A CESARE IL TRIBUTO, A DIO LA VITA. TRA IL POTERE DEGLI UOMINI E LA SOVRANITÀ DI DIO

Domenica 18 ottobre 2026
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio Mt 22,21
Introduzione
Per comprendere la controversia sul tributo a Cesare, narrata dall'evangelista Matteo (22,15-21), è importante conoscere anzitutto l'identità dei suoi protagonisti: i farisei e gli erodiani. Si tratta di due gruppi differenti per orientamento religioso e politico, ma accomunati, in questa circostanza, dalla volontà di mettere Gesù in difficoltà e trovare un motivo per accusarlo. I farisei costituivano uno dei principali movimenti religiosi del giudaismo. Il loro nome deriva probabilmente dall'ebraico פְּרוּשִׁים (perushim), che significa «separati». Erano profondamente legati alla Legge di Mosè e alle tradizioni d'Israele, delle quali si consideravano fedeli custodi. La loro preoccupazione fondamentale era custodire la fedeltà all'Alleanza e osservare scrupolosamente i precetti della Legge. Guardavano generalmente con diffidenza alla dominazione romana, soprattutto quando questa sembrava minacciare l'identità religiosa del popolo ebraico e la sua fedeltà all'unico Dio. Gli erodiani, invece, rappresentavano un gruppo di orientamento politico, legato agli interessi della dinastia di Erode, il cui potere dipendeva dall'appoggio di Roma. Erano, pertanto, favorevoli al mantenimento dell'ordine politico esistente, dal quale traevano protezione e vantaggi. A differenza dei farisei, la loro principale preoccupazione non era la rigorosa osservanza della Legge, ma la conservazione di un equilibrio politico che garantisse la stabilità del potere. Sorprende, dunque, la loro alleanza. Due gruppi con interessi differenti e, per certi aspetti, contrapposti trovano un motivo comune per opporsi a Gesù. Ciò che normalmente li divideva passa in secondo piano dinanzi alla volontà di compromettere colui che, con la sua parola e la sua autorità, metteva in discussione le loro sicurezze. È singolare come interessi tanto diversi possano trovare un punto di convergenza quando si tratta di ostacolare la verità. Non è più la ricerca del bene a determinare le loro scelte, ma la volontà di eliminare ciò che appare scomodo e minaccioso. La domanda che gli rivolgono «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22,17), nasconde infatti un'insidia. Non si tratta di un interrogativo posto per comprendere meglio il rapporto tra la Legge di Dio e l'autorità politica, ma di una questione abilmente costruita per costringere Gesù a pronunciarsi in modo compromettente. Il tributo imposto da Roma non rappresentava soltanto un obbligo fiscale, ma costituiva anche il segno concreto della sottomissione del popolo ebraico a un'autorità straniera. Per questo, la questione assumeva un significato non soltanto politico, ma anche religioso, poiché coinvolgeva la coscienza di un popolo che riconosceva nel Signore il proprio unico Dio. Dietro la domanda sul pagamento di una tassa si nascondeva, dunque, una questione ben più delicata: fino a che punto l'autorità politica poteva esigere obbedienza senza compromettere la fedeltà dovuta a Dio? Se Gesù avesse negato la legittimità del tributo, avrebbe potuto essere accusato di ribellione contro Roma; se, invece, lo avesse approvato, avrebbe rischiato di apparire come un sostenitore della dominazione straniera. In entrambi i casi, i suoi avversari avrebbero trovato un motivo per screditarlo. Non a caso, Matteo utilizza il verbo greco παγιδεύω (pagideúō), che significa «tendere una trappola», «cogliere in fallo». Il verbo esprime con particolare efficacia l'intenzione dei suoi interlocutori: non desiderano conoscere la verità, ma imprigionare Gesù nelle sue stesse parole. Non cercano una risposta che illumini la loro coscienza, ma un pretesto che consenta loro di accusarlo. Eppure, prima di interrogarlo, riconoscono che Gesù è veritiero e insegna «la via di Dio secondo verità» (Mt 22,16). È proprio questa la loro contraddizione: riconoscono la verità con le parole, ma non sono disposti ad accoglierla nella vita. Affermano ciò che è giusto, ma non intendono lasciarsi trasformare da ciò che essi stessi dichiarano. La loro apparente ammirazione si rivela così una forma di adulazione, dietro la quale si nasconde un'intenzione profondamente diversa. È una contraddizione che attraversa anche l'esperienza religiosa di ogni tempo: si può conoscere la verità, persino difenderla pubblicamente, senza avere il coraggio di lasciarsi giudicare da essa. Si può professare la fede e, nello stesso tempo, resistere alle esigenze di conversione che essa comporta. La conoscenza della verità, infatti, non coincide necessariamente con la disponibilità ad accoglierla. Sant'Agostino, nelle Confessioni, descrive con straordinaria profondità questa resistenza interiore dell'uomo dinanzi alla verità. Rivolgendosi a Dio, riconosce: «Tu eri dentro di me, e io fuori. E là ti cercavo» (Confessiones, X,27,38). La sua esperienza ci ricorda che il problema dell'uomo non consiste sempre nell'assenza della verità, ma talvolta nell'incapacità di riconoscerla e di lasciarsene trasformare. Si può essere vicini alle cose di Dio e, nello stesso tempo, rimanere interiormente lontani da lui. Gesù, tuttavia, con la sua risposta supera la contrapposizione politica e riconduce la questione al suo fondamento più profondo: il riconoscimento dei legittimi doveri verso l'autorità civile e, soprattutto, del primato di Dio, al quale appartiene l'uomo nella sua dignità, nella sua coscienza e nella totalità della sua esistenza. In questa prospettiva, appare particolarmente significativa un'affermazione del Concilio Vaticano II: «La verità non si impone che per la forza della verità stessa» (Dignitatis humanae, 1). La verità, infatti, non ha bisogno di essere difesa mediante l'inganno, la manipolazione o la sopraffazione. Essa interpella la coscienza e domanda di essere riconosciuta nella libertà. Proprio ciò che manca agli interlocutori di Gesù, i quali pretendono di difendere la propria posizione ricorrendo a un inganno. La vicenda conserva una sorprendente attualità. Anche noi possiamo avvicinarci alla Parola di Dio non per lasciarci interrogare e convertire, ma per cercare una conferma delle nostre convinzioni, delle nostre scelte e, talvolta, persino dei nostri pregiudizi. Il rischio è quello di pretendere che sia la Parola ad adattarsi alla nostra vita, anziché consentire alla nostra vita di lasciarsi illuminare e trasformare dalla Parola. La fede, invece, esige un atteggiamento di disponibilità interiore, perché nessuno può pretendere di possedere la verità come una proprietà personale. Il credente è chiamato piuttosto a riconoscerla, a custodirla e a conformare progressivamente ad essa la propria esistenza. Diversamente, anche la religione rischia di diventare uno strumento per giustificare sé stessi, anziché una via di conversione e di comunione con Dio. Eppure, la verità non è qualcosa di cui possiamo servirci a nostro piacimento, piegandola ai nostri interessi. È piuttosto una luce alla quale dobbiamo avere il coraggio di esporre la nostra vita, anche quando essa mette in discussione ciò che pensiamo di essere e ciò che vorremmo continuare a difendere. Perché la verità, quando è sinceramente cercata e accolta, non imprigiona l'uomo nelle proprie certezze, ma lo libera dalle sue contraddizioni e lo rende capace di riconoscere ciò che veramente conta.
