APOSTOLI DELLA TENEREZZA E DELLA CURA

DOMENICA 14 GIUGNO 2026
XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, li mandò Mt 9,36 – 10,8
Introduzione
Le letture di questa XI Domenica del Tempo Ordinario ci mostrano un unico grande movimento che attraversa tutta la storia della salvezza: Dio chiama, riconcilia e invia. Dall'Alleanza del Sinai alla missione dei Dodici, passando per la riconciliazione operata da Cristo, emerge il volto di un Dio che non rimane distante dalla vicenda umana, ma entra nella storia, si prende cura del suo popolo e lo coinvolge nella propria opera di salvezza. Nel libro dell'Esodo il popolo d'Israele giunge al Sinai dopo essere stato liberato dalla schiavitù d'Egitto. Il Sinai non è semplicemente una tappa geografica del cammino, ma il luogo dell'incontro con Dio, il luogo dell'Alleanza. Dopo aver attraversato il mare e sperimentato la liberazione, Israele comprende progressivamente che la vera libertà non consiste soltanto nell'essere usciti dall'Egitto, ma nell'entrare in una relazione nuova con il Signore. È significativo che Dio non si presenti anzitutto come legislatore, ma come liberatore. Prima ancora di chiedere qualcosa al suo popolo, gli ricorda ciò che ha già fatto per lui: «Vi ho sollevati su ali di aquila e vi ho fatti venire fino a me» (Es 19,4). L'immagine è straordinariamente tenera. Nella mentalità biblica l'aquila è simbolo di forza, ma anche di protezione. Dio si presenta come colui che porta il suo popolo, lo sostiene, lo custodisce e lo conduce verso la comunione con sé. Israele scopre così che la propria identità non nasce dalla forza militare, dalla ricchezza o dal prestigio politico. Nasce invece dall'essere stato scelto, amato e custodito da Dio. Per questo il Signore può affermare: «Voi sarete per me una proprietà particolare tra tutti i popoli… un regno di sacerdoti e una nazione santa» (Es 19,5-6). Queste parole non esprimono un privilegio esclusivo. Nella Bibbia l'elezione non è mai un possesso geloso, ma una missione. Dio sceglie Israele perché attraverso Israele tutti i popoli possano conoscere il suo amore. Come ricorderà il profeta Isaia, il popolo eletto è chiamato a diventare «luce delle nazioni» (Is 49,6). Essere scelti significa essere inviati; essere amati significa diventare strumenti dell'amore ricevuto. Questa Alleanza trova il suo compimento pieno in Gesù Cristo. San Paolo, nella Lettera ai Romani, ci conduce al cuore stesso del Vangelo. Egli ci ricorda che Cristo non ci ha amati quando eravamo giusti, fedeli o meritevoli. Al contrario, «quando eravamo ancora deboli», «quando eravamo ancora peccatori», Cristo è morto per noi (Rm 5,6-8). È questa la grande novità cristiana: Dio non ama l'uomo perché è buono, ma lo rende buono perché lo ama. Attraverso la sua morte e risurrezione Cristo ha compiuto ciò che Paolo chiama katallagḗ (καταλλαγή), la riconciliazione. Il termine non indica semplicemente la fine di un conflitto, ma il ristabilimento di una comunione spezzata. Il peccato, infatti, introduce una profonda divisione nell'esistenza umana: divide l'uomo da Dio, dagli altri, da sé stesso e persino dal creato. Quante volte sperimentiamo questa frammentazione nella nostra vita! Desideriamo il bene e ci scopriamo fragili; cerchiamo relazioni autentiche e spesso incontriamo incomprensioni; cerchiamo pace e troviamo inquietudine. Cristo entra proprio in questa ferita dell'uomo. Egli non offre semplicemente delle risposte teoriche ai nostri problemi, ma dona sé stesso. Attraverso la sua Pasqua ricostruisce ciò che il peccato aveva disperso e riapre la possibilità della comunione. Potremmo dire che Gesù restituisce l'uomo alla sua verità più profonda: figlio amato dal Padre e chiamato alla fraternità. Il teologo Hans Urs von Balthasar osservava che la redenzione cristiana non consiste soltanto nell'essere liberati da qualcosa, ma nell'essere introdotti dentro la vita stessa di Dio. Analogamente, Piero Coda ricorda che la salvezza è il recupero della nostra vocazione originaria alla comunione. In un tempo segnato da individualismo, solitudine e frammentazione, il Vangelo continua ad annunciare che nessuno è destinato all'isolamento: siamo creati per la relazione e troviamo la nostra pienezza nell'amore. Il Vangelo ci mostra il volto concreto di questa salvezza. Tutto nasce da uno sguardo. Gesù guarda le folle. Non vede semplicemente una