiesa non può permettersi di considerare trascurabile nessuno dei suoi fratelli e delle sue sorelle. E poi ancora la parabola della pecora smarrita. Gesù domanda: «Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita?» (Mt 18,12). La sproporzione è evidente: una sola pecora mette in movimento il pastore. Ed è proprio questo movimento verso chi si è perduto che illumina ciò che verrà subito dopo.
Gesù conclude: «Il Padre vostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18,14). Il verbo ἀπόλλυμι, apóllymi, significa «perdere, andare perduto, perire». Quel «neanche uno», οὐδὲ ἕν, oudè hén, esprime con particolare forza la volontà salvifica del Padre.
È questa la frase che prepara immediatamente il brano della correzione fraterna e ne offre una delle chiavi di lettura più profonde. Prima ancora di parlare del fratello che ha peccato, Gesù afferma che il Padre non vuole perderlo. La correzione fraterna nasce dunque dentro questa volontà di Dio. Non nasce dal bisogno di affermare la propria ragione, di giudicare o di mettere l'altro al suo posto. Nasce dal desiderio di non perderlo. La correzione, prima di essere un atto disciplinare, diventa un atto di cura.
È significativo che subito dopo Gesù dica: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). Il verbo κερδαίνω, kerdáino, significa «guadagnare, acquistare, conquistare». È un verbo sorprendente in questo contesto. Il vero guadagno della comunità non consiste nell'aver dimostrato la colpa dell'altro, nell'aver vinto una discussione o nell'essersi liberati di una persona difficile. Il guadagno è il fratello stesso; è la sorella ritrovata; è la relazione ricostruita. Come osserva Daniel J. Harrington, lo scopo dell'intero procedimento è la riconciliazione del membro che ha peccato, non semplicemente la determinazione della sua colpevolezza. San Giovanni Crisostomo, commentando questo passo, coglie precisamente questa intenzione di Cristo: il Signore non dice «punisci tuo fratello» o «accusalo», ma chiede di raggiungerlo personalmente, perché lo scopo è recuperarlo. La tradizione patristica ha compreso bene che la correctio fraterna può essere veramente cristiana soltanto quando rimane ordinata alla salus fratris, alla salvezza del fratello. Anche san Paolo raccomanda: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza» (Gal 6,1). Il termine πραΰτης, praýtēs, indica la mitezza, la mansuetudine. Persino la verità, quando è cristiana, deve essere pronunciata con la forma della carità.
La comunità cristiana non può, dunque, essere indifferente alla sorte del fratello e della sorella. Non può dire: «È un problema suo». Non può guardare dall'altra parte quando qualcuno si smarrisce. Non perché debba controllare la vita degli altri, né trasformarsi in una comunità invadente e giudicante, ma perché la fraternità evangelica comporta una responsabilità reciproca. Se siamo davvero fratelli e sorelle, la vita dell'altro mi riguarda. Mi riguarda la sua gioia, ma anche la sua ferita; mi riguarda il suo cammino, ma anche il suo smarrimento; mi riguarda la sua presenza, ma deve interrogarmi anche la sua assenza. Ritorna quasi spontaneamente la domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Il termine ebraico שֹׁמֵר, shomèr, «custode», deriva dal verbo שָׁמַר, shamàr, «custodire, vigilare, prendersi cura». La domanda di Caino tenta di negare una responsabilità; tutta la rivelazione biblica sembra invece ricondurci continuamente ad essa. Nessuno si salva da solo e nessuno può vivere come se l'altro non esistesse. Non siamo proprietari della vita degli altri, ma siamo in qualche modo consegnati gli uni alla custodia degli altri. Per questo la correzione fraterna di Mt 18,15-17 culmina significativamente nell'espressione «dillo alla comunità», cioè alla ἐκκλησία, ekklēsía. La Chiesa è chiamata a custodire la verità, ma senza separarla dalla ricerca della riconciliazione. La verità non può essere usata come una pietra da scagliare contro qualcuno, così come la misericordia non può trasformarsi in indifferenza davanti al male.
Il Nuovo Testamento tiene insieme le due dimensioni: «agendo secondo verità nella carità» (Ef 4,15), veritatem facientes in caritate. La verità cristiana non viene mai meno alla carità e la carità cristiana non ha bisogno di nascondere la verità. Daniel J. Harrington ha mostrato bene come tutto Mt 18 presenti quasi una grammatica della vita ecclesiale: accoglienza dei piccoli, attenzione allo smarrito, correzione fraterna, preghiera comune e perdono. Non siamo dunque davanti a una serie di norme slegate fra loro. Tutto è tenuto insieme da un'unica preoccupazione: custodire la comunione e non perdere nessuno. La communio cristiana non è semplicemente una buona convivenza o l'assenza di conflitti. È una realtà più profonda, che proprio perché coinvolge persone reali, con le loro fragilità e le loro ferite, deve continuamente essere costruita, custodita e, talvolta, ricucita. Henri de Lubac ha insistito con forza sul carattere intrinsecamente comunitario del cristianesimo: Cristo non salva gli uomini isolandoli, ma raccogliendoli in un popolo. La salvezza cristiana possiede sempre una dimensione ecclesiale. Per questo la comunione dei fratelli e delle sorelle non costituisce un elemento accessorio della fede, ma appartiene alla sua forma concreta. Non possiamo professare un solo Padre e poi comportarci come estranei gli uni agli altri.
A questo si aggiunge la promessa di Cristo: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). La Chiesa non vive soltanto del ricordo di Gesù, ma della sua presenza. Nel contesto del capitolo 18 questa promessa non è semplicemente una consolante parola sulla preghiera fatta insieme. È una parola ecclesiale: Cristo assicura la sua presenza proprio nel luogo nel quale fratelli e sorelle si radunano nel suo nome, discernono, pregano e cercano di ricomporre la comunione.