1. La malizia e l'ipocrisia: quando la verità diventa una minaccia
L'evangelista Matteo sottolinea che Gesù conosce profondamente la malizia dei suoi interlocutori e, pertanto, non si lascia ingannare dalle loro parole rispettose né dalle espressioni apparentemente sincere con le quali si rivolgono a lui. Il testo greco utilizza il sostantivo πονηρία (ponēría), che significa «malizia», «malvagità», e che, nel contesto della controversia, indica l'intenzione ostile nascosta dietro una domanda formalmente legittima. Non si tratta, dunque, di un semplice dissenso religioso o politico, ma della deliberata volontà di compromettere Gesù, servendosi delle sue stesse parole per trovare un motivo di accusa. I suoi interlocutori non cercano la verità, né tantomeno desiderano accoglierla per essere davvero liberi; al contrario, studiano minuziosamente il modo di metterlo in difficoltà, costruendo un'alleanza che, pur riunendo interessi differenti, persegue un unico obiettivo: coglierlo in fallo e screditarlo. La loro domanda, apparentemente rispettosa, è in realtà il risultato di un disegno accuratamente preparato, nel quale la verità non costituisce il fine della ricerca, ma un ostacolo da aggirare.
A questo proposito, l'esegeta Bruno Maggioni, commentando proprio questa pagina evangelica, descrive Gesù come «Un uomo franco, lineare, tutto d'un pezzo» (Un maestro che non cerca fama, commento a Mt 22,15-21). È questa la malizia che alberga nel loro cuore, unitamente all'ipocrisia che accompagna il loro comportamento: doppi pesi e doppie misure, doppi fini e doppie vite, in un atteggiamento nel quale la difesa delle proprie posizioni prevale sulla disponibilità a riconoscere la verità. Naturalmente, sarebbe storicamente ingiusto e teologicamente scorretto attribuire indistintamente simili atteggiamenti a tutti i farisei; il giudizio riguarda piuttosto gli interlocutori che Matteo presenta in questa specifica controversia. La contraddizione, tuttavia, rimane particolarmente significativa: coloro che si presentano come custodi della Legge e difensori della fedeltà a Dio finiscono per opporsi a colui che manifesta pienamente la verità divina. Conoscono le prescrizioni religiose, ma non riconoscono la presenza del Signore che hanno dinanzi, perché la loro conoscenza, anziché diventare disponibilità all'ascolto, si trasforma in uno strumento per difendere le proprie convinzioni. In questo modo, ciò che dovrebbe aprire l'uomo all'incontro con Dio finisce paradossalmente per diventare una barriera che lo separa da lui.
Il problema, pertanto, non riguarda semplicemente la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa, ma investe il rapporto stesso dell'uomo con la verità. Gesù li chiama ὑποκριταί (hypokritaí), «ipocriti» (Mt 22,18), un termine che richiama la simulazione e la finzione, ossia la contraddizione tra l'apparenza esteriore e le intenzioni interiori. La loro ipocrisia consiste precisamente nel servirsi della verità senza lasciarsi giudicare da essa, piegando persino il linguaggio religioso alla difesa dei propri interessi. Si comprende, allora, come la religione possa essere deformata quando cessa di essere una via di conversione e diventa uno strumento di affermazione personale. È una possibilità che non appartiene soltanto al passato, perché attraversa l'esperienza religiosa di ogni tempo: si può parlare continuamente di Dio, difendere pubblicamente la fede e persino conoscere approfonditamente la Scrittura, senza consentire alla Parola di trasformare realmente la propria esistenza. Il rischio più grave non è soltanto quello di allontanarsi dalla verità, ma di continuare a invocarla mentre, concretamente, si vive secondo criteri che la contraddicono.
In questa prospettiva, risulta particolarmente illuminante una riflessione di Romano Guardini, secondo il quale «Una prassi autentica, cioè un agire corretto, sorge dalla verità, e per questa si deve lottare» (Berichte über mein Leben, p. 111, citato nel discorso del 29 ottobre 2010 dedicato al suo pensiero). Si comprende, allora, il significato dell'affermazione di Gesù: «La verità vi farà liberi» (Gv 8,32). La libertà evangelica non nasce dalla pretesa di possedere la verità come un bene di cui disporre arbitrariamente, ma dalla disponibilità a riconoscerla e ad accoglierne le esigenze. La verità, infatti, non può essere ridotta a uno strumento di potere, perché la sua natura è quella di illuminare la coscienza e orientare l'esistenza verso il bene. È proprio questa disponibilità che manca agli interlocutori di Gesù: essi non intendono confrontarsi con la sua parola, ma cercano di costringerlo a pronunciarsi secondo un'alternativa già predisposta, dalla quale sperano di ricavare un'accusa. Si manifesta qui una delle contraddizioni più profonde dell'esperienza umana: l'uomo può desiderare di avere ragione senza desiderare realmente la verità, perché la prima può diventare uno strumento di autoaffermazione, mentre la seconda esige sempre la disponibilità a mettere in discussione se stessi.
La controversia sul tributo a Cesare, tuttavia, non si esaurisce in una questione di carattere politico. In una prospettiva teologica più ampia, essa può essere accostata alle tentazioni affrontate da Gesù nel deserto, all'inizio della sua missione pubblica. L'evangelista Luca ricorda che il diavolo, dopo aver esaurito ogni genere di tentazione, si allontanò da Gesù «fino al momento fissato» (Lc 4,13). Questa precisazione lascia intravedere come la prova non si esaurisca nell'episodio iniziale del ministero, ma accompagni il cammino del Signore verso il compimento della sua missione. Nel deserto, il tentatore aveva cercato di orientare Gesù verso un messianismo fondato sul potere, sul successo e sulla manifestazione straordinaria della propria autorità; adesso, attraverso una controversia apparentemente fiscale, i suoi interlocutori tentano di costringerlo a entrare nelle logiche delle contrapposizioni politiche e degli interessi umani. In entrambi i casi, ciò che viene messo alla prova è la fedeltà del Figlio alla volontà del Padre e il modo stesso in cui egli intende realizzare la propria missione messianica.