moltitudine anonima. Vede persone. Vede volti, storie, sofferenze, desideri, paure e speranze. L'evangelista Matteo ci dice che, vedendole, ne sentì compassione perché erano «stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore». Il verbo utilizzato è splagchnízomai (σπλαγχνίζομαι), uno dei termini più intensi del Nuovo Testamento. Esso indica una commozione profonda, quasi viscerale, che nasce dalle viscere della misericordia. È il verbo che descrive il modo di amare di Dio. Gesù non osserva il dolore umano dall'esterno. Lo assume dentro di sé. Ne viene toccato profondamente. Quelle folle senza pastore non appartengono soltanto al tempo di Gesù. Sono anche le folle del nostro tempo: uomini e donne disorientati, famiglie ferite, giovani in ricerca di senso, persone schiacciate dalla solitudine, dalla paura del futuro, dalle tante povertà materiali e spirituali che segnano il nostro mondo. Ed è proprio da questo sguardo che nasce la missione. La Chiesa non nasce anzitutto da un progetto organizzativo, da una strategia pastorale o da una iniziativa umana. Nasce dalla compassione del cuore di Cristo. Prima di inviare i Dodici, Gesù guarda. Prima dell'annuncio c'è la misericordia. Prima della missione c'è l'amore. Ecco allora il filo rosso che unisce tutte le letture di oggi: Dio chiama un popolo, lo riconcilia attraverso il Figlio e lo invia nel mondo come segno della sua presenza. Anche noi siamo stati chiamati, riconciliati e inviati. La fede cristiana non è soltanto un dono da custodire, ma una missione da vivere. Ogni battezzato è raggiunto dall'amore di Dio per diventare, a sua volta, testimone e strumento di quell'amore nella storia.
1. La compassione di Dio: dalle viscere del Padre al cuore di Cristo
Matteo annota un particolare apparentemente semplice, ma in realtà decisivo per comprendere tutto il brano evangelico: «Vedendo le folle, ne sentì compassione» (Mt 9,36). Potremmo dire che da questa compassione nasce tutto: nasce la missione, nasce l'invio dei Dodici, nasce l'annuncio del Regno. Prima ancora di parlare, insegnare o inviare, Gesù guarda. E guardando ama. Nel Vangelo nulla è casuale. Matteo avrebbe potuto soffermarsi sui miracoli appena compiuti da Gesù o sulle sue parole, ma sceglie di mettere al centro il suo sguardo. Perché è proprio nello sguardo di Cristo che si manifesta il cuore stesso di Dio. Il verbo utilizzato dall'evangelista è il greco splanchnízomai(σπλαγχνίζομαι), che deriva da splánchna (σπλάγχνα), le viscere. Per la mentalità biblica le viscere erano considerate la sede degli affetti più profondi, della misericordia, della tenerezza e dell'amore. Quando Matteo utilizza questo verbo vuole dirci che Gesù non prova una semplice emozione passeggera, ma una partecipazione profonda e totale alla sofferenza dell'uomo. Non si tratta della compassione superficiale che a volte sperimentiamo noi quando veniamo colpiti per un istante da una situazione dolorosa e subito dopo passiamo oltre. La compassione evangelica è qualcosa di molto più profondo. È lasciarsi ferire dalla ferita dell'altro. È lasciarsi coinvolgere dal suo dolore. È assumere su di sé il peso della sua sofferenza.
Gesù non osserva la folla dall'esterno. Non guarda il dolore umano con distacco, come un medico che studia una malattia o un funzionario che esamina un problema. Egli entra dentro quella sofferenza. Potremmo dire che il dolore dell'uomo diventa il suo stesso dolore. Le lacrime dell'umanità trovano spazio nel cuore del Figlio di Dio. Questa è una delle verità più consolanti del cristianesimo: noi non crediamo in un Dio indifferente. Non crediamo in una divinità lontana, chiusa nella propria perfezione e incapace di comprendere il dramma umano. Crediamo in un Dio che si commuove, che si lascia toccare, che soffre con il suo popolo e per il suo popolo. Per comprendere ancora meglio la profondità di questa parola dobbiamo risalire all'Antico Testamento. Quando la Bibbia parla della misericordia di Dio utilizza spesso il termine ebraico raḥamîm (רַחֲמִים), che deriva da reḥem (רֶחֶם), il grembo materno. Si tratta di una delle immagini più belle e più sorprendenti della rivelazione biblica. Dio ama con l'intensità, la tenerezza e la fedeltà di una madre che custodisce il figlio nel proprio grembo. Non è un amore freddo o semplicemente giuridico. È un amore che genera, protegge, accompagna, attende e perdona.
