CUSTODITI DAL PADRE: MANDATI NEL MONDO

20.06.2026

DOMENICA 21 GIUGNO 2026

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO A

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo. Mt 10, 26-33


Introduzione

Il Vangelo di questa XII Domenica del Tempo Ordinario ci pone davanti a una parola forte, realistica e profondamente consolante: «Non abbiate paura». Non è una frase generica, non è un incoraggiamento superficiale, non è una parola detta per nascondere la fatica della vita. È una parola pasquale, pronunciata da Gesù dentro l'orizzonte della missione, là dove il discepolo scopre che annunciare il Regno significa anche esporsi, rischiare, attraversare incomprensioni, opposizioni e solitudini. Gesù non parla a discepoli immaginari, né a cristiani senza ferite, senza fragilità, senza timori. Non si rivolge a uomini già perfetti, spiritualmente invincibili, immuni dalla paura. Parla ai Dodici, cioè a coloro che ha scelto perché stessero con Lui e perché, da Lui, fossero mandati. Prima li chiama alla comunione, poi li invia nella missione. Prima li educa alla sua presenza, poi li consegna alla storia. È sempre così: nessuno può essere mandato davvero se prima non è rimasto con il Signore; nessuno può annunciare il Vangelo se prima non si è lasciato abitare dalla sua Parola. Siamo nella parte finale del discorso missionario di Matteo, il secondo grande discorso del Signore dopo quello della Montagna. Gesù affida ai suoi l'annuncio del Regno: li manda a guarire, liberare, consolare, rialzare l'umanità ferita. Ma, nello stesso tempo, non nasconde loro il prezzo della missione. Il Vangelo non è una parola decorativa, non è un messaggio innocuo, non è un semplice conforto religioso da aggiungere alla vita. È una Parola che salva e, proprio perché salva, smaschera; consola e, proprio perché consola, purifica; dona speranza e, proprio perché dona speranza, chiede conversione. Per questo la sequela non è un cammino di successo mondano, non è una strada protetta da ogni contraddizione, non è una forma religiosa di tranquillità. È partecipazione alla stessa sorte del Maestro. Se Cristo va incontro al rifiuto, al tradimento, al rinnegamento, alla riprovazione, alla croce e, attraverso la croce, alla gloria, anche il discepolo che lo segue davvero non può pensare di percorrere una via diversa. La Chiesa di Cristo, fondata su Pietro e chiamata a testimoniare il Vangelo fino agli estremi confini della terra, vive sempre all'ombra luminosa della croce: non una croce sterile, non una sofferenza senza senso, ma il luogo in cui l'amore rimane fedele fino alla fine. In questo orizzonte comprendiamo anche il richiamo alla prima lettura. Oggi la liturgia ci pone davanti Geremia, profeta sensibile, ferito, perseguitato, ma totalmente consegnato alla Parola. Geremia non è un uomo duro, freddo, impermeabile al dolore. È un uomo che soffre, che sente il peso dell'incomprensione, che conosce la solitudine di chi porta una parola scomoda. Eppure resta fedele. Nel cuore della prova egli può dire: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso» (Ger 20,11). Non perché la persecuzione scompaia, ma perché dentro la persecuzione egli scopre una Presenza più forte della paura. La vita di Geremia ci ricorda che la fede non è evasione, ma fedeltà dentro la crisi; non è ricerca di consenso, ma obbedienza alla verità; non è fuga dal mondo, ma capacità di stare nella storia portando una parola che brucia, purifica e salva. Il profeta non parla per piacere agli uomini, ma per rimanere fedele a Dio. E proprio per questo diventa spesso segno di contraddizione. Come accade a Geremia, così accadrà a Cristo, e come accade a Cristo, così accade alla Chiesa quando non si accontenta di essere presenza decorativa, ma diventa realmente voce del Vangelo nella storia. Anche la Chiesa, quando è fedele al suo Signore, non può limitarsi ad assecondare i gusti del tempo o a cercare applausi facili. È chiamata a custodire e annunciare una Parola che consola gli afflitti, ma anche inquieta le coscienze; che rialza i poveri, ma smaschera le false sicurezze; che dona speranza, ma non permette di addormentarsi nell'indifferenza. Paolo VI ricordava che «l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri», e aggiungeva che, se ascolta i maestri, lo fa perché sono testimoni. È questa la forma autentica della missione cristiana: non trasmettere idee astratte, ma consegnare una vita trasformata dal Vangelo. Per questo il Vangelo non ci illude, ma ci educa. Non ci promette una vita senza prove, ma ci rivela che nessuna prova è abitata senza Dio. Non elimina la paura con un colpo di magia, ma la attraversa con una Presenza. Gesù ripete: «Non abbiate paura», perché sa che la paura esiste, conosce il cuore umano, vede le nostre esitazioni, le nostre resistenze, le nostre stanchezze. Ma proprio lì ci chiede di non lasciare che la paura diventi padrona delle nostre scelte. In questo senso risuona con forza anche il grande appello di san Giovanni Paolo II all'inizio del suo pontificato: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Non era soltanto un invito rivolto al mondo, ma una parola consegnata alla Chiesa di ogni tempo: non avere paura di Cristo, non avere paura del Vangelo, non avere paura della verità, non avere paura della missione, non avere paura di perdere qualcosa quando si consegna tutto a Dio. Questa è la certezza che sostiene il cuore del discepolo: nessuno è lasciato solo. Il Padre custodisce chi annuncia, il Figlio sostiene chi testimonia, lo Spirito dona la forza della parrēsía, cioè il coraggio franco, libero e fiducioso della fede. Dio non abbandona chi soffre, chi lotta, chi testimonia, chi rimane fedele e chi, anche nella prova, continua a dire con la vita che il Vangelo vale più della paura.