Il collegamento trova un riscontro significativo anche nel linguaggio evangelico. Matteo utilizza il verbo πειράζω (peirázō), «mettere alla prova», «tentare», tanto nella narrazione delle tentazioni nel deserto (cf. Mt 4,1) quanto nella controversia sul tributo (cf. Mt 22,18). Non si tratta di identificare automaticamente gli interlocutori di Gesù con il diavolo, cosa che l'evangelista non afferma, ma di riconoscere una dinamica comune: la volontà di distogliere il Signore dalla fedeltà alla missione ricevuta dal Padre, imponendogli criteri e aspettative che non corrispondono alla logica del Regno. La tentazione, infatti, non consiste sempre in una proposta apertamente contraria a Dio; talvolta assume la forma di un'alternativa apparentemente ragionevole, dietro la quale si nasconde la pretesa di subordinare la verità divina alle convenienze umane. È proprio in questa capacità di presentare il male sotto l'apparenza del bene che si manifesta la particolare insidiosità della tentazione, la quale non domanda necessariamente di rinnegare Dio, ma può indurre a deformarne progressivamente la volontà.
Il punto critico della disputa consiste proprio nella richiesta di stabilire se sia lecito o meno pagare il tributo a Cesare. La domanda è abilmente costruita per compromettere Gesù, perché sembra non lasciare spazio a una risposta che non comporti conseguenze negative. Se avesse dichiarato legittimo il tributo, avrebbe rischiato di essere accusato di connivenza con il potere imperiale romano e, quindi, di tradire le attese religiose del popolo d'Israele; se, invece, ne avesse negato la legittimità, avrebbe potuto essere denunciato come un sovversivo, contrario all'autorità politica costituita. La questione, pertanto, non è semplicemente quella di ottenere un chiarimento sulla liceità di un'imposta, ma di costringere Gesù a scegliere tra due posizioni entrambe utilizzabili contro di lui. La forza dell'insidia consiste proprio nel presentare come inevitabile un'alternativa che, in realtà, nasce da una comprensione parziale e interessata del rapporto tra l'autorità politica e la sovranità di Dio.
Ma Gesù non è semplicemente un uomo. Egli è il Figlio eterno di Dio che ha assunto realmente la nostra natura umana, unita ipostaticamente alla persona divina del Verbo. La sua umanità, santificata e guidata dallo Spirito Santo, appartiene alla persona del Figlio, nel quale la sapienza divina si manifesta attraverso parole e gesti autenticamente umani. In lui, pertanto, non vi sono soltanto intelligenza e conoscenza umane: egli stesso è la Sapienza incarnata, la Verità che si è fatta carne ed è entrata nella storia degli uomini. La risposta che offre ai suoi interlocutori non può essere ridotta a un espediente dialettico, per quanto intelligente e sorprendente, perché manifesta una comprensione della realtà che riconduce ogni questione al suo fondamento ultimo. La sua sapienza non consiste semplicemente nel trovare una soluzione efficace a una situazione difficile, ma nel rivelare la verità che gli uomini, prigionieri delle proprie contrapposizioni, non riescono più a riconoscere.
Gesù, infatti, non accetta di rimanere prigioniero dell'alternativa che gli viene imposta, ma ne supera i limiti, conducendo i suoi interlocutori a considerare la questione da una prospettiva completamente diversa. Chiede che gli venga mostrata una moneta e che se ne riconoscano l'immagine e l'iscrizione. È un gesto apparentemente semplice, ma di straordinaria efficacia, perché sposta l'attenzione dalla domanda sulla liceità del tributo alla natura dell'autorità che lo richiede. Su quella moneta è impressa l'immagine di Cesare, segno dell'ordinamento politico ed economico all'interno del quale si svolge la vita sociale; tuttavia, la presenza dell'effigie imperiale non significa che Cesare possa rivendicare un'autorità assoluta sull'uomo. Gesù riconosce così l'esistenza di un ordine civile, ma impedisce che esso venga confuso con l'orizzonte ultimo dell'esistenza umana.
Di qui la celebre espressione: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». Con queste parole, Gesù non si limita a sottrarsi a un tranello politico, ma introduce una distinzione fondamentale tra le legittime esigenze dell'autorità civile e il primato assoluto di Dio. La sua risposta non nasce dalla necessità di trovare un compromesso tra due poteri contrapposti, ma dalla volontà di ricondurre l'uomo alla verità della propria esistenza. Il potere politico possiede una sua legittimità, ma non può pretendere di diventare il fondamento ultimo della dignità e della libertà umana, perché queste trovano la propria origine in Dio. L'autorità terrena, infatti, può regolare determinati aspetti della convivenza sociale, ma non può rivendicare il possesso della coscienza né sostituirsi a quella relazione originaria che lega ogni persona al proprio Creatore.
Si comprende, allora, perché la malizia degli interlocutori non riesca a imprigionare Gesù. Essi ragionano secondo le categorie dell'interesse e del potere, mentre il Signore riconduce la controversia al piano della verità. I primi cercano di utilizzare la parola per accusare; Gesù, invece, se ne serve per rivelare. La differenza è radicale, perché egli non è soltanto colui che insegna la verità, ma è la Verità stessa (cf. Gv 14,6), e proprio per questo non può essere ridotto alle logiche di coloro che vorrebbero servirsi di lui per difendere le proprie posizioni. La sua libertà dinanzi agli uomini nasce dalla sua perfetta comunione con il Padre, e questa libertà diventa anche il criterio per comprendere quella dell'uomo: non l'assenza di ogni legame o responsabilità, ma la capacità di vivere nella verità senza lasciarsi dominare dagli interessi e dalle pretese del potere.