Per questo il profeta Isaia può affermare: «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai» (Is 49,15). Sono parole straordinarie. Dio sa bene che l'amore di una madre è uno degli amori più forti che esistano sulla terra. Eppure, afferma che il suo amore è ancora più fedele. Anche quando l'uomo si allontana, Dio continua a cercarlo. Anche quando il peccato ferisce la relazione, Dio non smette di amare. Anche quando l'uomo si dimentica di Dio, Dio non si dimentica dell'uomo. San Giovanni Crisostomo osservava che Dio non cessa di cercare l'uomo nemmeno quando l'uomo fugge da Lui. Tutta la storia della salvezza può essere letta come la storia di questa ricerca incessante: Dio che va incontro ad Adamo dopo il peccato; Dio che libera Israele dall'Egitto; Dio che richiama continuamente il suo popolo attraverso i profeti; Dio che infine manda il proprio Figlio nel mondo. In Gesù questo amore invisibile del Padre diventa visibile. Chi vede Cristo vede il volto del Padre. Chi incontra Cristo incontra la misericordia stessa di Dio. Non a caso Papa Francesco, all'inizio del Giubileo della Misericordia, scriveva che Gesù Cristo è «il volto della misericordia del Padre». Tutto ciò che Gesù compie rivela ciò che Dio è da sempre.
Quando Gesù guarda le folle rende dunque visibile questo amore eterno del Padre. Davanti a Lui ci sono uomini e donne stanchi, sfiniti, disorientati, «come pecore senza pastore». Il testo greco suggerisce l'immagine di persone sfinite, abbattute, quasi gettate a terra dal peso della vita. Sono uomini e donne che hanno perso punti di riferimento, che non trovano guide affidabili, che portano sulle spalle fatiche e sofferenze spesso invisibili. L'immagine richiama alcune delle pagine più forti dell'Antico Testamento. I profeti avevano denunciato con forza i cattivi pastori che invece di custodire il gregge pensavano a sé stessi. Pensiamo alle parole severe del profeta Ezechiele: «Guai ai pastori d'Israele che pascono se stessi!» (Ez 34,2). Essi non avevano curato le pecore ferite, non avevano cercato quelle smarrite, non avevano sostenuto quelle deboli. Anche Geremia aveva pianto la dispersione del gregge, mentre Mosè aveva pregato il Signore affinché il popolo non rimanesse «come pecore che non hanno pastore» (Nm 27,17). Dietro queste immagini non c'è soltanto una critica religiosa o politica. C'è il dramma di un popolo che si sente abbandonato e disorientato.
Gesù si presenta come il compimento di tutte queste attese. Egli è il Pastore autentico promesso da Dio. È il Buon Pastore che conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono Lui (cf. Gv 10,14). È il Pastore che non fugge davanti al lupo, ma offre la propria vita per il gregge. È il Pastore che va in cerca della pecora smarrita fino a quando non la ritrova. Il teologo Henri Nouwen scriveva che la compassione autentica ci conduce là dove il dolore è più profondo, la povertà più nascosta e la sofferenza più dimenticata. In Cristo questo si realizza pienamente. Egli non rimane ai margini delle ferite dell'umanità, ma vi entra fino in fondo. Non si limita a consolare chi soffre: assume su di sé la sofferenza del mondo e la porta fino alla croce. Anche Benedetto XVI ricordava che nel cuore di Cristo si manifesta il cuore stesso di Dio, un cuore che «si lascia commuovere davanti alla miseria dell'uomo». La compassione evangelica non è debolezza sentimentale. È la forza dell'amore che si china sull'altro per rialzarlo.
E forse qui il Vangelo ci interpella profondamente. Perché non ci chiede soltanto di ammirare la compassione di Gesù, ma di imparare ad avere il suo stesso sguardo. In una società che spesso passa oltre, che si abitua alle sofferenze altrui, che rischia di diventare indifferente, il cristiano è chiamato a vedere ciò che gli altri non vedono e a lasciarsi toccare da ciò che gli altri ignorano. Anche oggi il Signore continua a guardare il mondo con gli stessi occhi. Continua a vedere le nostre stanchezze, le nostre paure, le nostre delusioni, le nostre ferite nascoste.
Vede le famiglie attraversate da difficoltà, i giovani che cercano un senso per la loro vita, gli anziani che sperimentano la solitudine, i malati che portano il peso della sofferenza, coloro che combattono ogni giorno battaglie che nessuno conosce. Nulla sfugge al suo sguardo. Nulla è troppo piccolo per il suo amore. Nulla è troppo ferito per la sua misericordia. E allora la prima buona notizia di questo Vangelo è proprio questa: prima ancora di chiederci qualcosa, Dio si lascia toccare dalla nostra vita. Prima ancora di inviarci in missione, ci guarda con amore. Prima ancora di affidarci un compito, si prende cura delle nostre ferite. La missione della Chiesa nasce sempre da qui: dalla compassione del Padre che, attraverso il cuore di Cristo, continua a raggiungere ogni uomo e ogni donna della storia. Perché il cristianesimo non nasce da un'idea, da una dottrina o da un progetto umano, ma da un cuore che ama, soffre e spera per l'uomo. È il cuore di Cristo, nel quale continua a battere l'infinita misericordia di Dio.
