CORAGGIO, SONO IO! Cristo nelle mareggiate della vita

08.08.2026

DOMENICA 09 AGOSTO 2026

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO A

«Coraggio, sono io, non abbiate paura!».Mt 14,22-33


Introduzione

Il racconto di questa XIX domenica del Tempo Ordinario non è altro che il prosieguo della pericope evangelica della scorsa domenica. Là abbiamo contemplato il prodigio della "con-divisione", che nasce dal cum-parere del cuore di Cristo: Gesù vede la folla, ne sente dentro di sé la fame, il bisogno, la stanchezza e, dalla sua compassione, nasce il pane condiviso e moltiplicato. Non un gesto spettacolare compiuto per suscitare meraviglia, ma un segno che cominciava già a svelare la sua identità messianica e a manifestare la presenza del Regno dei cieli in mezzo agli uomini. Oggi Matteo ci conduce ancora più avanti e, potremmo dire, ancora più in profondità. Dopo aver manifestato la sua compassione per la folla affamata, Gesù manifesta la sua signoria sulle forze della natura: cammina sulle acque del mare. Anche questa volta, però, sarebbe riduttivo fermarsi al carattere straordinario dell'avvenimento e domandarci semplicemente come sia potuto accadere. L'evangelista vuole condurci altrove. Il miracolo è un segno, e il segno domanda di essere attraversato per giungere alla realtà che esso rivela. La domanda decisiva, dunque, non è anzitutto: «Come ha fatto Gesù a camminare sulle acque?», ma: «Chi è Colui che può camminare sulle acque?». Chi è veramente Gesù? Per comprendere la forza di questa pagina dobbiamo entrare nella sensibilità biblica. Il mare, nel linguaggio della Scrittura, non è soltanto una distesa d'acqua. Evoca anche ciò che l'uomo non riesce a governare: il caos, l'abisso, le forze oscure e minacciose che sembrano sottrarsi al suo controllo. L'uomo biblico guarda il mare anche come il luogo nel quale sperimenta tutta la propria piccolezza e impotenza. E proprio per questo il dominio sulle acque diventa uno dei modi attraverso i quali la Scrittura proclama la sovranità di Dio. Il racconto di Matteo si innesta così sulla scia delle grandi manifestazioni di Dio nel Primo Testamento. Il salmista, rivolgendosi al Signore, proclama: «Sul mare la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque» (Sal 77,20); e il libro di Giobbe parla di Dio come di Colui che «cammina sulle onde del mare» (Gb 9,8). Ciò che nessun uomo può fare appartiene simbolicamente alla signoria del Creatore: Dio soltanto non viene inghiottito dal caos, perché persino il caos rimane sotto i suoi piedi. Quando Matteo ci presenta Gesù che avanza sulle acque, dunque, non sta semplicemente narrando un prodigio sulla natura. Sullo sfondo di quelle immagini bibliche sta dicendo qualcosa di immensamente più grande sull'identità di Gesù. Colui che viene incontro ai discepoli compie un gesto che la Scrittura attribuisce alla sovranità stessa di Dio. È come se, passo dopo passo, il velo venisse sollevato e il mistero della persona di Cristo si lasciasse intravedere sempre più profondamente. Ed è significativo che tutto avvenga durante una traversata. I discepoli non arrivano alla comprensione di Gesù attraverso una lezione teorica, ma attraversando il mare, sperimentando la propria impotenza, conoscendo la paura e lasciandosi raggiungere da Lui. Anche la fede, del resto, è una traversata. Non comprendiamo tutto immediatamente. Ci sono aspetti del volto di Cristo che impariamo a conoscere soltanto attraversando certe notti, affrontando alcuni venti contrari e scoprendo, proprio quando pensavamo di essere soli, che Lui stava già venendo verso di noi. Per questo il punto culminante del racconto non sarà semplicemente il vento che si placa. La vera meta della traversata sarà una professione di fede. Quando Gesù salirà sulla barca, i discepoli si prostreranno dinanzi a Lui e confesseranno: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». È qui che comprendiamo il significato più profondo dell'intero episodio: il miracolo diventa epifania, il prodigio diventa rivelazione, lo stupore si trasforma in fede e la fede sfocia nell'adorazione. C'è dunque un cammino che Matteo ci fa compiere: dalla con-divisione dei pani alla signoria sul mare; dalla compassione del Messia alla rivelazione del Figlio; dallo stupore davanti a ciò che Gesù compie alla domanda su chi Egli veramente sia. E alla fine non resterà semplicemente da dire: «Che grande miracolo!», ma da inginocchiarsi con i discepoli e confessare: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

1. Cristo viene incontro alle nostre traversate tempestose

Gesù ha congedato la folla e ha mandato i discepoli sull'altra riva. Poi sale da solo sul monte a pregare. Matteo utilizza il termine greco ὄρος (òros), "monte": nella Scrittura non è soltanto un luogo geografico, ma richiama frequentemente lo spazio dell'incontro con Dio, il luogo della rivelazione e dell'intimità. Sul monte Mosè riceve la Legge, sul monte Elia incontra il Signore, sul monte Gesù proclama le Beatitudini e, più avanti, manifesterà ai discepoli la sua gloria nella Trasfigurazione. Gesù, dopo il frastuono della folla e dopo il pane spezzato e condiviso, cerca il silenzio. Rimane cuore a cuore con il Padre suo. Non è un particolare marginale: tutta la sua missione nasce da quella comunione filiale e continuamente ritorna ad essa. Prima di tornare incontro agli uomini, Gesù ritorna alla sorgente. Anche questo è un messaggio spirituale e pastorale molto attuale, perché viviamo in un tempo che ci spinge continuamente a fare, produrre, organizzare, risolvere; persino nella vita della Chiesa possiamo cadere nella tentazione dell'attivismo, moltiplicando iniziative, parole e strutture, ma sottraendo tempo al cuore a cuore con Dio. Gesù, invece, ci ricorda che la missione nasce dalla preghiera e che soltanto chi sa sostare davanti al Padre può poi attraversare davvero le inquietudini degli uomini.

