CRISTO È RISORTO: VERITÀ SU DIO E SULL’UOMO

04.04.2026

DOMENICA 05 APRILE 2026

DOMENICA DI PASQUA «RESURREZIONE DEL SIGNORE» - MESSA DEL GIORNO

Egli doveva risuscitare dai morti. Gv 20, 1-9


Introduzione

La risurrezione di Gesù non è soltanto l'evento conclusivo della sua vicenda terrena, ma è il luogo in cui si manifesta pienamente la verità su di Lui e, insieme, la verità sull'uomo. Essa non aggiunge semplicemente qualcosa alla croce, ma ne svela il significato ultimo: in Cristo, Dio non solo entra nella morte, ma la vince e la trasfigura. La croce, che potrebbe apparire come fallimento, viene così riletta alla luce della risurrezione come rivelazione suprema dell'amore di Dio. Per questo l'apostolo Paolo può affermare con forza: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede» (1Cor 15,14). La risurrezione non è un dettaglio della fede cristiana, ma il suo centro, la sua sorgente, il suo criterio di verità. La domanda decisiva, allora, non è solo che cosa sia accaduto a Gesù, ma quale luce la sua risurrezione getti su Dio e sull'uomo. In essa si rivela il volto di un Dio che non resta distante, ma entra nella storia fino in fondo, assumendo la condizione umana fino al limite estremo della morte, per aprirla dall'interno alla vita. È il Dio della vita, il Dio dei viventi (cf. Mc 12,27), che non abbandona l'uomo al potere del nulla. Il Vangelo di Giovanni esprime questa realtà con il termine ζωή (zōē): non una semplice esistenza biologica, ma la vita piena, partecipata, che viene da Dio e che nessuna morte può più spegnere (cf. Gv 10,10). In questa luce si comprende anche la verità sull'uomo. L'uomo non è fatto per la morte, ma per la vita; non per il nulla, ma per la comunione. La risurrezione di Cristo svela il destino ultimo dell'uomo e, nello stesso tempo, illumina il suo presente: ogni frammento di bene, ogni gesto di amore, ogni fedeltà nascosta non è perduta, ma raccolta e trasfigurata in Dio. Come ricorda san Pietro: «Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte» (At 2,24), e in Lui apre una strada anche per noi. In essa si apre una certezza che attraversa anche le prove della storia: la speranza cristiana, quella vera, non delude (cf. Rm 5,5), perché è fondata sulla potenza dell'Altissimo, capace di trasformare anche le macerie in germogli di vita nuova. Non si tratta di un ottimismo ingenuo, ma di una speranza pasquale, nata dal sepolcro vuoto e custodita dalla fedeltà di Dio. Come sottolinea Benedetto XVI, «la risurrezione non è il ritorno di un morto alla vita di prima, ma il passaggio a una vita nuova e definitiva», una vita che inaugura già ora un mondo nuovo dentro la storia. E allora la Pasqua non è solo memoria, ma è passaggio, פֶּסַח (pesach): attraversamento dalla morte alla vita, dalla paura alla fiducia, dal peccato alla grazia. È un dinamismo che continua a operare nel cuore del credente e nella vita della Chiesa. È la luce che, come dice il Prologo di Giovanni, «splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta» (Gv 1,5). È la promessa che Dio continua a scrivere dentro la nostra storia, anche quando sembra segnata dalla notte, e che invita ciascuno di noi a lasciarsi raggiungere e trasformare dalla vita nuova del Risorto.

1. La risurrezione rivela il mistero di Cristo

Nel mistero pasquale si manifesta in modo definitivo che Gesù Cristo è vero Dio e vero uomo. La morte non ha spezzato l'unione tra la divinità del Verbo e l'umanità assunta: anche nel sepolcro, il Figlio di Dio è rimasto unito alla carne che aveva fatto sua. Come afferma il Prologo di Giovanni, «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), e questa unione non viene meno neppure nel momento della morte. La risurrezione, allora, non è un ritorno alla vita precedente, ma il compimento di questa unione: l'umanità di Cristo, ricomposta nella sua integrità, entra nella gloria, trasfigurata e vivificata dallo Spirito.