2. La messe è abbondante: il Regno di Dio cresce nella storia
Da questa compassione nasce immediatamente l'annuncio del Regno. Gesù non si limita a provare compassione per le folle né si ferma davanti alle loro sofferenze. Il suo amore si traduce in un'azione concreta. Lo vediamo continuamente nei Vangeli: la compassione diventa guarigione, la misericordia diventa perdono, l'amore diventa vicinanza, la tenerezza diventa salvezza. Per questo, subito dopo aver contemplato le folle e averne condiviso interiormente la sofferenza, Gesù apre lo sguardo dei discepoli verso una realtà più grande: il Regno di Dio che è già all'opera nel mondo. La compassione autentica non chiude mai l'uomo nel dolore, ma apre sempre una strada di speranza. È esattamente ciò che fa Gesù. Egli vede la sofferenza delle persone, ma vede anche la possibilità della loro guarigione. Vede il peccato, ma anche la possibilità della conversione. Vede la fragilità, ma anche la presenza della grazia che opera nel cuore umano.
Gesù non annuncia semplicemente una nuova religione, una dottrina più perfetta o un sistema morale più elevato. Egli annuncia qualcosa di molto più grande: annuncia che Dio è tornato a regnare nella vita degli uomini. L'intera predicazione di Gesù ruota attorno a questo tema fondamentale. Fin dall'inizio del suo ministero pubblico risuona un annuncio che attraversa tutto il Vangelo: «Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino» (Mt 4,17). Queste parole rischiano di apparirci abituali, ma per gli ascoltatori di Gesù avevano una forza straordinaria. Per secoli Israele aveva atteso il momento in cui Dio sarebbe intervenuto definitivamente nella storia per liberare il suo popolo, sconfiggere il male e instaurare il suo regno di giustizia e di pace. Ora Gesù afferma che quel tempo atteso è arrivato.
Ma che cos'è realmente il Regno di Dio? Nella mentalità moderna la parola "regno" richiama immediatamente un territorio, dei confini, un sovrano e delle istituzioni. Nella Bibbia, invece, il Regno indica anzitutto l'azione stessa di Dio che entra nella storia per salvarla. È la sua sovranità d'amore che si manifesta concretamente nella vita degli uomini. Là dove Dio regna, il peccato viene vinto dalla misericordia. Là dove Dio regna, la paura lascia spazio alla fiducia. Là dove Dio regna, la divisione viene sostituita dalla comunione. Là dove Dio regna, la morte non ha più l'ultima parola. Per questo Gesù può affermare: «Il Regno di Dio è in mezzo a voi» (Lc 17,21). Questa affermazione rappresenta una delle grandi novità del Vangelo. Gesù non parla di un Regno lontano o puramente futuro. Egli afferma che il Regno è già presente. È già all'opera. Sta già trasformando il mondo dall'interno. In realtà Gesù non porta semplicemente un messaggio sul Regno. Egli stesso è il Regno che si rende presente nella storia. In Lui Dio visita il suo popolo. In Lui il Padre si fa vicino all'umanità. In Lui le antiche promesse trovano finalmente compimento.
Per questo ogni gesto di Gesù diventa una manifestazione del Regno. Quando guarisce un malato, il Regno si rende presente. Quando perdona una peccatrice, il Regno si rende presente. Quando accoglie i poveri e gli esclusi, il Regno si rende presente. Quando libera gli oppressi dal male, il Regno si rende presente. Joseph Ratzinger scrive che Gesù è il Regno di Dio in persona. Dove c'è Lui, lì il Regno è già presente. Dove il cuore si apre a Lui, lì Dio comincia a regnare. Questa prospettiva è molto importante perché ci aiuta a comprendere che il cristianesimo non consiste anzitutto nell'adesione a una serie di norme o di principi morali. Esso nasce dall'incontro con Cristo vivo. Prima di essere una dottrina da apprendere, è una presenza da accogliere. Prima di essere una legge da osservare, è una relazione da vivere.
Tuttavia, il Regno vive in una tensione particolare. Da una parte è già presente; dall'altra non è ancora compiuto. I teologi parlano della dimensione del «già e non ancora». Con la venuta di Cristo il Regno è entrato nella storia, ma la sua pienezza si manifesterà soltanto alla fine dei tempi, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1Cor 15,28). Viviamo dunque in questo tempo intermedio. Un tempo in cui il Regno è già presente ma ancora incompleto. Lo vediamo all'opera, ma non nella sua forma definitiva. Ne gustiamo i frutti, ma attendiamo ancora la pienezza della raccolta. Per spiegare questa realtà Gesù utilizza immagini semplici ma straordinariamente profonde. Il Regno è il seme gettato nella terra. Una volta seminato, il contadino può soltanto attendere. Non vede ciò che accade sotto il terreno, ma il seme continua a lavorare nel silenzio. Il Regno è il granello di senape. Piccolissimo, quasi insignificante, eppure destinato a diventare un grande albero. Il Regno è il lievito nascosto nella pasta. Nessuno lo vede operare, ma lentamente trasforma tutta la massa.