1. La missione del discepolo: una parola da annunciare senza paura

Gesù dice: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto». La paura di cui parla Gesù non è semplicemente la paura naturale che ogni uomo porta dentro di sé davanti alla malattia, all'imprevisto, alla sofferenza, alla morte, al futuro o al timore di non farcela. Questa paura appartiene alla nostra fragilità umana e il Signore la conosce bene. Dio non disprezza le nostre paure, non le ridicolizza, non le giudica dall'alto: le visita, le attraversa, le educa. Nel testo evangelico risuona il verbo greco φοβέομαι (phobéomai), temere, avere paura: Gesù non nega che il discepolo possa sperimentare il timore, ma gli chiede di non lasciarsi dominare da esso. Qui, però, Gesù parla soprattutto della paura che può bloccare il discepolo nella missione evangelizzatrice: la paura del giudizio degli altri, dell'opposizione, della persecuzione, del sentirsi minoranza, del sembrare perdente davanti ai poteri del mondo. È la paura che imprigiona la parola, che spegne l'audacia, che rende il cristianesimo timido, accomodante, inoffensivo, quasi vergognoso di sé. È la paura che ci fa preferire il silenzio alla testimonianza, il compromesso alla verità, la prudenza mondana alla libertà evangelica. E allora la fede rischia di diventare muta, nascosta, ripiegata, incapace di farsi annuncio.

A questa paura Gesù oppone una parola che attraversa tutta la Scrittura: «Non temere». È la parola rivolta ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria; è l'invito a non lasciarsi paralizzare dagli uomini e a non avere paura della presenza di Dio nella propria vita. In ebraico risuona come אַל־תִּירָא (al-tirà), "non temere": non perché non esistano pericoli, ma perché Dio è più grande di ciò che minaccia il cuore. Quando Dio chiama, non elimina sempre le difficoltà, ma dona una Presenza più forte delle difficoltà. Per questo la fede non consiste nell'assenza della paura, ma nel non lasciare alla paura l'ultima parola. Quando Gesù afferma che nulla è nascosto che non debba essere svelato, introduce la missione come tempo di rivelazione. È una vera ἀποκάλυψις (apokálypsis), cioè uno svelamento: non nel senso catastrofico che spesso diamo a questa parola, ma nel suo significato più profondo, cioè togliere il velo, portare alla luce ciò che era nascosto. Il Vangelo, anche quando sembra custodito nell'ombra, anche quando viene consegnato nell'intimità, anche quando appare fragile e minoritario, è destinato a venire alla luce. La Parola di Dio non è proprietà privata, non è privilegio per pochi, non è consolazione da trattenere: è luce ricevuta perché diventi luce donata. Allo stesso modo, le logiche nascoste dei poteri umani, di chi pensa di dominare la storia con la menzogna, con l'arroganza, con la violenza, con l'idolatria, prima o poi vengono smascherate.