2. L'immagine di Cesare e l'immagine di Dio: la dignità e la libertà dell'uomo
La risposta di Gesù ai farisei e agli erodiani non costituisce semplicemente un principio di distinzione tra potere politico e autorità religiosa, ma racchiude una verità teologica ben più profonda, che riguarda la dignità dell'uomo, la sua libertà e la sua appartenenza originaria a Dio. Dinanzi alla domanda insidiosa sulla liceità del tributo a Cesare, Gesù non si lascia imprigionare nell'alternativa che gli viene proposta, ma chiede di vedere la moneta e domanda: «Questa immagine e l'iscrizione, di chi sono?» (Mt 22,20). Il termine greco εἰκών (eikṓn), «immagine», assume qui un particolare rilievo, perché consente di sviluppare una riflessione che oltrepassa il problema immediato del tributo e raggiunge il fondamento stesso dell'antropologia biblica. La moneta reca l'immagine dell'imperatore, mentre l'uomo, secondo il racconto della creazione, è stato plasmato a immagine di Dio (cf. Gen 1,27). Il testo ebraico della Genesi utilizza il sostantivo צֶלֶם (ṣélem), «immagine», che nella versione greca dei Settanta viene tradotto proprio con εἰκών. L'accostamento, pur non essendo esplicitamente formulato da Matteo, possiede una solida pertinenza teologica, perché permette di riconoscere la differenza fondamentale tra ciò che appartiene all'ordine delle convenzioni umane e ciò che deriva direttamente dall'atto creatore di Dio.
Proprio il racconto della creazione offre un ulteriore elemento di approfondimento. In Gen 1,27 leggiamo: וַיִּבְרָא אֱלֹהִים אֶת־הָאָדָם בְּצַלְמוֹ (wayyivrāʾ ʾĕlōhîm ʾet-hāʾādām bəṣalmô), «E Dio creò l'uomo a sua immagine». Il verbo וַיִּבְרָא (wayyivrāʾ), dal verbo בָּרָא (bārāʾ), «creare», nella sua costruzione biblica ha Dio come soggetto e indica l'origine dell'uomo nell'iniziativa libera del Creatore. La dignità umana, pertanto, non nasce da una concessione della società, né dipende dal riconoscimento dell'autorità politica, ma trova il proprio fondamento in un atto originario di Dio. È particolarmente significativo che il testo sacro ripeta tre volte il verbo «creare», quasi a sottolineare la centralità dell'uomo nel disegno divino e, soprattutto, l'uguale dignità dell'uomo e della donna, entrambi creati a immagine di Dio. La moneta è prodotta dall'uomo e reca l'effigie di un'autorità storicamente determinata; l'essere umano, invece, è creato da Dio e porta impressa nella propria natura un'immagine che nessun potere terreno può cancellare.
La distinzione non riguarda semplicemente il valore delle due immagini, ma la loro stessa natura. L'effigie di Cesare esprime un'appartenenza convenzionale, legata a un determinato ordinamento politico e destinata a mutare con il trascorrere della storia; l'immagine di Dio, invece, appartiene alla costituzione originaria della persona e permane anche quando le condizioni della sua esistenza cambiano radicalmente. L'uomo può perdere il prestigio sociale, la ricchezza, la salute e perfino il riconoscimento dei propri diritti, ma non perde per questo la dignità che deriva dalla sua origine divina. In questo senso, la controversia evangelica assume una dimensione antropologica decisiva, perché ciò che è in discussione non è soltanto quanto si debba restituire all'autorità imperiale, ma ciò che nessuna autorità terrena può legittimamente pretendere dall'uomo.
Il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et spes, afferma che l'uomo è «capace di conoscere e di amare il suo Creatore» (n. 12). Questa breve espressione illumina il significato profondo dell'essere creati a immagine di Dio: la persona non è soltanto un essere inserito nell'ordine della natura o della società, ma un soggetto chiamato alla relazione consapevole e libera con il proprio Creatore. La sua grandezza non consiste, pertanto, nell'autosufficienza o nella capacità di imporsi sugli altri, ma nella possibilità di conoscere la verità, scegliere il bene e rispondere liberamente all'amore di Dio. Prima ancora di appartenere a una nazione, a una comunità civile o a un ordinamento politico, l'uomo appartiene a Dio; non perché Dio voglia possederlo come si possiede una cosa, ma perché egli è la sorgente della sua vita, il fondamento della sua dignità e il fine ultimo della sua libertà. L'appartenenza a Dio non costituisce una limitazione della persona, ma la condizione originaria della sua grandezza, poiché soltanto nel rapporto con il Creatore l'uomo può riconoscere pienamente ciò che è e ciò che è chiamato a diventare.
Anche il verbo utilizzato da Gesù merita particolare attenzione. Il greco ἀπόδοτε (apódote), imperativo del verbo ἀποδίδωμι (apodídōmi), non significa soltanto «dare», ma anche «rendere», «restituire ciò che è dovuto». L'esegeta Ermes Ronchi, soffermandosi su questa sfumatura, osserva: «prima avete avuto, ora restituite». Il verbo, dunque, richiama il riconoscimento di un debito e la responsabilità di restituire ciò che si è ricevuto. Applicato alla vita civile, esso ricorda che l'appartenenza a una comunità comporta diritti, ma anche doveri, e che il bene comune non può essere garantito senza il contributo responsabile di ciascuno. Tuttavia, Gesù non invita a dividere l'esistenza tra due padroni, quasi che una parte dell'uomo appartenesse a Cesare e un'altra a Dio, né propone una spartizione della vita umana tra due autorità poste sullo stesso piano. Egli riconosce la legittimità dei doveri civili, ma riafferma il primato assoluto di Dio, al quale appartiene l'uomo nella totalità del suo essere. La distinzione, dunque, non separa due territori indipendenti, ma stabilisce un ordine nel quale l'autorità umana conserva la propria legittimità senza potersi trasformare in un assoluto. È proprio in questa prospettiva che Ermes Ronchi sintetizza efficacemente il significato della risposta di Gesù nell'espressione: «A Cesare le cose, a Dio le persone». La formulazione, nella sua essenzialità, richiama una verità che attraversa tutta la rivelazione biblica: il potere politico può esigere ciò che gli compete per il bene della convivenza civile, ma non può pretendere di possedere la coscienza, la libertà e la dignità dell'uomo. Nessuna autorità terrena, infatti, può arrogarsi prerogative che appartengono esclusivamente a Dio, perché la persona non riceve il proprio valore dal riconoscimento dello Stato, dall'approvazione della società o dall'appartenenza a una determinata comunità politica. La coscienza non può essere acquistata, la dignità non può essere concessa o revocata arbitrariamente dal potere e la libertà non può essere ridotta alla semplice possibilità di aderire alle ideologie dominanti.