In questo senso, la risurrezione conferma insieme la piena divinità e la piena umanità di Gesù. Il fatto stesso che essa avvenga dopo un tempo reale di morte manifesta che il Verbo ha assunto fino in fondo la condizione umana, anche nella sua dimensione più fragile e radicale: la mortalità. Come ricorda la Lettera agli Ebrei, Cristo «ha condiviso in tutto la nostra condizione» (cf. Eb 2,14), fino a entrare nella realtà della morte. E proprio questa umanità, realmente morta e realmente risorta, rimane per sempre unita a Dio: non è abbandonata, ma glorificata. I Padri della Chiesa hanno espresso questa verità con una formula essenziale: ciò che non è assunto non è redento; e in Cristo tutta l'umanità è stata assunta per essere salvata. La risurrezione, quindi, non è solo la vittoria sulla morte, ma è la rivelazione piena dell'identità di Gesù. Come afferma san Paolo, Egli è «costituito Figlio di Dio con potenza… mediante la risurrezione dai morti» (Rm 1,4): non perché lo diventi in quel momento, ma perché ciò che era velato nella debolezza della carne appare ora nella luce della gloria. La Pasqua è rivelazione: è la luce che svela il volto di Cristo e, insieme, il senso della storia.

Ed è proprio qui che questa verità tocca profondamente il nostro tempo. Viviamo in una storia segnata da conflitti tra nazioni, dove spesso sembra prevalere la legge del più forte e del più ricco, costruita sul sangue della povera gente. Assistiamo a nuove forme di violenza, a guerre dimenticate, a drammi che assumono i tratti di veri e propri genocidi, mentre emergono dittature che, pur rivestite di linguaggi democratici, comprimono la dignità e la libertà dell'uomo. In questo scenario si avverte un forte deficit di speranza: l'uomo contemporaneo, pur circondato da mezzi e possibilità, fatica a trovare un senso stabile, una direzione, una verità su cui fondare la propria esistenza. Non a caso, Zygmunt Bauman ha descritto la nostra come una società "liquida": liquida nelle relazioni, nell'economia, nei valori, nella stessa percezione del bene e del male. Tutto sembra fluire, cambiare, dissolversi. Ma proprio dentro questa instabilità, la risurrezione di Cristo si pone come un punto fermo, come una roccia che non viene meno. Essa annuncia che la verità non è liquida, che l'amore non è fragile, che la vita non è destinata al nulla.

La Pasqua, dunque, non riguarda soltanto Cristo: riguarda l'umanità intera, perché in Lui l'umano è definitivamente accolto nella vita divina. Guardare a Cristo risorto significa riconoscere che la carne, anche quando attraversa la prova, l'ingiustizia e la morte, è chiamata alla luce. È il destino dell'uomo che viene illuminato: non la dissoluzione, ma la comunione; non il dominio del più forte, ma la signoria dell'amore; non la disperazione, ma una speranza che resiste anche dentro le ferite della storia. Per questo la risurrezione non è un evento che riguarda solo il passato, ma è una realtà che continua a parlare al presente. Essa ci dice che nulla di ciò che è autenticamente umano va perduto, ma è destinato a essere trasfigurato in Dio. E così, nella luce del Risorto, anche la nostra fragile carne e la nostra storia ferita diventano luogo di promessa, attesa di quella pienezza in cui, come afferma l'apostolo, «Dio sarà tutto in tutti» (1Cor 15,28).

2. La risurrezione nella relazione tra il Figlio e il Padre

La risurrezione si comprende pienamente solo alla luce della relazione tra il Figlio e il Padre. La vicenda pasquale segue il dinamismo dell'umiliazione e dell'esaltazione: il Figlio, nell'obbedienza e nell'amore, si abbassa fino alla morte di croce, e il Padre lo innalza nella gloria. Come canta l'inno della Lettera ai Filippesi, «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò» (Fil 2,8-9). In questo movimento si manifesta quella che il Nuovo Testamento chiama κένωσις (kénōsis), lo svuotamento del Figlio, che non è perdita ma pienezza d'amore: un abbassarsi per innalzare, un donarsi per far vivere.