L'espressione greca εἰς τὸ ἐμὸν ὄνομα, eis tò emòn ónoma, «nel mio nome», dice che Cristo non è semplicemente uno dei membri della comunità, ma il suo centro. E il successivo «in mezzo a loro», ἐν μέσῳ αὐτῶν, en méso autón, è ancora più significativo se ricordiamo il gesto iniziale del capitolo: Gesù aveva posto il bambino «in mezzo» ai discepoli (Mt 18,2); ora promette di essere egli stesso «in mezzo» a loro (Mt 18,20). La comunità che mette al centro i piccoli scopre di avere Cristo stesso al proprio centro. Questo tema attraversa l'intero Vangelo di Matteo e ne costituisce quasi una grande cornice. Il Vangelo si apre infatti con l'annuncio dell'Emmanuele: «Dio con noi» (Mt 1,23), Ἐμμανουήλ, Emmanouḗl, che riprende l'ebraico עִמָּנוּ אֵל, 'Immànu 'El, «Dio con noi», e si chiude con la promessa del Risorto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). R. T. France ha sottolineato il valore di questa grande inclusione narrativa: tutta la vita della comunità matteana è posta sotto il segno della presenza di Cristo. Dall'Emmanuele al Risorto, Matteo racconta la storia di un Dio che sceglie di essere «con noi». Anche Mt 23,8-12 offre un criterio decisivo: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (Mt 23,8). Il termine ἀδελφοί, adelphói, «fratelli», nel linguaggio della comunità cristiana comprende quella nuova fraternità di uomini e donne generata dall'appartenenza all'unico Signore. Noi possiamo e dobbiamo esplicitarla come comunità di fratelli e sorelle. L'evangelista non nega l'esistenza di ruoli e responsabilità, ma impedisce che essi si trasformino in forme di superiorità. Ulrich Luz vede in questo testo una critica radicale a ogni ricerca di prestigio religioso. La fraternità non elimina il ministero, ma ne stabilisce il criterio evangelico.
È significativo che già sant'Agostino, parlando del proprio ministero episcopale, distinguesse ciò che egli era «per» il popolo da ciò che era «con» il popolo: «Vobis enim sum episcopus, vobiscum sum christianus», per voi sono vescovo, con voi sono cristiano. È una formula che conserva una straordinaria forza ecclesiologica: il ministero distingue una responsabilità, ma non cancella la fraternità fondamentale. Prima di ogni funzione rimane l'appartenenza comune a Cristo.
La tradizione cristiana ha espresso la stessa realtà anche attraverso l'immagine materna della Chiesa. San Cipriano afferma: «Habere non potest Deum patrem qui Ecclesiam non habet matrem», non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre. Al di là del contesto nel quale questa frase nasce, l'intuizione rimane preziosa: la fede cristiana non genera individui isolati, ma uomini e donne inseriti in una comunione. E se la Chiesa è madre, coloro che sono generati in essa alla fede imparano necessariamente a riconoscersi come fratelli e sorelle. E proprio questa comunità di fratelli e sorelle viene poi inviata a tutte le genti: «Andate, dunque, e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). La Chiesa non vive chiusa in sé stessa. È una comunità convocata per essere inviata. Nasce dall'iniziativa di Cristo, vive della fraternità, della cura dei piccoli, della riconciliazione e del perdono, esercita l'autorità come servizio ed è inviata nel mondo nella certezza della presenza permanente del Risorto. Ciò che vive al proprio interno diventa anche la prima forma della sua testimonianza: una Chiesa che annuncia la riconciliazione deve cercare di viverla; una Chiesa che proclama la misericordia deve praticarla; una Chiesa che chiama Dio «Padre» deve imparare ogni giorno a riconoscersi come comunità di fratelli e sorelle.
Forse anche la celebre intuizione di John Donne, «nessun uomo è un'isola», può aiutarci a comprendere qualcosa di questa visione ecclesiale. Nessuna esistenza è completamente separata dalle altre. Il Vangelo, però, conduce ancora più in profondità: nella Chiesa non siamo soltanto esseri umani reciprocamente legati, ma fratelli e sorelle perché raggiunti dalla stessa grazia, convocati dallo stesso Signore e affidati gli uni agli altri. Non siamo dunque davanti a una serie di norme disciplinari, ma davanti a un modo evangelico di abitare la comunità. Tutto è tenuto insieme da un'unica preoccupazione: custodire la comunione e non perdere nessuno. Una Chiesa nella quale nessun fratello e nessuna sorella dovrebbero diventare invisibili, nella quale la fragilità non diventa motivo di esclusione e nella quale persino il peccato dell'altro non ci autorizza troppo facilmente a dichiararlo perduto. Perché prima dei nostri giudizi, delle nostre simpatie e persino delle nostre delusioni rimane la volontà del Padre: «che neanche uno solo di questi piccoli si perda» (Mt 18,14).
2. La correzione fraterna: non un giudizio, ma una forma alta di misericordia
Dentro questo orizzonte va compresa la correzione fraterna. L'intento dell'evangelista non è tanto quello di far emergere una metodologia giuridica e organizzativa all'interno della comunità dei credenti, quanto piuttosto quello di far comprendere al lettore che Gesù è talmente appassionato dell'uomo, in specie di colui che ha scelto di porsi alla sua sequela come discepolo, da non volere che nessuno si perda. Il contesto immediatamente precedente, come abbiamo visto, non lascia molti dubbi: «Il Padre vostro che è nei cieli non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18,14). È dentro questa volontà salvifica del Padre che devono essere lette tutte le parole successive. La correzione fraterna nasce esattamente da qui: dalla volontà di Dio di non perdere nessuno. Non è anzitutto una procedura disciplinare, ma una forma concreta di quella cura che Dio ha per ogni uomo e che la comunità dei fratelli e delle sorelle è chiamata a rendere visibile. Il verbo ἀπόλλυμι, apóllymi, «perdere, andare perduto», utilizzato in Mt 18,14, permette di cogliere il movimento profondo del testo: se il Padre non vuole che qualcuno vada perduto, anche la Chiesa deve fare tutto ciò che evangelicamente le è possibile perché un fratello o una sorella non vadano perduti. Essa non è un giudizio, non è un processo alla persona che ha sbagliato, non è il piacere di mettere qualcuno dinanzi alle proprie colpe. È piuttosto una forma di misericordia talmente alta e discreta da avere come unico fine il recupero del fratello e della sorella.
