DALLA CECITÀ ALLA FEDE: L’INCONTRO CHE ILLUMINA LA VITA

DOMENICA 15 MARZO 2026
IV DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A
Andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Gv 9, 1-41
Introduzione
Il Vangelo di questa domenica (Gv 9,1-41) racconta la guarigione del cieco nato, uno dei segni più profondi e teologicamente ricchi del Vangelo di Giovanni. Non si tratta semplicemente della restituzione della vista a un uomo malato, ma della rivelazione di Cristo come luce del mondo e della progressiva apertura dell'uomo alla fede. Giovanni chiama i miracoli di Gesù "segni" (sēmeîa, σημεῖα), perché non sono solo eventi straordinari, ma rivelazioni che rimandano a qualcosa di più grande: manifestano chi è veramente Gesù. E qui il segno è chiarissimo: colui che apre gli occhi al cieco è colui che illumina l'intera esistenza dell'uomo. Non a caso Gesù dirà poco dopo: «Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5). La parola greca usata è φῶς (phōs), che indica la luce piena, la luce che vince le tenebre. È la stessa luce di cui parla il Prologo di Giovanni: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5). Di fronte alla condizione del cieco i discepoli pongono una domanda tipica della mentalità religiosa antica: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» (Gv 9,2). Nel mondo biblico esisteva spesso la convinzione che la sofferenza fosse la conseguenza diretta di un peccato. Era una logica molto diffusa: se uno soffre, è perché ha sbagliato qualcosa. Ma Gesù rompe questa interpretazione troppo semplice della vita e del dolore. Risponde infatti: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio» (Gv 9,3). Gesù non nega che il male esista nel mondo, ma rifiuta di ridurre il mistero della sofferenza a una punizione divina. In questo modo apre uno sguardo completamente nuovo: anche dentro le ferite dell'esistenza può manifestarsi l'azione di Dio. Come scriveva san Giovanni Crisostomo, commentando questo passo: «Cristo non cerca le cause della disgrazia, ma apre la via della salvezza». Dio, infatti, non è colui che condanna l'uomo nelle sue ferite, ma colui che entra nelle ferite per trasformarle. Il racconto diventa così il simbolo della condizione di ogni uomo. In fondo tutti abbiamo bisogno di essere illuminati. Non solo negli occhi del corpo, ma soprattutto nella mente e nel cuore. La Bibbia usa spesso l'immagine della luce per indicare la verità che orienta la vita. Nell'Antico Testamento il salmista prega: «Lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 119,105). La parola ebraica per luce è אוֹר ('ôr), e indica ciò che rende possibile vedere la strada, discernere il bene dal male, non smarrirsi. Senza luce si inciampa; senza verità la vita si perde. Per questo san Paolo può dire ai cristiani di Efeso: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce» (Ef 5,8). Non dice semplicemente che eravamo nelle tenebre, ma che eravamo tenebra: una condizione interiore di disorientamento. Ma l'incontro con Cristo trasforma la vita, perché Cristo non dà soltanto una dottrina: dona una luce. Anche Origene, uno dei grandi Padri della Chiesa, affermava che il vero miracolo di questo Vangelo non è tanto l'apertura degli occhi del corpo, ma l'apertura degli occhi dell'anima. Il cieco nato rappresenta dunque ogni uomo chiamato a compiere un cammino: passare dalle tenebre alla luce, dall'errore alla verità, dalla cecità alla fede. Potremmo dire che tutta la scena racconta una conversione dello sguardo. All'inizio quest'uomo non vede nulla; alla fine riconosce Gesù e lo adora. Mentre altri, pur avendo occhi sani, rimangono chiusi alla verità. Ed è proprio questa la grande domanda che attraversa tutto il Vangelo: chi vede davvero? Chi è veramente nella luce? Perché a volte accade qualcosa di paradossale: chi pensa di vedere tutto rimane cieco, mentre chi riconosce la propria cecità è già sulla strada della luce. Come scriverà molti secoli dopo Hans Urs von Balthasar, grande teologo del nostro tempo: «La fede è lo sguardo che nasce quando l'uomo accetta di lasciarsi illuminare da Cristo». Ed è questo il cammino che il Vangelo di oggi ci invita a fare. Non semplicemente assistere a un miracolo, ma lasciarci anche noi toccare gli occhi del cuore, perché Cristo continui a ripetere nella nostra vita il miracolo della luce.