Non si tratta, però, di una giustizia retributiva, come se il Padre "premiasse" il Figlio per la sua sofferenza. È piuttosto un movimento di amore, un dinamismo interno alla vita stessa di Dio. L'obbedienza del Figlio non è sottomissione passiva, ma è l'espressione del suo eterno sì al Padre, di quella comunione che costituisce il cuore della vita trinitaria. Come ricorda il Vangelo di Giovanni, «il Padre ama il Figlio e gli ha dato tutto nelle mani» (Gv 3,35): la risurrezione è la manifestazione storica di questo amore, è il rivelarsi nella storia di ciò che Dio è da sempre. Hans Urs von Balthasar sottolinea che nella Pasqua «l'obbedienza del Figlio è la forma storica dell'amore trinitario», cioè il modo in cui l'eterno amore di Dio si rende visibile dentro il tempo.

In questa luce si comprende che l'amore che si dona fino alla fine non può essere trattenuto dalla morte. La croce non è il fallimento di un progetto, ma il luogo in cui l'amore si consegna senza riserve, e proprio per questo diventa sorgente di vita. Come afferma Gesù stesso: «Nessuno mi toglie la vita: io la offro da me stesso» (Gv 10,18). Qui si rivela la logica dell'ἀγάπη (agápē), l'amore che si dona gratuitamente e totalmente. Come osserva Benedetto XVI, «l'amore è più forte della morte» (Deus caritas est), e proprio nella Pasqua questo si manifesta in modo definitivo: l'amore non solo resiste alla morte, ma la vince dall'interno.

Per questo si può dire, senza contraddizione, che Cristo è risorto per la potenza del Padre e, nello stesso tempo, per la propria potenza divina: l'azione del Padre e quella del Figlio sono una sola, perché una sola è la vita di Dio. Come afferma san Paolo, «Dio lo ha risuscitato dai morti» (Rm 10,9), e tuttavia Gesù può dire di sé: «Ho il potere di dare la mia vita e il potere di riprenderla di nuovo» (Gv 10,18). È il mistero di una comunione perfetta, ciò che la tradizione chiama περιχώρησις (perichṓrēsis), cioè la reciproca inabitazione delle Persone divine: non confusione, ma unità nell'amore. Questa verità illumina anche la nostra storia. In un tempo in cui spesso le relazioni sono segnate dalla logica del dominio, dell'interesse e della contrapposizione, la Pasqua rivela un altro modo di essere: quello della comunione che nasce dal dono. In un mondo ferito da conflitti tra nazioni, dove sembra prevalere la legge del più forte e del più ricco sul sangue della povera gente, la relazione tra il Padre e il Figlio mostra che la vera potenza non è quella che schiaccia, ma quella che ama e che dà la vita. È una logica diversa, che non si impone, ma si offre, e proprio per questo ha la forza di trasformare la storia dall'interno.

In una società liquida, la Pasqua si presenta come un punto fermo, come una verità che non si dissolve. Essa ci dice che l'amore non è fragile, che la fedeltà non è illusione, che il dono non è perdita. Come afferma Piero Coda, «l'amore trinitario è la forma originaria e definitiva dell'essere»: ed è proprio questo amore che, nella risurrezione, entra nella storia e la orienta verso il compimento.

La Pasqua rivela così che la storia non è abbandonata al caso, né consegnata definitivamente alla violenza o all'ingiustizia, ma è attraversata da un amore che la sostiene e la conduce al compimento. Anche quando emergono nuove forme di oppressione, nuove dittature rivestite di democraticità, anche quando il male sembra avere la meglio, la risurrezione annuncia che l'ultima parola non appartiene alla morte, ma a Dio. E questo apre uno spazio nuovo: quello della fiducia, della perseveranza, della possibilità di vivere già ora, nelle pieghe della storia, secondo la logica del Risorto.

3. La risurrezione come compimento della salvezza

La risurrezione di Cristo è essenzialmente orientata alla salvezza dell'uomo. Essa avviene, come afferma la tradizione teologica, ad complementum nostrae salutis, per il compimento della nostra salvezza. Non è un evento isolato, ma il punto in cui il disegno di Dio giunge alla sua pienezza: ciò che è iniziato nell'incarnazione e compiuto sulla croce trova nella risurrezione il suo sigillo definitivo. Come afferma san Leone Magno, «la morte di Cristo è il prezzo della nostra redenzione, la sua risurrezione è la causa della nostra giustificazione»: non solo liberazione, ma trasformazione. La morte di Cristo libera dal male; la risurrezione introduce nel bene. Se la croce toglie il peccato, la risurrezione inaugura la vita nuova. Per questo l'Apostolo può affermare: «È stato messo a morte per i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione» (Rm 4,25). Qui si manifesta il passaggio pasquale, פֶּסַח (pesach): non solo uscita da una schiavitù, ma ingresso in una condizione nuova. È ciò che la Scrittura chiama vita secondo lo Spirito, ζωή (zōē), una vita che non è più chiusa nei limiti del tempo, ma aperta all'eterno.