Mentre Gesù è sul monte, i discepoli sono sulla barca, in mezzo al mare. Matteo usa il termine πλοῖον (plòion), "barca". Questo piccolo legno sbattuto dalle onde è diventato molto presto, nella lettura cristiana, un'immagine della comunità dei credenti. La barca non è ferma nel porto, ma è in traversata; non è sottratta al vento, ma deve affrontarlo; non possiede il mare, ma è chiamata ad attraversarlo. Yves Congar ha insistito molto sul carattere storico e pellegrinante della Chiesa: essa non vive fuori dal tempo, ma cammina dentro la storia, attraversandone anche le fatiche e le contraddizioni. Non a caso, nel suo Diario del Concilio, annota emblematicamente: «Cammino perché la Chiesa vada avanti». Agli occhi dei discepoli la distanza da Gesù sembra enorme: Lui sul monte, loro nel buio; Lui nel silenzio della preghiera, loro nel fragore delle onde; Lui apparentemente lontano, loro affaticati a remare. E tuttavia questa lontananza è soltanto apparente. Gesù non li ha dimenticati. Matteo dice che la barca «era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario» (Mt 14,24). Quegli uomini, alcuni dei quali conoscevano bene il lago e il mestiere del pescatore, remano, si affaticano, cercano di governare la barca, ma sembra che ogni sforzo sia insufficiente. È uno di quei momenti nei quali l'esperienza, la competenza e perfino la buona volontà non bastano più. L'uomo si scopre piccolo davanti a forze più grandi di lui.

Giovanni Crisostomo, commentando questo episodio, osserva che Gesù lascia che i discepoli affrontino una prova più lunga e più dura rispetto alla precedente tempesta, proprio per educarli progressivamente a una fede più matura. Il silenzio di Dio, dunque, non coincide automaticamente con il suo abbandono. Talvolta la fede deve attraversare una distanza apparente perché impari a fidarsi non soltanto di ciò che sente, ma di Colui che rimane presente anche quando non è immediatamente percepibile. Ed è qui che la pagina evangelica diventa tremendamente attuale. Quante volte anche noi conosciamo il "vento contrario". Quante contrarietà attraversano la barca della nostra vita, delle nostre famiglie, delle nostre comunità, dei nostri popoli. Ci sono stagioni nelle quali ci sembra di remare senza avanzare: facciamo tutto ciò che possiamo e tuttavia restiamo quasi nello stesso punto. Ci sono malattie che arrivano senza essere invitate e sconvolgono il ritmo di una casa; lutti che aprono vuoti difficili da colmare; relazioni che si spezzano; fallimenti che incrinano la fiducia; paure per il futuro; solitudini che nessuno vede.

E poi c'è la grande barca dell'umanità, continuamente scossa dalle mareggiate della storia. Viviamo in un tempo nel quale continuiamo a vedere guerre, popoli costretti ad abbandonare la propria terra, bambini che imparano troppo presto il rumore delle armi, innocenti che pagano decisioni prese altrove, violenze che generano altre violenze. A volte sembra davvero che la storia abbia smarrito il timone. Anche la barca della Chiesa conosce i suoi venti contrari: la fatica di annunciare il Vangelo in un mondo che cambia rapidamente, comunità che si assottigliano, scandali e ferite, divisioni, stanchezza, il rischio di rifugiarsi nella nostalgia di tempi passati invece di affrontare con coraggio il mare presente. Eppure Cristo non ha mai promesso alla sua Chiesa un mare senza onde; le ha promesso qualcosa di immensamente più grande: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Proprio quando i discepoli sembrano essere soli in balia delle onde, Gesù viene loro incontro. Matteo precisa che accade «sul finire della notte», letteralmente durante la τετάρτῃ φυλακῇ (tetàrte fylakè), la "quarta vigilia", l'ultimo dei quattro turni in cui, secondo l'uso romano, veniva suddivisa la notte. È il tratto più vicino all'alba. La notte è ancora notte, il vento è ancora contrario, le onde non sono ancora cessate, e tuttavia la luce è ormai prossima.

È un particolare di straordinaria forza spirituale. Dio ha spesso tempi diversi dai nostri. Noi vorremmo che intervenisse subito, prima che il vento diventi forte, prima che la notte si prolunghi, prima che le nostre energie si esauriscano. Invece qualche volta il Signore permette che attraversiamo anche la quarta vigilia. Non perché ami la nostra sofferenza, ma perché esistono profondità del suo volto e verità di noi stessi che emergono soltanto quando le nostre sicurezze vacillano. Il salmista lo aveva espresso con parole semplici e profondissime: «Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia» (Sal 30,6). Gesù scende dal monte e viene verso di loro camminando sulle acque. È un'immagine che mi è particolarmente cara: Cristo viene incontro alle nostre traversate tempestose nel mare agitato della storia. Non aspetta semplicemente che siamo noi a raggiungerlo; è Lui che viene, è Lui che attraversa la distanza, è Lui che entra nella nostra notte ed è Lui che mette i suoi passi proprio sopra ciò che a noi fa paura.