C'è un mondo fatto di oscurità, dominio, compromesso, scarto, guerra e peccato al quale la luce proprio non va giù. E allora fa di tutto per ostacolarla, soffocarla, ridicolizzarla, spegnerla. Ma il Vangelo di Giovanni ce lo ricorda con chiarezza: «La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5). Per questo il discepolo non deve misurare la verità del Vangelo dal successo immediato, dal consenso, dagli applausi o dai numeri, ma dalla fedeltà del Signore. Gesù aggiunge: «Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all'orecchio voi annunciatelo dalle terrazze». Si deve proclamare la venuta del Regno di Dio e nulla deve essere taciuto nell'annunciarlo. Le "tenebre" e "l'orecchio" richiamano l'intimità del rapporto con Cristo: prima di parlare di Dio, il discepolo deve ascoltare Dio; prima di annunciare, deve lasciarsi formare dalla Parola; prima di salire sulle terrazze, deve stare nel silenzio del cuore. Non c'è annuncio autentico senza ascolto, non c'è missione feconda senza preghiera, non c'è parola cristiana che non nasca prima da una relazione viva con il Signore.

Qui si comprende una dinamica essenziale della vita cristiana: la Parola ascoltata nel segreto diventa testimonianza nella storia. Il discepolo non è un ripetitore di parole religiose, ma un uomo raggiunto dalla Parola. Prima è discepolo, poi apostolo; prima ascolta, poi annuncia; prima si lascia ferire e guarire dal Vangelo, poi lo porta agli altri. In questo senso è preziosa l'antica espressione latina contemplata aliis tradere: consegnare agli altri ciò che prima è stato contemplato, pregato e custodito. La missione nasce sempre da una parola ricevuta, non da una parola posseduta. Ma ciò che Cristo consegna nel segreto non può restare chiuso nell'intimismo. Deve diventare parola pubblica, luminosa, coraggiosa, capace di raggiungere tutti. Le terrazze, nelle case antiche, erano luoghi aperti, visibili, dai quali una parola poteva essere udita da molti. Gesù ci sta dicendo che il Vangelo non può essere ridotto a una consolazione privata, a una fede nascosta, a un sentimento personale. Il Vangelo chiede voce, testimonianza, franchezza, παρρησία (parresía). È quella libertà interiore che permette al credente di non vergognarsi del Signore e di dire, con san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (1Cor 9,16).

Naturalmente questa franchezza non è arroganza, non è durezza, non è imposizione. La verità cristiana non ha bisogno di gridare per ferire, ma di essere annunciata con limpidezza per liberare. Il discepolo non impone il Regno, lo testimonia; non conquista i cuori, li serve; non parla per mettere paura, ma per aprire alla speranza. Paolo VI, nell'Evangelii nuntiandi, ricordava che l'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e ascolta i maestri quando sono testimoni. È questa la forma vera dell'evangelizzazione: una parola credibile perché sostenuta da una vita credibile. Qui si comprende anche la figura di Geremia. Egli visse tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, in un tempo drammatico per il popolo d'Israele: la crisi del regno di Giuda, la caduta di Gerusalemme, l'esilio a Babilonia. Chiamato da Dio fin dal grembo materno — «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto» (Ger 1,5) — Geremia non sceglie da sé la missione, ma la riceve. Si sente fragile, incapace, giovane, non adatto: «Ahimè, Signore Dio! Ecco, io non so parlare» (Ger 1,6). Eppure Dio lo manda. La missione, nella Bibbia, non nasce dalla sicurezza di chi si sente capace, ma dall'obbedienza di chi si lascia mandare.

Geremia denuncia l'idolatria, l'ingiustizia, un culto ridotto a formalità esteriore. Ricorda che non basta stare nel tempio se il cuore è lontano da Dio. Per questo viene perseguitato, contestato, isolato. Ma nel suo cuore la Parola diventa come un fuoco ardente, «un fuoco chiuso nelle ossa» (Ger 20,9), impossibile da trattenere. Geremia ci insegna che il profeta non parla per piacere agli uomini, non cerca approvazioni, non annuncia se stesso, ma una Parola che lo supera, lo ferisce e lo sostiene. Il profeta è uomo della דָּבָר (davar), la Parola di Dio che non è mai suono vuoto, ma evento, chiamata, giudizio e promessa. Anche il cristiano, oggi, è chiamato a questa libertà: non parlare per essere gradito, ma per essere fedele; non tacere per paura, ma annunciare con amore; non adattare il Vangelo alla cultura dominante, ma lasciarsi convertire dal Vangelo per diventare segno credibile dentro la storia. Come ricordava san Giovanni Paolo II: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Questa parola rimane attuale per ogni discepolo e per ogni comunità cristiana: non avere paura di Cristo, non avere paura del Vangelo, non avere paura della missione.