La misericordia evangelica, infatti, non consiste nel far finta che il male non esista, ma nell'impedire che il male abbia l'ultima parola sulla persona. Gesù non identifica mai definitivamente l'uomo con il suo peccato. Vede il peccato, lo chiama per nome, ma continua a vedere, dietro e oltre quel peccato, un uomo o una donna da salvare. Gesù dice: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va' e ammoniscilo fra te e lui solo» (Mt 18,15). Già l'espressione iniziale è significativa: «il tuo fratello», ὁ ἀδελφός σου, ho adelphós sou. Prima ancora di essere colui che ha commesso una colpa, egli rimane «tuo fratello». Il peccato ha ferito la relazione, ma non ha ancora cancellato la fraternità. E questo determina anche il modo in cui ci si deve avvicinare a lui. Prima di tutto: «fra te e lui solo», μεταξὺ σοῦ καὶ αὐτοῦ μόνου, metaxý soû kaì autoû mónou. È straordinaria la delicatezza di questa indicazione. Prima di parlare agli altri, parla con lui. Prima di divulgare il suo errore, custodisci la sua dignità. Prima di trasformare la sua fragilità in un argomento pubblico, incontralo personalmente. Gesù chiede di ridurre al minimo l'esposizione della colpa dell'altro. È quasi una pedagogia della discrezione. In un tempo come il nostro, nel quale la debolezza altrui può essere raccontata, commentata e diffusa con una rapidità impressionante, questa parola evangelica conserva una forza persino provocatoria: prima di parlare di un fratello o di una sorella, parla al fratello e alla sorella.
Il verbo che la traduzione italiana rende con «ammoniscilo» è ἐλέγχω, eléncho: significa «mostrare l'errore, mettere in luce, correggere, convincere». Non si tratta semplicemente di rimproverare. Nel linguaggio biblico la correzione tende a portare alla luce ciò che ferisce la relazione affinché possa essere riconosciuto e superato. È quanto già affermava il libro del Levitico: «Rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui» (Lv 19,17). E significativamente il versetto successivo aggiunge: «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv 19,18). Già nella Torah, dunque, correzione e amore del prossimo non sono realtà contrapposte. La procedura indicata da Gesù è strutturata con una gradualità precisa: prima l'incontro personale, poi eventualmente uno o due testimoni, infine la comunità. Risuona qui anche Dt 19,15: «Un solo testimone non avrà valore contro alcuno [...] il fatto dovrà essere stabilito sulla parola di due o di tre testimoni». Matteo riprende questo antico principio, ma lo inserisce dentro una prospettiva nuova: non si tratta semplicemente di accertare una colpa, ma di moltiplicare progressivamente i tentativi perché la relazione possa essere recuperata. Ogni passaggio allarga il coinvolgimento soltanto quando il precedente non ha raggiunto il suo scopo.
Anche quando il linguaggio evangelico diventa severo, la finalità rimane sempre la stessa: non umiliare, ma salvare; non eliminare, ma recuperare. Dietrich Bonhoeffer, riflettendo sulla vita comune dei cristiani, ricordava quanto sia facile parlare dell'altro invece di parlare all'altro. Il Vangelo percorre la strada opposta: cerca la persona, non la sua colpa; tenta il dialogo prima della denuncia; custodisce la dignità anche quando deve pronunciare una parola difficile.
Il verbo utilizzato da Matteo è, a questo proposito, molto significativo: «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18,15). «Avrai guadagnato» traduce ἐκέρδησας, ekérdesas, dal verbo κερδαίνω, kerdáino, «guadagnare, acquistare, conquistare». Matteo utilizza lo stesso verbo altrove per indicare un guadagno (cfr. Mt 16,26; 25,16-22), ma qui il guadagno non è qualcosa: è qualcuno. Non dice: avrai dimostrato di avere ragione. Non dice: avrai vinto. Non dice neppure semplicemente: avrai risolto il problema. Dice: «avrai guadagnato il tuo fratello».
È il fratello il vero guadagno. È la sorella il vero guadagno. È la relazione ricostruita il vero successo della correzione evangelica. Si può avere ragione e perdere una persona. Si può vincere una discussione e distruggere una relazione. Si può perfino difendere una verità e farlo senza carità. Il Vangelo, invece, ci ricorda che il criterio ultimo non è semplicemente avere ragione, ma guadagnare il fratello e la sorella. La verità cristiana non ha bisogno dell'umiliazione dell'altro per affermarsi. San Paolo utilizza una formula straordinariamente equilibrata: ἀληθεύοντες ἐν ἀγάπῃ, aletheúontes en agápe, «vivendo secondo la verità nella carità» (Ef 4,15). La verità e l'ἀγάπη, agápe, l'amore che si dona, non possono essere separate. San Giovanni Crisostomo, commentando Mt 18, insiste proprio sulla delicatezza voluta da Cristo: Gesù manda anzitutto il fratello da solo perché la correzione non si trasformi in pubblica accusa. La tradizione cristiana chiamerà tutto questo correctio fraterna: una correzione che è «fraterna» non soltanto perché rivolta a un fratello o a una sorella, ma perché deve essere compiuta da fratello, con lo stile di chi non si sente superiore alla persona che corregge. Anche sant'Agostino lega strettamente correzione e amore: non ogni silenzio è carità e non ogni parola severa è mancanza d'amore; decisiva rimane la radice dalla quale quella parola nasce.
La prima lettura, tratta dal profeta Ezechiele, mette bene in luce il valore teologico e spirituale di tale responsabilità: «Se io dico al malvagio: "Malvagio, tu morirai", e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te» (Ez 33,8). È una parola forte, che impedisce di confondere la misericordia con l'indifferenza. Talvolta anche il silenzio può diventare una forma di disinteresse verso l'altro.
Il profeta è posto come sentinella. Il termine ebraico צֹפֶה, tsofè, «sentinella, colui che vigila», indica chi guarda da un punto elevato per riconoscere il pericolo e avvertire coloro che gli sono affidati. Non può tacere dinanzi al pericolo. Ma il suo parlare non nasce dal desiderio di condannare. Nasce dalla responsabilità verso la vita dell'altro. La sentinella parla proprio perché vuole che l'altro viva.