1. Cristo ricrea l'uomo e lo conduce alla luce
Il gesto della guarigione è altamente simbolico e carico di significato teologico. L'evangelista Giovanni lo descrive con grande attenzione ai dettagli: «Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco» (Gv 9,6). Gesù non compie il miracolo con una semplice parola, ma attraverso un gesto concreto, quasi sorprendente. Fa del fango, unendo la terra e la saliva, e lo applica sugli occhi dell'uomo. Questo gesto richiama immediatamente il racconto della creazione nel libro della Genesi, dove si legge: «Il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo» (Gen 2,7). Il testo ebraico utilizza il verbo יָצַר (yatsar), che significa modellare, plasmare come fa un vasaio con l'argilla. L'uomo è tratto dalla אֲדָמָה ('adamah), la terra.
C'è un legame profondo tra 'adam(uomo) e 'adamah (terra): l'uomo è creatura fragile, plasmata dalla terra ma animata dal soffio di Dio. Quando Gesù prende la terra e ne fa fango, il gesto sembra richiamare proprio quell'atto originario della creazione. È come se Cristo stesse ricreando l'uomo, ridonandogli ciò che gli manca. Molti Padri della Chiesa hanno letto questo episodio proprio in questa chiave. Sant'Ireneo di Lione, uno dei grandi teologi dei primi secoli, affermava che Cristo «riprende l'antica creta di Adamo per rifare l'uomo». In altre parole, nel gesto di Gesù si manifesta l'opera della nuova creazione. Non è un caso che il Vangelo di Giovanni presenti spesso Gesù come colui che inaugura un mondo nuovo. Se nel principio Dio disse: «Sia la luce», ora in Cristo quella luce torna a risplendere nella vita dell'uomo. Dopo aver applicato il fango sugli occhi del cieco, Gesù gli dice: «Va' a lavarti nella piscina di Sìloe» (Gv 9,7). Il cieco obbedisce, si reca alla piscina e l'evangelista conclude con una frase essenziale ma potentissima: «Andò, si lavò e tornò che ci vedeva». Il nome della piscina non è casuale.
Giovanni stesso lo spiega: Siloe significa "Inviato". In greco Σιλωάμ (Siloám), traduzione dell'ebraico שִׁלֹחַ (Shiloach), che indica ciò che è mandato, inviato. Il simbolismo è evidente: Cristo è l'Inviato del Padre. Gesù stesso lo afferma più volte nel Vangelo: «Le opere che il Padre mi ha dato da compiere testimoniano che il Padre mi ha mandato» (Gv 5,36). Lavarsi nella piscina che porta il nome dell'"Inviato" significa quindi, simbolicamente, entrare in relazione con Cristo, lasciarsi raggiungere dalla sua missione salvifica. Ma il gesto del lavarsi richiama anche un altro grande simbolo della tradizione cristiana: il battesimo. Fin dai primi secoli i cristiani hanno letto questo episodio come una vera catechesi battesimale. Nel battesimo l'uomo passa dalle tenebre alla luce, dalla vecchia vita alla vita nuova. Non è soltanto un rito, ma una vera nascita spirituale. Gesù lo dirà chiaramente a Nicodemo: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel Regno di Dio» (Gv 3,5). Il lavarsi del cieco diventa così il segno di un passaggio: dalle tenebre alla luce. Non a caso nella tradizione antica il battesimo era chiamato φωτισμός (phōtismós), cioè illuminazione.