Qui emerge una delle grandi differenze tra la logica di Dio e la nostra. Noi cerchiamo interventi immediati, soluzioni portentose e spettacolari, qualcosa che improvvisamente faccia cessare il vento e rimetta ogni cosa al proprio posto. Vorremmo quasi un Dio rumoroso, evidente, irresistibile; Dio, invece, spesso agisce diversamente e cammina silenziosamente sui marosi del tempo. Non ha bisogno di fare rumore per essere presente né di imporsi per essere Signore. Possiede le chiavi della storia e rimane Signore della storia anche quando noi non comprendiamo ciò che sta accadendo: il suo silenzio non è assenza e la sua discrezione non è impotenza. È precisamente il messaggio che ci viene consegnato anche dalla prima lettura attraverso Elia sull'Oreb. Il profeta è stanco, ferito, scoraggiato; ha combattuto, ha avuto paura, è fuggito e ora si nasconde in una caverna. Passa un vento impetuoso, ma il Signore non è nel vento; viene il terremoto, ma il Signore non è nel terremoto; viene il fuoco, ma il Signore non è nel fuoco. Alla fine, giunge ciò che l'ebraico chiama קוֹל דְּמָמָה דַקָּה (qòl demamà daqqà), espressione che possiamo rendere suggestivamente come "voce di silenzio sottile". Ed è proprio lì che Elia riconosce la presenza del Signore e si copre il volto.

Il Dio biblico può dominare il mare e nello stesso tempo farsi riconoscere nella delicatezza di un silenzio. Potenza e discrezione in Lui non si contraddicono. Karl Rahner ha dedicato pagine bellissime proprio a questo mistero in Tu sei il silenzio: il Dio della fede non è una presenza che si impone rumorosamente all'uomo, ma il Mistero che può essere incontrato anche nel silenzio, nell'attesa e nella profondità della preghiera. Il silenzio di Dio, allora, non è il vuoto della sua assenza, ma può diventare lo spazio nel quale impariamo una forma più profonda di ascolto e di abbandono.Forse proprio qui si nasconde uno degli equivoci più frequenti della nostra fede: pensare che la presenza di Dio debba necessariamente coincidere con l'assenza dei problemi. Se il mare è agitato pensiamo che Dio non ci sia; se soffriamo, che ci abbia dimenticati; se la nostra preghiera non ottiene immediatamente ciò che chiediamo, che non ci ascolti. Il Vangelo ci conduce invece a una scoperta diversa: il mare è ancora agitato, il vento è ancora contrario e la notte non è ancora terminata, eppure Cristo è già lì. Dio non sempre elimina il mare, qualche volta ci raggiunge dentro il mare; non sempre impedisce che sorga la tempesta, ma entra nella tempesta; non sempre fa cessare immediatamente il vento, ma viene a camminare sulle nostre onde.

Ed è forse questa una delle esperienze più difficili e insieme più belle della fede: scoprire che proprio quando pensavamo di essere stati abbandonati, Lui stava già venendo verso di noi; che mentre noi eravamo intenti soltanto a misurare la forza del vento, Cristo aveva già messo i suoi passi sulle nostre onde; che nessuna notte è così oscura e nessun mare così agitato da impedire a Dio di raggiungerci.

2. «Coraggio, sono io, non abbiate paura»

Ma accade qualcosa di paradossale. Quando i discepoli vedono Gesù avvicinarsi camminando sulle acque, invece di sentirsi rassicurati si spaventano ancora di più e gridano: «È un fantasma!». Matteo usa il termine φάντασμα (fàntasma), "apparizione", qualcosa che ai loro occhi appare irreale e minaccioso. È impressionante: la paura ha deformato a tal punto il loro sguardo che essi scambiano per una minaccia proprio Colui che viene a salvarli. Gesù è lì, viene verso di loro, ma essi non riescono ancora a riconoscerlo. La paura possiede anche questo terribile potere: non cambia necessariamente la realtà, ma cambia il nostro modo di guardarla. Quando il cuore è agitato vediamo nemici ovunque, immaginiamo il peggio, ingigantiamo ciò che ci minaccia e qualche volta interpretiamo persino il silenzio di Dio come assenza. Può accadere allora che anche il Signore ci sembri estraneo e lontano, quasi inquietante, perché la paura ci impedisce di riconoscere i segni della sua presenza. È una dinamica profondamente umana e anche profondamente spirituale: possiamo avere Cristo davanti agli occhi e tuttavia non riconoscerlo, come accadrà ancora ai discepoli dopo la Pasqua, quando il Risorto camminerà accanto a loro e i loro occhi saranno incapaci di riconoscerlo (cfr. Lc 24,16).