E sempre Ezechiele ci consegna una delle pagine più belle dell'intero Primo Testamento: «Com'è vero che io vivo – oracolo del Signore Dio –, io non godo della morte del malvagio, ma che il malvagio si converta dalla sua malvagità e viva. Convertitevi, convertitevi dalla vostra condotta perversa! Perché volete morire, o casa d'Israele?» (Ez 33,11). Il verbo ebraico שׁוּב, shuv, significa «ritornare, tornare indietro, convertirsi». La conversione biblica è dunque un ritorno: Dio non attende l'uomo per condannarlo al termine del suo smarrimento, ma lo chiama perché torni. Qui appare il cuore stesso di Dio. Dio non gode della caduta dell'uomo. Non prova soddisfazione nel condannare. Vuole che l'uomo viva. «Forse che io ho piacere della morte del malvagio [...] o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?» aveva già chiesto il Signore attraverso lo stesso profeta (Ez 18,23). La volontà di Dio non è la morte, ma la vita; non la perdita, ma il ritorno; non la condanna come compiacimento, ma la conversione come possibilità continuamente offerta.
È la stessa rivelazione che raggiungerà la sua pienezza nel Nuovo Testamento: Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1Tm 2,4) e «non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi» (2Pt 3,9). Il filo che unisce Ezechiele a Matteo è dunque profondamente teologico: il fratello va cercato perché Dio per primo lo cerca; va richiamato perché Dio per primo lo chiama; non può essere dichiarato perduto con leggerezza perché Dio non vuole perderlo. L'uomo è soggetto, da sempre, di un amore infinito e sconfinato da parte di Dio, fino al suo incarnarsi e farsi storia in tutto fuorché nel peccato, culminando questo processo di umanizzazione sul legno della croce. «Il Verbo si fece carne», ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο, ho Lógos sarx egéneto (Gv 1,14). Il Dio cristiano non salva l'uomo rimanendo distante dalla sua storia, ma entrando dentro la sua condizione. San Gregorio Nazianzeno sintetizzerà questa verità cristologica nel celebre principio: «Quod non est assumptum, non est sanatum», ciò che non è assunto non è guarito. E questo movimento di Dio verso l'uomo culmina sulla Croce. Il Crocifisso è la manifestazione estrema di un Dio che non rinuncia all'uomo. «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). Non quando l'uomo era già riconciliato, ma mentre era ancora peccatore. La Croce diventa così la forma suprema di quella misericordia che cerca l'uomo dentro il suo stesso smarrimento. Come scrive Hans Urs von Balthasar, l'amore di Dio in Cristo arriva fino all'estremo della consegna di sé: non osserva da lontano la perdizione dell'uomo, ma entra nella sua notte per raggiungerlo.
Per questo la correzione cristiana può esistere soltanto dentro l'amore. Senza amore diventa giudizio. Senza misericordia diventa violenza. Senza rispetto della dignità dell'altro diventa umiliazione. E senza verità rischia, al contrario, di diventare complicità o indifferenza. La misericordia cristiana tiene insieme ciò che noi spesso separiamo: la serietà del male e la dignità inviolabile della persona; la necessità della verità e la possibilità sempre aperta della conversione. Non per nulla Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell'amore vicendevole; perché chi ama l'altro ha adempiuto la Legge» (Rm 13,8). È quasi un paradosso: esiste un debito che il cristiano non finisce mai di pagare, quello dell'amore verso il fratello e la sorella. Il termine ἀγάπη, agápe, non indica semplicemente un sentimento, ma l'amore che cerca concretamente il bene dell'altro.
Paolo conclude: «La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge, infatti, è la carità» (Rm 13,10). In greco: πλήρωμα οὖν νόμου ἡ ἀγάπη, pléroma oûn nómou he agápe, «pienezza dunque della Legge è l'amore». Non abolizione della Legge, ma suo πλήρωμα, pléroma, «pienezza, compimento».
Sant'Agostino condenserà questa logica nella celebre espressione: «Dilige et quod vis fac», ama e fa' ciò che vuoi; non come autorizzazione all'arbitrio, ma perché quando l'amore evangelico è realmente la radice dell'agire, esso non può desiderare il male dell'altro. La misura di ogni parola, di ogni correzione, di ogni intervento ecclesiale rimane dunque la carità. Prima di correggere un fratello o una sorella dovremmo forse domandarci non soltanto: «Ho ragione?», ma: «Amo veramente questa persona? Desidero davvero il suo bene? Sono disposto a custodirne la dignità anche mentre le dico una verità difficile?». Perché si può correggere qualcuno per liberare la propria irritazione oppure lo si può correggere per amore: esteriormente il gesto può sembrare lo stesso, ma evangelicamente sono due realtà completamente diverse. La correzione fraterna diventa allora una delle forme più esigenti della misericordia. Non tace per indifferenza, non parla per ferire; non nasconde la verità, ma non la trasforma in un'arma; non espone inutilmente la fragilità del fratello o della sorella, ma cerca anzitutto l'incontro personale; non considera il peccato irrilevante, ma neppure permette che esso diventi l'ultima definizione di una persona. Perché, alla fine, il criterio indicato da Gesù rimane semplicissimo e insieme esigentissimo: non vincere il fratello, ma «guadagnare il tuo fratello» (Mt 18,15). E con lui, guadagnare nuovamente la comunione.