In questo contesto, risulta particolarmente significativa anche una riflessione contemporanea di papa Leone XIV, il quale ricorda che la dignità della persona «non dipende dalle capacità che possiede, dalle ricchezze o dal ruolo che ricopre». L'affermazione riconduce la questione al suo fondamento antropologico: l'uomo non vale per ciò che produce, per la posizione sociale che occupa o per il riconoscimento che riceve dagli altri, ma per ciò che è. Il suo valore precede ogni valutazione economica e ogni classificazione sociale, perché affonda le proprie radici nella relazione originaria con Dio. Di conseguenza, nessun sistema politico, economico o culturale può legittimamente stabilire che alcune vite siano più degne di altre, né può subordinare il rispetto della persona alla sua efficienza, alla sua utilità o alla sua capacità di contribuire materialmente alla società.
La questione assume un significato ancora più profondo se si considera che l'immagine di Dio non rappresenta soltanto un privilegio attribuito all'uomo, ma anche una responsabilità che investe il modo di vivere la propria libertà. Essere creati a immagine di Dio significa essere chiamati a una relazione con lui e, conseguentemente, a riconoscere negli altri la medesima dignità. L'immagine divina non distingue alcuni uomini da altri, né dipende dalle qualità intellettuali, dalle condizioni economiche o dalla posizione sociale, ma appartiene a ogni persona in quanto tale. Per questo motivo, il rispetto della dignità umana non può essere subordinato a valutazioni di convenienza o di utilità, perché nessuna condizione particolare può annullare ciò che Dio ha inscritto nell'essere stesso dell'uomo. La fede cristiana, riconoscendo questa origine trascendente della persona, non introduce un elemento estraneo alla vita sociale, ma offre un fondamento ulteriore alla responsabilità di custodire la giustizia, difendere i più deboli e promuovere il bene comune.
La distinzione tra l'autorità di Cesare e il primato di Dio diventa, pertanto, fondamentale anche per comprendere la natura e i limiti del potere politico. L'autorità civile esercita una funzione necessaria nell'ambito delle realtà temporali, ma la sua legittimità è inseparabile dal servizio del bene comune, dalla tutela della giustizia e dal rispetto della dignità umana. Quando dimentica questa sua natura e pretende di diventare assoluta, finisce inevitabilmente per oltrepassare i propri limiti, trasformando ciò che dovrebbe essere un servizio in una forma di dominio. La storia dimostra quanto facilmente il potere possa essere tentato di identificare la propria volontà con il bene della collettività e di considerare ogni forma di dissenso come una minaccia alla propria autorità. Ma proprio in queste circostanze emerge il valore della parola di Gesù, che riconosce le legittime esigenze della vita civile senza consentire che esse diventino il criterio ultimo della verità e della giustizia.
Per questo motivo, la risposta di Gesù non è soltanto un insegnamento sul pagamento delle imposte, ma una parola che impedisce di assolutizzare qualunque forma di potere umano e, nello stesso tempo, richiama ciascuno alla responsabilità della propria appartenenza a Dio. Il messaggio evangelico non è un invito a sottrarsi alle responsabilità della vita sociale, ma a viverle nella consapevolezza che ogni potere umano è relativo e che soltanto Dio è l'Assoluto. La fede non allontana l'uomo dalla storia, ma gli insegna ad abitarla con responsabilità, senza diventare schiavo delle sue logiche e dei suoi idoli. Il cristiano, pertanto, non è chiamato a disinteressarsi delle vicende della società, né a considerare la vita civile come una realtà estranea alla propria fede; al contrario, proprio perché riconosce il primato di Dio, è chiamato a vivere con maggiore serietà i propri doveri, senza confondere l'obbedienza dovuta alle legittime autorità con una sottomissione incondizionata a ogni loro pretesa.
Si comprende, allora, come la libertà cristiana non coincida con il rifiuto di ogni autorità, ma con la capacità di riconoscere il valore e il limite di ciascuna autorità alla luce della verità sull'uomo. Una libertà che non riconosce alcun dovere rischia di trasformarsi in arbitrio, mentre un'autorità che non riconosce alcun limite rischia di trasformarsi in dominio. Gesù supera entrambe queste prospettive, perché riconduce la questione al suo fondamento: Dio non è un concorrente del potere umano, ma colui dal quale provengono la dignità della persona e il criterio ultimo per giudicare la legittimità dell'esercizio di ogni potere. La sua parola, pertanto, non contrappone semplicemente l'uomo allo Stato o la religione alla politica, ma restituisce a ciascuna realtà la propria autentica misura, impedendo che ciò che è relativo venga elevato alla dignità dell'Assoluto. La moneta reca l'immagine di Cesare e può essere restituita a Cesare; l'uomo, invece, reca l'immagine di Dio e soltanto nel rapporto con Dio può riconoscere pienamente la propria dignità, custodire la propria libertà e realizzare il significato ultimo della propria esistenza.
3. Dio opera nella storia: la provvidenza e la concretezza della fede
Questa verità trova una significativa conferma nella prima lettura, nella quale il profeta Isaia presenta Ciro, sovrano pagano dell'impero persiano, come strumento della provvidenza divina. Il Signore afferma: «Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: "Io l'ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso"» (Is 45,1). Il testo introduce una prospettiva sorprendente, soprattutto se considerata nel contesto storico dell'esilio babilonese: Dio interviene a favore del suo popolo attraverso un sovrano straniero, che non appartiene a Israele e non riconosce il Signore come unico Dio. Eppure, proprio attraverso le sue decisioni politiche e le sue imprese militari, si aprirà la possibilità del ritorno degli esuli e della ricostruzione della loro vita religiosa e civile. La storia della salvezza non procede, dunque, esclusivamente attraverso personaggi religiosi o avvenimenti che manifestano immediatamente un carattere sacro, ma si sviluppa anche mediante circostanze politiche e decisioni umane nelle quali la fede riconosce l'azione misteriosa della provvidenza.
Il testo ebraico presenta un particolare di notevole importanza esegetica. Ciro viene definito מְשִׁיחוֹ (məšîḥô), «il suo unto», dal sostantivo מָשִׁיחַ (māšîaḥ), «unto», «consacrato», da cui deriva il termine «Messia». Si tratta di un titolo sorprendente, perché abitualmente richiama figure investite di una particolare missione all'interno del popolo dell'alleanza, mentre qui viene attribuito a un sovrano straniero. Naturalmente, l'espressione non significa che Ciro sia il Messia nel senso pieno che la fede cristiana riconosce in Gesù Cristo, ma indica che Dio può affidare una funzione storica determinante anche a chi non appartiene al popolo eletto. Il profeta, infatti, precisa che il Signore chiama Ciro per nome e lo sostiene «sebbene tu non mi conosca» (Is 45,4). È proprio questa precisazione a rendere ancora più evidente il paradosso teologico del brano: l'efficacia dell'azione divina non dipende necessariamente dalla piena consapevolezza religiosa degli strumenti umani attraverso i quali essa si realizza.