Ma dentro il fragore del vento risuona finalmente la voce di Gesù: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Matteo concentra in pochissime parole un intero itinerario della fede: θαρσεῖτε (tharsèite), "coraggio"; ἐγώ εἰμι (egò eimì), "sono io"; μὴ φοβεῖσθε (mè fobèisthe), "non abbiate paura". Prima ancora di calmare il mare, Gesù cerca di calmare il cuore dei discepoli. La prima tempesta che vuole raggiungere non è quella intorno alla barca, ma quella che si è scatenata dentro di loro. Quel «Sono io», ἐγώ εἰμι (egò eimì), nel contesto di questa manifestazione sul mare possiede una particolare densità biblica. Certamente, nel senso immediato, Gesù sta dicendo ai suoi: "Sono io, riconoscetemi"; ma, sullo sfondo dell'intera Scrittura e di un racconto nel quale Gesù compie ciò che appartiene alla signoria di Dio sulle acque, quelle parole acquistano un'eco più profonda. Richiamano il linguaggio con cui Dio manifesta la propria presenza e, senza forzare un'identificazione letterale con Es 3,14, lasciano risuonare qualcosa dell'autorivelazione divina. Colui che cammina sulle acque non dice soltanto: "Non abbiate paura perché il pericolo sta per finire", ma: "Non abbiate paura perché Io sono qui".

Ed è questo il cuore della fede biblica. Dio non promette anzitutto che nulla ci accadrà, ma promette la sua presenza. Ad Abramo dice: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo» (Gen 15,1); a Israele: «Non temere, perché io sono con te» (Is 41,10); a Maria l'angelo annuncia: «Non temere, Maria» (Lc 1,30); e il Risorto continuerà a dire ai suoi: «Non temete» (Mt 28,10). Dalla Genesi al Vangelo ritorna continuamente questa parola, perché Dio conosce quanto facilmente il cuore umano diventi prigioniero della paura. La fede non ci promette un'esistenza senza tempeste; ci dona la certezza che nessuna tempesta sarà mai priva della presenza di Dio. Romano Penna ha mostrato più volte come la fede cristiana non abbia al centro anzitutto una dottrina astratta, ma l'evento e la persona di Gesù Cristo. Ed è precisamente ciò che avviene sulla barca: ai discepoli impauriti Gesù non consegna una spiegazione teorica del male o della sofferenza, ma consegna se stesso: «Sono io». Prima delle risposte viene una Presenza. Forse tante volte noi chiediamo a Dio di spiegarci perché una determinata tempesta sia entrata nella nostra vita, mentre il Vangelo ci conduce verso una domanda ancora più radicale: chi è con me mentre la sto attraversando?

A questo punto entra in scena Pietro. Matteo è l'unico evangelista a raccontare questo particolare, e non è secondario. Pietro è impulsivo, generoso, appassionato, capace di grandi slanci e insieme attraversato dalla fragilità: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». In questa domanda c'è qualcosa che appartiene a ciascuno di noi. Quando la fede viene messa alla prova nasce il desiderio di una conferma: "Signore, sei davvero tu? È proprio la tua voce quella che mi sta chiamando?". Ma nella richiesta di Pietro non c'è soltanto esitazione; c'è anche il coraggio di chi non vuole rimanere al sicuro nella barca. Se sei tu, allora fammi venire verso di te. Gesù gli risponde con una sola parola: ἐλθέ (elthè), "vieni". È sorprendente: Cristo non offre a Pietro una garanzia sul vento, non gli assicura che l'acqua diventerà improvvisamente solida, non gli consegna una tecnica per camminare sul mare. Gli offre una parola sulla quale poggiare il passo: «Vieni». Pietro può scendere dalla barca non perché possieda capacità straordinarie, ma perché è stato chiamato. La sua sicurezza non è nell'acqua sotto i piedi, ma nella parola di Cristo davanti ai suoi occhi.

Pietro allora scende e va verso Gesù. Ma «vedendo che il vento era forte, s'impaurì» (Mt 14,30). Il problema non è semplicemente che esista il vento: il vento c'era già quando Pietro è sceso dalla barca. Qualcosa cambia dentro di lui. Il suo sguardo, prima rivolto verso Cristo, viene progressivamente catturato dalla violenza di ciò che gli accade intorno. Finché il suo movimento è verso Cristo, cammina sull'impossibile; quando la paura diventa più grande della fiducia, comincia ad affondare. Giovanni Crisostomo coglie con finezza proprio questo passaggio: Pietro, che aveva affrontato il mare, viene vinto dalla paura del vento. La sua fragilità mostra che non basta l'entusiasmo iniziale; occorre perseverare nella fiducia. Ed è una parola importante anche per noi, perché spesso cominciamo con grande slancio e poi, quando avvertiamo la forza del vento contrario, torniamo a misurare tutto sulle nostre capacità. Pensiamo di poter camminare sulle acque perché siamo forti, preparati, convinti, persino perché possediamo una fede che riteniamo sufficiente. Pietro ci insegna invece che sulle acque non si cammina perché siamo capaci, ma perché Cristo ci chiama e perché continuiamo a fidarci della sua parola.

Quando Pietro si accorge di affondare non costruisce un lungo discorso. Grida: «Signore, salvami!». In greco: Κύριε, σῶσόν με (Kýrie, sòson me), "Signore, salvami". È una delle preghiere più brevi e più vere del Vangelo. Non contiene spiegazioni, non presenta meriti, non pretende nulla: è il grido nudo di un uomo che finalmente riconosce di non potersi salvare da solo. Ci sono momenti nei quali anche la nostra preghiera diventa così. Quando vengono meno le parole elaborate, quando non sappiamo più spiegare a Dio ciò che sentiamo, quando il dolore o la paura ci tolgono persino la capacità di formulare pensieri ordinati, può rimanere soltanto questo: «Signore, salvami!». E forse proprio allora la preghiera raggiunge una delle sue forme più pure, perché non pretende di controllare Dio, ma si consegna a Lui. Ed ecco forse l'immagine più tenera di tutta questa pagina: «Subito Gesù tese la mano, lo afferrò». Matteo usa il verbo ἐπελάβετο (epelàbeto), "lo afferrò, lo prese saldamente". Prima ancora del rimprovero viene la mano. Gesù non lascia Pietro affondare per impartirgli una lezione sulla fede; prima lo salva e poi gli parla. La misericordia precede il rimprovero.