3. Dal conflitto alla sinfonia: «dove due o tre sono riuniti nel mio nome»
A un certo punto Gesù sembra cambiare tema, ma in realtà non lo fa. Dopo aver parlato della correzione fraterna e del «legare e sciogliere», conduce i discepoli al cuore di ciò che rende possibile ogni autentico discernimento ecclesiale: la sua presenza. La comunità dei fratelli e delle sorelle non è lasciata semplicemente alla propria capacità di mediazione, alla propria saggezza o alle proprie strategie per affrontare i conflitti. Al centro della Chiesa rimane Cristo. È lui il criterio ultimo del discernimento, la misura delle relazioni, il punto verso il quale ogni parola, ogni decisione e ogni tentativo di riconciliazione devono convergere. «In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d'accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,19-20). Non basta dunque che due o tre si riuniscano. Non basta nemmeno essere fisicamente nello stesso luogo. Si può stare vicinissimi e rimanere profondamente distanti. Si può appartenere alla stessa comunità, celebrare la stessa Eucaristia, condividere gli stessi spazi e tuttavia vivere come estranei. Occorre essere riuniti «nel suo nome»: εἰς τὸ ἐμὸν ὄνομα, eis tò emòn ónoma. Il nome, nel linguaggio biblico, non è una semplice etichetta: esprime la persona, la sua identità, la sua presenza. Essere riuniti nel nome di Gesù significa dunque riconoscere in lui il centro, il criterio e la misura della comunione.
Questo è un passaggio fondamentale. La comunione ecclesiale non nasce semplicemente da una buona disposizione reciproca, né da una generica simpatia tra persone. Nasce da un centro condiviso. I fratelli e le sorelle possono essere anche molto diversi, talvolta persino distanti per carattere, sensibilità o storia personale, ma se rimangono realmente orientati a Cristo trovano in lui uno spazio più grande delle loro differenze. La correzione fraterna, allora, non è mai una resa dei conti tra persone. È un atto compiuto davanti a Cristo e sotto il suo sguardo. Per questo il Vangelo passa quasi naturalmente dai testimoni alla preghiera, dal discernimento alla presenza, dalla responsabilità reciproca alla comunione. Non si tratta di momenti estranei l'uno all'altro: sono diverse espressioni di un'unica vita ecclesiale. Qui l'evangelista non vuole mettere in risalto soltanto la necessità e l'efficacia della preghiera comunitaria. Vi è un particolare ancora più profondo: il «mettersi d'accordo». Il verbo greco utilizzato da Matteo è συμφωνέω, symphonéo: «essere d'accordo, accordarsi, risuonare insieme». È composto da σύν, syn, «insieme», e φωνή, phoné, «voce, suono». Da questa stessa radice deriva la nostra parola «sinfonia». Letteralmente potremmo quasi dire: se due di voi sulla terra riusciranno a «fare sinfonia». È un'immagine bellissima per la Chiesa.
Essere Chiesa significa imparare a diventare una sinfonia. Non significa essere tutti uguali, né pensare tutti nello stesso modo su ogni cosa. La comunione cristiana non è uniformità. In una sinfonia gli strumenti rimangono diversi. Il violino non diventa flauto, il violoncello non diventa tromba. Ognuno conserva il proprio timbro, la propria voce, persino la propria irriducibile originalità. Eppure, strumenti diversi possono produrre un'unica armonia quando ascoltano la stessa partitura e seguono la stessa direzione. Così dovrebbe essere la comunità cristiana: un insieme di fratelli e sorelle diversi per sensibilità, carattere, storia, cultura, doni e responsabilità, che però imparano a far risuonare insieme la propria vita nel nome di Gesù. San Paolo utilizzerà un'immagine diversa, ma esprimerà la medesima realtà parlando del corpo: «Come infatti il corpo è uno solo e ha molte membra [...] così anche il Cristo» (1Cor 12,12). L'unità non cancella la molteplicità e la molteplicità non deve distruggere l'unità. Anzi, proprio la diversità diventa feconda quando è vissuta nella comunione. Una Chiesa nella quale tutti pensassero, sentissero e reagissero allo stesso modo non sarebbe necessariamente più evangelica. Potrebbe essere soltanto più uniforme. La comunione è qualcosa di più esigente: domanda che le differenze non vengano negate, ma accolte, purificate e ricondotte a una più profonda unità in Cristo. Sant'Ignazio di Antiochia, con una splendida immagine musicale, invitava i cristiani a vivere nella concordia, affinché, prendendo «il tono di Dio», potessero cantare «a una sola voce» al Padre per mezzo di Gesù Cristo. La Chiesa delle origini aveva già compreso che la comunione non consiste nel cancellare le voci, ma nel farle convergere verso Cristo. La consonanza ecclesiale non nasce dal fatto che tutti pronunciano la stessa nota, ma dal fatto che note differenti appartengono alla stessa armonia.
È un passaggio ecclesiologico di vitale importanza: passare dal conflitto all'armonia, dall'autoreferenzialità alla comunione, dalla contrapposizione alla sinfonia. Non significa immaginare una Chiesa senza conflitti. Una comunità senza differenze e senza tensioni probabilmente non esiste, perché la Chiesa è composta da uomini e donne reali, con storie, ferite, caratteri e sensibilità differenti. La questione evangelica non è dunque se vi saranno conflitti, ma come essi verranno attraversati. Il conflitto, infatti, può diventare distruttivo quando ciascuno cerca soltanto di affermare se stesso, quando l'altro viene percepito come un ostacolo, quando la parola diventa arma e la differenza si trasforma in inimicizia. Ma lo stesso conflitto, attraversato con verità e carità, può diventare luogo di crescita, di purificazione e persino di una comunione più matura. Già la prima comunità cristiana dovette confrontarsi con tensioni e divergenze. Gli Atti degli Apostoli non nascondono i problemi, ma raccontano una Chiesa che impara a discernere. Nel cosiddetto Concilio di Gerusalemme, dopo un confronto tutt'altro che semplice, gli apostoli possono affermare: «È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi» (At 15,28). È un'espressione straordinaria: il discernimento ecclesiale non consiste semplicemente nel trovare un compromesso tra posizioni differenti, ma nel cercare insieme ciò che lo Spirito dice alla Chiesa.