Sono immagini che ci invitano a guardare la storia con occhi diversi. Noi siamo spesso attratti da ciò che è grande, visibile e immediatamente efficace. Dio, invece, ama la logica del seme. Ama ciò che cresce lentamente. Ama ciò che matura nel silenzio. Pensiamo alla vita spirituale. Quante volte vorremmo risultati immediati! Vorremmo conversioni rapide, comunità perfette, cambiamenti improvvisi. Dio invece lavora con i tempi del seme. Lavora nella pazienza. Lavora nella fedeltà quotidiana. Anche nella vita delle nostre parrocchie siamo tentati talvolta di scoraggiarci. Guardiamo i numeri, osserviamo le difficoltà, registriamo le assenze e rischiamo di dimenticare tutto il bene che continua a crescere silenziosamente. Un bambino che impara a pregare. Un giovane che riscopre la fede. Una famiglia che ritrova unità. Un anziano che vive con speranza la propria sofferenza. Un gesto di carità compiuto nel nascondimento. Tutto questo è Regno di Dio.
Per questo Gesù afferma: «La messe è abbondante». Sono parole che sorprendono ancora oggi. Noi spesso vediamo soltanto crisi. Vediamo indifferenza religiosa. Vediamo una cultura che sembra allontanarsi dal Vangelo. Vediamo la diminuzione delle vocazioni, la fragilità delle famiglie, la fatica della trasmissione della fede. Gesù invece vede una messe abbondante. Vede ciò che noi non vediamo. Vede il desiderio di infinito che continua ad abitare il cuore umano. Vede le domande che nessuna ricchezza riesce a spegnere. Vede le ferite che cercano guarigione. Vede le solitudini che attendono una presenza. Vede le inquietudini che cercano una risposta. La messe sono quelle folle che ha davanti agli occhi. Sono gli uomini e le donne di ogni tempo. Sono coloro che cercano amore senza sapere che il loro cuore cerca Dio. Sono coloro che cercano felicità senza sapere che la loro sete è sete di infinito. Sono coloro che cercano luce in mezzo alle tenebre. Come ricordava sant'Agostino: «Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te». Anche oggi, dietro tante inquietudini personali e sociali, continua a nascondersi questa nostalgia di Dio.
Il problema, allora, non è che manca il bene. Il problema è che spesso mancano gli operai. Mancano uomini e donne capaci di ascoltare. Mancano educatori credibili. Mancano cristiani che vivano con gioia la loro fede. Mancano testimoni che sappiano mostrare il volto bello del Vangelo senza arroganza e senza paura. Ma qui arriva la sorpresa più grande. Gesù non dice anzitutto: «Andate». Dice prima: «Pregate il Signore della messe». La missione nasce dalla preghiera. Prima di essere apostoli siamo discepoli. Prima di annunciare il Vangelo dobbiamo lasciarci evangelizzare. Prima di parlare di Dio agli uomini dobbiamo imparare a parlare degli uomini a Dio. Gesù vuole liberarci da una tentazione sempre presente nella vita della Chiesa: quella di pensare che tutto dipenda da noi. La messe non è nostra. La Chiesa non è nostra. Il Regno non è nostro. Noi non siamo i padroni del campo. Siamo soltanto collaboratori dell'opera di Dio. San Paolo dirà ai Corinzi: «Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere» (1Cor 3,6). Quanta serenità nasce da questa consapevolezza! Noi siamo chiamati a seminare con fedeltà, ad amare con generosità, ad annunciare con coraggio. La crescita, però, appartiene sempre a Dio.
Per questo il Vangelo di oggi ci invita a guardare il mondo con speranza. Là dove noi vediamo soltanto difficoltà, Cristo continua a vedere una messe abbondante. Là dove noi vediamo limiti e fragilità, Egli continua a vedere possibilità di bene. Là dove noi vediamo il tramonto della fede, Egli continua a vedere i germogli del suo Regno. La storia non è nelle mani del caso, né delle sole forze umane. La storia è nelle mani di Dio. E il Regno, spesso in modo silenzioso, nascosto e quasi impercettibile, continua ancora oggi a crescere nel cuore degli uomini e nelle pieghe del mondo.
3. Chiamati, inviati e resi gratuiti
Dopo aver contemplato le folle e aver parlato della messe abbondante, Gesù compie un gesto decisivo: chiama i Dodici. È un particolare che non dobbiamo trascurare. Potremmo quasi aspettarci che, davanti a una messe così grande, Gesù scelga strategie, strutture o mezzi straordinari. Invece no. La risposta di Dio alla fame di salvezza dell'umanità passa attraverso persone concrete. Gesù chiama uomini in carne e ossa. Chiama volti, storie, fragilità, caratteri diversi. Chiama persone che non hanno nulla di straordinario agli occhi del mondo. È una costante della storia della salvezza. Dio ama servirsi della debolezza umana per manifestare la grandezza della sua grazia. Ha chiamato Abramo quando era ormai anziano. Ha chiamato Mosè che si riteneva incapace di parlare. Ha chiamato Geremia che si sentiva troppo giovane. Ha chiamato Davide, il più piccolo tra i figli di Iesse. Ora chiama dodici uomini semplici della Galilea per affidare loro una missione che cambierà la storia del mondo. Questo dovrebbe già infondere molta speranza anche a noi. Spesso ci sentiamo inadeguati, fragili, insufficienti. Pensiamo di non essere all'altezza del compito che il Signore ci affida. Eppure il Vangelo ci ricorda che Dio non sceglie perché siamo capaci; ci rende capaci perché ci ha scelti.