Solo dopo averlo afferrato gli dice: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». L'espressione ὀλιγόπιστε (oligòpiste), "uomo di poca fede", è caratteristica di Matteo e non indica semplicemente chi non possiede fede, ma il discepolo che crede e tuttavia, davanti alla prova, lascia che la paura restringa la sua fiducia. Pietro non è un uomo senza fede: se non avesse avuto fede non sarebbe mai sceso dalla barca. È un uomo dalla fede ancora fragile, una fede che deve imparare a consegnarsi totalmente.

Ed è forse proprio questa la nostra condizione. Crediamo, ma abbiamo paura; ci affidiamo, ma continuiamo a voler controllare; diciamo di confidare nel Signore, ma appena il vento aumenta torniamo a fissare gli occhi sulle onde. La poca fede non è necessariamente l'assenza di Dio dalla nostra vita: è la difficoltà a fidarci di Lui quando ciò che vediamo sembra contraddire ciò che crediamo. Karl Rahner ha descritto la fede come l'abbandono dell'uomo al Mistero di Dio anche quando questo Mistero non può essere posseduto né controllato. Ed è esattamente ciò che Pietro deve imparare sulle acque: la fede non consiste nel dominare il mare, ma nel lasciarsi sostenere da Cristo dentro il mare. Non siamo noi a tenere in piedi la nostra esistenza con la forza della nostra fede; alla fine è una mano a sostenerci, la sua. Per questo il centro spirituale dell'episodio non è Pietro che riesce a camminare sulle acque, ma Pietro che scopre da chi deve lasciarsi afferrare. Anche noi possiamo affondare nelle nostre paure, nelle delusioni, nelle fragilità, nei fallimenti, persino nei nostri dubbi, ma l'abisso non ha necessariamente l'ultima parola. Quando cominciamo ad affondare resta sempre quella preghiera: «Signore, salvami!». E basta una mano, la sua, perché l'abisso non abbia l'ultima parola.

3. Dalla paura alla fiducia. Dalla fiducia all'adorazione

Gesù e Pietro salgono sulla barca e il vento cessa. Matteo racconta tutto con una sobrietà sorprendente: non indugia sul prodigio, perché ciò che veramente gli interessa sta accadendo dentro la barca e, soprattutto, dentro il cuore dei discepoli. La traversata non è stata inutile. Essi non sono più gli stessi di quando erano partiti: il mare li ha messi alla prova, la paura li ha attraversati, Pietro ha sperimentato la propria fragilità, ma tutti hanno conosciuto qualcosa di più profondo di Cristo. Il vento si placa fuori di loro, ma soprattutto comincia a placarsi quella tempesta interiore che aveva impedito loro di riconoscere il Signore. In fondo, tutta questa pagina può essere letta come una grande traversata interiore: dalla paura alla fiducia e dalla fiducia all'adorazione. È il cammino della fede. Nell'orizzonte biblico ebraico una parola particolarmente significativa è אֱמוּנָה (emunàh), che porta con sé l'idea della fermezza, della fedeltà, dell'affidabilità e, quindi, della fiducia. Credere non significa semplicemente ritenere vera una cosa riguardo a Dio, ma poggiare la propria esistenza sulla sua fedeltà. È la stessa radice dalla quale proviene il nostro «Amen»: affidarsi a Colui che è saldo quando tutto intorno a noi sembra instabile. Per questo il profeta può dire: «Se non crederete, non resterete saldi» (Is 7,9). La fede rende saldi non perché rende calme tutte le acque, ma perché ci fa poggiare su Qualcuno che rimane fedele anche dentro la tempesta.

Ed è significativo che tutto sia cominciato con un comando di Gesù: andare «all'altra riva». La traversata non è soltanto uno spostamento geografico. C'è sempre un "oltre" verso il quale Cristo sospinge i suoi. La comunità dei discepoli non è chiamata a rimanere ancorata al porto delle proprie sicurezze, ma ad attraversare acque non sempre tranquille e ad andare là dove il Signore la invia. La barca della Chiesa esiste per navigare, non per diventare un rifugio nel quale difendersi dal mare. Questa dinamica diventerà pienamente esplicita alla conclusione del Vangelo di Matteo, quando il Risorto dirà: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli» (Mt 28,19). Il greco πορευθέντες (poreuthèntes), "andando, mettendovi in cammino", conserva tutta la forza di una Chiesa che non può rimanere immobile. Essa viene convocata da Cristo per essere inviata da Cristo; appartiene a Lui proprio perché accetta continuamente di essere mandata oltre se stessa.