La missione del discepolo nasce da qui: da una Parola ascoltata nel segreto, custodita nel cuore, purificata nella prova e poi annunciata alla luce, senza paura, perché non appartiene a noi, ma a Dio. Il cristiano non è padrone della Parola, ma suo servo; non ne è proprietario, ma testimone; non la usa per affermare se stesso, ma la lascia risplendere perché altri possano incontrare Cristo, luce vera che illumina ogni uomo.

2. La vera paura e il santo timore: perdere Dio, non il consenso degli uomini

Gesù prosegue: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l'anima e il corpo». Questa parola è forte e va compresa bene. Nel testo greco ritornano parole decisive: σῶμα (sòma), il corpo; ψυχή (psyché), l'anima, la vita profonda dell'uomo; e φοβέομαι (phobéomai), avere paura, temere. Gesù non disprezza il corpo, non svaluta la vita terrena, non invita a una spiritualità disincarnata. La vita è preziosa, il corpo è dono di Dio, la sofferenza non va cercata e la morte resta sempre un nemico. San Paolo lo dirà con chiarezza: «L'ultimo nemico a essere annientato sarà la morte» (1Cor 15,26). Tuttavia Gesù ricorda che nessun potere umano, per quanto violento, può possedere l'ultima parola sulla vita del discepolo. Gli uomini possono ferire, umiliare, perseguitare, persino uccidere il corpo, ma non possono strappare da Dio la vita vera, quella custodita nel suo amore. Qui si comprende la forza della parola cristiana: essa è δύναμις (dýnamis), forza di Dio. Può essere ostacolata, ma non imprigionata; può essere derisa, ma non svuotata; può essere rifiutata, ma non cancellata. Il discepolo non è invulnerabile, non è immune dal dolore, non è sottratto alla fragilità; ma sa che la sua vita, nella sua verità più profonda, non è nelle mani dei potenti, bensì nelle mani del Padre.

In questo contesto Gesù parla della Geènna. Nella Sacra Scrittura la Geènna deriva dall'espressione ebraica גֵּיא בֶן־הִנֹּם (Ghe ben-Hinnòm), cioè la Valle dei figli di Hinnom, situata a sud di Gerusalemme. Nell'Antico Testamento questo luogo è ricordato per gravi culti idolatrici, compresi sacrifici umani offerti a Moloc. Per questo, nella predicazione dei profeti, divenne simbolo del giudizio divino e della rovina di chi si allontana da Dio. Al tempo di Gesù, il termine greco γέεννα (géenna) aveva ormai assunto un significato escatologico: non indicava più semplicemente una valle geografica, ma la possibilità drammatica della perdizione, cioè della perdita definitiva della comunione con Dio. Quando Gesù ne parla, usando immagini forti come il fuoco inestinguibile e il verme che non muore, non vuole anzitutto terrorizzare, ma risvegliare la libertà. Il suo linguaggio è severo perché è serio l'amore di Dio ed è seria la responsabilità dell'uomo. Gesù non banalizza il male, non riduce il peccato a una semplice fragilità, non cancella la possibilità tragica del rifiuto di Dio. Ma proprio per questo parla con verità. La pena fondamentale della Geènna non va immaginata in modo grossolano, come se il centro fosse un fuoco materiale da descrivere con curiosità. Il cuore del dramma è la separazione da Dio, il buio di una vita che si chiude definitivamente all'Amore.

Sant'Ireneo di Lione ha scritto una frase luminosa: «La gloria di Dio è l'uomo vivente, e la vita dell'uomo è la visione di Dio». Se è vero che la vita dell'uomo è vedere Dio, allora la vera morte non è semplicemente la morte biologica, ma la perdita della comunione con Lui. Per questo Gesù ci mette in guardia: non perché voglia incutere terrore, ma perché vuole custodire in noi il desiderio della vita piena. L'inferno, prima ancora che un luogo da immaginare, è il dramma di una libertà che si chiude alla Luce; è l'esito tragico di un cuore che rifiuta definitivamente l'Amore. Per questo il discepolo non deve vivere schiacciato dalla paura di Dio, come se Dio fosse un giudice vendicativo, contabile, pronto a colpire. La fede cristiana non nasce dal terrore. Nasce dall'amore. San Giovanni lo afferma con parole limpide: «Nell'amore non c'è timore; al contrario, l'amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18). E tuttavia esiste un timore santo, che la Scrittura chiama יִרְאַת יְהוָה (yir'at YHWH, o yir'at Adonài), il timore del Signore, e che la tradizione latina esprime con timor Domini. Non è la paura servile di un Dio nemico, ma l'apprensione amorosa di poter perdere l'Amore.