Chi riceveva il battesimo era chiamato illuminato, perché Cristo apriva i suoi occhi interiori.San Cirillo di Gerusalemme, nelle sue catechesi battesimali, spiegava proprio questo: «Siete stati chiamati illuminati perché i vostri occhi sono stati aperti alla luce della fede». Il miracolo, dunque, non riguarda soltanto la vista fisica. È il segno di qualcosa di più profondo: Cristo non si limita a guarire l'uomo, ma lo conduce alla luce della fede. In fondo questo racconto descrive il cammino di ogni credente. Anche noi, in modi diversi, siamo chiamati a lasciarci toccare da Cristo, a lasciarci lavare dalla sua grazia, perché i nostri occhi interiori si aprano alla verità. Perché la fede non è soltanto conoscere delle verità su Dio. La fede è vedere la realtà con occhi nuovi. E forse proprio qui sta il cuore di questo Vangelo: Cristo non si limita a guarire un uomo cieco. Cristo apre gli occhi dell'umanità, perché possa finalmente camminare nella luce.
2. La fede nasce attraverso un cammino
Dopo la guarigione inizia un lungo processo (Gv 9,8-34). Il racconto non si concentra tanto sul miracolo quanto sulle reazioni delle persone. Giovanni, infatti, non è interessato soltanto a raccontare ciò che Gesù fa, ma soprattutto a mostrare come gli uomini reagiscono alla luce. Il segno compiuto da Gesù mette in movimento una serie di interrogativi, discussioni, tensioni. In altre parole, la luce non lascia mai le cose come prima: quando la verità appare, obbliga tutti a prendere posizione. Prima intervengono i vicini, che faticano a riconoscere l'uomo trasformato: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l'elemosina?» (Gv 9,8). Alcuni dicono: «È lui». Altri invece: «No, ma gli assomiglia» (Gv 9,9). È interessante notare questo dettaglio: quando una persona cambia davvero, gli altri spesso fanno fatica a riconoscerla. L'uomo che prima era cieco, seduto lungo la strada a mendicare, ora è diverso. Non è cambiata soltanto la sua vista: è cambiata la sua identità.
L'evangelista sembra suggerire che l'incontro con Cristo non lascia mai la vita identica a prima. Come scrive san Paolo: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova» (2Cor 5,17). Il cieco viene poi condotto davanti ai farisei (Gv 9,13). Qui nasce il conflitto, perché Gesù ha compiuto il segno di sabato (Gv 9,14). Secondo l'interpretazione rigorosa della Legge, alcune azioni erano proibite nel giorno del riposo. Per alcuni farisei il problema non è più la guarigione dell'uomo, ma il fatto che Gesù abbia agito in giorno di sabato. Accade così qualcosa di paradossale: un uomo è guarito, ma invece di gioire si apre un processo. I capi religiosi rifiutano di riconoscere l'origine divina del segno. Per loro Gesù non può venire da Dio, perché non osserva il sabato secondo la loro interpretazione. Qui emerge un tema molto profondo del Vangelo di Giovanni: la luce può essere rifiutata quando non corrisponde alle nostre idee religiose. Come afferma il Prologo: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce» (Gv 3,19).
Nel frattempo, l'uomo guarito compie un cammino progressivo di fede. Giovanni costruisce il racconto come un vero itinerario spirituale. All'inizio parla semplicemente di «un uomo chiamato Gesù» (Gv 9,11). Gesù per lui è soltanto qualcuno che ha compiuto un gesto sorprendente. Ma poco alla volta lo sguardo interiore dell'uomo si apre. Poi riconosce che è «un profeta» (Gv 9,17). Nel linguaggio biblico il profeta non è semplicemente qualcuno che predice il futuro. Il termine greco προφήτης (prophḗtēs) indica colui che parla a nome di Dio, colui che porta la sua parola nella storia. Infine, l'uomo arriva ad affermare con chiarezza: «Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (Gv 9,33). È un percorso graduale. Prima un uomo, poi un profeta, poi qualcuno che viene da Dio. La fede non nasce tutta in un istante: matura attraverso un cammino. Il racconto raggiunge un momento drammatico quando vengono interrogati i genitori (Gv 9,18-23). Essi confermano la guarigione del figlio, ma evitano accuratamente di esprimere un giudizio su Gesù. Giovanni spiega il motivo: «I Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga» (Gv 9,22).