L'esegeta Joseph Blenkinsopp, nel suo commentario a Isaia 40–55, mette in rilievo il carattere eccezionale dell'attribuzione a Ciro di un titolo tradizionalmente associato alla consacrazione regale. La sua lettura consente di comprendere come il profeta interpreti gli avvenimenti internazionali alla luce della sovranità universale del Signore, senza identificare per questo il sovrano persiano con un modello di perfezione religiosa. La scelta di Ciro non equivale a una consacrazione indiscriminata di tutte le sue decisioni politiche, ma esprime la libertà con la quale Dio può servirsi delle vicende umane per realizzare un disegno che le oltrepassa. Il potere politico, pertanto, può diventare uno strumento della provvidenza, ma non ne costituisce mai il fondamento ultimo, perché rimane sottoposto a una sovranità che non deriva dalla forza militare, dalla ricchezza o dal consenso degli uomini.
È il paradosso della storia della salvezza: Dio può servirsi del potere umano, ma nessun potere umano può sostituirsi a Dio. La sua azione non rimane confinata negli spazi propriamente religiosi, né si esaurisce nelle vicende di coloro che professano esplicitamente la fede. Dio opera nella storia anche attraverso persone che non lo conoscono e circostanze che, a uno sguardo puramente umano, potrebbero apparire estranee al suo disegno. Tuttavia, questa presenza non autorizza a identificare automaticamente la volontà divina con il successo di un governante, con le decisioni di un'autorità o con la vittoria di una determinata forza politica. La provvidenza non costituisce una giustificazione religiosa del potere, né permette di attribuire a Dio ogni avvenimento semplicemente perché esso si è verificato. Il Signore rimane sempre più grande degli strumenti attraverso i quali realizza i suoi disegni, e la sua sovranità non può essere ridotta alle categorie con le quali gli uomini interpretano il successo e la sconfitta.
In questa prospettiva, assume particolare significato anche un altro verbo ebraico presente nella prima lettura. Il Signore afferma: «Io l'ho preso per la destra» (Is 45,1). L'espressione ebraica הֶחֱזַקְתִּי בִימִינוֹ (heḥĕzaqtî bîmînô) contiene una forma del verbo חָזַק (ḥāzaq), che significa «essere forte», «rafforzare», «sostenere», e nella forma qui impiegata esprime l'azione di afferrare e sostenere. L'immagine della mano destra richiama simbolicamente la forza e l'efficacia dell'intervento divino: Ciro agisce nella storia, prende decisioni e realizza imprese, ma il profeta riconosce che la possibilità stessa di compiere quella missione si inserisce in un disegno più grande. Non viene negata la responsabilità del sovrano, né la concretezza delle sue azioni; viene piuttosto affermato che la storia umana non è chiusa in se stessa e che, anche attraverso l'esercizio della libertà e dell'autorità, può manifestarsi un progetto che supera le intenzioni immediate dei suoi protagonisti.
La riflessione teologica contemporanea ha approfondito questo rapporto tra provvidenza divina e autonomia delle realtà storiche. Karl Rahner, nella sua comprensione del rapporto tra Dio e il mondo, insiste sulla necessità di non concepire l'azione divina come una causalità posta semplicemente accanto alle cause create, quasi che Dio e l'uomo fossero due soggetti concorrenti sul medesimo piano. Questa prospettiva aiuta a comprendere che la provvidenza non annulla la libertà umana, né rende superfluo l'impegno per la giustizia e per il bene comune. Al contrario, proprio perché Dio opera nella storia senza sostituirsi meccanicamente all'azione delle creature, ciascuno rimane responsabile delle proprie decisioni e delle conseguenze che esse producono. La fede nella provvidenza non dispensa dall'agire, ma impedisce di considerare l'agire umano come autosufficiente e definitivamente padrone della storia.
Questa consapevolezza costituisce anche un criterio di discernimento per il credente. Riconoscere la presenza di Dio negli avvenimenti non significa pretendere di conoscere con certezza il significato di ogni circostanza o di interpretare ogni successo come una benedizione divina e ogni fallimento come una punizione. Significa, piuttosto, credere che la storia rimanga aperta alla sua azione anche quando gli uomini non riescono a comprenderne immediatamente il senso. La provvidenza non elimina il mistero della libertà, del male e della sofferenza, ma sostiene la speranza che nessuna vicenda umana possa sottrarsi definitivamente alla possibilità della redenzione. In tal modo, la fede libera tanto dalla presunzione di dominare la storia quanto dalla rassegnazione di chi la considera abbandonata al caso o alla sola forza dei potenti. In questa prospettiva, anche la seconda lettura offre un contributo essenziale alla comprensione del messaggio evangelico. San Paolo, rivolgendosi alla comunità di Tessalonica, scrive: «Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l'operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro» (1Ts 1,2-3). L'Apostolo richiama le tre virtù teologali, ma non le presenta come semplici disposizioni interiori, separate dalla concretezza dell'esistenza. Al contrario, ciascuna di esse viene accompagnata da un'espressione che ne manifesta la dimensione operativa: la fede produce opere, la carità comporta fatica e la speranza si manifesta nella perseveranza. Non siamo, dunque, dinanzi a un elenco astratto di qualità spirituali, ma alla descrizione di una comunità nella quale l'adesione a Cristo ha cominciato a trasformare concretamente il modo di vivere.
Anche in questo caso, il testo greco offre indicazioni particolarmente significative. Paolo parla di ἔργον τῆς πίστεως (érgon tês písteōs), «opera della fede», di κόπος τῆς ἀγάπης (kópos tês agápēs), «fatica della carità», e di ὑπομονὴ τῆς ἐλπίδος (hypomonḕ tês elpídos), «perseveranza della speranza». Il sostantivo ἔργον (érgon) richiama l'azione concreta, ciò che viene effettivamente compiuto; κόπος (kópos) indica una fatica impegnativa, il lavoro che richiede dedizione e sacrificio; ὑπομονή (hypomonḗ) esprime la capacità di rimanere saldi e perseverare anche nelle difficoltà. La scelta di questi termini mostra come, per Paolo, la vita cristiana non possa essere ridotta a un'esperienza puramente interiore o a una professione verbale della fede, perché ciò che viene accolto nel rapporto con Dio è destinato a manifestarsi nell'esistenza quotidiana.