San Tommaso d'Aquino distingue tra timor servilis e timor filialis: il primo è il timore dello schiavo che ha paura della pena; il secondo è il timore del figlio che ama e non vuole separarsi dal Padre. Il cristiano non è chiamato a vivere da schiavo impaurito, ma da figlio libero. Il santo timore non nasce dalla distanza da Dio, ma dalla comunione con Lui. Più si ama, più si teme di perdere l'Amato. Più si conosce la bellezza del Vangelo, più si comprende quanto sia triste vivere senza di esso. Il timore del Signore è dunque il timore di smarrire il centro, di lasciarsi assorbire dall'idolatria, dal peccato, dal compromesso, dalla mediocrità. È la consapevolezza che fuori dall'amore di Cristo non c'è libertà, non c'è luce, non c'è vita piena, ma solo buio: non soltanto esistenziale, ma anche eterno. Perciò Gesù educa i suoi a distinguere le paure. Non bisogna temere il giudizio degli uomini più della verità di Dio. Non bisogna temere l'insuccesso più dell'infedeltà. Non bisogna temere la solitudine più del compromesso. Non bisogna temere la croce più della perdita del Vangelo.

Qui il messaggio è molto attuale. Anche oggi la paura è una cattiva consigliera. La paura ci fa tacere quando dovremmo parlare, ci fa accontentare quando dovremmo testimoniare, ci fa confondere la prudenza con la viltà, la pace con il quieto vivere, la carità con il compromesso. La paura ingabbia e incarcera la missione evangelizzatrice. Ci rende spettatori invece che testimoni. Ci fa cedere alla cultura della morte, dello scarto, del potere, della guerra, del peccato. Il cristiano, invece, è chiamato a vivere non all'ombra della paura, ma alla luce del timore del Signore. La paura chiude; il timore apre. La paura paralizza; il timore purifica. La paura fa fuggire; il timore fa rimanere davanti a Dio con cuore umile e libero. Papa Francesco ha ricordato più volte che il timore di Dio non è paura di Dio, ma consapevolezza della sua grandezza e desiderio di non separarsi da Lui. È questo timore che libera dalle altre paure, perché rimette ordine nel cuore. Quando Dio torna al centro, il giudizio degli uomini perde il suo potere assoluto; quando il Vangelo torna al centro, il consenso non diventa più un idolo; quando Cristo torna al centro, anche la prova può essere attraversata senza perdere la pace profonda. Come dice san Paolo: «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?» (Rm 8,31).

La paura si vince in un solo modo, ed è quello indicato da Gesù: l'abbandono fiducioso al Padre. Abbandonarsi non significa rassegnarsi passivamente, né dire che tutto va bene, né rinunciare alla responsabilità. Abbandonarsi significa affidarsi e fidarsi. E fidarsi è un atto non solo di fede e di speranza, ma di purissimo amore. L'amore, infatti, scaccia ogni paura. Qui può aiutarci anche una parola della grande letteratura spirituale: Georges Bernanos, nel Diario di un curato di campagna, fa dire al suo giovane prete morente: «Tutto è grazia». Non perché tutto sia facile, non perché tutto sia immediatamente comprensibile, ma perché anche dentro la prova Dio può aprire una via di salvezza. Quando un cristiano si sa custodito dal Padre, può attraversare anche i momenti più drammatici della testimonianza senza disperare. Non perché sia invulnerabile, non perché non soffra, non perché non abbia fragilità, ma perché sa di non essere solo. La missione cristiana non elimina la persecuzione, il dolore e la sofferenza, ma toglie loro il potere di diventare l'ultima parola. Per questo il discepolo può vivere nella gioia anche dentro la prova, facendo diventare il proprio cristianesimo non soltanto credente, ma anche credibile. Una fede credibile non è una fede senza ferite, ma una fede che, pur ferita, continua ad amare; non è una fede senza paura, ma una fede che non lascia alla paura il governo della vita.

Nel contesto più ampio del discorso missionario, Gesù aveva anche parlato della fedeltà «fino alla fine». Originariamente questa espressione poteva richiamare la παρουσία (parusìa), cioè il compimento ultimo della storia; ma nel concreto cammino del discepolo essa indica anche la perseveranza fino al termine della propria vita. La fede non è un entusiasmo di un momento. È fedeltà che dura, amore che resiste, speranza che non si spegne. Geremia ci mostra questa fedeltà dentro la crisi. Egli non è soltanto profeta di denuncia, ma anche profeta di speranza: proprio nel momento più buio annuncia l'alleanza nuova, non più soltanto scritta su pietra, ma scritta nel cuore: «Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore» (Ger 31,33). Così anche il cristiano, dentro le crisi del nostro tempo, non annuncia se stesso, ma Cristo morto e risorto; non porta un'ideologia, ma il κήρυγμα (kèrygma), l'annuncio essenziale della Pasqua; non difende una posizione sociale, ma riconosce e proclama l'unico Signore della vita, del tempo, della storia e del cosmo intero.