San Paolo lo esprimerà con parole memorabili: «Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti» (1Cor 1,27). Gesù non chiama una folla indistinta. Chiama persone concrete. Chiama per nome. Dietro ogni vocazione c'è sempre uno sguardo personale. Dio non ama l'umanità in astratto; ama ogni uomo e ogni donna nella sua irripetibile unicità. Tra i Dodici troviamo pescatori abituati alla fatica quotidiana, un pubblicano considerato collaborazionista del potere romano, uno zelota vicino ai movimenti nazionalisti del tempo. Troviamo persone molto diverse tra loro per formazione, cultura, sensibilità e provenienza. Umanamente parlando, difficilmente avrebbero formato un gruppo stabile. Eppure, Gesù li riunisce attorno a sé. Questo è uno dei primi grandi insegnamenti ecclesiali del Vangelo. La Chiesa non nasce dall'omogeneità, ma dalla comunione. Non nasce dall'uniformità, ma dalla diversità riconciliata. Papa Leone XIV ha più volte richiamato l'immagine della Chiesa come comunione di differenze riconciliate nello Spirito. Anche Papa Francesco amava parlare del "poliedro", nel quale ogni faccia conserva la propria originalità senza perdere l'unità dell'insieme.
La vera comunione cristiana non consiste nel pensare tutti allo stesso modo o nell'avere gli stessi caratteri. Consiste nel lasciare che Cristo diventi il centro capace di unire persone diverse in un unico corpo. Il numero dodici non è casuale. Richiama chiaramente le dodici tribù d'Israele. Gesù sta compiendo un gesto altamente simbolico. Sta ricostituendo il nuovo Israele. Sta radunando il nuovo popolo di Dio che nascerà pienamente dal mistero pasquale e dall'effusione dello Spirito Santo. Come osserva il Concilio Vaticano II, la Chiesa è il nuovo Popolo di Dio convocato dall'amore del Padre, fondato da Cristo e animato dallo Spirito Santo. I Dodici rappresentano il fondamento di questa nuova comunità chiamata a raggiungere tutti i popoli della terra. Ma la chiamata non è mai fine a sé stessa. Nel Vangelo nessuno viene chiamato semplicemente per stare bene con Gesù. Ogni chiamata porta in sé una missione. Ai Dodici viene affidato un compito preciso: annunciare il Regno, guarire i malati, purificare i lebbrosi, scacciare i demòni.
In altre parole, Gesù consegna loro la continuazione della sua stessa missione. È un dato impressionante. Il Signore coinvolge uomini fragili nella sua opera di salvezza. Potrebbe fare tutto da solo, eppure sceglie di aver bisogno dei suoi discepoli. Qui troviamo una delle verità più belle della vocazione cristiana. Dio non salva il mondo senza di noi, anche se certamente potrebbe farlo. Ci rende partecipi della sua opera perché desidera che diventiamo collaboratori della sua gioia e strumenti del suo amore. Per questo il potere che Gesù affida ai suoi discepoli non è dominio, prestigio o ricerca di consenso. Il Vangelo usa il termine exousía (ἐξουσία), che indica un'autorità ricevuta da Dio. Ma questa autorità è radicalmente diversa da quella che spesso domina le logiche umane. Nel mondo il potere viene spesso concepito come capacità di imporsi, di controllare o di prevalere sugli altri. Nel Vangelo, invece, l'autorità nasce dall'amore e si esprime nel servizio. Lo stesso Gesù dirà: «Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).
La vera autorità nella Chiesa non consiste nel comandare, ma nel servire. Non consiste nel mettersi al centro, ma nel condurre gli altri a Cristo. Non consiste nell'essere ammirati, ma nel rendere visibile il volto del Buon Pastore. Ogni ministero ecclesiale, dal Papa fino all'ultimo servizio nascosto nella comunità, trova qui la propria verità più profonda. San Gregorio Magno definiva il pastore "servus servorum Dei", servo dei servi di Dio. È un'espressione che conserva ancora oggi tutta la sua forza profetica. Nella Chiesa chi guida è chiamato anzitutto a servire. Ma il vertice dell'intero brano arriva nelle ultime parole di Gesù: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Questa frase potrebbe essere considerata il cuore spirituale dell'intera missione cristiana. Tutto ciò che il discepolo possiede è dono. La vita è dono. La fede è dono. La vocazione è dono. La misericordia è dono. Lo Spirito Santo è dono. La Chiesa è dono. Persino la capacità di amare è un dono ricevuto da Dio. Nessuno può vantare diritti davanti al Signore. Nessuno può considerarsi proprietario della grazia. Nessuno può appropriarsi dei doni ricevuti.