La risurrezione non è solo un evento che riguarda Cristo, ma è una realtà che agisce: è causa. In Cristo risorto, l'umanità è già orientata alla vita definitiva. La sua risurrezione è principio e modello della nostra: principio, perché da Lui proviene la vita nuova; modello, perché in Lui si rivela ciò che siamo chiamati a diventare. Come insegna sant'Ireneo, «la gloria di Dio è l'uomo vivente», e questa vita piena trova nella risurrezione il suo fondamento. Cristo è il «primogenito tra molti fratelli» (Rm 8,29): ciò che è accaduto in Lui è destinato a compiersi anche in noi. In questo senso, la risurrezione non è solo promessa futura, ma inizio reale di una trasformazione che riguarda già ora l'uomo. Essa introduce nella storia una forza nuova, che opera anche dentro le situazioni più segnate dalla fragilità. Non elimina automaticamente il male, ma lo attraversa e lo trasfigura dall'interno. È la logica dell'ἀνάστασις (anástasis), il "rialzarsi", che non riguarda solo la fine dei tempi, ma ogni momento in cui l'uomo viene sollevato dalla caduta e ricondotto alla vita.

E questo tocca profondamente la nostra vita concreta. In un mondo segnato da guerre, dove spesso la legge del più forte e del più ricco si impone sul sangue della povera gente, la risurrezione annuncia che la logica della violenza non è definitiva. In un tempo in cui assistiamo a nuove forme di genocidio, a ingiustizie sistemiche e a dittature che si presentano con il volto ingannevole della democraticità, la Pasqua proclama che la storia non è consegnata al potere, ma all'amore. Allo stesso tempo, viviamo dentro una società instabile e fragile": nelle relazioni, nell'economia, nei valori, nella stessa percezione del bene e del male. Tutto appare incerto, provvisorio, fragile. In questo contesto cresce un forte deficit di speranza: l'uomo contemporaneo fatica a credere che qualcosa possa essere definitivo, stabile, vero. E proprio qui la risurrezione si pone come evento decisivo: essa afferma che non tutto è fluido, che non tutto si dissolve, che esiste una verità capace di reggere il peso della vita e della storia.

La risurrezione di Cristo, allora, chiede di essere accolta non solo nella fede, ma nella vita. Essa non è soltanto oggetto di contemplazione, ma principio di esistenza nuova. Come ricorda san Gregorio di Nissa, «ciò che Cristo ha assunto lo ha salvato, e ciò che ha salvato lo ha reso vivo»: la vita nuova non è un'idea, ma una realtà che trasforma concretamente l'uomo. È la vita secondo lo Spirito, che rende possibile amare dove sarebbe più facile odiare, sperare dove tutto sembra perduto, restare fedeli dove tutto invita a cedere. Per questo la Scrittura invita: «Come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,4). Qui emerge il cuore dell'esperienza cristiana: non solo credere nella risurrezione, ma vivere da risorti. È ciò che Paolo esprime con l'immagine della καινὴ κτίσις (kainē ktísis), la "creazione nuova" (cf. 2Cor 5,17): una trasformazione reale, che coinvolge il cuore, le relazioni, il modo di abitare il mondo.

La Pasqua fonda e sostiene:

  • la fede, perché conferma la verità di Cristo
  • la speranza, perché apre alla risurrezione futura
  • la vita morale, perché rende possibile una vita rinnovata

Come ricorda sant'Agostino, «risorgi, uomo, perché per te Dio si è fatto uomo»: la risurrezione non è solo qualcosa che riguarda Cristo, ma è un appello che raggiunge ciascuno di noi. Senza la risurrezione, la vita cristiana resterebbe incompiuta, come un cammino senza meta. Con la risurrezione, invece, l'uomo riceve realmente la possibilità di diventare nuovo. Anche nei tempi segnati da fragilità, guerre, ingiustizie e smarrimento, la vita del credente è chiamata a non cedere allo scoraggiamento, ma a radicarsi nella certezza che il Risorto rende nuove tutte le cose (cf. Ap 21,5). È questa la speranza cristiana: non un'illusione, ma una forza reale che già ora opera nella storia e nel cuore dell'uomo, aprendo varchi di luce anche nelle notti più dense.