3. I passeri, i capelli contati e la dignità del discepolo custodito dal Padre

Dopo aver parlato della serietà della missione e del santo timore, Gesù apre uno squarcio di tenerezza immensa: «Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri». Siamo davanti a una delle immagini più delicate e consolanti del Vangelo. Il passero è una creatura piccola, fragile, quasi senza valore agli occhi del mercato. Nel testo greco si parla di στρουθία (struthía), piccoli uccelli, e di un ἀσσάριον (assárion), una monetina di poco valore. Eppure nessuno di essi cade fuori dallo sguardo del Padre. Gesù non sta proponendo una visione fatalista della vita, come se ogni male fosse direttamente voluto da Dio. Non significa semplicemente: "Non si muove foglia che Dio non voglia". Una lettura così rischierebbe di attribuire a Dio anche ciò che nasce dal male, dal limite, dall'ingiustizia, dalla violenza o dalla libertà ferita dell'uomo. Il senso è molto più profondo e più consolante: nulla cade fuori dalla conoscenza amorosa del Padre. Dio non provoca il dolore, ma non abbandona nel dolore. Non sempre impedisce la caduta, ma è presente nella caduta. Non sempre toglie la prova, ma resta accanto a chi la attraversa. Come ricorda il Salmo: «Le mie lacrime nell'otre tuo raccogli» (Sal 56,9). Anche ciò che il mondo non vede, Dio lo custodisce.

L'immagine dei capelli contati era probabilmente proverbiale nella cultura ebraica. Esprimeva il pensiero che Dio si prende cura dell'uomo fin nei dettagli più piccoli e apparentemente insignificanti. I capelli cadono senza che noi ce ne accorgiamo; eppure Gesù dice che sono tutti contati. È un'immagine tenerissima della cura di Dio. Il Padre conosce ciò che noi stessi ignoriamo di noi. Vede anche ciò che noi non vediamo. Custodisce anche ciò che noi trascuriamo. Nulla della nostra vita gli è indifferente: nessuna lacrima, nessuna fatica, nessuna umiliazione, nessuna paura, nessuna ferita, nessuna fedeltà nascosta. Un proverbio spirituale dice: in una notte nera, su una pietra nera, una formica nera, il Signore la vede e la ama. Se questo vale per una creatura fragile e quasi invisibile, quanto più vale per l'uomo e per la donna creati a immagine e somiglianza di Dio. La Scrittura parla dell'uomo come צֶלֶם אֱלֹהִים (tzelem Elohìm), immagine di Dio. Questa dignità, ferita dal peccato ma non distrutta, viene ricreata nel Battesimo, dove siamo configurati a Cristo, Figlio amato del Padre, nello Spirito Santo. Per questo il valore dell'uomo non dipende dallo sguardo del mercato, dal giudizio degli altri, dal successo, dalla forza o dall'efficienza, ma dallo sguardo di Dio che lo conosce e lo ama.

Da qui nasce la pace del discepolo. Gesù non dice: non vi accadrà nulla. Dice qualcosa di più grande: qualunque cosa accada, voi siete custoditi. Non dice: non soffrirete. Dice: non sarete abbandonati. Non dice: tutti vi capiranno. Dice: il Padre vi conosce. Non dice: il mondo vi applaudirà. Dice: voi valete più di molti passeri. Questa è la radice della speranza cristiana. Anche quando siamo perseguitati, giudicati, provati, contraddetti o umanamente sconfitti, rimaniamo preziosi agli occhi del Padre. Sant'Ireneo ricordava che «la gloria di Dio è l'uomo vivente»: l'uomo vivente non è l'uomo autosufficiente, ma l'uomo raggiunto, custodito e rialzato dall'amore di Dio. Nelle sofferenze del discepolo Cristo stesso soffre con lui; nelle sue tentazioni il Signore è presente; nella sua fatica lo Spirito lo sostiene. Non siamo lasciati nel caos del mondo, ma ci viene assicurata un'assistenza costante e permanente da parte di Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo. La provvidenza cristiana non è fatalismo, ma comunione; non è rassegnazione passiva, ma fiducia filiale; non è negazione del dolore, ma certezza che il dolore non è mai abitato senza Dio. San Paolo lo esprime con parole fortissime: «Né morte né vita [...] né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù» (Rm 8,38-39).