Le prime comunità cristiane hanno dovuto compiere questa difficile traversata. Hanno dovuto comprendere progressivamente che il Vangelo non poteva rimanere rinchiuso dentro i confini di un solo popolo; che la salvezza realizzata in Cristo era destinata a tutti; che, come affermerà Paolo, «non c'è Giudeo né Greco» perché tutti sono uno in Cristo Gesù (cfr. Gal 3,28). La Chiesa ha dovuto passare dalla paura dell'altro alla sua accoglienza, dalla difesa dei propri confini all'annuncio, dalla convinzione di custodire per sé un tesoro alla consapevolezza di averlo ricevuto perché fosse donato. Ed è una traversata che non è ancora terminata. Yves Congar ha scritto una frase lapidaria e profondamente ecclesiale: «Non bisogna fare un'altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa». Non significa rinnegare ciò che la Chiesa è, ma lasciarsi continuamente purificare dal Vangelo per essere più fedelmente ciò che Cristo vuole. Anche oggi, infatti, possiamo avere paura dell'altra riva. Possiamo essere tentati di custodire soltanto ciò che abbiamo, difendere i nostri piccoli spazi, proteggere abitudini e consuetudini, trasformando lentamente la fede in una rassicurante permanenza nella barca. Possiamo confondere la fedeltà con l'immobilità e la Tradizione con la nostalgia. Cristo, invece, continua a mandarci oltre, perché ogni autentico incontro con Lui allarga gli orizzonti, spezza le chiusure e apre alla comunione.

Piero Coda esprime questa dinamica con parole molto belle quando afferma che «la Chiesa è il Vangelo» e che proprio la sorgente evangelica «la spinge sempre più in avanti, in uscita». La Chiesa non possiede dunque il Vangelo come qualcosa da custodire gelosamente per sé; è il Vangelo stesso che continuamente la giudica, la rinnova e la sospinge verso l'altra riva. E qui la dimensione missionaria diventa profondamente attuale: ci sono ancora rive dell'umanità alle quali facciamo fatica ad avvicinarci, periferie umane ed esistenziali, persone che abbiamo già classificato, mondi culturali che ci intimoriscono, ferite sociali davanti alle quali preferiremmo rimanere al sicuro nella nostra barca. Edward Schillebeeckx ha condensato una delle intuizioni fondamentali della sua teologia in un'espressione diventata celebre: «Il mondo e la storia degli uomini, in cui Dio vuole attuare la salvezza, sono la base di tutta la realtà di fede». La fede cristiana, dunque, non ci sottrae alla storia, ma ci immerge più profondamente in essa. Il Dio di Gesù Cristo non ci chiede di fuggire dal mare del mondo, ma di attraversarlo portandovi il Vangelo, soprattutto là dove l'uomo soffre, spera, cerca dignità, pace e salvezza.

Ma l'"altra riva" non riguarda soltanto la grande missione della Chiesa. Esiste un'altra riva anche nella vita di ciascuno di noi. Può essere un perdono che continuiamo a rimandare, una riconciliazione che ci costa, una persona dalla quale ci siamo allontanati, una paura che dobbiamo attraversare, una scelta che richiede fiducia, una ferita dalla quale dobbiamo smettere di lasciarci definire, un modo vecchio di pensare che non ci permette più di crescere. Ci sono rive dalle quali bisogna avere il coraggio di partire e rive verso le quali occorre avere il coraggio di andare. La fede non è restare immobili aspettando che il mare diventi perfettamente calmo: è attraversarlo sapendo chi c'è sulla barca. Ed ecco che Matteo ci conduce al punto culminante del racconto. Coloro che sono sulla barca «si prostrarono davanti a lui, dicendo: "Davvero tu sei Figlio di Dio!"» (Mt 14,33). Il verbo è προσεκύνησαν (prosekýnesan), da προσκυνέω (proskynèo), "prostrarsi, rendere omaggio, adorare". Qui non siamo più semplicemente davanti allo stupore per un taumaturgo capace di compiere qualcosa di straordinario. La traversata conduce i discepoli al riconoscimento dell'identità di Gesù e il riconoscimento diventa adorazione.

È significativo che Matteo utilizzi questo gesto nei grandi momenti cristologici del suo Vangelo. I Magi, entrando nella casa, vedono il Bambino con Maria sua madre e «si prostrarono e lo adorarono» (Mt 2,11); dopo la Pasqua, le donne incontrano il Risorto, gli abbracciano i piedi e «lo adorarono» (Mt 28,9); e sul monte di Galilea gli Undici, vedendo il Risorto, «si prostrarono» davanti a Lui (Mt 28,17). Dall'infanzia alla Pasqua, Matteo conduce progressivamente il lettore verso questo gesto: davanti al mistero di Cristo non basta la meraviglia, si giunge all'adorazione.

E qui si comprende quanto sia cambiato lo sguardo dei discepoli. Poco prima avevano gridato: «È un φάντασμα (fàntasma)!», ora proclamano: «Davvero tu sei Figlio di Dio!». All'inizio una presenza temuta, alla fine una Presenza adorata. La paura aveva deformato lo sguardo; la fiducia lo ha purificato e la fiducia è diventata adorazione.

Il testo greco è particolarmente intenso: ἀληθῶς Θεοῦ υἱὸς εἶ (alethòs Theù huiòs ei), «Davvero tu sei Figlio di Dio». L'avverbio ἀληθῶς (alethòs), "veramente, davvero", conferisce alla confessione tutta la sua forza. I discepoli non stanno semplicemente dicendo che Gesù è un uomo straordinario: cominciano a penetrare il mistero della sua identità. Questa confessione prepara quella ancora più esplicita di Pietro a Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Marcello Bordoni ha insistito sulla necessità di comprendere la cristologia a partire dalla storia concreta di Gesù: il mistero della sua persona si manifesta attraverso le sue parole, i suoi gesti, la sua relazione con il Padre e, definitivamente, nel mistero pasquale. È esattamente il movimento che Matteo fa compiere ai discepoli. Essi non arrivano alla confessione «Figlio di Dio» attraverso una definizione teorica, ma dopo aver visto Gesù venire verso di loro nella notte, dominare le acque, tendere la mano a Pietro e salire sulla barca. Prima hanno fatto esperienza di Lui, poi hanno confessato chi Egli è.