L'esegeta Abraham J. Malherbe, nel suo commentario alla Prima lettera ai Tessalonicesi, sottolinea l'importanza del contesto comunitario nel quale Paolo riconosce questi segni della vita cristiana. La fede, la carità e la speranza non vengono considerate isolatamente, come qualità private del singolo credente, ma come realtà che si rendono riconoscibili nella vita di una comunità. La fede è autentica quando diventa operosa, quando non rimane confinata nelle parole o nelle dichiarazioni di principio, ma orienta concretamente le scelte e i comportamenti; la carità comporta fatica, perché amare non significa soltanto provare un sentimento, ma assumersi responsabilità, farsi carico delle necessità degli altri e perseverare nel bene anche quando esso richiede sacrificio; la speranza, infine, esige fermezza, perché non coincide con un generico ottimismo, ma con la fiducia nel Signore che sostiene il credente anche nelle difficoltà e nelle contraddizioni della storia. Le tre virtù, pertanto, non rappresentano dimensioni indipendenti, ma costituiscono l'unità di un'esistenza che trova in Cristo il proprio fondamento e nella carità la propria espressione concreta.
È significativo che Paolo non separi queste tre dimensioni, ma le presenti come manifestazioni inseparabili di una medesima vita vissuta davanti a Dio. Una fede che non produce opere rischia di diventare sterile; una carità che rifiuta la fatica può ridursi a un sentimento passeggero; una speranza incapace di perseverare nelle difficoltà finisce per dipendere esclusivamente dalle circostanze favorevoli. L'Apostolo, invece, descrive una comunità nella quale la relazione con Cristo genera un modo nuovo di abitare la storia, assumendone le responsabilità senza lasciarsi dominare dalle sue contraddizioni. La vita cristiana non consiste nell'attendere passivamente che Dio realizzi i suoi disegni, ma nel collaborare responsabilmente alla loro attuazione attraverso la fedeltà quotidiana, il servizio e la perseveranza. In questo modo, la seconda lettura ci aiuta a comprendere ulteriormente il significato dell'espressione evangelica: «Rendete a Dio quello che è di Dio». L'appartenenza a Dio non può esaurirsi in una dichiarazione di fede, né può essere ridotta all'osservanza esteriore di alcuni precetti religiosi, perché essa deve tradursi nella concretezza della vita. Non basta riconoscere verbalmente il primato di Dio se poi le nostre scelte sono dominate esclusivamente dall'interesse personale, dalla ricerca del potere o dal desiderio di affermazione; non basta professare la verità se non siamo disposti ad accoglierla quando essa interpella la nostra coscienza e domanda un cambiamento. È precisamente la contraddizione che abbiamo incontrato nel comportamento degli interlocutori di Gesù: essi riconoscono che il Maestro insegna la via di Dio secondo verità, ma non intendono percorrerla, perché la loro adesione rimane confinata alle parole e non raggiunge la disposizione interiore del cuore.
L'operosità della fede, la fatica della carità e la fermezza della speranza diventano, invece, il modo autentico di rendere a Dio ciò che gli appartiene: non qualcosa di semplicemente esteriore, ma la nostra stessa esistenza, vissuta nella fedeltà al Vangelo. Il rapporto con Dio non si aggiunge alla vita come un elemento accessorio, ma ne costituisce il fondamento e ne orienta il significato. La preghiera, la partecipazione alla liturgia e l'ascolto della Parola non possono essere separati dalle responsabilità familiari, professionali e sociali, perché la fede cristiana domanda un'unità profonda tra ciò che si celebra e ciò che si vive. Il credente non rende gloria a Dio soltanto attraverso gli atti esplicitamente religiosi, ma anche mediante la giustizia delle proprie decisioni, l'onestà del proprio lavoro, la fedeltà agli impegni assunti e la disponibilità a servire gli altri.
Per questo, essere cittadini responsabili e vivere da credenti autentici non sono due realtà necessariamente contrapposte. Sono piuttosto due dimensioni che, pur rimanendo distinte, possono incontrarsi nella coscienza di chi riconosce il valore della giustizia, della verità, della libertà e del bene comune. La fedeltà a Dio non sottrae l'uomo alle proprie responsabilità storiche, ma gli impedisce di considerare la storia come l'orizzonte ultimo della propria esistenza. Il cristiano è chiamato a vivere nel mondo senza assolutizzarlo, a riconoscere le autorità senza idolatrarle, a impegnarsi nella società senza identificare il Regno di Dio con alcun progetto umano. La provvidenza divina e la responsabilità personale non si escludono, ma si richiamano reciprocamente: Dio continua a operare nella storia e l'uomo è chiamato a rispondergli attraverso la concretezza delle proprie scelte. È così che la fede diventa testimonianza, la carità si fa servizio e la speranza si trasforma in perseveranza, rendendo visibile, dentro le vicende della storia, l'appartenenza a quel Dio che ne rimane il Signore senza mai cessare di rispettare la libertà delle sue creature.