Questa fiducia, però, non è intimismo. Proprio perché siamo custoditi, siamo chiamati a riconoscere Cristo davanti agli uomini. Gli ultimi versetti del Vangelo portano il discorso alla sua conseguenza decisiva: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli». Il verbo greco ὁμολογέω (homologhéo) significa confessare, riconoscere pubblicamente, dire apertamente la propria appartenenza. Riconoscere Cristo non significa soltanto pronunciare il suo nome. Significa vivere una fede coerente, libera, non nascosta, non vergognosa. Riconoscere Cristo significa riconoscerlo come unico Signore della propria vita, delle proprie scelte, del proprio tempo, delle proprie relazioni. Significa non separare la fede dalla vita, non relegare il Vangelo in uno spazio privato, non trasformare il cristianesimo in una semplice appartenenza culturale o in una devozione senza conversione. Rinnegare Cristo, invece, non è soltanto negarlo apertamente. Lo si può rinnegare anche con una fede mediocre, accomodante, svuotata dal compromesso, con una vita che dice il contrario di ciò che le labbra professano. Qui il Vangelo diventa esame di coscienza: non basta dire "Signore, Signore", se poi il cuore, le scelte e la vita camminano altrove.

La missione del cristiano è allora portare nel mondo il κήρυγμα (kèrygma), il primo annuncio: Cristo è morto ed è risorto per noi; in Lui la grazia è più forte del peccato, la vita è più forte della morte, la misericordia è più grande della caduta. San Paolo lo ricorda nella seconda lettura: «Il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio [...] si è riversata in abbondanza su tutti» (Rm 5,15). La parola decisiva è χάρις (cháris), grazia: non un premio per i perfetti, ma il dono gratuito con cui Dio rialza l'uomo caduto. Questa è la notizia che il discepolo deve annunciare dalle terrazze: non la paura, ma la grazia; non la condanna come ultima parola, ma la misericordia; non l'uomo schiacciato dal peccato, ma l'uomo rialzato da Cristo. Papa Francesco ha ricordato che «il nome di Dio è misericordia»: ed è proprio questa misericordia che rende credibile l'annuncio cristiano, perché non umilia l'uomo, ma lo rialza; non nasconde la gravità del peccato, ma proclama la sovrabbondanza della grazia.

La Geènna ci ricorda la serietà della libertà; i passeri ci ricordano la tenerezza del Padre; la croce ci ricorda il prezzo dell'amore; la risurrezione ci ricorda che nessuna tenebra può vincere definitivamente la luce. Per questo il discepolo può camminare senza paura: non perché sia forte da solo, ma perché è custodito; non perché il mondo gli sarà favorevole, ma perché il Padre lo conosce; non perché la missione sia facile, ma perché Cristo risorto è con lui tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Conclusione