Conclusione

La risurrezione di Cristo è il compimento della rivelazione e l'inizio della nuova creazione. In essa si manifesta definitivamente chi è Dio: amore che dona la vita; e chi è l'uomo: chiamato a partecipare di questa vita. Come afferma il libro dell'Apocalisse, «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5): la Pasqua è l'irruzione di questa novità dentro la storia, non come semplice promessa futura, ma come realtà già operante. In Cristo risorto, l'umanità non è più chiusa nella morte, ma aperta all'eternità. Per questo la Pasqua non è solo memoria di un evento, ma realtà che trasforma il presente e apre alla possibilità di una vita nuova, personale e comunitaria. È ciò che la tradizione cristiana ha espresso parlando di vita nuova, ζωή (zōē), una vita che non si limita a durare, ma che fiorisce nella comunione con Dio e con i fratelli. Come ricorda san Massimo il Confessore, «Cristo risorto unisce in sé ciò che era diviso», ricomponendo la frattura tra Dio e l'uomo, tra l'uomo e se stesso, tra l'uomo e il mondo. Solo alla luce del Risorto si comprende pienamente il mistero dell'uomo. In un tempo segnato da smarrimento, da crisi di senso, da relazioni fragili e spesso superficiali, la Pasqua restituisce all'uomo la sua verità più profonda. L'uomo non è fatto per la morte, né per il nulla, né per una vita senza direzione, ma per la comunione e per la pienezza. Come afferma il Concilio Vaticano II, «Cristo svela pienamente l'uomo all'uomo stesso» (Gaudium et spes, 22): è guardando a Lui che l'uomo comprende chi è e a cosa è chiamato. E solo partecipando alla sua vita, l'uomo può diventare veramente se stesso. Non si tratta di aggiungere qualcosa dall'esterno, ma di lasciarsi trasformare dall'interno, accogliendo quel dinamismo pasquale che è passaggio, פֶּסַח (pesach), dalla chiusura all'apertura, dalla paura alla fiducia, dalla morte alla vita. È un cammino che attraversa la concretezza dell'esistenza: le ferite, le prove, le contraddizioni, ma anche i piccoli segni di bene che già annunciano la vita nuova. In un mondo segnato da violenze, da ingiustizie e da una diffusa perdita di speranza, la risurrezione non è un'evasione dalla realtà, ma la sua più profonda trasfigurazione. Essa ci chiede di diventare, nella storia, testimoni di una vita che non si arrende al male, che non si lascia vincere dalla logica del più forte, ma che sceglie la via dell'amore, del dono, della comunione. Per questo la Pasqua non si conclude con una celebrazione, ma si apre come una missione: vivere da risorti. Portare nella storia, con semplicità e fedeltà, la luce del Risorto. Perché là dove c'è un gesto di amore, là dove si ricostruisce una relazione, là dove si custodisce la dignità dell'altro, lì la risurrezione continua ad accadere. Ed è questa la speranza che non delude: che la vita, anche quando attraversa la notte, è destinata alla luce.

Santa Maria,
donna del sabato santo,
insegnaci a stare sotto la croce,
quando sembra che tutto sia finito
e la speranza si sia spenta.

Donaci la tua fede,
quella che sa attendere nella notte,
quella che non fugge davanti al dolore,
quella che crede che la parola ultima
non sarà della morte, ma della vita.

Tu che hai vissuto il silenzio del sepolcro,
aiutaci a non disperare
quando il buio avvolge i nostri giorni
e il cuore fatica a vedere la luce.

Rendici testimoni dell'alba nuova,
capaci di annunciare che Cristo è risorto,
che la pietra è stata rotolata
e che la vita ha vinto la morte.

E insegnaci a camminare nella storia
con passo leggero e cuore libero,
sapendo che ogni croce,
se vissuta nell'amore,
porta già in sé il germe della risurrezione.

Amen.

+ don Tonino Bello

Venerabile

don Nicola De Luca
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