Gesù vive, abita e dimora in questa comunione. La promessa «Io sono in mezzo a loro» non può essere separata dal «riuniti nel mio nome». L'espressione ἐν μέσῳ αὐτῶν, en méso autón, «in mezzo a loro», possiede una forza particolare. Cristo non promette semplicemente di osservare la comunità dall'alto o dall'esterno: promette di essere «in mezzo». E qui Matteo costruisce una delle sue linee teologiche più belle. Il Vangelo si apre con l'Emmanuele, עִמָּנוּ אֵל, 'Immànu 'El, «Dio con noi» (Mt 1,23); qui Gesù promette: «Io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20); e il Vangelo si concluderà con la parola del Risorto: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Come sottolinea R. T. France, la presenza di Gesù costituisce una delle grandi inclusioni teologiche del Vangelo matteano. La Chiesa è la comunità che vive dentro questa promessa: Dio con noi, Cristo in mezzo a noi, il Risorto con noi fino alla fine. Questa presenza non è un elemento decorativo della vita ecclesiale, ma la sua ragione più profonda. La Chiesa non vive anzitutto perché possiede strutture, ruoli o organizzazioni. Vive perché Cristo continua a stare «in mezzo» ai suoi. Henri de Lubac ricordava che la Chiesa non è separabile da Cristo: essa vive della sua presenza e della sua grazia. Senza di lui, la comunità cristiana rischia di ridursi a una semplice aggregazione umana; con lui al centro, perfino la fragilità delle relazioni può diventare luogo di grazia.
La preghiera personale rimane certamente fondamentale. Gesù stesso insegna: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6). Esiste un'intimità con Dio che nessuna dimensione comunitaria può sostituire. Ma la preghiera personale non può trasformarsi in una fuga dai fratelli e dalle sorelle, quasi in una zona di comfort spirituale dove Dio diventa un rifugio per non affrontare la fatica della relazione. Il Dio di Gesù Cristo ci riconduce sempre ai fratelli e alle sorelle. È quanto esprime con forza la Prima lettera di Giovanni: «Chi, infatti, non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). La relazione verticale con Dio e quella orizzontale con i fratelli e le sorelle non possono essere separate. La croce stessa, nella sua forma, sembra quasi ricordarcelo: un legno verticale proteso verso Dio e un legno orizzontale aperto verso l'umanità. L'amore cristiano vive necessariamente di entrambe le dimensioni. Benedetto XVI ha insistito più volte sul fatto che l'amore di Dio e l'amore del prossimo sono inseparabili. Il cristianesimo non conosce una relazione con Dio che autorizzi a ignorare l'altro. Quanto più autenticamente l'uomo si avvicina a Dio, tanto più viene riconsegnato alla responsabilità verso il fratello e la sorella.
Anche il «legare e sciogliere» assume qui una particolare ampiezza. «Tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo» (Mt 18,18). I verbi δεῖν, dein, «legare», e λύειν, lýein, «sciogliere», appartengono al linguaggio rabbinico e potevano indicare decisioni riguardanti ciò che era proibito o permesso, come pure l'esercizio di una responsabilità disciplinare. Ciò che in Mt 16,19 era affidato in modo particolare a Pietro, in Mt 18,18 viene riferito alla comunità. Questo non annulla né confonde le diverse responsabilità e i diversi ministeri all'interno della Chiesa. Mostra, piuttosto, che il discernimento ecclesiale non può essere pensato come esercizio solitario e autoreferenziale del potere. Tutta la comunità ecclesiale è chiamata, secondo le diverse responsabilità e i diversi ministeri, a un discernimento santo, secondo Dio, che abbia sempre come finalità la comunione. Yves Congar ha insistito a lungo sul fatto che la comunione ecclesiale non annulla la diversità dei doni e delle funzioni, ma li ordina all'edificazione dell'unico Corpo di Cristo. La Chiesa è comunione proprio perché nessun dono basta a se stesso, nessun ministero esaurisce da solo la vita ecclesiale e nessun membro può dire all'altro: «Non ho bisogno di te» (cfr. 1Cor 12,21). Diremmo oggi: una comunità sinodale.
La parola stessa «sinodo» proviene dal greco σύνοδος, sýnodos: σύν, syn, «insieme», e ὁδός, hodós, «via, cammino». Significa, letteralmente, «cammino fatto insieme». E non è difficile scorgere la profonda consonanza tra questa parola e il capitolo 18 di Matteo. Una Chiesa sinodale non è una Chiesa nella quale tutti fanno tutto o nella quale vengono cancellati ministeri e responsabilità. È una Chiesa nella quale nessuno pretende di camminare senza gli altri; nella quale fratelli e sorelle si ascoltano, discernono e cercano insieme la volontà di Dio. Una Chiesa capace di camminare insieme, di ascoltare, di discernere, di correggere senza umiliare, di custodire la verità senza trasformarla in un'arma, di esercitare l'autorità come servizio e di ricomporre continuamente le proprie differenze dentro la presenza del Signore. È quella «spiritualità di comunione» della quale parlava san Giovanni Paolo II: la capacità di vedere nell'altro «uno che mi appartiene», per saperne condividere le gioie e le sofferenze, intuirne i desideri e prendersi cura dei suoi bisogni. Questa spiritualità non elimina la fatica. Al contrario, la assume. Camminare insieme è più difficile che procedere da soli. Ascoltare realmente l'altro è più impegnativo che limitarsi a tollerarlo. Cercare una sintesi evangelica è più esigente che difendere semplicemente la propria posizione. Ma è proprio in questa fatica che la comunione smette di essere una parola astratta e diventa esperienza concreta.
Forse proprio la musica può aiutarci ancora a comprendere questa realtà. Una sinfonia non nasce perché non esistano differenze, ma perché le differenze imparano ad ascoltarsi. Un musicista che volesse suonare soltanto se stesso distruggerebbe l'intera esecuzione. Perché vi sia armonia occorre ascoltare anche la voce dell'altro, rispettarne il tempo, attendere quando è necessario, entrare quando viene il proprio momento e soprattutto non perdere mai di vista la partitura comune. Per la Chiesa quella partitura è il Vangelo e il suo centro è Cristo. E forse qui si comprende anche quanto sia esigente la comunione ecclesiale. Non chiede di smettere di essere se stessi, ma di smettere di essere il centro. Non chiede di rinunciare alla propria voce, ma di accordarla. Non chiede di eliminare le differenze, ma di sottrarle alla logica della contrapposizione perché possano diventare ricchezza condivisa. Forse è proprio questo il grande passaggio che il Vangelo oggi ci chiede: non eliminare le differenze, ma farle diventare sinfonia; non negare i conflitti, ma attraversarli evangelicamente; non confondere la comunione con l'uniformità; non cercare semplicemente di avere ragione, ma cercare di «guadagnare il fratello» e la sorella. Perché quando fratelli e sorelle, pur differenti, riescono veramente a «fare sinfonia» nel nome di Cristo, accade qualcosa che nessuna semplice organizzazione umana può produrre da sé: «lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).