Hans Urs von Balthasar osservava che il cristiano autentico vive nella consapevolezza di essere debitore della grazia. Tutto ciò che possiede gli è stato consegnato gratuitamente e proprio per questo non può trattenerlo per sé. Da qui nasce la logica evangelica della gratuità. Non si annuncia il Vangelo per interesse. Non si serve per ottenere riconoscimenti. Non si evangelizza per costruire il proprio prestigio. Non si compie il bene per essere applauditi. Il discepolo sa che ciò che ha ricevuto gratuitamente deve essere gratuitamente condiviso. In un mondo spesso segnato dalla logica dello scambio, del tornaconto personale e dell'interesse, la gratuità evangelica appare quasi rivoluzionaria. Eppure, è proprio essa che rende credibile l'annuncio cristiano. Le persone percepiscono quando dietro una parola c'è un secondo fine. Percepiscono quando dietro un servizio si nasconde la ricerca di visibilità. Percepiscono quando dietro un gesto apparentemente generoso si cela il desiderio di affermazione personale. La santità, invece, ha sempre il profumo della gratuità. Pensiamo a tanti santi, sacerdoti, religiosi, genitori, educatori e semplici fedeli che hanno speso la propria vita nel silenzio senza cercare nulla per sé. Essi hanno compreso che la gioia più grande non consiste nel trattenere i doni ricevuti, ma nel consegnarli.
Alla fine, il vero discepolo è colui che vive ciò che ha ricevuto. Ha sperimentato la misericordia e diventa misericordioso. Ha ricevuto il perdono e impara a perdonare. Ha conosciuto l'amore gratuito di Dio e diventa capace di amare gratuitamente. È questa la missione della Chiesa di ogni tempo: continuare nel mondo l'opera di Cristo, annunciando il Regno, servendo i fratelli e testimoniando con la vita che l'amore di Dio è sempre dono, sempre grazia e sempre gratuità.
Conclusione
Giunti al termine di questo itinerario attraverso le letture di oggi, possiamo cogliere con maggiore chiarezza il filo rosso che le unisce. Dall'Alleanza del Sinai alla missione dei Dodici, passando per la riconciliazione annunciata da san Paolo, emerge un'unica iniziativa che attraversa tutta la storia della salvezza: Dio prende l'iniziativa, si avvicina all'uomo, lo ama, lo riconcilia e lo rende partecipe della sua stessa opera. Per questo il cuore di questo Vangelo non è anzitutto la missione dei Dodici. Se ci fermassimo alla chiamata degli apostoli, alla descrizione della messe o alle istruzioni missionarie, rischieremmo di cogliere soltanto l'aspetto esteriore del racconto. Matteo, invece, ci conduce più in profondità e ci invita a contemplare ciò che sta all'origine di tutto. All'origine non c'è un comando. Non c'è una strategia. Non c'è un programma pastorale. C'è il cuore di Gesù. C'è quello sguardo che si posa sulle folle e che riesce a vedere oltre le apparenze. Uno sguardo che non si ferma ai numeri, alle categorie sociali, ai meriti o ai demeriti delle persone. Gesù vede uomini e donne concreti, con le loro fatiche, le loro ferite, le loro paure e le loro speranze. E vedendoli, ne sente compassione. È importante soffermarsi ancora su questo passaggio, perché esso rivela qualcosa di essenziale non solo sul ministero di Gesù, ma sul volto stesso di Dio. Molto spesso l'uomo ha immaginato Dio come una realtà lontana, impassibile, quasi estranea alle vicende umane. La rivelazione biblica ci presenta invece un Dio che si lascia coinvolgere dalla storia dell'uomo. Un Dio che ascolta il grido degli schiavi in Egitto. Un Dio che accompagna il suo popolo nel deserto. Un Dio che invia i profeti quando Israele si smarrisce. Un Dio che, nella pienezza dei tempi, non manda semplicemente un messaggio, ma il proprio Figlio. Le raḥamîm del Padre, quella misericordia viscerale di cui parla l'Antico Testamento, diventano visibili nelle splánchna del Figlio. In Gesù la compassione di Dio assume un volto umano. Per questo il Vangelo non ci racconta soltanto ciò che Gesù fa, ma ci permette di intravedere ciò che Egli prova. La sua missione nasce dalla compassione, perché la salvezza stessa nasce dall'amore misericordioso di Dio. A ben vedere, tutta la storia della salvezza è la storia di questa compassione. Israele non viene scelto perché migliore degli altri popoli. Viene scelto perché amato. Come abbiamo ascoltato nella prima lettura, Dio lo prende sulle sue ali come un'aquila e lo conduce fino a sé. Paolo ci ricorda che Cristo non è morto per uomini giusti, ma per peccatori. I Dodici non vengono scelti perché perfetti, ma perché chiamati dalla grazia. Tutto parte sempre dall'iniziativa di Dio. Questa