Conclusione
La domanda decisiva che emerge dal Vangelo non è soltanto che cosa dobbiamo restituire a Cesare, ma soprattutto che cosa siamo chiamati a restituire a Dio. È una domanda che non possiamo eludere, perché riguarda la nostra stessa esistenza, ricevuta come dono e chiamata a realizzarsi nella libertà dell'amore. Gesù non si limita a risolvere una controversia politica, né offre semplicemente un criterio per distinguere le competenze dell'autorità civile da quelle della religione. Con la sua risposta, riconduce l'uomo alla verità più profonda di sé stesso, ricordandogli che la sua origine è in Dio e che soltanto in Dio può trovare il fondamento della propria dignità e il compimento della propria libertà. La questione, pertanto, non riguarda più soltanto il tributo dovuto all'imperatore, ma l'orientamento fondamentale della nostra vita, ciò che riconosciamo come assoluto e ciò a cui, consapevolmente o meno, finiamo per consegnare il nostro cuore. In fondo, ogni uomo, attraverso le proprie scelte, rivela a chi appartiene veramente e quale valore considera decisivo per la propria esistenza. In definitiva, la moneta porta impressa l'immagine di Cesare, ma ogni uomo porta impressa nel proprio essere l'immagine di Dio. La prima può essere restituita all'autorità che la reclama; la seconda non può essere cancellata, venduta o consegnata a nessun potere umano, perché costituisce il fondamento della nostra incomparabile dignità. Cesare può chiedere il tributo, ma non può reclamare il cuore dell'uomo; può esercitare un'autorità legittima sulle realtà temporali, ma non può pretendere di diventare il padrone della coscienza, della libertà e della verità. È questa la grandezza della persona umana, che nessuna autorità può ridurre a semplice strumento dei propri interessi e che nessuna condizione storica può privare del valore ricevuto dal Creatore. Come ricorda il Concilio Vaticano II, «la dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere» (Gaudium et spes, 17). La libertà, dunque, non è soltanto la possibilità di scegliere, ma la capacità di orientare responsabilmente la propria esistenza verso ciò che è vero e buono. Non ogni scelta, infatti, rende l'uomo più libero, perché vi sono decisioni che, pur apparendo espressioni della sua autonomia, finiscono per renderlo prigioniero delle proprie passioni, delle proprie paure o delle aspettative degli altri. Questa verità, tuttavia, non riguarda soltanto il potere politico, ma interpella anche le molteplici forme di dominio alle quali rischiamo di assoggettare volontariamente la nostra vita. Il denaro, il prestigio, la vanità, le ideologie e la ricerca esasperata del successo possono trasformarsi in altrettanti idoli, quando cessano di essere realtà relative e diventano il criterio assoluto delle nostre decisioni. È una forma di schiavitù tanto più insidiosa quanto meno viene riconosciuta, perché l'uomo può convincersi di essere libero proprio mentre consegna la propria coscienza a ciò che promette sicurezza, riconoscimento o potere. Il Vangelo ci ricorda, invece, che nessuna realtà creata può occupare il posto del Creatore e che nessun bene, per quanto desiderabile, può giustificare la rinuncia alla verità della nostra esistenza. Anche le realtà più legittime, quando vengono assolutizzate, possono diventare strumenti di asservimento, perché ciò che dovrebbe servire alla crescita dell'uomo finisce per dominarne le aspirazioni, condizionarne le scelte e impoverirne la vita interiore. La vera libertà, allora, non consiste nel possedere tutto ciò che desideriamo, ma nel non permettere che ciò che desideriamo finisca per possederci. Rendere a Dio ciò che è di Dio significa, allora, riconoscere che nulla di ciò che possediamo può valere più di ciò che siamo. Significa restituire a Dio non qualcosa che rimanga estraneo alla nostra persona, ma la nostra stessa vita, attraverso la fedeltà della coscienza, l'onestà delle scelte, la concretezza della carità e la perseveranza della speranza. Non si tratta di sottrarre qualcosa alla storia per riservarlo a Dio, ma di vivere ogni responsabilità storica alla luce della nostra appartenenza a lui. La fede, infatti, non ci dispensa dall'impegno per la giustizia, dalla partecipazione alla vita civile o dalla responsabilità verso gli altri, ma ci impedisce di trasformare queste realtà nell'orizzonte ultimo della nostra esistenza. Essa ci ricorda che il valore delle nostre azioni non si misura soltanto dai risultati immediati che riusciamo a conseguire, ma anche dalla verità delle intenzioni, dalla rettitudine della coscienza e dalla capacità di rimanere fedeli al bene, persino quando esso non procura vantaggi o riconoscimenti. È nella concretezza delle responsabilità quotidiane, e non soltanto nei momenti esplicitamente religiosi, che la nostra appartenenza a Dio può diventare una testimonianza credibile. La parola di Gesù conserva, così, una sorprendente attualità, perché ci domanda di verificare non soltanto quali doveri adempiamo, ma soprattutto a chi appartiene realmente il nostro cuore. Possiamo essere rispettosi delle leggi e tuttavia indifferenti alla giustizia; possiamo dichiararci credenti e vivere come se Dio non avesse nulla da dire alle nostre scelte; possiamo difendere la libertà a parole e rinunciarvi ogni volta che la verità esige coraggio e coerenza. Il Vangelo ci invita a superare queste contraddizioni, restituendo unità alla nostra esistenza, affinché ciò che professiamo nella fede trovi una corrispondenza autentica nel nostro modo di pensare, di scegliere e di agire. La coerenza cristiana non consiste nella pretesa di non sbagliare mai, ma nella disponibilità a lasciarsi continuamente giudicare e rinnovare dalla Parola di Dio, riconoscendo con umiltà le proprie contraddizioni e ritrovando, attraverso la conversione, la libertà di ricominciare. Non possiamo pretendere di rendere a Dio ciò che gli appartiene se, nello stesso tempo, gli sottraiamo lo spazio delle nostre decisioni, relegando la fede ai margini della vita e affidando ad altri criteri il governo della nostra coscienza. L'uomo, infatti, non appartiene al potere, al denaro o alle ideologie del proprio tempo: appartiene a Dio. E questa appartenenza non mortifica la sua libertà, ma la custodisce da ogni forma di asservimento, perché soltanto chi riconosce ciò che è veramente assoluto può attribuire il giusto valore a tutto ciò che è relativo. Rendere a Cesare ciò che è di Cesare significa assumere con responsabilità il proprio posto nella storia; rendere a Dio ciò che è di Dio significa non dimenticare mai che la storia, pur essendo il luogo nel quale siamo chiamati a vivere e ad amare, non esaurisce il destino della nostra esistenza. Soltanto riconoscendo questa verità possiamo custodire pienamente la nostra libertà, vivere con dignità la nostra vocazione e comprendere che il dono più grande da restituire a Dio non è ciò che abbiamo, ma ciò che siamo, attraverso una vita che diventi risposta consapevole e libera al suo amore. Perché, alla fine, non sarà la quantità delle cose possedute, il prestigio conquistato o il potere esercitato a rivelare la verità della nostra esistenza, ma la fedeltà con la quale avremo custodito l'immagine di Dio impressa in noi e riconosciuto quella stessa immagine nel volto degli altri.
Vergine Maria, Donna tutta di Dio e abitante della terra, tu che hai vissuto nella storia degli uomini custodendo nel cuore il primato assoluto del Signore, aiutaci a riconoscere la nostra appartenenza a Dio. Insegnaci a essere cittadini responsabili, uomini e donne capaci di vivere nella verità, nella giustizia e nella libertà, senza lasciarci dominare dalle logiche del potere, dalla vanità e dalla ricerca dei nostri interessi. Ricordaci che la nostra dignità non dipende da ciò che possediamo, ma dall'immagine di Dio impressa nel nostro essere. E accompagnaci nel cammino della vita, perché, pur abitando questa terra e assumendoci le responsabilità della storia, non dimentichiamo mai a chi appartiene veramente la nostra esistenza.
don Nicola De Luca