Conclusione
Il Vangelo di questa domenica ci consegna dunque un'immagine profondamente esigente e, nello stesso tempo, profondamente bella della Chiesa. Non una Chiesa immaginata fuori dalla storia, composta da uomini e donne senza fragilità, ma una comunità reale, nella quale la grazia di Dio incontra continuamente la povertà delle nostre relazioni e tenta pazientemente di trasformarle. Matteo non idealizza la comunità dei discepoli: sa che al suo interno possono nascere incomprensioni, ferite, peccati, distanze e conflitti. E tuttavia proprio dentro questa realtà fragile Gesù indica una strada possibile. Una Chiesa nella quale nessuno è indifferente alla vita dell'altro. Una Chiesa nella quale correggere significa amare abbastanza da non lasciare il fratello e la sorella soli davanti al proprio errore. Una Chiesa nella quale la verità non è mai separata dalla misericordia. Una Chiesa nella quale il peccatore non viene identificato definitivamente con il proprio peccato, perché Dio continua sempre a desiderare che si converta e viva. Una Chiesa nella quale il vero successo non consiste nell'aver avuto ragione, ma nell'aver ritrovato una relazione che sembrava perduta. E, infine, una Chiesa nella quale uomini e donne differenti, fragili, talvolta perfino feriti gli uni dagli altri, non rinunciano alla fatica di ritrovarsi ancora nel nome di Cristo. Forse è proprio qui che la parola evangelica diventa particolarmente esigente per le nostre comunità. È relativamente facile parlare di comunione; molto più difficile è costruirla quando l'altro non corrisponde alle nostre attese, quando ci delude, quando ci ferisce, quando ha un carattere diverso dal nostro, quando interpreta le cose in maniera differente. La comunione evangelica comincia precisamente quando la fraternità la smette di essere parola ideale e diventa la scelta concreta di continuare a riconoscere nell'altro un fratello e una sorella anche quando la relazione attraversa la prova. La Scrittura conosce bene questa fatica. Fin dalle prime pagine della Genesi, la relazione fraterna appare come uno dei luoghi più delicati dell'esistenza umana. La domanda di Dio a Caino rimane drammaticamente attuale: «Dov'è Abele, tuo fratello?» (Gen 4,9). Prima ancora della domanda di Caino – «Sono forse io il custode di mio fratello?» – c'è dunque la domanda di Dio: «Dov'è tuo fratello?». È una domanda che attraversa tutta la storia biblica e che raggiunge anche la Chiesa di ogni tempo. Dio continua a chiederci dove siano i nostri fratelli e le nostre sorelle: quelli vicini e quelli lontani, quelli che ci sono simpatici e quelli che facciamo fatica ad accogliere, quelli che sono rimasti e quelli che si sono allontanati. Nell'ebraico biblico il termine אָח, 'ach, «fratello», non indica soltanto il legame di sangue, ma può esprimere una relazione di appartenenza e di responsabilità. Il Vangelo porterà questa intuizione alla sua pienezza. In Cristo non siamo semplicemente individui che condividono uno spazio religioso; siamo persone consegnate le une alle altre dentro una nuova fraternità. Per questo san Paolo può affermare: «Noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo e, ciascuno per la sua parte, siamo membra gli uni degli altri» (Rm 12,5). Non soltanto membra dello stesso corpo, ma «gli uni degli altri»: ἀλλήλων μέλη, allélon méle. La vita dell'altro, in qualche modo, appartiene anche alla mia responsabilità.
È forse questa una delle conversioni ecclesiali più difficili: passare dall'essere semplicemente «insieme» all'essere realmente «gli uni degli altri». Si può frequentare la stessa chiesa senza diventare comunità; si possono condividere celebrazioni, attività, responsabilità e persino anni di cammino senza imparare veramente a portare i pesi gli uni degli altri. Paolo, invece, scrive: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2). Il verbo βαστάζω, bastázo, significa «portare, sostenere un peso». La fraternità cristiana acquista consistenza proprio quando il peso dell'altro non viene immediatamente percepito come un fastidio dal quale liberarsi, ma come qualcosa che, almeno in parte, possiamo aiutarlo a portare. La Chiesa diventa allora il luogo nel quale nessuno dovrebbe essere ridotto al proprio errore. Noi possediamo una singolare capacità di fissare le persone dentro un episodio della loro vita: «quello che ha fatto questo», «quella che ha detto quello», «quello che mi ha ferito». Dio, invece, continua a vedere una storia ancora aperta. La misericordia cristiana nasce precisamente da questo sguardo: credere che una persona sia sempre più grande del male che ha compiuto e che la grazia possa aprire possibilità che noi non riusciamo ancora a vedere. Sant'Agostino, parlando della Chiesa, amava l'immagine del corpus permixtum, una realtà nella quale santità e fragilità attraversano ancora la storia degli uomini. La Chiesa pellegrina non è la comunità di coloro che non sbagliano più; è la comunità di coloro che continuamente vengono raggiunti, rialzati e ricondotti dalla grazia. Per questo nessuno può guardare il fratello o la sorella dall'alto in basso. Davanti alla misericordia di Dio siamo tutti mendicanti della stessa grazia. E forse dovremmo recuperare anche il senso più profondo della parola «pazienza». Il latino patientia deriva da patior, «sopportare, patire»: non indica passività o rassegnazione, ma la capacità di attraversare una fatica senza interrompere immediatamente una relazione. Esiste una patientia ecclesiale della quale le nostre comunità hanno enorme bisogno: la pazienza di ascoltare prima di giudicare, di attendere prima di chiudere, di tentare ancora prima di dichiarare impossibile una riconciliazione. Non significa tollerare ogni cosa né rinunciare alla verità. Il Vangelo di oggi dice esattamente il contrario: proprio perché l'altro mi sta a cuore, talvolta devo trovare il coraggio di parlargli. Ma la parola cristiana dovrebbe sempre lasciare dietro di sé una porta aperta. Anche quando deve essere ferma, non dovrebbe mai togliere all'altro la possibilità di rialzarsi. La misericordia non rende irrilevante la responsabilità; impedisce, piuttosto, che la responsabilità si trasformi in una sentenza definitiva sulla persona. Dietrich Bonhoeffer, riflettendo sulla vita comune, osservava che il fratello cristiano non ci è dato perché corrisponda all'immagine che noi abbiamo costruito di lui, ma perché lo riceviamo come dono di Dio. È una prospettiva molto esigente. Tante volte soffriamo non soltanto per ciò che gli altri sono, ma perché non sono come vorremmo che fossero. La comunione comincia invece quando permettiamo all'altro di essere altro da noi e continuiamo, nonostante questo, a riconoscerlo come fratello o sorella. Anche la letteratura ha intuito qualcosa di questa misteriosa solidarietà tra gli uomini. John Donne scriveva che «nessun uomo è un'isola». Ma il Vangelo conduce ancora più lontano: non siamo soltanto reciprocamente connessi perché appartenenti alla medesima umanità; in Cristo siamo chiamati a diventare una famiglia nella quale la gioia e la ferita dell'uno interpellano anche gli altri. «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1Cor 12,26).