È molto bella, in questa prospettiva, anche l'intuizione di Karl Rahner secondo cui il cristianesimo non consiste ultimamente in una teoria sull'uomo o sul mondo, ma nell'incontro con il mistero di Dio che si è comunicato definitivamente all'uomo in Gesù Cristo. Per questo la domanda decisiva della fede non rimane soltanto: "Che cosa può fare Gesù per me?", ma diventa: "Chi è Gesù per me?". I discepoli erano partiti avendo con loro il Maestro; arrivano all'altra riva avendo cominciato a riconoscere il Figlio di Dio. Anche Giovanni Crisostomo, commentando questa scena, nota il salto compiuto dai discepoli: dopo aver visto Cristo camminare sulle acque e il vento cessare, non reagiscono soltanto con meraviglia, ma giungono a una confessione più alta della sua identità. Il prodigio ha raggiunto il suo vero scopo quando lo sguardo non rimane fermo su ciò che Gesù ha fatto, ma arriva a Colui che lo ha fatto. Ecco allora il vero miracolo di questa pagina. Non soltanto il vento che cessa e neppure soltanto Pietro che viene strappato alle acque: il miracolo più grande è lo sguardo dei discepoli che cambia. Dalla paura passano alla fiducia, dal phántasma al riconoscimento, dalla fiducia alla confessione e dalla confessione all'adorazione. Il mare esteriore si placa, ma soprattutto viene trasformato il cuore.

Forse è proprio questo il miracolo di cui abbiamo maggiormente bisogno. Possiamo chiedere al Signore di cambiare le situazioni, ed è giusto farlo; possiamo chiedergli che cessi il vento, che guarisca una ferita, che risolva una difficoltà, che riporti pace laddove esiste conflitto. Ma possiamo domandargli anche una grazia ancora più profonda: cambiare il nostro sguardo dentro ciò che stiamo attraversando, affinché là dove prima vedevamo soltanto un phántasma, una minaccia o un'assenza, possiamo arrivare a riconoscere una Presenza. Quando l'uomo riconosce veramente chi ha davanti non rimane soltanto ammirato: adora. L'adorazione è il momento nel quale smettiamo di collocare noi stessi al centro, di pretendere di comprendere e governare ogni cosa, e riconosciamo che Dio è Dio. La traversata conduce dunque proprio qui: non semplicemente alla tranquillità, ma alla fiducia; non soltanto a un mare diventato calmo, ma a un cuore che finalmente sa affidarsi; e dalla fiducia all'adorazione, fino a inginocchiarsi con i discepoli e confessare: «Davvero tu sei Figlio di Dio». Questa è, in fondo, l'altra riva più profonda verso la quale Cristo conduce ogni discepolo: dalla paura alla fiducia e dalla fiducia all'adorazione.