Essere espulsi dalla sinagoga significava essere tagliati fuori dalla comunità religiosa e sociale. Non era una semplice sanzione disciplinare: era una forma di esclusione molto dura. Per questo i genitori preferiscono rimanere prudenti. La paura, spesso, rende silenziosi. Ma proprio qui emerge la figura straordinaria del cieco guarito. Nel secondo interrogatorio egli mostra una sorprendente libertà interiore. Non è un teologo, non è uno studioso della Legge, non è un maestro. È un uomo semplice. Eppure, dice una frase che attraversa i secoli con una forza incredibile: «Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo» (Gv 9,25). È una testimonianza elementare ma potentissima. Non entra in discussioni teoriche, non costruisce argomentazioni complesse. Racconta semplicemente ciò che gli è accaduto. Molti Padri della Chiesa hanno visto in questa frase il modello della testimonianza cristiana. San Gregorio Magnoscriveva che il cieco guarito «non discute con sapienza, ma testimonia con verità». La fede, in fondo, nasce proprio così: dall'esperienza di una vita trasformata. Non è soltanto una teoria religiosa, ma l'incontro con qualcuno che cambia l'esistenza.
Anche oggi, spesso, la testimonianza più convincente del Vangelo non è quella dei grandi discorsi, ma quella delle vite cambiate. Come osservava Benedetto XVI, «la fede cresce per attrazione, non per imposizione». Quando una persona incontra davvero Cristo, qualcosa nella sua vita diventa luminoso, e quella luce parla da sola. La fede nasce dunque attraverso un cammino, tra interrogativi, prove e opposizioni. Non sempre è un percorso facile o lineare. A volte attraversa dubbi, incomprensioni, persino rifiuti. Ma proprio attraverso queste tappe lo sguardo interiore si purifica e si apre sempre di più alla verità. Potremmo dire che il cieco nato, mentre recupera la vista del corpo,impara progressivamente a vedere anche con gli occhi della fede.
3. La vera cecità è l'orgoglio spirituale
Il brano pone in antitesi due forme di cecità. Da una parte c'è la cecità involontaria dell'uomo nato cieco; dall'altra la cecità spirituale dei farisei, convinti di vedere e invece incapaci di riconoscere l'opera di Dio. Il cieco nato è privo della vista fisica, ma è interiormente aperto alla verità. I farisei invece possiedono la conoscenza della Legge, hanno gli occhi del corpo e una formazione religiosa solida, eppure non riescono a riconoscere ciò che Dio sta compiendo davanti ai loro occhi. Qui il Vangelo mette in luce un grande paradosso: la vera cecità non è quella degli occhi, ma quella del cuore. La Scrittura conosce bene questo tema. Il profeta Isaia parla di un popolo che «ha occhi per vedere e non vede, ha orecchi per udire e non ode» (Is 6,9). È la condizione di chi possiede tutti gli strumenti religiosi, ma non lascia che la verità trasformi davvero la propria vita. Alla fine, il cieco guarito viene espulso dalla sinagoga: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi? E lo cacciarono fuori» (Gv 9,34).
L'espulsione dalla sinagoga rappresenta una rottura dolorosa. Significa essere esclusi dalla comunità religiosa e sociale. Ma proprio in questo momento avviene qualcosa di straordinario. Il Vangelo dice: «Gesù seppe che lo avevano cacciato fuori; quando lo trovò…» (Gv 9,35). Questo dettaglio è profondamente consolante: quando l'uomo perde l'appoggio degli uomini, Cristo lo cerca. Molti Padri della Chiesa hanno sottolineato questo passaggio. San Giovanni Crisostomoosserva che quando il cieco era ancora tra i farisei non aveva incontrato veramente Cristo, ma quando viene espulso, allora Gesù lo trova e si rivela pienamente. Gesù gli pone una domanda decisiva: «Tu credi nel Figlio dell'uomo?» (Gv 9,35). L'espressione "Figlio dell'uomo" richiama la grande visione del profeta Daniele (Dn 7,13-14), dove appare una figura misteriosa che riceve da Dio il potere e la gloria. Nel testo greco del Vangelo troviamo l'espressione ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου (ho hyiós tou anthrṓpou), che indica la missione messianica di Gesù.