Il Vangelo di questa domenica ci chiama a uscire dalla paura e dalla mediocrità. Cristo vuole ancora raggiungere gli uomini con il suo messaggio di pace, di giustizia, di verità e di amore, e vuole farlo anche attraverso di noi. La missione non è riservata a cristiani perfetti, sicuri di sé, senza esitazioni e senza ferite, ma a discepoli che, pur conoscendo la propria debolezza, si fidano del Padre. Siamo fragili, ma custoditi; siamo esposti alla prova, ma non abbandonati; possiamo essere giudicati dagli uomini, ma siamo conosciuti e amati da Dio. Per questo non dobbiamo permettere alla paura di imprigionare il Vangelo dentro di noi. La paura, quando diventa padrona del cuore, spegne l'annuncio, raffredda la testimonianza, impoverisce la fede, ci rende prudenti secondo il mondo ma non sempre fedeli secondo Dio. Il Signore, invece, ci chiede una libertà più grande: ascoltare il Vangelo nel segreto e annunciarlo nella luce; accoglierlo nel cuore e testimoniarlo dalle terrazze; custodirlo nella preghiera e renderlo credibile nella vita. È questa la vera παρρησία (parresía), la franchezza libera e coraggiosa dei figli di Dio: non arroganza, non durezza, non imposizione, ma testimonianza limpida di chi sa che la Parola non gli appartiene e proprio per questo non può trattenerla per sé. Il discepolo non è padrone del Vangelo, ma servo; non ne è proprietario, ma testimone; non lo usa per affermare se stesso, ma lo lascia risplendere perché altri possano incontrare Cristo. La parola conclusiva rimane allora quella di Gesù: «Non abbiate paura». Non perché tutto sia facile, ma perché il Padre è fedele. Non perché il mondo smetta di opporsi alla luce, ma perché «le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5). Non perché la croce sia eliminata, ma perché nella croce è già seminata la gloria. Non perché il discepolo non conosca la fatica, ma perché nessuna fatica vissuta in Cristo è inutile. Non perché non ci siano contraddizioni, ma perché nessuna contraddizione può cancellare la fedeltà di Dio. Il cristiano non vive senza prove, ma vive con una certezza più grande delle prove: nessuna caduta, nessuna lacrima, nessuna fedeltà nascosta sfugge allo sguardo del Padre. I passeri del Vangelo e i capelli contati ci ricordano proprio questo: la nostra vita non è abbandonata al caso, non è consegnata al caos, non è misurata dal mercato, dal successo, dal consenso o dal giudizio degli uomini. La nostra vita è custodita da Dio. Siamo preziosi non perché siamo forti, non perché siamo impeccabili, non perché siamo sempre all'altezza, ma perché siamo figli amati. E allora il santo timore non ci schiaccia, ma ci libera. Non ci fa vivere davanti a un Dio nemico, ma davanti a un Padre che desideriamo non perdere. Il vero dramma non è perdere l'approvazione degli uomini, ma perdere Dio; non è essere fraintesi dal mondo, ma rinnegare Cristo; non è portare la croce, ma svuotare il Vangelo; non è essere pochi, fragili o contestati, ma diventare cristiani senza fuoco, senza testimonianza, senza amore. Per questo Gesù ci educa a distinguere le paure: alcune ci imprigionano, altre ci purificano; alcune ci fanno fuggire, altre ci riportano all'essenziale. Viviamo dunque in pace, con il cuore libero, riconoscendo Cristo come unico Signore della nostra vita, del tempo e della storia. Non cediamo alla paura del giudizio degli uomini, non vendiamo il Vangelo al prezzo del consenso, non lasciamo che la mediocrità spenga la forza della grazia. Come san Giovanni Paolo II ricordava alla Chiesa e al mondo: «Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo». Spalancare le porte a Cristo significa lasciargli illuminare le nostre paure, purificare le nostre scelte, sostenere la nostra testimonianza. La missione cristiana nasce sempre da qui: da un cuore che si lascia custodire dal Padre e, proprio per questo, diventa capace di annunciare. Chi sa di essere amato non ha bisogno di conquistare il mondo; chi sa di essere custodito non si lascia paralizzare dal giudizio; chi sa che Cristo è risorto non annuncia la paura, ma la speranza. Il mondo ha bisogno di cristiani così: non arroganti, non aggressivi, non chiusi, ma liberi, umili, luminosi, capaci di portare nella storia una parola che consola, purifica e salva. Allora anche noi, nella fragilità dei nostri giorni, potremo riconoscere Cristo davanti agli uomini, non solo con le labbra, ma con una vita credibile, libera e fedele. E Lui, Signore della misericordia e della gloria, ci riconoscerà davanti al Padre suo, perché chi custodisce il Vangelo nella prova non è mai dimenticato da Dio. Nulla di ciò che è vissuto nell'amore va perduto. Nulla di ciò che è consegnato a Cristo rimane sterile. Nulla di ciò che è abitato dalla grazia finisce nel buio. Perché il Padre custodisce, il Figlio accompagna, lo Spirito sostiene, e il Vangelo continua a risplendere nella storia come luce che nessuna tenebra potrà mai vincere.

Vergine Maria, Donna della gioia e dell'esultanza,
testimone silenziosa e orante del Verbo di Dio incarnato,
intercedi per noi presso il tuo Figlio Gesù,
perché, liberi da ogni paura umana,
possiamo vivere nella fiducia dei figli custoditi dal Padre.

Tu che hai accolto la Parola nel segreto del cuore
e l'hai donata al mondo nella luce della fede,
insegnaci a non vergognarci del Vangelo,
a riconoscere Cristo davanti agli uomini
e a rendere ragione della speranza che è in noi.

Quando la paura ci paralizza,
quando la prova ci appesantisce,
quando il mondo sembra più forte della luce,
ricordaci che siamo preziosi agli occhi di Dio,
più di molti passeri,
e che perfino i capelli del nostro capo sono tutti contati.

Accompagnaci, Madre della speranza,
perché il nostro cristianesimo sia non solo credente,
ma anche credibile,
e tutta la nostra vita possa ripetere,
con l'eco del giubilo pasquale,
le parole dell'apostolo Tommaso:
«Mio Signore e mio Dio».

don Nicola De Luca
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