Forse allora il vero contrario della comunione non è semplicemente il conflitto. Il conflitto può essere attraversato e persino diventare occasione di maturazione. Il vero contrario della comunione è l'indifferenza: quando l'altro non mi riguarda più, quando la sua assenza non viene neppure avvertita, quando la sua ferita non suscita più alcuna domanda, quando diventa più semplice cancellare una persona che tentare ancora di comprenderla. Il Vangelo di oggi ci sottrae proprio a questa indifferenza. Ci ricorda che nella comunità dei discepoli nessuno può essere soltanto «un altro». Ogni volto porta con sé una storia amata da Dio. Ogni fratello e ogni sorella sono qualcuno per le quali Cristo ha dato se stesso. Paolo lo dice con una domanda che dovrebbe accompagnare anche le nostre relazioni ecclesiali: «Non mandare in rovina con il tuo cibo colui per il quale Cristo è morto!» (Rm 14,15). Prima di ogni giudizio sull'altro rimane questa verità: Cristo è morto anche per lui, anche per lei.
E allora comprendiamo perché la presenza del Signore costituisca l'ultima parola di questa pagina evangelica. Dopo aver parlato della fragilità delle relazioni, del peccato, della correzione, del discernimento e della preghiera, Gesù non conclude affidando ai discepoli una regola. Conclude promettendo sé stesso. «Lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20). Forse è proprio questo che salva la Chiesa dalle sue inevitabili fragilità: non la perfezione dei suoi membri, ma la fedeltà di Colui che continua a stare in mezzo a loro. Non siamo noi, con le nostre sole forze, a produrre la comunione. Possiamo custodirla, ferirla, ricostruirla, servirla; ma la sua sorgente rimane Cristo. È lui che continua a radunare ciò che noi disperdiamo, a ricucire ciò che noi feriamo, a riaprire strade là dove noi vediamo soltanto muri. È molto bella, in questo senso, l'antica espressione di san Cipriano: «De unitate Patris et Filii et Spiritus Sancti plebs adunata», un popolo radunato nell'unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La comunione ecclesiale non nasce semplicemente dalla buona volontà dei suoi membri: ha la propria sorgente nella comunione stessa di Dio. Prima di essere un compito che ci viene affidato, è un dono nel quale veniamo introdotti. E forse è questa l'immagine con la quale possiamo lasciare il Vangelo di questa domenica: una Chiesa non perfetta, ma riconciliata e sempre nuovamente riconciliata; non senza ferite, ma capace di curarle; non senza differenze, ma capace di non trasformarle necessariamente in divisioni; non composta da uomini e donne che non cadono mai, ma da fratelli e sorelle che imparano a non abbandonarsi quando qualcuno cade. Una Chiesa nella quale possiamo ancora sbagliare, ma non diventare indifferenti. Possiamo ferirci, ma non smettere troppo facilmente di cercarci. Possiamo attraversare il conflitto, ma senza fare dell'altro un nemico. Possiamo dire la verità, ma senza dimenticare la misericordia. Possiamo essere profondamente diversi, senza cessare di essere fratelli e sorelle. Perché alla fine la Chiesa non è il luogo nel quale tutti riescono miracolosamente ad andare d'accordo. È il luogo nel quale uomini e donne fragili continuano a ritrovarsi attorno a Qualcuno che è più grande delle loro fragilità e delle loro divisioni. Ed è proprio lì, dentro questa comunione mai scontata, faticosa, ferita e continuamente ricostruita, che continua a risuonare la promessa più bella: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20).
Forse, alla fine, è questa la vera speranza della Chiesa: non che noi saremo sempre capaci di custodirci perfettamente gli uni gli altri, ma che Cristo non smetterà mai di stare in mezzo a noi e, con la sua presenza, continuerà pazientemente a insegnarci a essere fratelli e sorelle.
Vergine Maria, Donna di compassione e di comunione, i credenti ti invocano quale Madre della Chiesa. Intercedi per essa, affinché diventi sempre luogo e oasi di perdono, di misericordia e di pace. Nessuno si senta escluso dal suo grembo e ciascuno possa intravedere in essa la pienezza della verità e della grazia. Insegnaci a custodire il fratello senza giudicarlo, a dire la verità senza ferire, a correggere senza umiliare, a perdonare senza stancarci. Fa' che le nostre comunità, talvolta attraversate da divisioni, incomprensioni e contrasti, possano tornare ogni giorno a essere quella sinfonia di cuori nella quale il tuo Figlio ha promesso di essere presente. E la Chiesa sia sempre più, in mezzo agli uomini, strumento e segno di comunione per l'intera famiglia umana.
don Nicola De Luca