consapevolezza è fondamentale anche per la vita della Chiesa. Perché la Chiesa corre continuamente il rischio di dimenticare la propria origine. Ogni volta che si pensa soltanto alle strutture, ai ruoli, alle organizzazioni, alle attività, si rischia di smarrire ciò che è essenziale. La Chiesa non nasce da una decisione degli uomini. Nasce dal cuore trafitto di Cristo. Nasce da quella compassione che continua a raggiungere ogni generazione.Il Concilio Vaticano II ricorda che la Chiesa è in Cristo «come sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (Lumen Gentium, 1). Questo significa che la sua missione consiste nel rendere visibile nella storia la stessa compassione di Cristo. Non può limitarsi ad annunciare delle verità. Deve renderle credibili attraverso la testimonianza della carità. In questo senso acquista un significato particolare anche il mandato affidato ai Dodici. Gesù non li invia a conquistare territori, a costruire potere o ad affermare sé stessi. Li invia a continuare la sua opera. Devono annunciare il Regno, guarire i malati, liberare dal male, consolare gli afflitti. In altre parole, devono rendere presente nel mondo lo stesso amore che hanno ricevuto. Per questo la frase conclusiva del Vangelo assume un valore decisivo: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Queste parole non riguardano soltanto gli apostoli. Riguardano ogni cristiano. Esse ci ricordano che alla radice della nostra esistenza non c'è un merito, ma un dono. Nessuno si è dato la vita da solo. Nessuno si è donato la fede da solo. Nessuno si è chiamato da solo alla vocazione che vive. Tutto ciò che siamo e possediamo lo abbiamo ricevuto. La gratitudine, allora, non è semplicemente una virtù tra le altre. È il modo corretto di stare davanti a Dio. Chi riconosce di avere ricevuto tutto come dono comprende che non può trattenere nulla egoisticamente per sé. La logica della grazia diventa inevitabilmente logica della condivisione. Qui si comprende anche uno dei problemi spirituali più profondi del nostro tempo. Viviamo in una cultura che esalta l'autosufficienza, il successo personale, l'affermazione individuale. Il Vangelo, invece, ci ricorda che la verità dell'uomo non si trova nel possesso ma nel dono, non nell'accumulo ma nella condivisione, non nell'autorealizzazione isolata ma nella comunione. Per questo san Giovanni Crisostomo poteva affermare che «nulla rende l'uomo simile a Dio quanto la misericordia». Dio è amore che si dona. Quanto più impariamo a vivere la gratuità, tanto più diventiamo simili a Lui. Anche Papa Leone XIV ha più volte richiamato la Chiesa a custodire questa dimensione essenziale del Vangelo. La credibilità della testimonianza cristiana non nasce dalla forza delle strutture o dall'influenza sociale, ma dalla capacità di manifestare il volto misericordioso di Cristo. Una Chiesa che perde la compassione smette progressivamente di essere segno del Vangelo. Una Chiesa che conserva la compassione continua invece a parlare al cuore dell'uomo contemporaneo. A questo punto la Parola di Dio non ci chiede semplicemente di ammirare Gesù. Ci chiede di verificare la nostra vita alla luce del suo sguardo. Abbiamo davvero imparato a guardare le persone come le guarda Cristo? Sappiamo riconoscere dietro comportamenti difficili, dietro fragilità e incoerenze, una persona amata da Dio? Siamo ancora capaci di lasciarci toccare dalla sofferenza degli altri, oppure rischiamo di abituarci alle ferite che ci circondano? Le nostre comunità sono luoghi nei quali le persone sperimentano accoglienza, misericordia e speranza, oppure talvolta rischiano di incontrare giudizio, distanza e indifferenza? Sono domande che non possono lasciarci tranquilli. Perché il Vangelo di oggi ci ricorda che il vero discepolo non è semplicemente colui che conosce Cristo, ma colui che assume progressivamente i suoi sentimenti, il suo modo di guardare, il suo modo di amare e il suo modo di servire. Solo allora la missione diventa autentica. Solo allora il Regno continua a crescere nella storia. Solo allora la Chiesa diventa realmente il segno della presenza di Dio nel mondo. E solo allora gli uomini e le donne del nostro tempo, incontrando noi, potranno intravedere qualcosa della compassione infinita che abita il cuore del Padre e che si è manifestata pienamente nel cuore di Cristo.
Maria Santissima, Madre della Chiesa e prima discepola del Signore, ci aiuti a custodire nel nostro cuore la compassione del Figlio suo, perché possiamo diventare anche noi umili operai della messe del Signore. Amen.
don Nicola De Luca