L'uomo guarito risponde con semplicità: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?» (Gv 9,36). È la domanda sincera di chi è in ricerca. Non pretende di sapere tutto, ma desidera conoscere la verità. Gesù allora gli rivela la sua identità: «Lo hai visto: è colui che parla con te» (Gv 9,37). È una frase di straordinaria intensità. Colui che prima non poteva vedere ora vede il volto di Cristo. Il miracolo fisico trova qui il suo compimento spirituale. Il cammino si conclude quando l'uomo pronuncia la sua professione di fede: «Credo, Signore!» (Gv 9,38). Nel testo greco appare il verbo πιστεύω (pisteúō), che non indica soltanto un assenso intellettuale, ma un affidarsi, un consegnarsi con fiducia. Credere significa affidare la propria vita. E l'evangelista aggiunge un dettaglio significativo: «E si prostrò davanti a lui» (Gv 9,38). È un gesto di adorazione. L'uomo che prima mendicava lungo la strada ora si trova davanti a Cristo come credente. A questo punto Gesù pronuncia una parola decisiva: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (Gv 9,39).
Non si tratta di un giudizio nel senso umano della condanna. Il termine greco usato è κρίμα (kríma), che indica una separazione, una rivelazione della verità. La presenza di Cristo mette in luce ciò che è nel cuore dell'uomo. Chi riconosce la propria cecità si apre alla luce; chi invece è convinto di vedere già tutto finisce per chiudersi alla verità. La vera cecità, dunque, non è non vedere, ma credere di vedere già tutto. È l'orgoglio spirituale che impedisce di accogliere la verità. Per questo la tradizione cristiana ha sempre messo in guardia dal pericolo dell'errore e dell'eresia, non per spirito polemico, ma perché la verità del Vangelo è una luce preziosa che non può essere deformata. Già sant'Ireneo di Lione affermava che quando l'uomo si allontana dalla verità apostolica rischia di «costruire sistemi ingegnosi ma lontani dalla vita». Anche sant'Agostino ricordava con grande lucidità che non possiamo credere nel Vangelo solo ciò che ci piace, mettendo da parte il resto. Quando selezioniamo la Parola di Dio secondo i nostri gusti, non è più il Vangelo a guidare noi, ma siamo noi a piegare il Vangelo alle nostre idee. Questo è un rischio sempre presente nella vita cristiana. Quando la Parola di Dio non è più il fondamento della vita, l'uomo rischia di smarrirsi in un mare di opinioni, interpretazioni soggettive e confusione. Per questo san Paolo esortava con forza Timoteo: «Sforzati di presentarti davanti a Dio come un uomo degno di approvazione, un lavoratore che non ha di che vergognarsi e che dispensa rettamente la parola della verità» (2Tm 2,15). Il verbo usato qui indica il tracciare diritto il cammino della Parola, senza deformarla. Cristo entra nel mondo proprio come luce che illumina ogni uomo. Nel Prologo del Vangelo di Giovanni si legge: «Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). La parola greca è ancora φῶς (phōs), la luce che dissipa le tenebre. E questa luce non serve solo a mostrarci la strada, ma anche a liberarci dalle illusioni, dalle false sicurezze e dall'orgoglio spirituale. Perché solo chi riconosce con umiltà di avere bisogno della luce può davvero incontrare Cristo e lasciarsi guidare verso la verità
Conclusione