Conclusione

Forse anche noi oggi siamo dentro qualche traversata. Ognuno conosce la propria barca, il proprio mare e soprattutto il proprio vento contrario. Forse ci sembra di remare senza avanzare; forse portiamo dentro una preoccupazione che non riusciamo a condividere con nessuno; forse abbiamo paura per ciò che sta accadendo nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nella Chiesa, nel mondo. Ci sono stagioni nelle quali la notte sembra prolungarsi oltre ogni nostra previsione e le forze cominciano a venir meno. Continuiamo a remare, ma non vediamo ancora la riva. E proprio in questi momenti può insinuarsi la domanda più dolorosa: dove sei, Signore? Perché non intervieni? Perché lasci che il vento continui a soffiare? Perché non plachi subito questo mare? Possiamo avere persino l'impressione che Dio sia rimasto lontano, sul monte, mentre noi combattiamo da soli contro le onde. È una sensazione che attraversa anche la Scrittura. «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi?» (Sal 13,2), grida il salmista. La fede biblica non nasconde queste domande e non censura la fatica dell'uomo davanti al silenzio di Dio. Ma il Vangelo di oggi ci chiede di cambiare lo sguardo. Mentre i discepoli pensano di essere soli, Cristo sta già venendo verso di loro. Mentre essi misurano la forza delle onde, Lui ha già posto i suoi passi sul mare. Mentre la paura suggerisce loro che tutto è perduto, una Presenza si sta facendo strada dentro la notte. Cristo non è lontano: sta già venendo verso di noi. Forse non verrà nel fragore che immaginiamo, né attraverso le soluzioni portentose e spettacolari che vorremmo. Forse non farà immediatamente ciò che gli abbiamo chiesto e non eliminerà subito tutto ciò che ci fa soffrire. Ma continuerà a camminare silenziosamente sui marosi del tempo e sulle acque agitate della nostra storia. E proprio là dove noi vediamo soltanto il vento contrario, continuerà a ripeterci le parole che hanno attraversato questa pagina evangelica: «Coraggio, sono io, non abbiate paura». Forse abbiamo bisogno soprattutto di custodire quel «sono io». Perché il fondamento della nostra speranza non è la certezza che tutto andrà sempre come desideriamo, ma la certezza che Lui c'è. La fede cristiana non è l'ingenua convinzione che la vita risparmierà al credente il dolore, la malattia, la perdita, il fallimento o la notte; è sapere che nessuna di queste realtà può diventare un luogo dal quale Cristo sia assente. Il mare può essere agitato e Cristo essere presente. Il vento può essere contrario e Cristo essere presente. La notte può essere lunga e Cristo essere presente. Persino quando i nostri occhi non riescono ancora a riconoscerlo, Lui può essere già davanti a noi. A noi è chiesto allora di non fissare gli occhi soltanto sul vento. Pietro comincia ad affondare proprio quando ciò che gli accade intorno diventa più grande, ai suoi occhi, di Colui che gli sta davanti. È una tentazione che conosciamo bene: guardare così a lungo il problema da non vedere più Dio; pensare così tanto alla tempesta da dimenticare chi è sulla barca; lasciare che la paura occupi tutto lo spazio interiore fino a trasformare persino una presenza di salvezza in un phántasma. E tuttavia il Vangelo è consolante proprio perché Pietro affonda. Se fosse rimasto perfettamente sulle acque, forse avremmo ammirato la sua fede, ma avremmo fatto più fatica a riconoscerci in lui. Pietro, invece, crede e dubita, parte con entusiasmo e poi ha paura, cammina e affonda. È così vicino alla nostra esperienza. La sua ὀλιγοπιστία (oligopistìa), la sua "poca fede", non gli impedisce però di gridare: «Signore, salvami!». E può darsi che in alcuni momenti della vita non riusciamo a fare altro. Quando vengono meno le spiegazioni, quando le parole diventano povere, quando non sappiamo nemmeno più come pregare, può restare soltanto quel grido: «Signore, salvami!». Ma il Vangelo ci ha mostrato che tra quel grido e la mano di Cristo c'è soltanto un «subito»: «Subito Gesù tese la mano e lo afferrò» (Mt 14,31). Prima ancora del rimprovero viene la mano. Prima che Pietro debba dimostrare di aver compreso la lezione, viene afferrato. Prima della spiegazione viene la misericordia. Ed è questa mano che vorremmo imparare a riconoscere anche nelle nostre traversate. A volte sarà la mano di una persona che rimane accanto a noi quando tutti gli altri se ne sono andati; altre volte sarà una parola del Vangelo che improvvisamente sembra scritta proprio per noi; altre volte ancora sarà la forza misteriosa di continuare quando eravamo convinti di non farcela più. Dio possiede infinite strade per raggiungere la nostra barca. Non sempre riconosciamo immediatamente la sua mano, ma possiamo scoprirla rileggendo con fede la nostra storia. La traversata evangelica ci consegna allora un itinerario che può diventare quello di tutta la nostra esistenza: dalla paura alla fiducia e dalla fiducia all'adorazione. Nell'orizzonte biblico, אֱמוּנָה (emunàh) dice proprio una fiducia fondata sulla fedeltà di Dio, una fermezza che non nasce dal sentirsi invulnerabili, ma dal sapere su chi abbiamo posto la nostra vita. Non ci viene chiesto di essere uomini e donne che non hanno mai paura; ci viene chiesto di non lasciare alla paura l'ultima parola. E dalla fiducia si giunge all'adorazione. È questo l'approdo più profondo della traversata. I discepoli erano partiti impauriti e stanchi; arrivano a prostrarsi davanti a Gesù dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio». Forse anche le nostre traversate, persino quelle che non avremmo mai scelto, possono diventare luoghi nei quali conosciamo Cristo in maniera diversa e più profonda. Ci sono aspetti del suo volto che forse scopriamo soltanto quando il mare non è calmo; ci sono parole del Vangelo che comprendiamo veramente soltanto dopo aver avuto bisogno di aggrapparci ad esse; ci sono forme di abbandono che impariamo soltanto quando non possiamo più contare esclusivamente sulle nostre forze. Per questo non chiediamo soltanto al Signore: «Fa' cessare il vento». Chiediamogli anche: «Insegnami a riconoscerti mentre il vento soffia». Non soltanto: «Toglimi da questa tempesta», ma anche: «Non permettere che dentro questa tempesta io perda il tuo volto». Non soltanto: «Portami subito all'altra riva», ma: «Fa' che questa traversata mi conduca più vicino a Te». Perché il miracolo più grande, alla fine, potrebbe non essere semplicemente un mare che torna calmo, ma un cuore che, dopo aver attraversato il mare, sa fidarsi di più e adorare più profondamente.

Vergine Maria, Madre che ci precedi e ci accompagni nel cammino della vita, vieni accanto a noi soprattutto nei tempi travagliati e confusi. Quando il vento contrario ci impaurisce, insegnaci la tua אֱמוּנָה (emunàh), la fiducia salda e perseverante nel Signore; quando la notte ci impedisce di vedere, aiutaci a credere che tuo Figlio sta già venendo verso di noi; quando le acque sembrano più forti delle nostre povere forze, insegnaci ad affidarci alla sua mano; quando finalmente riconosceremo la sua presenza, insegnaci anche a fare ciò che fecero i discepoli sulla barca: prostrarci e adorare. Con te e con Lui continueremo la traversata, certi non che non incontreremo più tempeste, ma che nessuna tempesta potrà separarci dalla sua presenza; non che ogni notte sarà breve, ma che nessuna notte sarà senza alba; non che le acque saranno sempre tranquille, ma che nessun mare sarà mai così grande da impedire a Cristo di raggiungerci. E così, dalla paura alla fiducia e dalla fiducia all'adorazione, anche il nostro cuore potrà finalmente confessare: «Davvero tu sei Figlio di Dio.

don Nicola De Luca
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