Il racconto del cieco nato è, in fondo, il racconto della nascita della fede (Gv 9,1-41). Non è soltanto la cronaca di un miracolo, ma la narrazione di un cammino interiore che porta un uomo dall'oscurità alla luce. Il miracolo non riguarda soltanto la vista fisica «andò, si lavò e tornò che ci vedeva»: (Gv 9,7), ma la trasformazione profonda della persona. Giovanni costruisce il racconto come un vero itinerario spirituale: il cieco passa gradualmente dalla semplice conoscenza esteriore di Gesù alla fede piena. All'inizio parla semplicemente di «un uomo chiamato Gesù» (Gv 9,11). Poi riconosce che è «un profeta» (Gv 9,17). Successivamente afferma con coraggio che «se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (Gv 9,33). Infine, il cammino giunge al suo compimento quando l'uomo incontra di nuovo Gesù e pronuncia la sua professione di fede: «Credo, Signore!» (Gv 9,38). Il verbo greco utilizzato dall'evangelista, πιστεύω (pisteúō), indica non soltanto un atto intellettuale, ma un affidamento pieno, un consegnarsi con fiducia. Credere significa affidare la propria vita a Cristo, riconoscendo in lui la luce che illumina il cammino dell'uomo. Nel frattempo, accade qualcosa di sorprendente: mentre il cieco cresce nella fede, coloro che pensano di possedere già la verità si chiudono sempre di più nella loro cecità. Gesù lo dice con parole molto forti: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (Gv 9,39). Non si tratta di una condanna arbitraria, ma della rivelazione della verità del cuore umano. Chi riconosce con umiltà di avere bisogno della luce può aprirsi alla fede; chi invece pensa di vedere già tutto rischia di rimanere chiuso nella propria autosufficienza. La vera opposizione del racconto, dunque, non è tra chi vede e chi non vede, ma tra chi si lascia illuminare e chi rifiuta la luce. Il vero centro del racconto non è la guarigione, ma l'incontro personale con Cristo (Gv 9,35-38). Tutto conduce a quel momento in cui Gesù incontra di nuovo l'uomo guarito e gli rivela la sua identità. La fede nasce proprio lì: nell'incontro con una persona viva. Non è semplicemente l'adesione a un'idea religiosa, ma l'incontro con Cristo che illumina la vita. Per questo il Vangelo di Giovanni insiste tanto sul tema della luce. Gesù stesso dice: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12). La parola greca φῶς (phōs), luce, non indica soltanto ciò che illumina gli occhi, ma ciò che orienta tutta l'esistenza. Senza luce si smarrisce la strada; senza verità l'uomo rischia di perdersi. Per questo anche la tradizione biblica parla spesso di Dio come luce che guida il cammino dell'uomo. Il salmista prega: «Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?» (Sal 27,1). Alla luce di questo Vangelo possiamo allora riconoscere che la storia del cieco nato è, in fondo, anche la nostra storia. Anche noi siamo chiamati a compiere un cammino, a lasciare che Cristo apra progressivamente i nostri occhi interiori. Per questo possiamo fare nostra questa semplice frase, ma carica di significato, di Emily Dickinson che esprime con grande semplicità l'atteggiamento del credente: «Portiamo dentro di noi una luce che nessuna notte può spegnere». È quasi come una preghiera di chi riconosce di avere bisogno di essere guidato. Non pretendiamo di vedere tutto, ma chiediamo a Dio di illuminare il passo che abbiamo davanti. In fondo la fede cristiana è proprio questo: camminare nella luce di Cristo, passo dopo passo, lasciandoci guidare dalla sua Parola. E allora possiamo concludere con un pensiero di Karl Rahner, che ricorre spesso nelle sue riflessioni spirituali e che riassume bene il cammino del credente: «L'uomo è un viandante verso la luce»— un viaggio che conduce dalle ombre e dalle illusioni verso la verità, sempre più nella luce di Cristo che illumina e salva la vita dell'uomo.
Vergine Maria, Donna vestita di sole, chiedi per noi allo Spirito Santo di Dio, ciechi mendicanti e viandanti in questo mondo, di essere travolti e abbagliati dalla sua luce, per contemplare le meraviglie del cielo e narrarle all'uomo e alla donna di oggi.
don Nicola De Luca

